MUSICA POPOLARE ITALIANA FINO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

La musica popolare italiana a cavallo del 20th secolo, era come un bambino piccolo, pronto ad assorbire tutti i possibili input provenienti dal mondo esterno. Era fortemente, e un po’ a caso, influenzato dall’Opera, dalla cosiddetta canzone napoletana e da stili musicali stranieri, come il Café Chantant francese o il Charleston americano. Ma la prima guerra mondiale arrivò e spazzò letteralmente via il mondo come lo conoscevamo, portando nuove paure, nuove preoccupazioni, nuove ansie. Dopo la fine della prima guerra mondiale, l’Italia, come molti altri paesi europei, era in uno stato economico molto precario e, con i vecchi valori del 19th secolo bruscamente sconvolto dalla crudeltà insensata della guerra, in uno stato sociale anche molto precario. Spesso, quando il popolo è povero e si sente perso e impotente, una dittatura è destinata a sorgere ed è esattamente quello che è successo in Italia. Il movimento fascista prese il potere dopo la famigerata Marcia su Roma, il 30 ottobre 1922, da quel momento in poi, fino alla fine del regime circa vent’anni dopo, la cultura italiana soffrì di un isolamento sempre maggiore dalle tendenze e dalle influenze mondiali e nel giro di dieci anni l’unica arte e cultura che rimase in Italia fu o semplice propaganda retorica, mera evasione, o un astuto mix di entrambe. La musica, purtroppo, non fece eccezione a questo fenomeno, l’ascesa del cosiddetto autarchia, una politica nazionalista di preservare il paese da ogni possibile tipo di influenza straniera, portò ad un ritiro dalla musica popolare internazionale. Come se non bastasse, questo isolamento avvenne proprio nel mezzo di un momento musicale incredibilmente fertile, quando gli Stati Uniti rombavano con lo swing, il ragtime, il dixieland e muovevano i primi passi verso il rock and roll. Non è difficile capire come questo rallentò molto lo sviluppo della musica popolare italiana e portò ad un inevitabile rafforzamento e radicamento degli stessi vecchi schemi tradizionali, sia dal punto di vista dei contenuti che della musica. Il lato positivo è che, essendo il progresso una forza impossibile da sconfiggere, le influenze straniere riuscirono comunque a penetrare nella musica popolare italiana, dato che durante questo periodo i musicisti popolari italiani viaggiarono molto all’estero e impararono elementi di jazz, musica latinoamericana e altri stili. Le prime vere orchestre jazz in Italia, nacquero negli anni venti, formate da bandleader come Arturo Agazzi, e riscossero un successo immediato. Nonostante le politiche di isolamento, il jazz americano rimase popolare per tutti gli anni ’30, essendo un’importante influenza su cantanti come Alberto Rabagliati, che divenne noto per il suo stile swing. I giovani italiani ballavano anche sui ritmi degli stili latini come il tango, la rumba e la beguine. Per quanto riguarda i testi, la musica popolare dell’epoca parlava principalmente di filastrocche, madri tristi e amate o storie senza senso di gatti morti o pinguini innamorati – una tradizione surreale, che era in qualche modo un’eredità delle cosiddette avanguardie dell’inizio del secolo – ma i testi di alcune canzoni erano semplicemente nazionalistici, militaristici e apertamente razzisti. Diamo un’occhiata più da vicino a due dei fenomeni musicali più noti, significativi e particolari dell’epoca: il Trio Lescano e Alberto Rabagliati

Trio Lescano

La storia di questo trio vocale femminile – noto anche come Trio Lescano – è piuttosto singolare e interessante, una vera e propria favola pop prima del tempo, tanto che il canale televisivo italiano RAI 1 ha recentemente prodotto una miniserie sulla loro vita. Il Trio, versione italiana delle Andrews Sisters, era estremamente popolare in Italia tra gli anni ’30 e ’40 ed era formato da tre sorelle olandesi: Alexandra, Judith e Kitty Leschan. Il padre era un contorsionista ungherese e la madre una cantante ebrea olandese di operetta, crebbero nei Paesi Bassi, dove lavorarono come ballerine acrobate esibendosi in Europa e in Medio Oriente, poi formarono un trio vocale e si trasferirono in Italia a metà degli anni trenta. Carlo Prato, direttore artistico della base torinese dell’EIAR, le prese sotto la sua ala e fece loro cambiare i nomi in Alessandra, Giuditta e Caterina Lescano. Grazie alla radio e alla sapiente guida di Carlo Prato, divennero così famose da un giorno all’altro, che persino Benito Mussolini, un giorno, le riconobbe e le salutò. Guadagnavano molto, erano adorati e riveriti dagli italiani di tutte le età e nel 1941 divennero addirittura cittadini italiani. Ma i tempi stavano “cambiando”, il vicolo nazista stava prendendo d’assalto l’Europa e il fascismo promulgò le cosiddette Leggi Razziali, uno dei punti più bassi della storia italiana. Nel 1942 il periodo d’oro del Trio Lescano finì tragicamente, a causa delle loro origini ebraiche furono prima banditi da tutti i programmi radiofonici, poi arrestati e assurdamente accusati di spionaggio; furono accusati di riempire le loro canzoni di messaggi codificati per il nemico. Il Trio Lescano aveva uno stile sofisticato basato sul virtuosismo vocale e sull’armonizzazione swing e jazz; per quanto riguarda i testi, in generale erano un flusso di parole quasi senza senso (da qui forse l’accusa di nascondere messaggi codificati), storie infantili di gatti morti (Maramao perché sei morto), pinguini innamorati (Il pinguino innamorato), gente strana e imbranata (Pippo non lo sa). La maggior parte dei loro successi sembravano più filastrocche che vere e proprie canzoni, ma deliziavano il pubblico italiano dell’epoca che cercava disperatamente un modo per sfuggire all’atmosfera sempre più pesante del periodo.

Alberto Rabagliati

Quella di Alberto Rabagliati è un’altra storia interessante, in un certo senso un’altra favola della cultura pop come quella vissuta dal Trio Lescano. Rabagliati nasce a Milano, nel 1906, ma nel 1927 si trasferisce improvvisamente e incredibilmente a Hollywood, dopo aver vinto un concorso per sosia di Rodolfo Valentino. Rimase quattro anni negli Stati Uniti, ma la sua carriera di attore non decollò mai. Durante il suo periodo americano, però, ebbe la grande occasione di conoscere nuovi generi musicali, come lo swing e il canto scat, e capì che il suo futuro era nella musica piuttosto che nel cinema. Così tornò in Italia per diventare cantante e si unì ai Lecuona Cuban Boys, un gruppo cubano, dove si esibì con il volto annerito, come in uno spettacolo di menestrelli, ed ebbe un certo successo con la canzone “Maria la O”. Dopo un’audizione molto importante con la radio di stato italiana, EIAR, Rabagliati divenne rapidamente una star della radio, e nel 1941 ogni lunedì sera aveva il suo programma radiofonico, Canta Rabagliati (“Rabagliati canta”). Durante questo spettacolo il cantante eseguì tutti i suoi memorabili successi, come “Ma l’amore no”, “Mattinata fiorentina”, “Ba-Ba-Baciami Piccina”, “Silenzioso slow”, “Bambina innamorata”. Il suo repertorio era fatto principalmente di “sciocche canzoni d’amore”, come direbbe Paul McCartney, ma la loro musica fu una svolta notevole per la scena musicale italiana, in un periodo in cui tutte le influenze straniere erano bandite, all’idolo Rabagliati fu permesso di mantenere il suo stile swinging e per di più il governo fascista decise di sfruttare la sua popolarità usando la sua canzone “Sposi” (Wed) come inno della campagna demografica. Godette di così tanta fama che il suo nome fu poi citato nei testi di tre canzoni, “La famiglia canterina”., “Quando canta Rabagliati”, “Quando la radio”.

Su scala internazionale, la seconda guerra mondiale era stata un evento molto più traumatizzante della prima, ma questa volta l’Italia, pur in una situazione finanziaria disastrosa, affrontò il dopoguerra con uno spirito completamente diverso. La caduta del regime fascista e l’arrivo degli Alleati diffuse nel paese una nuova ondata di energia e ottimismo. L’Italia fu pacificamente invasa dal boogie-woogie, dal chewing-gum e dai film di Hollywood (una delle cose straniere a lungo mancate degli anni ’30) e cominciò a muoversi a un ritmo molto veloce verso gli anni del cosiddetto “boom economico”.