Topic “sciopero”

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In movimento

Si è svolta a Bologna l'assemblea degli Stati generali contro la precarietà. Ecco il documento conclusivo che rilancia il 15 ottobre

Documento approvato dall'assemblea degli Stati generali contro la precarietà a Bologna il 25 settembre

"Siamo giunti al 15 ottobre con un importante lancio, a carattere europeo, della mobilitazione contro l'austerity e le politiche neoliberiste, assunte come strategiche dalla Commissione europea e dalla BCE peraltro responsabili dell'ultimo pesante ciclo della crisi globale e finanziaria che le banche e le grandi lobby hanno scatenato contro la cittadinanza tutta.

Dal 15 al 18 Settembre abbiamo attraversato l'hub meeting di Barcellona con le reti e le soggettività che hanno scelto in questa fase storica di riconoscersi in uno spazio politico comune che un po' ovunque è andato costituendosi tra le rivolte che hanno segnato gran parte dell' area mediterrane e europea, fino ad arrivare a scalfire la nostra Italietta. Dalla fiammata vista nello scorso autunno studentesco culminato nel tumulto del 14 Dicembre fino alla più solida resistenza Notav, radicata e sedimentata sul territorio dentro uno scontro politico condotto con grande intelligenza e radicalità.

Nel procedere sul nuovo terreno di un vero protagonismo sociale contro le politiche di austerity vorremmo per il prossimo 15 Ottobre indicare un percorso, uno spazio di relazione e di movimento, un area di corteo larga e ampia che determini una rottura del quadro di compatibilità e di pacificazione sociale imposto dalla governance, anche oltre il governo Berlusconi: per la conquista di un piano costituente che rivendichi con orgoglio l'autonomia e l'indipendenza delle forme di vita comuni, nel lavoro e con il reddito oltre il lavoro, nelle scelte sociali e sessuali, che praticano liberazione da un intero sistema di potere in crisi.
Dovremo costruire questo percorso verso e oltre il 15 per affermare in quella giornata, e nelle giornate precedenti, nelle pratiche e nella comunicazione il punto di vista precario.

Il lavoro non è un bene comune perché ce lo hanno reso maledetto azzerandone i diritti e negandoci ogni libertà di scelta. Per questo è necessario conquistare un reddito di base incondizionato, non pagare il debito, riappropriarsi dei beni comuni e dei saperi, affermare la dimensione transnazionale di questa lotta anche a partire dalle lotte dei migranti per la rottura del legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno.
Siamo sempre più consapevoli che la reale alternativa alla crisi vive nei processi di indipendenza e cooperazione che sapremo creare nelle lotte.
"Non ci rappresenta nessuno" è il motiv centrale della nuova sinfonia corale che si alza dalla sintesi dei ragionamenti, delle strategie e delle pratiche condivise tra tanta umanità riunitasi a Barcellona, come oggi a Bologna.

Lo spazio costituente che si vuole definire oggi è quello che guarda, in una prospettiva di medio lungo periodo, alla costruzione, l'affinamento e la diffusione delle lotte contro la precarietà imposta dall'attuale modello di governo del capitale contro le nostre vite.

Una tappa fondamentale di questo percorso è la costruzione della giornata del 15 ottobre.
Ecco perché proponiamo di caratterizzare quella giornata e la nostra presenza alle mobilitazioni costruendo uno spazio sociale e di movimento che reclami il diritto all'insolvenza, al reddito e alla libertà di movimento per tutti i soggetti che stanno pagando la crisi.

Partendo da questi contenuti, il 15 ottobre faremo valere il protagonismo dei precari e delle precarie e rilanceremo oltre il 15, guardando alla scommessa dello sciopero precario.

Per questo a dicembre sperimenteremo esperienze di sciopero dentro e contro la precarietà, un processo che sappia mettere in campo una comunicazione e una cooperazione tra i precarie e le precarie a partire dalla crisi della rappresentanza politica e sindacale, uno sciopero che arrivi a colpire laddove fa più male, dove si fanno i profitti, dove si produce e riproduce il capitale.
Verso lo sciopero precario, il 15 ottobre vogliamo costruire uno spazio di attraversamento per tutte le generazioni precarie che trasformi l'indignazione in conflitto.

Una rete che realizzi iniziative comuni di avvicinamento dal 7 al 14 ottobre come promosso dall'Hub-meeting di Barcellona, all'interno della settimana di mobilitazione europea contro l'austerity.
Questa messa in rete è la modalità che scegliamo per l'interconnessione delle nostre esperienze: capace di includere i singoli come i collettivi, di intrecciarsi con altre reti e percorsi, di ridurre le distanze e la frammentazione, di far viaggiare i contenuti e le pratiche riproducibili dentro e fuori i confini dello stato -nazione, dentro e oltre quella giornata.

Stati generali della precarietà
Bologna 25 settembre 2011

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Cronache dalla crisi

Buona adesione nelle fabbriche e cortei riusciti. Il sindacato di Epifani parla di un milione nelle piazze italiane - ma mancavano Torino, Firenze e Genova - ma al di là dei numeri si tratta di una giornata riuscita. Che risente del clima di Pomigliano ma che la Cgil cercherà di utilizzare per riaprire la concertazione

Salvatore Cannavò

C'è l'eco della battaglia di Pomigliano dietro la riuscita dello sciopero generale della Cgil contro la manovra Tremonti. Lo sciopero infatti è riuscito, le manifestazioni anche con la Cgil che parla di un milione di persone in piazza (anche se credibilmente occorre dividere per tre). Che ci sia Pomigliano a dare una mano al sindacato di Epifani, basta guardare a come ha sfilato la Fiom a Napoli, con i suoi lavoratori di Pomigliano in testa, applauditi dai lati del corteo quasi fossero eroi tornati da una dura guerra. Bene anche a Bologna, con un corteo riuscito, le fabbriche ferme e un comizio finale in cui dalla Camusso i lavoratori si aspettavano un po' di più. A Milano, invece, è sceso in piazza anche il segretario del Pd, Bersani, che prosegue nella strategia dell'attenzione verso gli operai e che batte sul versante del mondo leghista. A Milano si è svolto anche il corteo della Cub - 10 mila secondo gli organizzatori, anche qui è bene dividere per tre - mentre al termine dei vari cortei, su iniziative delle fabbriche in lotta, a cominciare dalla Maflow, si formato un corteo di circa un migliaio di persone che si è diretto fino alla sede dell'Assolombarda. «Un modo per rimarcare in piazza - dice Gigi Malabarba - l'importanza di costruire un movimento autorganizzato e unitario allo stesso tempo».
La Fiom, oltre a punteggiare i vari cortei Cgil ha scelto di dare importanza alla città dell'Aquila, dove ha parlato Maurizio Landini. «La battaglia per la dignità dei lavoratori di Pomigliano è analoga alla richiesta di dignità dei cittadini di questa città» ha detto per poi chiedere alla Cgil, a maggior ragione dopo questo sciopero, una seria battaglia in difesa del contratto nazionale.
La Cgil, che esce rafforzata da questa giornata, utilizzerà molto probabilmente lo sciopero per uscire dall'angolo in cui l'hanno lasciata governo, Confindustria, Cisl e Uil che è la strategia uscita dal congresso. Del resto, sulla manovra la Cgil non ha posizioni particolarmente radicali. Nelle parole d'ordine dello sciopero, ad esempio, la richiesta di ritirare il congelamento degli stipendi pubblici non c'è. La Cgil non nega la necessità di riequilibrare i conti o di fare i sacrifici; solo che chiede che i sacrifici li facciano tutti in egual modo. Per questo Camusso ha oggi rilanciato la tassa delle rendite finanziarie al 20% e l'innalzamento dell'aliquota Irpef di due punti per i redditi superiori ai 150 mila euro. Più netta è la contrarietà sul Collegato lavoro e sulla riforma dello Statuto dei lavoratori.
Ovviamente, dal governo viene una chiusura totale. Il ministero della Funzione pubblica parla di un'adesione allo sciopero pari al 2,28%, cioè al limite del ridicolo. La Cgil proverà a rientrare nel gioco della triangolazione sindacale, spingendo perché si riapra la concertazione ma al momento non trova sponde. Anche dal modo in cui si snoderà la vertenza su Pomigliano si capirà se questa strategia trova interlocutori e sponde o se invece è destinata a naufragare.

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Cronache dalla crisi

Uno sciopero generale indetto con modalità discutibili (solo 4 ore di astensione dal lavoro e manifestazioni provinciali), ha raccolto risultati importanti di adesione. Ma la piattaforma su cui lo sciopero è stato convocato mostra tutte le sue inadeguatezze e una vera battaglia è ancora tutta da fare. Anche contro Cisl e Uil

Andrea Martini

Oggi si è svolto lo sciopero generale nazionale della Cgil. Il primo sciopero generale dopo esattamente 15 mesi dall'ultimo, svoltosi il 12 dicembre del 2008. Per tutto il 2009, l'anno della crisi, l'anno della chiusura delle fabbriche, l'anno degli operai sui tetti a manifestare con modalità di lotta inusuali la loro disperazione di fronte alla gestione padronale della recessione, nessuna scadenza di mobilitazione generale è stata indetta dalla Cgil, il sindacato che ancora si vanta (e a ragione, stando alle cifre, perlomeno ufficiali, del tesseramento) di essere il più grande d'Italia e tra i più grandi del mondo.
Questo nonostante a più riprese la minoranza interna “La CGIL che vogliamo” avesse tentato di mettere ai voti nel direttivo nazionale la proposta di indire uno sciopero generale, in particolare al momento della legge finanziaria, proposte tutte bloccate da Epifani e dai suoi. Durante tutto l'anno passato solo due grandi manifestazioni, ad aprile e a novembre, senza sciopero, come pura testimonianza di esistenza in vita, per rivendicare, peraltro senza convinzione, un tavolo di “concertazione”.
Nel frattempo, appunto, la crisi e l’offensiva padronale trituravano i posti di lavoro, centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori sono stati ridotti a sopravvivere con misere indennità di cassa integrazione, di mobilità o di disoccupazione, quando non sono stati semplicemente gettati sul lastrico.
I redditi da lavoro o da pensione sono stati falcidiati dalle tasse e dall'aumento dei prezzi, mentre gli evasori grandi e piccoli hanno continuato ad essere premiati con condoni e scudi fiscali. La precarietà si è pesantemente aggravata. Molti precari sono stati licenziati e ora lavorano al nero e ancor più sottopagati.
Le migranti e i migranti, con il ricatto della clandestinità, sono costretti ad accettare qualunque sopraffazione. Il razzismo è giunto all’organizzazione di veri e propri pogrom, con la copertura istituzionale, come a Rosarno.
Nel frattempo, lo stato sociale viene distrutto, con i tagli selvaggi alla sanità, alla scuola, con la privatizzazione di tutto ciò che ancora ha una qualche parvenza di pubblico, come l'acqua.
I diritti conquistati in decenni di lotta vengono annullati. Le nuove generazioni vengono messe a confronto con una società nella quale si afferma brutalmente la legge del più forte. La legge approvata pochi giorni fa dal parlamento, nel silenzio generale, mentre i mass media sono tutti concentrati sulle elezioni regionali e sulla contesa sulle liste, punta a vanificare l'articolo 18 della legge 300 e a imporre contratti individuali, sottratti alla competenza della magistratura e alle regole universali dei contratti collettivi.
In un quadro come questo, che ha poco da invidiare alla drammatica situazione greca, ci si sarebbe aspettati una impennata della conflittualità, ma così non è stato. Questo sciopero generale, indetto con modalità discutibili (solo 4 ore di astensione dal lavoro e manifestazioni provinciali), dalle prime notizie sembra comunque aver raccolto risultati importanti di adesione, seppure molto poco omogenei. Anche le cento manifestazioni sono state discretamente affollate, con alcune centinaia di migliaia di partecipanti.
Le lavoratrici e i lavoratori hanno scioperato e partecipato ai cortei proprio per dare voce alla sofferenza sociale. Ma la piattaforma su cui lo sciopero è stato convocato mostra tutte le sue inadeguatezze, incentrata com’è sulla pura estensione degli ammortizzatori sociali, sulla riduzione della pressione fiscale sui salari e sulle pensioni, oltre che sull’importante rivendicazione dell’abolizione del reato di clandestinità per i migranti “irregolari”.
Non una parola sulle responsabilità della Confindustria, sulla complicità di Cisl e Uil con padroni e governo (peraltro riconfermata in modo provocatorio proprio l’altro ieri con la firma di un “avviso comune” senza la Cgil sull’arbitrato).
Epifani ha rifiutato di estendere la piattaforma alla contestazione della legge sull’arbitrato, limitandosi a fare accenni tardivi e in sordina sul tema, comunque molto preso di mira dai cartelli dei manifestanti.
Dopo questo sciopero i problemi restano tutti e intatti. Ma il successo dell’iniziativa dovrebbe consentire di affrontare le prossime necessarie iniziative con più coraggio.

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Cronache dalla crisi

Lo sciopero greco paralizza il paese e i manifestanti scendonno in piazza al grido "La crisi non la paghiamo". Ancora una prova di forza contro il governo socialista che vuole risanare il bilancio scaricando i costi sui lavoratori. Nel referendum islandese passa invece l'ipotesi di non pagare i debiti pregressi. L'Europa ha qualche problema.

di Antonio Moscato

Non tutto va male al mondo: l’Islanda ci ha dato una bella lezione, grazie a una svista dei suoi governanti. Invece di far votare su cose contorte e lontane dalla gente, hanno ammesso un referendum che poneva ai cittadini una questione elementare: dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci?
“Solo” il 93% si è espresso nettamente per il rifiuto di pagare, mentre ha votato Si solo l'1,7 % degli elettori (il resto delle schede sono state annullate o erano bianche). L’effetto di un voto così massiccio è stato sorprendente: il referendum è servito a spingere Gran Bretagna e Olanda a fare subito offerte migliori all'Islanda, e i negoziati dunque continueranno. La rabbia della gente per il modo in cui banchieri, speculatori e un capitalismo senza regole hanno messo in pericolo e poi messo in ginocchio un intero paese, è stata tale che il presidente della repubblica islandese, Olaf Ragnar Grimsson, è stato il primo a dire di no alla proposta di legge sul rimborso e, a differenza di quel che fa il nostro Presidente, si è rifiutato di firmarla, diventando il portavoce del diffuso malcontento popolare, espresso con cartelli con slogan come "salviamo il paese, non le banche" e "no al capitalismo strozzino". Mandare le cannoniere in Islanda in questa situazione era pericoloso, avrebbe voluto dire attirare di più l’attenzione su questo piccolo paese che ha riscoperto la capacità di dire No a un’ingiustizia.
Ma anche la Grecia ci sembra da imitare: anche se il vecchio partito comunista si è assurdamente astenuto in Parlamento sulle misure che tagliano pensioni e salari e che aumentano l’Iva, classica tassa sui poveri, la maggior parte della popolazione, compresi i militanti di quel partito comunista così cauto, si è scatenata contro i palazzi del potere politico ed economico. I metodi duri servono sempre: poche settimane fa in Germania uno sciopero della Lufthansa, annunciato come sciopero totale di quattro giorni, quindi in grado di paralizzare il paese, ha avuto un tale successo, che ha spinto l’azienda e il governo a cambiare atteggiamento prima della fine del primo giorno di lotta, accettando di riaprire la trattativa. Così si fanno gli scioperi, non con le fermate simboliche che portano danno alle tasche dei lavoratori in lotta senza colpire la controparte!
In Grecia gli striscioni che hanno aperto le manifestazioni dicevano: Non paghiamo! Alludono ai giganteschi prestiti concessi dall’Europa per pagare gli interessi dei prestiti precedenti. Il bilancio pubblico è pieno di buchi, e il governo deve pagare 13 miliardi di euro solo di interessi, e le banche si aspettano altri 13 miliardi come “rendita di capitali”. Un totale di 26 miliardi che è una provocazione: esattamente la stessa cifra del bilancio per salari e pensioni del pubblico impiego… Le banche greche hanno profitti alle stelle, mentre si tagliano pensioni e stipendi. E non sono solo le banche a ingrassare a spese dello Stato: Il ministro delle finanze Giorgos Papakonstantinou si lamenta che i greci non pagano abbastanza tasse, ma questo corrisponde a una scelta dei governi, di destra e di sinistra. Le imposte dirette in Grecia rappresentano un misero 7,7% del Pil, contro una media del 13% in Europa. Papandreou e Papakonstantinou dicono che vogliono combattere l’evasione illegale, ma in Grecia il maggior problema è l’evasione “legale”: ad esempio gli armatori, che sono tra i più ricchi del mondo, sono esentati dalle imposte, con una legge del 1967 (fatta quindi sotto la dittatura militare) che tuttavia è stata accettata da tutti i governi successivi, e inserita perfino nella costituzione.
Ma tutte le grandi imprese pagano pochissimo: i profitti delle banche ad esempio sono stati gravati da un’imposta del 7%, mentre per lavoratori e pensionati si può arrivare anche al 40%, e un lavoratore che guadagna 30.000 euro lorde all’anno, ha già un’imposta di 4.500 euro, pari al 15%. Per questo i greci sono furiosi.
Tante tasse per giunta non garantiscono servizi decenti: gli ospedali pubblici sono senza medici e infermieri, le strade dissestate, le scuole allo sfascio (come in Italia): cosa può tagliare ancora il governo, per ascoltare i consigli di Angela Merkel?
E la rabbia aumenta perché il paese è tartassato dalla corruzione, dal nepotismo, e ogni tanto (poco, come in Italia, ma basta per capire) vengono fuori affari miliardari. Uno ha coinvolto la Siemens, che aveva pagato somme enormi per avere appalti dal governo. Il suo dirigente greco, Michael Christoforakos, se ne è scappato indisturbato in Germania, dove circola tranquillamente. Per questo oggi la parola d’ordine più sentita è “Non paghiamo!”

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In movimento

Iniziative in più di sessanta città, con modalità diverse. Da semplici presidi antirazzisti a scioperi nelle aziende, nelle cooperative, nei cantieri con cortei che hanno visto come protagonisti migliaia di migranti. Una giornata importante che può aprire un nuovo percorso per il moderno proletariato

di Felice Mometti

Iniziative in più di sessanta città, con modalità diverse. Da semplici presidi antirazzisti a scioperi nelle aziende, nelle cooperative, nei cantieri con cortei che hanno visto come protagonisti migliaia di migranti. Studenti migranti di seconda generazione scesi per le strade e nelle piazze decisi a non subire più discriminazioni. Questo è stato il 1° marzo in Italia. La crisi e il razzismo sono stati al centro di tutte le mobilitazioni. Una crisi che si vuol far pagare soprattutto ai migranti con il ritorno nella “clandestinità” , frammentando ancor di più il mercato del lavoro, per incrementare i tassi di sfruttamento. Non c’è nessuno che più dei migranti conosce il vero significato della precarietà. Che vive sulla propria pelle quella purtroppo modernissima condizione che ricombina continuamente la precarietà esistenziale, con quella sociale e lavorativa. Dove la flessibilità significa solo precarietà e la cittadinanza presuppone l’assoggettamento. E’ per questa loro specifica collocazione nel sistema produttivo, nella società - al tempo della crisi - che i migranti rivestono un ruolo importante per comprendere i comportamenti, le lotte della nuova composizione di classe. Una classe che non esiste a priori, come un qualcosa di già dato che dev’essere solo organizzato, ma che si manifesta nei momenti del conflitto, della mobilitazione. Dunque una classe da attraversare, da esserne coinvolti proponendo quelle forme di autorganizzazione che hanno un senso solo se producono soggettività, alimentano le contraddizioni, mettono in crisi gli attuali sistemi di rappresentanza. I migranti sono a tutti gli effetti tra i soggetti centrali di questo processo.
Il percorso che ha portato al primo marzo, al “giorno senza di noi” è stato difficile e piuttosto accidentato. I tentativi di sminuirlo, depotenziarlo sono iniziati quasi subito. Sono stati prefigurati scenari dai tratti inquietanti: si dividono i lavoratori, è uno sciopero etnico, virtuale, non si deve fare ora ma tra otto mesi. Come se avessimo di fronte una classe operaia italiana ( bianca?) compatta e coesa che esprime lotte e mobilitazioni ed è minacciata dai comportamenti dei lavoratori migranti (tutti della stessa etnia?). Oppure, ma non cambia di molto, facendo leva sull’auspicio, che progressivamente diventa un ostacolo, di costruire prima l’unità dei lavoratori migranti e nativi e poi mettere in capo conflitti e mobilitazioni. Si deve purtroppo registrare che in questa occasione le sinistre sindacali, confederali e di base, con l’eccezione in alcune province, sono state prigioniere di questi ragionamenti. Gli altri sindacati o settori sindacali hanno fatto semplicemente il loro mestiere: i migranti non devono diventare soggetti sociali protagonisti del proprio destino, devono restare essenzialmente dei “fruitori di servizi” che tuttal’più fanno vertenze individuali. Un discorso analogo si potrebbe fare con quell’associazionismo antirazzista rimasto imbrigliato in logiche solidaristiche che non vanno oltre l’evocazione astratta dei diritti e di un’improbabile integrazione.
Invece il primo marzo è importante perché può aprire un nuovo percorso fatto di anticipazioni, di esperienze, di aspirazioni che stanno attraversando il moderno proletariato. Non si ricompone alcunché con le somme aritmetiche, con le mere sommatorie di classe, genere e razza. Sono le soggettività attive del lavoro vivo contemporaneo che possono aprire un nuovo spazio per la ricostruzione delle relazioni di classe e del conflitto.

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Cronache dalla crisi

Grande corteo della Sardegna, il più grande della sua storia con gli operai Alcoa in prima fila uniti in un solo grido: "Noi non molleremo mai"

da ilminuto.info

(IlMinuto) – Cagliari, 5 febbraio - La "vertenza Sardegna" è scesa in piazza. Sono state circa 50mila le persone che hanno partecipato a Cagliari alla manifestazione - la più grande nella storia dell'autonomia - indetta da Cgil, Cisl e Uil in occasione dello sciopero generale regionale. Non solo l'emergenza Alcoa, ma l'Isola ha portato in strada tutta la sua rabbia e tutti i suoi conflitti sociali: dai precari della scuola e della pubblica amministrazione, agli operai della Vinyls di Porto Torres, agli studenti, ai giovani che non hanno mai avuto un lavoro. La crisi sta devastando l'economia dell'intera Isola. Un dato basta a rendere l'idea: nel solo Sulcis il numero di operai che percepiscono ammortizzatori sociali ha da poco superato il numero degli attivi. E alla sopravvivenza della Alcoa sono legati 2mila posti di lavoro della filiera dell'alluminio. Dal palco in piazza Yenne Susanna Camusso della Cgil ha ribadito il no alla cassa integrazione per gli operai di Portovesme, decisi a "non mollare mai"." Gli impianti devono rimanere in marcia - ha detto - anche a costo di commissariare o requisire l'azienda". Sono state numerose le adesioni al corteo, che ha visto la partecipazione di uno spezzone indipendentista organizzato da Ampi e Sni. I Cobas della scuola hanno diffuso una nota critica. "Ci piacerebbe comprendere - hanno scritto - perché si decide di manifestare tutti insiemeappassionatamente con i padroni di Confindustria, con i vertici della Chiesa e non si sente neanche l'esigenza di ragionare e di interloquire con tutte le organizzazioni che lottano veramente contro la svendita e l'umiliazione della nostra terra". La Federazione della Sinistra ha invitato alle dimissioni la Giunta Cappellacci. "Non accettiamo - hanno scritto Fresu e Giorgi - che le vittime di questo massacro sociale possano sfilare con i carnefici".

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Cronache dalla crisi

Noi migranti e italiani, uomini e donne appartenenti ai coordinamenti, collettivi e reti di Bari, Bologna, Brescia, Mantova e basso mantovano, Milano, Padova, Roma, Torino sosteniamo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che in Francia preparano allo sciopero dei migranti del prossimo primo marzo.

Noi migranti e italiani, uomini e donne appartenenti ai coordinamenti, collettivi e reti di Bari, Bologna, Brescia, Mantova e basso mantovano, Milano, Padova, Roma, Torino sosteniamo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che in Francia preparano allo sciopero dei migranti del prossimo primo marzo. Dopo la storica esperienza statunitense della “giornata senza immigrati” del primo maggio 2006, la centralità del lavoro migrante si afferma prepotentemente in Europa.
Tutti noi sappiamo che oggi, mentre la crisi produce povertà e precarietà e fa dei migranti una forza lavoro da usare o espellere, e mentre allo stesso tempo i dati indicano nei migranti una componente fondamentale dell’economia del nostro paese, uno sciopero del lavoro migrante, sostenuto dai lavoratori e dalle lavoratrici italiani, rappresenterebbe la risposta politica più adeguata contro la precarizzazione e contro il razzismo. Pensiamo che lo sciopero dei migranti debba essere costruito insieme ai lavoratori francesi perché la situazione del lavoro migrante è simile in tutta Europa. Occorre gridare forte la nostra opposizione alle forme di mobilità sempre più costrette a cui l'Unione europea vorrebbe costringerci attraverso agenzie di reclutamento, faccendieri di ogni specie, imprese di appalto che muovono a loro piacimento pacchetti di lavoratori tra le frontiere. Si vorrebbero migrazioni ordinate e migranti ordinati sulla base delle variabili esigenze produttive.
Alcuni di noi all’interno dell’esperienza del Tavolo Migranti hanno già contribuito a organizzare sostenere lo sciopero del lavoro migrante che il 15 maggio 2002 ha coinvolto l’intero distretto industriale di Vicenza, e che ha segnato uno dei momenti più alti della lotta dei migranti in Italia e in Europa. In questi anni, abbiamo sostenuto la proposta politica dello sciopero del lavoro migrante contro il razzismo e la legge Bossi-Fini all’interno dei percorsi che hanno portato alla grande MayDay del 1° maggio 2008, alla manifestazione nazionale di Milano “Da che parte stare” del 23 giugno 2009 e a quella di Roma dello scorso 17 ottobre.
Sappiamo perciò quanto è difficile e quanto è importante uno sciopero dei migranti e delle migranti. Sappiamo quanta speranza produce e quanti lo dichiarano preventivamente impossibile, pericoloso o persino dannoso. Sappiamo che questo vuol dire tentare percorsi nuovi, in grado di superare diffidenze, divisioni tra migranti e italiani, così come sterili contrapposizioni tra schieramenti. Sappiamo che non basta dichiararlo, ma che bisogna organizzarlo. Consapevoli di tutte queste difficoltà, ma con tutta l’ostinazione che la situazione presente ci impone, noi sosteniamo da oggi una campagna politica per l’organizzazione anche in Italia dello sciopero delle migranti e dei migranti. Per combattere la legge Bossi-Fini, il “Pacchetto Sicurezza”, il razzismo istituzionale che dal Ministero degli interni si diffonde nelle grandi città e nei più piccoli comuni di provincia, le denunce, gli appelli e la solidarietà non sono più sufficienti. Bisogna avere il coraggio di considerare i migranti protagonisti delle loro vite e non solo del loro lavoro. È il momento di osare lo sciopero del lavoro migrante!
Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia
per adesioni : coordinamentosciopero@gmail.com

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Cronache dalla crisi

La Cub Informazione e lo Slai Cobas sostengono lo sciopero di tutti i lavoratori e le lavoratrici del gruppo Mediaset. Dietro la vertenza in forse la dismissione di Videotime o di molte parti della stessa Mediaset azienda il cui fatturato è in costante crescita

La CUB Informazione e lo SLAI Cobas sostengono lo sciopero di tutti i lavoratori e le lavoratrici del gruppo Mediaset a livello nazionale ed invitano i lavoratori e lavoratrici a partecipare alla mobilitazione .
Da tempo sosteniamo che oscure manovre si agitavano alle spalle dei lavoratori. Il rinvio del rinnovo del contratto integrativo è stato un chiaro segnale delle intenzioni di questa azienda.
La cessione del settore trucco, acconciature e sartoria ad una società esterna è solo il primo tassello di un domino che vedrà cadere uno dopo l’altro interi settori produttivi? Alla luce di questi avvenimenti dobbiamo chiederci se l’obbiettivo dell’azienda sia la dismissione di Videotime? O di molte parti di Mediaset?
La cessione di rami d’azienda da parte del principale gruppo televisivo privato che fa capo al Presidente del Consiglio non trova ragione in un reale stato di crisi ma in una scelta politica. Mediaset non è una azienda in crisi, se è vero che gli incassi pubblicitari sono rimasti stabili nel 2008 il fatturato ha continuato a crescere con un aumento del 4,2 %. La stessa Mediobanca prevede un aumento del titolo per il 2010. Dunque la scelta è quella, tutta politica, di fare di questo paese una Repubblica non più fondata sul lavoro. Un paese in cui vada definitivamente a sparire il lavoro a tempo indeterminato, il “lavoro fisso”, la garanzia del futuro e della pensione, per lasciare posto alla totale deregolamentazione, al lavoro precario e nero. Questo il segnale che viene da Mediaset a tutti gli imprenditori del paese. Non sappiamo se l’obbiettivo finale è quello di vendere (forse già hanno venduto) Videotime o l’intero gruppo Mediaset, certo è che i segnali sono preoccupanti e che la dismissione del settore trucco, acconciature e sartoria potrebbe essere solo il primo tassello di un domino che travolgerà intere professioni, posti di lavoro, famiglie. Per questo cercheremo di fare argine ad una simile catastrofica deriva che travolgerà non solo i dipendenti Mediaset, non solo tutti i lavoratori dell’indotto che già oggi operano in condizioni da paese incivile, ma darà il via libera alla distruzione sistematica di qualsiasi garanzia occupazionale.
Lo sciopero del 10 e 11 gennaio è solo la prima risposta di protesta a cui seguiranno altre giornate di lotta che cercheremo di organizzare allargando la partecipazione a tutta la categoria dei lavoratori del Broadcast.
CUB Informazione
SLAI Cobas

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