Per il 20 maggio, anniversario dello Statuto dei lavoratori, è stato lanciato un appello dalle Rsu di Maflow e Mangiarotti, sostenuto dal coordinamento "Uniti contro la crisi" per convergere davanti alla sede della Regione per una giornata di lotta a sostegno delle vertenze in corso. Ma le mobilitazioni iniziano oggi con i sigilli alla Maflow
La settimana che si apre avrà un significato molto importante per le vertenze del lavoro ancora aperte a Milano. Attorno a una data simbolica, il 20 maggio – 40° anniversario dell’approvazione dello Statuto dei lavoratori e anche convocazione in Grecia del 4° sciopero generale consecutivo contro il ‘piano anticrisi’ del governo – si daranno appuntamento davanti alla sede della Regione Lombardia i lavoratori e le lavoratrici delle fabbriche in lotta di Milano.
Da lunedì 17 maggio, infatti, i lavoratori e le lavoratrici della Maflow di Trezzano sul Naviglio sigilleranno i cancelli dello stabilimento e trasferiranno il presidio-occupazione giorno e notte davanti al Pirellone per tutta la settimana, dopo la verifica negativa dell’esito dell’asta pubblica per la vendita del gruppo: nessun acquirente significativo ha fatto proposte di piano industriale per l’occupazione degli attuali 330 dipendenti, mentre la politica istituzionale – dal Ministero dello sviluppo economico alla Regione Lombardia, unitamente ai tre commissari della gestione straordinaria – sta semplicemente accompagnando alla chiusura la fabbrica.
Ed è però intorno alla mobilitazione ininterrotta da ormai cinque mesi della Maflow che anche le altre aziende in crisi convergeranno. Prima l’Agile ex Eutelia di Pregnana Milanese, i cui lavoratori da otto mesi senza stipendio hanno ottenuto che il tribunale di Milano dichiarasse il fallimento della società Libeccio, capofila della piramide che porta fino a Eutelia: solo così potranno almeno recuperare i 40 milioni di euro di Tfr spariti nelle scatole vuote della società.
Poi la Mangiarotti Nuclear, ex Ansaldo, il cui stabilimento vogliono smantellare per ragioni speculative sull’area (di proprietà Camozzi, il "salvatore" dell’Innse), mentre la produzione in espansione (centrali nucleari) verrà trasferita a Monfalcone, dove nei giorni scorsi gli operai di Sesto San Giovanni hanno manifestato in massa prima davanti alla sede della Regione (Friulia è la finanziaria che "accompagna" questa operazione) e poi di fronte ai nuovi capannoni in allestimento a fianco degli storici Cantieri Navali. Così sarà martedì per i lavoratori della Novaceta di Magenta, anch’essi in presidio permanente da dicembre contro un accordo di Cigs a perdere firmato due anni fa dalla Fulc.
Per giovedì 20 è stato lanciato un appello dalle Rsu di Maflow e Mangiarotti, sostenuto dal coordinamento "Uniti contro la crisi" e rivolto a tutti i delegati e lavoratori e lavoratrici milanesi perché convergano davanti al Pirellone, anche con fermate produttive, per una giornata di lotta a sostegno delle vertenze in corso, ma anche contro il collegato lavoro e il cosiddetto "statuto dei lavori", con cui il ministro Sacconi vorrebbe demolire lo Statuto conquistato appunto con le lotte del biennio rosso ’68-’69.
In quell’occasione prenderà la parola alla manifestazione la compagna Eleni Lalau, dirigente dell’Okde greca, per rilanciare l’appello del movimento politico e sindacale di quel paese a tutti i lavoratori e le lavoratrici d’Europa perché si arrivi a una lotta comune contro i piani di austerità e di macelleria sociale decisi dall’Unione europea e dal Fmi. Eleni Lalau parteciperà alla sera all’incontro promosso da Sinistra Critica di Milano “Una tragedia non solo greca: il capitalismo”.
Tre quarti degli studenti milanesi, già una decina d’anni fa, risposero a un sondaggio che Piazza Fontana fu opera delle Brigate rosse. Anche i loro padri, probabilmente, non avrebbero saputo ricordare meglio.
Tre quarti degli studenti milanesi, già una decina d’anni fa, risposero a un sondaggio che Piazza Fontana fu opera delle Brigate rosse. Anche i loro padri, probabilmente, non avrebbero saputo ricordare meglio. Ovvio che nel 2005, il 3 maggio, quando la Cassazione mise la parola fine confermando le assoluzioni dei neofascisti non ci fu alcuna sollevazione di piazza. Se un effetto è stato ottenuto dalla strategia della tensione è proprio l’interiorizzazione da parte di settori di massa dell’impotenza di fronte allo stragismo, della connivenza tra fascisti e polizie, dell’inestricabilità di vicende come quella che, alle 16.37 del 12 dicembre ’69, vide la morte di 17 persone, il ferimento di altre 80, nello scoppio di una bomba nel salone della Banca nazionale dell’Agricoltura. Seguirono depistaggi e altre violenze di Stato. La polizia si fiondò sulla pista anarchica. Dal quarto piano della questura, tre giorni dopo, precipitò un anarchico, Giuseppe Pinelli. Sia la strage, sia l’omicidio resteranno sostanzialmente impuniti segnando però la capacità del movimento di massa di costruire una controinchiesta che rivelerà la consistenza di una pista nera le cui tracce verranno riscontrate in altri episodi a Brescia, Bologna ecc…
«Piazza Fontana non è una storia: è un groviglio inestricabile di storie, un intreccio informe e debordante di uomini e cose», scrive Aldo Giannuli, consulente di procure a Bari e Milano, Pavia e Brescia, Roma e Palermo, esperto di stragi. In quel groviglio di storie cerca di fornire strumenti utili una graphic novel. “Piazza Fontana” (Becco giallo, 16 euro, pagg. 192), disegnata dal torinese Matteo Fenoglio, 32 anni, e scritta da Francesco Barilli, per tutti Baro. Mediattivista lodigiano, 44 anni, Baro è attivo con Haidi Giuliani e Gigi Malabarba, tra gli altri nella tessitura delle “reti-meno-invisibili” (www.reti-invisibili.net) che dovevano connettere parenti di vittime di mafia, Stato, fascisti e polizie. Operazione riuscita solo in parte. Qualcuno ebbe a dire che il suo parente stava solo aspettando un treno o un aereo mentre i parenti di qualcun altro magari se la sono cercata sfidando le guardie in una piazza. Restano il sito, prezioso per la memoria, e un bisogno di rete nel “Paese dei Comitati” (definizione del presidente dei familiari delle vittime della strage di Brescia) ancora inevaso. Barilli e Fenoglio innestano la passione civile della controinchiesta (si veda il volume collettivo La strage di Stato) sulla capacità evocativa di un romanzo grafico, la nuova frontiera del fumetto. Tavole in bianco e nero, personalissimo stile di “linea chiara”, riferimenti letterari possenti a sorreggere l’impalcatura del romanzo costruito sulla mole di carte prodotte dai vari processi e dall’incessante scavo di memoria di Barilli (autore con Dario Rossi e il rubrichista di una rilettura della requisitoria del processo Diaz da poco uscita per le edizioni Alegre). A corredo delle tavole, una cronologia, un’intervista collettiva ad alcuni parenti di vittime, prefazione di Giannuli e postfazione di Fedrico Sinicato, legale di parte civile. Ce n’è sia per dipanare la matassa di processi infiniti e scandalosi, sia per ragionare sulla rimozione della memoria collettiva e sugli effetti della strategia della tensione sulla società odierna. I parenti delle vittime si sono sentiti sempre più soli dopo la «fiammata d’orgoglio dei funerali». Ora hanno messo in piedi un centro studi sulle stragi e girano per le scuole. Magari questo libro li aiuterà. Ma, a pensare che il fumetto sia un modo più celere per informarsi, o un trastullo giovanile, è restato forse solo uno statista del calibro di Gasparri. Il medium s’è affrancato da tempo dal ruolo ancillare cui era stato relegato. E Barilli e Fenoglio sono sulla scia della novelle vague di una letteratura disegnata che produce nuovo immaginario.