Topic “economia”

Capitalismo tossico

Crisi della competizione e modelli alternativi
di:
Marco Bertorello
Danilo Corradi
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Cronache dalla crisi

Il piano da 750 miliardi approvato a Bruxelles ha permesso all'Europa di guadagnare tempo. Ma nel lungo periodo l'unica via d'uscita è una rigida dieta di sacrifici. E' quanto sostiene il Financial Times che la dice com'è e come sarà. In Italia i tagli saranno di 25 miliardi ma forse non basteranno

Gideon Rachman
(dal Financial Times)

Gran parte dell'Europa vive al di sopra dei propri mezzi. Il deficit dei governi è fuori controllo e il debito pubblico continua a salire inesorabilmente. Il piano salvaeuro darà una boccata d'ossigeno agli stati dell'Unione, ma dovrà essere utilizzato per riequilibrare i conti. Altrimenti i mercati torneranno a essere pericolosamente instabili. Sfortunatamente i politici e i cittadini d'Europa sembrano assolutamente impreparati ad affrontare il periodo d'austerity che li aspetta.

Qualche tempo fa pensavo sul serio che l'Europa ce l'avesse fatta. Che importava se gli Stati Uniti erano una superpotenza militare e la Cina una superpotenza economica? L'Europa era la superpotenza dello stile di vita. E pazienza se erano passati i tempi in cui gli imperi del vecchio continente dominavano la terra. Andava bene lo stesso, anzi benissimo. L'Europa aveva le città più belle, il cibo e il vino migliori, la storia culturale più ricca, le vacanze più lunghe e le squadre di calcio più forti. La vita per l'europeo medio non era mai stata più comoda di così. Sembrava un piano geniale. Con un solo, grosso problema: l'Europa non poteva non può permettersi la sua pensione di lusso.

La crisi greca, sfortunatamente, non è altro che la manifestazione estrema di un problema più ampio. Un problema di tutta Europa. Per mesi gli investitori hanno osservato con preoccupazione l'indebitamento di Spagna, Irlanda e Portogallo. Ma anche i quattro pilastri dell'Europa - Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia - attraversano un momento di difficoltà. Il debito pubblico dell'Italia è arrivato al 115 per cento del Pil e dovrà calare del venti per cento entro il 2010. In Gran Bretagna il deficit di bilancio è arrivato al 12 per cento del Pil, livello tra i più alti in Europa. George Osborne, che con ogni probabilità sarà il cancelliere dello scacchiere del prossimo governo, ha definito le previsioni ufficiali per l'economia britannica "un'opera di finzione". Il governo francese non ha prodotto un singolo bilancio in pareggio negli ultimi trent'anni. Per quanto riguarda la Germania, poi, c'è un motivo dietro all'ostilità verso l'idea degli aiuti alla Grecia: i tedeschi sanno benissimo che sarà difficile far quadrare i propri, di conti.

Sacrifici oggi o fallimento domani

Lettonia e Irlanda hanno già ingoiato il boccone amaro dell'austerity, affrontando pesanti tagli di pensioni e salari. Ma irlandesi e lettoni hanno ancora viva nella memoria la povertà del passato e il boom insostenibile che ne è seguito. Sapevano e sanno benissimo che gli ultimi anni di pacchia non potevano durare.

Come dimostra la rivolta di Atene, non tutti gli europei sono pronti a sopportare stoicamente le difficoltà legate alla crisi. I cittadini d'Europa considerano il pensionamento anticipato, l'assistenza sanitaria gratuita e i generosi sussidi di disoccupazione altrettanti diritti fondamentali e intoccabili. Da molto tempo nessuno si chiede chi è che paga per i privilegi dell'Europa. Proprio la confusione tra diritti e privilegi complica parecchio l'attuazione delle riforme. Basta guardare alle ultime elezioni in Gran Bretagna per capire che i politici sono in grande difficoltà quando devono confrontarsi con gli elettori e parlare delle dure scelte che bisognerà fare in futuro.

Se gli europei non accetteranno l'austerity oggi, domani potrebbero avere a che fare con qualcosa di molto peggio, come il collasso bancario o l'insolvenza del debito pubblico. Uno scenario che molti in Europa pensano possa verificarsi solo in America latina. Quando sarà chiaro per tutti che l'Europa mediterranea e anche quella del nord rischiano il completo tracollo finanziario lo shock sarà durissimo.

L'Unione europea ha aumentato le sue dimensioni e il suo potere, ma questo ha generato un pericoloso senso di autocompiacimento. Gli stati del sud e del centro Europa, entrati nell'Unione in un secondo momento, vedono Bruxelles come una polizza assicurativa completa. Dopo l'adesione si sono convinti che non ci sarebbero state mai più guerre, dittature e povertà. Tutti quanti avrebbero potuto vivere la vita comoda e stabile dei francesi e dei tedeschi. Per molti anni ha funzionato. In paesi come Spagna, Grecia e Polonia le condizioni di vita sono migliorate enormemente.

L'assicurazione è scaduta

Ultimamente l'unità dell'Europa è stata venduta come una polizza buona anche per i paesi fondatori dell'Unione. Il presidente francese Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel hanno insistito entrambi sul ruolo "protettivo" dell'Europa unita. L'idea, insomma, era che l'Unione dei 27 fosse grande e solida abbastanza da difendere il modello sociale europeo dai rischi della globalizzazione.

Ad un livello base, in effetti, la Ue ha un ruolo protettivo. Ma se gli europei non hanno più motivo di temere gli eserciti stranieri, oggi devono avere paura dei barbari armati di bond. L'esistenza dell'Europa come "superpotenza dello stile di vita" è dipesa da un'ampia disponibilità di credito. Il piano salvaeuro, in sostanza, non fa che concedere un altro gigantesco credito ai governi che ne avranno bisogno. Nonostante il gran parlare di solidarietà paneuropea, però, la linea intrapresa inasprirà i già difficili rapporti interni alla Ue. In Grecia monta la rabbia per la "perdita della sovranità". In Germania si parla solo del costo degli aiuti agli "smidollati" europei del sud. La settimana scorsa discutevo con un rispettato membro del governo dell'Unione. Mentre parlava delle provocazioni tra greci e tedeschi si portava le mani ai capelli, preoccupato di come la crisi avesse messo i due popoli l'uno contro l'altro. Ha detto che questo è il punto più vicino alla guerra che si può raggiungere nell'Europa moderna. Spero che abbia ragione.

Intanto però è tempo che le persone capiscano che il "progetto Europa" non le proteggerà dal mondo esterno. Le cose possono ancora andare male, malissimo. Anche all'interno del giardino fortificato dell'Unione europea. (as)

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Nota quotidiana

Il Parlamento discute di politica economica ma non se ne accorge nessuno. Tremonti presenta la sua piattaforma di "liberismo statalista assistenziale" un po' sul modello cinese. E rivendica le "riforme" contro il lavoro. Bersani dice cose intelligenti ma non ha nessuna proposta alternativa. Meglio Di Pietro ma sempre dentro le ragioni d'impresa

Salvatore Cannavò

Che ne di te se per qualche minuto usciamo dal terribile teatrino quotidiano della politica italiana per parlare di questioni più concrete e di sostanza? Cioè, di politica economica? Qualcuno potrebbe accusarci di voler parlare d'altro e, a leggere i giornali di oggi, l'argomento rischia di essere elitario. Eppure solo ieri, mercoledì 17 marzo, il Parlamento ha dedicato alla questione più di tre ore di dibattito con la presenza in Aula di tutti i leader, del ministro dell'Economia e, udite udite, anche del presidente del Consiglio che per qualche minuto è riuscito a sopportare l'allergia che nutre per Montecitorio.
Il dibattito era stato chiesto più volte dall'opposizione e in particolare dal segretario del Pd, Bersani, intenzionato a discutere della crisi, «dei problemi veri» come dice lui, piuttosto che di veline, magistrati e intercettazioni. Dal dibattito non è venuto fuori niente di eclatante ma si è discusso, sono state presentate mozioni di indirizzo al governo - 4 dall'opposizione e 2 a sostegno della maggioranza, approvate nel voto finale - i leader hanno parlato tutti e un quadro complessivo alla fine è venuto fuori.
Un quadro non entusiasmante, a dire la verità, perché comunque il dibattito è stato ravvivato più da saltuari riferimenti alle polemiche di giornata - le intercettazioni del presidente del Consiglio - che dall'incisività delle proposte. L'opposizione ha ovviamente accusato il governo di sottovalutare la crisi, di aver ridotto l'Italia in condizioni nemmeno paragonabili ai principali paesi europei e di non aver capacità di guardare al futuro. Il governo, per bocca dello stesso Tremonti, ha ovviamente risposto che invece molto è stato fatto e che l'accusa di «mancanza di coraggio» non va confusa con «l'irresponsabilità» di cui il governo è stato esente. Per motivare la propria azione Tremonti ha fatto l'elenco delle cose fatte. E questo è già interessante per cercare di costruire un'analisi meno episodica e più concreta del profilo economico e sociale del governo. Del perché, ad esempio, per citare Tremonti che cita Epifani «il governo ha avuto la capacità di governare la crisi perdendo poco consenso» (ma si vedrà alle Regionali quanto questa affermazione sia vera).

L'elenco di Tremonti

Il ministro dell'Economia sostiene infatti di aver realizzato «tanto provvedimenti congiunturali quanto provvedimenti strutturali». Per facilitarne la lettura abbiamo evidenziato in nero quelli secondo noi più rilevanti dal punto di vista dell'orientamento politico: «Abbiamo garantito - dice Tremonti - i depositi bancari nel pieno della crisi; abbiamo ammesso l'intervento dello Stato nel capitale delle banche a tutela dei risparmiatori; abbiamo permesso la garanzia dello Stato sulle obbligazioni bancarie; abbiamo emesso e operato strumenti ibridi di patrimonializzazione per 4 miliardi; abbiamo potenziato da 300 milioni a 2 miliardi ed esteso agli artigiani il Fondo centrale di garanzia; abbiamo ampliato l'emissione della Cassa depositi e prestiti, portando ad 8 miliardi il plafond per i finanziamenti a medio e a lungo termine delle piccole e medie imprese; abbiamo incrementato per 18 miliardi le autorizzazioni di cassa per il pagamento dei residui passivi, residui accumulati da chissà chi; abbiamo attivato il fondo di garanzia per le opere pubbliche; abbiamo creato la Cassa depositi e prestiti e Sace e un nuovo sistema di export-banca; abbiamo simulato fino a 8 miliardi la moratoria sui crediti; abbiamo introdotto la carta acquisti; abbiamo potenziato gli ammortizzatori sociali e autorizzato gli ammortizzatori in deroga; abbiamo detassato il salario di produttività; abbiamo ridotto via deduzione fiscale il peso dell'Irap; abbiamo agevolato le ristrutturazioni edilizie; abbiamo eliminato l'Ici prima casa; abbiamo introdotto il bonus per l'acquisto di auto ed altri beni di consumo; abbiamo potenziato il credito di imposta per le spese di ricerca; abbiamo reintrodotto il premio fiscale per le concentrazioni di aumenti di capitale; abbiamo detassato gli utili reinvestiti nei beni strumentali delle imprese e non solo. Provvedimenti strutturali (quelli che si chiamano riforme): abbiamo impostato ed avviato la riforma della pubblica amministrazione, della scuola, dell'università, del lavoro e della previdenza». La non menzione dello "Scudo fiscale" è un chiaro segnale che quell'operazione non è proprio difendibile. E all'elenco di Tremonti è corretto aggiungere invece l'elenco, molto più schematico ma corretto, che, dell'attività di governo, fa Bersani «Di sostanziale, avete fatto una cosa: avete preso soldi dagli investimenti delle regioni e del sud e li avete utilizzati per gli ammortizzatori sociali e per la cassa integrazione». Poi, continua Bersani «avete realizzato quattro o cinque misure grosse. Primo: avete realizzato il megacondono per gli evasori e per gli esportatori di capitali . Secondo: avete previsto un paio, o tre miliardi di euro per Alitalia. Terzo: avete incassato 20 miliardi di euro di IVA in meno in due anni. Quarto: avete aumentato la spesa corrente per beni e servizi della pubblica amministrazione di 12 miliardi di euro in due anni. Quinto: avete tagliato 8 miliardi di euro alla scuola in tre anni». Tremonti poi aggiungerà le cose che intende fare o sta facendo ora: la Banca del Sud, i Fondo italiano di investimenti, il Fondo per l'edilizia privata sociale (per 50mila alloggi in cinque anni) e, infine, la riforma fiscale legata al federalismo fiscale da fare in almeno tre anni.
Da questo quadro emerge un governo che finora si è occupato molto di una sua certa base sociale: i grandi evasori, i risparmiatori forti - quelli che nel termine del suo intervento Tremonti rassicurerà negando qualsiasi nuova tassa sulle rendite - ma anche le banche, le piccole e medie imprese della fascia leghista con tantissimi sgravi, alcuni boiardi di Stato (che ancora esistono sia pure maschierati da manager pubblici) garantiti da un certo attivismo centrale (Cassa Depositi e prestiti, Banca del Sud), la Fiat e le grandi imprese amiche. E poi u generale attacco al mondo del lavoro e ai diritti sociali con le "riforme" Brunetta, Sacconi, Gelmini. Un liberismo statalista, si potrebbe dire, che è più vicino alla Cina che ai paesi occidentali. Sul fronte sociale solo due misure: la carta acquisti (fallita) e la Cassa integrazione. Cioè assistenza senza alcuna lungimiranza. Quindi liberismo di Stato assistenziale. Non sarà scientificamente esatta ma la definizione esprime quanto detto da Tremonti.

E l'opposizione?
L'opposizione ovviamente grida e, per dirla con Bersani, punta a "un'altra Italia". Ma che proposte fa? Per comodità di esposizione abbiamo lasciato da parte Casini e ci siamo concentrati su Idv e Pd. E bene, per quanto riguarda il più grande partito di opposizione, leggendo la sua mozione si scopre che sotto il vestito non c'è niente. Cioè c'è un'indicazione "anticrisi" molto minimalista e per nulla strutturale. Le proposte parlando di "mettere sotto controllo la spesa pubblica", di realizzare "un piano nazionale anti-crisi ad impatto di breve periodo" che viene articolato con: «indennità universale di disoccupazione pari al 60% dell'ultima retribuzione» per chi non ha ammortizzatori; fondo di garanzia per crediti alle piccole imprese; allentamento del patto di stabilità interno a favore dei Comuni. E poi altre cose generiche come: rilanciare competitività del settore agricolo, riforme strutturali in chiave europea, riforma del fisco con l'obiettivo di «semplificare gli adempimenti», «riallocare il carico fiscale» senza dire che rimodulazione di aliquote e quindi di risorse. Fino alla proposta di «dare rapida attuazione alla legge delega sul federalismo fiscale» con un occhio strizzato alla Lega chiamata a gran voce dallo stesso Bersani nel suo intervento. Come si vede nessun intervento strutturale e in particolare nessun riferimento al lavoro, ai lavoratori e alle lavoratrici se non in chiave simbolica. E soprattutto nessuna impostazione alternativa capace di aggredire in profondità la crisi.

Di Pietro fa il radicale

Va meglio nel caso dell'Idv che ha presentato una mozione-fiume, piena di dati analitici e suddivisa, nella parte delle proposte, in una parte più di fondo, una sorta di programma massimo e in proposte immediate per il governo.
Nella mozione di Di Pietro si parla dell'esigenza «di una diversa politica economica» basata soprattutto sul sostegno alla domanda, sulla «modernizzazione ecologica dell'economia», sull'universalizzazione degli ammortizzatori sociali validi per tutti, sulla salvaguardia dell'occupazione. Il lavoro c'è ma appena accennato e l'impianto fondamentale di politica economica assomiglia a un keynesismo moderato molto attento alle ragioni di impresa. Così l'occupazione si salvaguarda «con il ricorso generalizzato ai contratti di solidarietà», cioè riducendo gli stipendi; occorre «prevedere la deduzione graduale del costo del lavoro dall'imponibile Irap», cioè sgravi alle imprese; «accelerare la liberalizzazione dei servizi pubblici locali con l'esclusione del servizio idrico» e in generale «ridurre le barriere a fare imprese in molti comparti aprendo alla concorrenza molti settori dei servizi che ancora mantengono barriere amministrative». Nelle proposte immediate l'Idv propone di «sostenere i redditi da lavoro e da pensione»; raddoppiare la durata della Cassa integrazione da 52 a 104 settimane; portare al 20% la prima aliquota Irpef, ma anche l'aliquota Ires per le imprese e la tassazione delle rendite di attività speculative (quindi non tutte); recuperare le risorse attraverso la lotta all'evasione fiscale e tassazione della speculazione finanziaria. Un po' poco anche se meglio delle proposte Pd.
Questo il quadro ricavato dalla lettura dei documenti ufficiali. Che in genere non godono di grande prestigio e non sono quasi mai letti. Ma è l'unica cosa che abbiamo per cercare di fare un po' di buona analisi politica.

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Cronache dalla crisi

La fiducia spacciata dal governo e Confindustria viene smentita dai dati ufficiali e dalle previsioni più serie. Dalla recessione non si esce per il momento e a pagare sono i salari. Ups dichiara utili in ascesa e taglia 1800 posti di lavoro. Anche negli Usa disoccupazione al 10%

di Gekko

Dicono che la crisi sia finita o che almeno si inizia a vederne l'uscita. Che sia propaganda è visibile negli studi che pubblica lo stesso Sole 24 Ore ma soprattutto lo si evince dai dati nudi e crudi dell'economia reale. Dopo i dati diffusi dall'Inps sulla Cassa Integrazione (straordinaria e in deroga) cresciuta nel 2009 del 311,4% oggi è la volta dei dati sull'occupazione diffusi dall'Istat. Il responso è implacabile; quasi 400.000 posti di lavoro in meno rispetto a un anno fa e un tasso di disoccupazione ai massimi dal 2004. A poco serve sapere che la percentuale di disoccupazione italiana è più bassa di quella europea - 8,3% contro una media Ue del 10 - perché la crescita è comunque rapida e non accenna a fermarsi.
In Italia a novembre - secondo i dati destagionalizzati - lavoravano 22.876.000 persone con un calo di 389.000 unità su novembre 2008 (-1,7%) e di 44.000 unità su ottobre (-0,2%). Le persone in cerca di occupazione hanno superato per il secondo mese consecutivo quota due milioni (2.079.000 a novembre) con un aumento di 30.000 unità su ottobre (+1,5%) e di 313.000 su novembre 2008 (+17,7%). Crescono anche gli inattivi (coloro che tra i 15 e i 64 anni non lavorano e non sono alla ricerca di un impiego) con 11.000 persone in più rispetto a ottobre (+0,1%) e 269.000 rispetto a novembre 2008 (+1,8%). Vola anche la disoccupazione giovanile con un tasso del 26,5% nella fascia tra i 15 e i 24 anni a fronte del 21% medio registrato nella zona euro (-0,1 punti su ottobre e +2,9 punti su novembre 2008). Sono stati soprattutto gli uomini a perdere il posto con 211.000 disoccupati in più a novembre 2009 rispetto allo stesso mese del 2008 (+24%) e 31.000 in più su ottobre (+2,9%). Gli occupati uomini in meno rispetto a novembre 2008 sono 261.000 mentre gli inattivi crescono di 110.000 unità. Tra le donne diminuiscono le occupate (-127.000) e crescono le persone in cerca di lavoro (+103.000) ma soprattutto aumentano le persone che restano fuori dal mercato.
Ai dati europei sono complementari a quelli pubblicati negli Usa che vedono 85mila posti di lavoro persi a dicembre con un tasso di disoccupazione giunto ormai al 10%, limite non raggiunto negli ultimi venti anni. La notizia ha avuto immediate ripercussioni su Wall Street con la reazione negativa della Borsa statunitense.
Come dicevamo, mentre il governo cerca di far passare l'idea della ripresa dietro l'angolo, con l'avallo di Confindustria, i Centri studi la pensano diversamente. Ad esempio, secondo i principali istituti congiunturali europei, il tedesco Ifo, il francese Insee e l'italiano Isae, se la recessione nell'area dell'euro sembra essersi conclusa il Pil reale nel terzo trimestre è cresciuto dello 0,4% dopo un calo dello 0,1%. Tuttavia, le prospettive economiche rimangono poco brillanti e si prevede che il Pil cresca dello 0,3% nel quarto trimestre 2009 e dello 0,2% sia nel primo che nel secondo trimestre 2010. In particolare, l'esaurirsi degli stimoli fiscali nei prossimi trimestri e il marcato deterioramento del mercato del lavoro penalizzerebbero la crescita. Finora hanno pesato le forti iniezioni finanziarie prodotte dai vari governi ma d'ora in avanti peserà negativamente la riduzione del potere d'acquisto dei salari.
Non sembrano preoccuparsene multinazionali come la Ups che proprio oggi ha alzato le proprie previsioni sugli utili nel quarto trimestre 2008 ma contestualmente ha comunicato un taglio di posti di 1.800 unità. Inutile dire che Wall Street ha festeggiato: il titolo della società cresce di oltre il 5 per cento. Come dice il Sole 24 Ore «gli investitori plaudono all'annuncio sugli utili ma è indubbio che anche la ristrutturazione piace al mercato».
In questo contesto non stupisce il pessimismo diffuso. Secondo un sondaggio Swg realizzato per Confesercenti ci vorranno ancora 6, 12 mesi per uscire dalla crisi economica. Ne è convinto il 31% degli italiani ovvero oltre 15 milioni della popolazione adulta. In particolare il 7% ritiene che per uscire dalla crisi si dovrà «soffrire» ancora per sei mesi, il 24% un poco più prudente, «vede» materializzarsi la ripresa nella seconda metà dell'anno appena iniziato. Ma ci sono anche oltre 18 milioni di persone, vale a dire il 36%, che spostano la ripresa oltre il 2010. Uno su cinque teme che bisognerà aspettare il 2011, mentre la pattuglia dei più pessimisti che è l'11%, sposta la ripresa al 2012.

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Nota quotidiana

Ad Acireale occupato il Comune dai precari, a Forlì un lavoratore di Hera ucciso da un blocco di rifiuti gelato. Intanto è ancora in alto mare la vertenza Dalmine mentre nel Lazio Cgil, Cisl e Uil scrivono ad Alemanno e Zingaretti per chiedere la convocazione di consigli straordinari contro la crisi

Restano sul tetto della fabbrica di Lesmo (Monza) e si apprestano a trascorrere la settima notte al gelo i quattro operai della Yamaha che da giorni protestano contro la chiusura dello stabilimento. Lo comunica la Cisl Lombardia in una nota. «Nonostante alcune notizie d'agenzia - si legge nella nota - nessuna proposta concreta è giunta ai 66 lavoratori dello stabilimento di Lesmo che pertanto hanno deciso di continuare nella loro protesta». «Senza un impegno chiaro da parte dell'azienda noi non scendiamo» hanno detto gli operai, secondo quanto riporta la Cisl. I lavoratori sono in attesa di un eventuale nuovo incontro presso il ministero che Sacconi ha detto di voler tenere domani. Ma i lavoratori per stanotte dormono ancora sul tetto innevato.

Acireale, precari del comune occupano aula consiliare
Dalla notte scorsa i lavoratori precari del comune di Acireale, in provincia di Catania, costituitisi nel «Movimento acese lavoratori precari», hanno occupato l'aula consiliare del comune di Acireale per chiedere la continuità del loro rapporto di lavoro con l'ente. «Nonostante l'Agenzia regionale per l'impiego - sottolinea il Malp in un comunicato - abbia formalizzato che la tipologia di spesa relativa al personale precario non sia da annoverarsi tra le voci di costo relative al personale, bensì tra quelle a destinazione assistenziale e quindi non rientrante nel novero delle voci di costo rilevante ai fini del patto di stabilità interno, il sindaco ritiene che tale disposizione non sia sufficiente a garantire l'Ente dal cosidetto sforamento del patto di stabilità». Il Malp ha reso noto che l'occupazione proseguirà ad oltranza «fino a quando non verrà formalizzata ufficialmente una soluzione normativa e il comune predisporrà tutti gli atti necessari, anche con una adozione di delibera di giunta, a garantire la continuità dei rapporti in atto col personale precario».

Omicidi bianchi, un morto all'Hera per un blocco di rifiuti gelato
Un pesante blocco gelato di rifiuti si è staccato dal resto del carico, facendo impennare il camion che lo ha travolto. È morto così, questa mattina a Forlì, Elio Piovaccari, 58 anni, che stava lavorando all'impianto per la separazione dei rifiuti di Hera. Poco dopo le otto, secondo una ricostruzione ancora in corso di verifica, l'uomo ha portato in retromarcia il camion sino sul bordo della grande vasca in cemento dove i rifiuti vengono scaricati. È poi sceso per controllare la fase di sollevamento del pianale del camion per permettere lo scarico dei rifiuti. A provocare l'improvvisa tragedia sarebbe stato un grosso e pesante blocco gelato di rifiuti che si è staccato dal resto del carico e che avrebbe provocato l'impennarsi del camion che è precipitato nella sottoStante vasca, travolgendo l'operaio. Quando gli altri dipendenti Hera sono accorsi, per l'uomo, travolto dal carico e dal camion, non c'era più nulla da fare.

Dalmine, la vertenza non è chiusa
È stata interrotta senza una soluzione definitiva la trattativa tra l'azienda e i sindacati, al centro dell'incontro che si è svolto a Bergamo fino a tarda notte. Le parti si rivedranno il 28 dicembre a Bergamo. Le divergenze tra i sindacati e l'azienda sono legate alla riorganizzazione del sito di Dalmine e al numero di esuberi previsti. Il piano originale, presentato a settembre dall' azienda, prevedeva 1024 esuberi sul totale di 2814 dipendenti dei presidi nazionali del gruppo, con la dismissione dello stabilimento di Piombino. Una prospettiva di chiusura, come confermato dai responsabili di Fim, Fiom e Uilm, ritrattata dall'azienda dopo la proposta avanzata dalla Regione che si è impegnata a siglare, entro gennaio, un protocollo per rafforzare la presenza dell'azienda sul territorio piombinese. «Stiamo lavorando con l'azienda - ha detto il segretario provinciale Fiom, Luciano Gabrielli - ad un accordo complessivo che non comporterà alcun licenziamento. Ma sono sorti problemi sui numeri e sulla riorganizzazione del lavoro che hanno bloccato le trattative». L'azienda ha presentato ai sindacati un nuovo piano di ridimensionamento del personale che interesserà i presidi nazionali del gruppo, compreso lo stabilimento piombiense. Dai 124 dipendenti del tubificio si dovrebbe scendere intorno alle 100 unità. Per assorbire la flessione dell'organico si ricorrerebbe a nuovi ammortizzatori sociali, con cig a rotazione, e, in prospettiva, alle uscite per mobilità incentivata e ai pensionamenti.

Cgil, Cisl e Uil scrivono a Alemanno e Zingaretti per Consigli straordinari
Ammontano a 70mila i lavoratori in cassa integrazione e mobilità nel Lazio, 45 mila dei quali solo a Roma. E il 2010 potrebbe essere ancora più duro del 2009. E' quanto affermano Cgil, Cisl e Uil in una lettera congiunta inviata al sindaco Alemanno e al presidente della Provincia di Roma, Zingaretta, nonché ai capigruppo consiliari. Nella lettera si chiede la convocazione dei consigli comunali e provinciali straordinari sui temi della crisi. Prospettiva a cui ha dato il suo assenso. «Ho chiesto che si convochi per i primi consigli di gennaio un Consiglio straordinario sulla crisi economica perchè ritengo giusta la richiesta dei sindacati» è stata la risposta di Zingaretti. Anche il consigliere comunale di ActionDiritti, Andrea Alzetta, ha espresso sostegno alla richiesta dei sindacati: «Mi unisco con convinzione alla richiesta dei sindacati di un consiglio straordinario sulla crisi. Aggiungo che la crisi è più profonda di quanto si crede perché hai dati sui licenziamenti e la cassa integrazione vanno aggiunti tutti i contratti precari non rinnovati o la condizioni delle nuove figure di lavoro autonomo».

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Cronache dalla crisi

L'Istat e il Centro studi Confindustria confermano: in un anno persi oltre 500mila posti di lavoro. Ancora proteste operaie: in Fincantieri la vertenza prosegue mentre alla Yamaha gli operai dormono sotto la neve. Il 22 dicembre manifestazione dei sindacati di base contro il piano Marchionne

A ottobre il tasso di disoccupazione ha raggiunto l'8,2%, il dato peggiore da aprile 2004. Lo rileva l'Istat che ha rivisto al rialzo il dato diffuso nelle scorse settimane (8%). I disoccupati nel mese erano quindi 2.039.000. Nel terzo trimestre il numero degli occupati è sceso di 508 mila unità rispetto al terzo trimestre 2008, in forte calo su base annua -2,2%. Il numero di occupati infatti risulta pari a 23.010.000 unità. Il risultato deriva da un'ulteriore caduta dell'occupazione autonoma, dei dipendenti a termine e dei collaboratori, cui si aggiunge una significativa flessione dei dipendenti a tempo indeterminato.

Anche Confindustria conferma il calo dell'occupazione
Tra il 2008 ed il 2009 sono già stati persi 470 mila posti di lavoro (rispettivamente 128 mila e 342 mila), altri 195 mila sono a rischio tra il 2010 ed il 2011. È lo scenario indicato dal Centro studi di Confindustria, che spiega come ciò dipenderà dal processo di riassorbimento dei cassintegrati. Il dato fa infatti riferimento all'ipotesi in cui il 70% del calo delle unità di lavoro in cassa integrazione si traducesse in lavoratori riassorbiti; in questo caso, il totale dei posti persi sarebbe pari a 665 mila. Nell'ipotesi, invece, che la quota riassorbita fosse solo del 40%, si arriverebbe a 770 mila posti di lavoro persi.

Confindutria/2, la ripresa sarà «lenta e faticosa»

Quella che si profila per i prossimi anni rimane una ripresa «lenta e faticosa, in salita e ostacolata da venti contrari». Lo spiega il Centro Studi di Confindustria secondo il quale nel 2010 ci sarà un Pil in crescita del 1,1% che si rafforzerà nel 2011 con un 1,3% riportando il Pil ai livelli del 2005. «La ripresa - dicono gli economisti di Viale dell'Astronomia- sarà sospinta da politiche economiche di straordinaria portata espansiva, tali da aver rinsaldato la fiducia di famiglie, imprese e mercati finanziari. I quali restano però esposti a turbolenze, come dimostrano le vicende di Dubai e della Grecia». Un caso quest'ultimo che «può preoccupare come campanello d'allarme sugli alti debiti pubblici anche se, sottolinea Confindustria, »i conti greci sono oggettivamente molto peggiori risetto a quelli di altri paesi e insostenibili». La grande quantità di denaro pubblico rimesso in circolo, quindi, sembra provocare un rimbalzo della produzione ma in quel «lenta e faticosa» si scorgono i dubbi per le prospettive di medio periodo.

Fincantieri, la vertenza va avanti. L'arcivescovo di Genova con gli operai
Nell’incontro di ieri la Fincantieri ha respinto una proposta unitaria che Fim, Fiom, Uilm. L’azienda ha accettato di erogare 300 euro netti di anticipo, ma ha chiesto che in cambioi lavoratori rinunciassero alla certezza dei 750 euro a fine gennaio, riservandosi di decidere se pagare o no. «La vertenza resta aperta» dice quindi la Fiom anche se va incassato il risultato del pagamento dell'anticipo di 300 euro nei tre cantieri e per i cassaintegrati. Risultati «non sufficienti» per la Fiom che rivolge un ringraziamento particolare all’arcivescovo di Genova, che ha avuto la sensibilità di esprimere il suo appoggio ai lavoratori di Sestri.
Oggi la protesta è ripartita nei tre cantieri. A Sestri i lavoratori sono usciti in corteo per recarsi alla Prefettura. Al Muggiano il cantiere è paralizzato da uno sciopero, che ha bloccato l’uscita di un troncone di una nave ed è in corso un’assemblea. Ad Ancona c’è stato lo sviluppo più clamoroso. L’amministratore delegato della Silver Sea,la società armatoriale della “Silver Spirit”, la nave che non era partita ieri a causa dello sciopero, ha consegnato alle Rsu una lettera con cui esprimela soddisfazione per il lavoro del cantiere, riconosce ai lavoratori un premio di 60mila euro e dichiara che porrà a Fincantieri la condizione che la prossima nave venga costruita ad Ancona. Oggi uno sciopero di
solidarietà e sostegno ai lavoratori in lotta, indetto dalla Fiom, sarà effettuato nello stabilimento di Riva Trigoso.

Fiat, il 22 dicembre, sindacati di base contro il piano Marchionne
Contro piano Marchionne, per la difesa dei livelli occupazionali e per i diritti sindacali Slai Cobas coordinamento nazionale, RdB Federazione Nazionale, SdL Intercategoriale annunciano per martedì 22 dicembre una manifestazione nazionale a Roma in occasione dell’incontro Fiat-governo-sindacati collaborazionisti. «Col cosiddetto Piano Marchionne - si legge nel comunicato - la Fiat, con l’avallo sostanziale del governo, si appresta a chiudere da subito gli stabilimenti di Arese e Termini Imerese, a dimezzare Pomigliano d’Arco e ridimensionare in progressione l’intero gruppo auto nella prospettiva di un pesante azzeramento della produzione in Italia in funzione della delocalizzazione verso l’estero. Fiom-Fim-Uilm, dopo aver accettato in questi anni - nascondendolo ai lavoratori - la sostanza antioperaia del Piano Marchionne, ancora oggi insistono nella strategia di divisione di fatto del conflitto sindacale tra gli stabilimenti in immediato pericolo, e tra questi e tutti gli altri. Una scellerata scelta che mette i lavoratori in concorrenza tra loro, all’evidente scopo di aziendalizzare, indebolire e controllare la lotta operaia per renderla compatibile alle politiche di concertazione/consociazione politica e sindacale. Secondo Slai Cobas, Rdb e SdL è ora di rilanciare l’iniziativa dentro e fuori le fabbriche Fiat, per la difesa dei livelli occupazionali in Fiat ed indotto; per la difesa dell’insieme delle aziende pubbliche e private colpite dagli effetti antisociali della crisi economica; per respingere il gravissimo attacco ai diritti sindacali dei lavoratori.

Fiat, l'indiana Tata interessata a Termini Imerese
I gruppi automobilistici indiani Tata e Mahindra & Mahindra (M&M) avrebbero mostrato interesse per lo stabilimento della Fiat di Termini Imerese. È quanto scrive il sito d'affari on line Business Standard, riportando fonti vicine al ministero dello Sviluppo Economico. I due colossi indiani avrebbero manifestato la propria disponibilità a presentare un progetto di takeover e avrebbero avviato contatti con il Lingotto. Secondo Business Standard il ministro Claudio Scajola non sarebbe a conoscenza delle trattative.

Yamaha, lavoratori sul tetto con la neve. Sacconi convoca i sindacati
Hanno trascorso la prima notte sotto la neve i 4 lavoratori della Yamaha di Gerno di Lesmo (Monza), da ieri sul tetto dello stabilimento per protestare contro la decisione della casa madre giapponese di chiudere lo stabilimento licenziando tutti i 62 lavoratori e senza ricorrere agli ammortizzatori sociali. Intanto è stata convocata per domani alle 11 a Roma, nella sede del ministero del Lavoro, una riunione tra azienda e parti sociali per l'esame della vertenza. Secondo la Cisl della Lombardia «nonostante la positiva notizia della convocazione per domani al Ministero del lavoro, le iniziative di protesta proseguono ad oltranza». I lavoratori sul tetto hanno trovato riparo sotto due tende a igloo da montagna, mentre fuori dal cancello della fabbrica è stato allestito un tendone per ospitare gli altri dipendenti che, a turno, continuano con il presidio.

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Cronache dalla crisi

Protesta ad Ancona dove era previsto per oggi il varo della nave da crociera lunga 195 metri. A Roma i precari dell'Ispra nel ministero di Stefania Prestigiacomo. Il 44% della ricchezza nazionale in mano al 10% delle famiglie. Grecia, verso lo sciopero generale

Gli operai dello stabilimento Fincantieri di Ancona, in sciopero a oltranza da ieri per il mancato premio di efficienza, hanno bloccato la partenza della nave da crociera extralusso Silver Spirit, che sarebbe dovuta salpare stamani. La Silver Spirit (195 metri di lunghezza, 360 tonnellate di stazza) è l'ultima nata dello stabilimento dorico, realizzata per la società armatrice monegasca Silversea Cruiser. L'ancora di prua è legata con una grossa catena ad una bitta del molo dello stabilimento. Per sollevarla serve una gru semovente, che può essere manovrata solo da un addetto Fincantieri. Operazione che i lavoratori si sono rifiutati di fare, bloccando la nave con tutto l'equipaggio a bordo. La protesta si è svolta senza particolari momenti di tensione, mentre picchetti con un centinaio di operai presidiano da ieri, senza soluzione di continuità, l'ingresso dello stabilimento e la banchina della Silver Spirit. La Rsu di fabbrica ha chiesto un incontro ai capigruppo del consiglio regionale e all'assessore al Lavoro Fabio Badiali. L'obiettivo è che l'Assemblea legislativa, riunita per l'ultima seduta del 2009, approvi un ordine del giorno che impegni la giunta a fare pressioni sull'azienda affinchè corrisponda il premio di efficienza ai dipendenti dell'impianto di Ancona: circa 600, di cui 200 in cassa integrazione dal 30 novembre.
La protesta era stata annunciata ieri dalla Fiom che aveva indetto la mobilitazione in tutto il gruppo e che aveva portato alla fermata anche gli stabilimenti di Marghera e Monfalcone. «La Fiom non lascerà nulla di intentato per ottenere il rispetto dell’accordo e far valere i diritti dei lavoratori. Per questo motivo, proclama lo stato di agitazione in tutto il Gruppo e dichiara che chiamerà l’Azienda a rispondere, anche sul piano legale, con un ricorso alla magistratura per comportamento antisindacale, sulla base dell’articolo 28”.

Precari occupano ministero dell'Ambiente
Una delegazione di rappresentanti dell'Usi-Rdb Ricerca, precari dell'Ispra e precari di altri enti pubblici di ricerca, ha occupato oggi a Roma il quinto piano del ministero dell'Ambiente, chiedendo un incontro «in data certa» con il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo. La delegazione, informa in una nota la Usi-Rbd Ricerca, chiede che «l'incontro venga fissato in tempi certi al fine di dare risposte adeguate ai lavoratori precari dell'Ispra, sul tetto del loro istituto da ormai più di tre settimane».

Yamaha Italia, quattro operai salgono sul tetto

Quattro operai dello stabilimento Yamaha Italia di Lesmo (Monza) del quale è stata annunciata la chiusura sono saliti sul tetto della fabbrica «per intensificare e drammatizzare la protesta dei lavoratori in lotta da oltre un mese e mezzo». Ne dà notizia Gigi Redaelli, segretario della Fim Cisl della Brianza. Secondo i compagni di lavoro dei quattro, tutti uomini, gli operai sarebbero attrezzati per rimanere sul tetto della fabbrica «fino a un mese, Natale e Capodanno inclusi». Con loro hanno portato anche una tenda da campeggio. Contemporaneamente la rappresentanza sindacale unitaria di Yamaha Motor Italia ha indetto uno «sciopero a oltranza» con un presidio permanente presso lo stabilimento.
Roma. I precari dell'Ispra hanno occupato gli uffici del Ministro dell'Ambiente. Chiesto un incontro urgente

Banca d'Italia, la ricchezza nelle mani di poche famiglie
Indice al ribasso per la ricchezza netta complessiva delle famiglie italiane. Il ribasso, registrato tra il 2007 e il 2008, è di circa l'1,9% (161 miliardi di euro). A dirlo Bankitalia. A prezzi costanti, la riduzione della ricchezza complessiva rispetto al 2007 e' risultata pari al 5% (circa 433 miliardi di euro del 2008). E' diminuita dunque la ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2008. E risulta anche sempre piu' concentrata: il 10% piu' ricco ne detiene il 44%, mentre la meta' piu' povera arriva appena al 10%. Alla fine del 2008, segnala la Banca d'Italia, la ricchezza netta per famiglia ammontava complessivamente a circa 348 mila euro. Basta pensare alla propria ricchezza e fare il confronto per capire il forte divario di redditi esistente in Italia.

Grecia, il sindacato annuncia lo sciopero generale
La Grecia ha venduto 2 miliardi di titoli a breve a tasso variabile a cinque banche in un'operazione di private placement. I titoli, che matureranno a febbraio 2015, sono stati offerti a un rendimento di 250 punti superiore rispetto all'Euribor. Le banche partecipanti sono National Bank of Greece, Alpha Bank, Efg Eurobank Ergasias, Piraeus Bank e Banca Imi (Intesa Sanpaolo).
La Grecia non discute ipotesi di aiuti dall'esterno, in particolare dall'Ue. L'ha detto il ministro delle Finanze George Papaconstantinou. Il titolare del dicastero ha spiegato che la crisi greca comporterà che il paese farà tutto il necessario per ridurre il suo deficit al punto che i governi dell'Ue riconosceranno il «grande sforz» che il paese sta compiendo. Intanto Papandreou incassa un primo parziale riconoscimento dalle autorità europee: le misure annunciate ieri con la bozza di piano di risanamento pluriennale "vanno nella direzione giusta", ha dichiarato Amelia Torres, portavoce del commissario economico, Joacquin Almunia.Nel frattempo ad Atene Papandreou - a capo di un esecutivo socialista in carica da circa due mesi, dopo la vittoria elettorale - ha incontrato gli esponenti di partiti che vanno dai conservatori al comunisti. "Nonostante le nostre divergenze ideologiche" sono emersi consensi su diversi punti, ha riferito. In parte le sue dichiarazioni hanno trovato conferma tra altri leader, specialmente sui propositi di lotta alla corruzione. Gli incontri proseguiranno per le prossime settimane. Ma i sindacati scendono sul piede di guerra, il Pame (il sindacato dove è prevalente la sinistra) oggi uno ha rilanciato l'appello per uno sciopero generale da tenersi giovedì prossimo

L'Italia resta solo tredicesima per il Pil procapite nella Ue
L'Italia continua a stazionare al tredicesimo posto della classifica Eurostat 2008 sul Pil pro capite calcolato in termini di potere d'acquisto. Si tratta della stessa posizione gia' occupata nel 2006 e nel 2007. E se la crisi non ha intaccato il posto dell'Italia nella graduatoria, il nostro Paese rimane inchiodato alle ultime posizioni della classifica. Si mantengono infatti sopra l'Italia Germania, Francia, Regno Unito, Olanda ed anche la Spagna, che si conferma al dodicesimo posto dopo il sorpasso sull'Italia messo a segno nel 2006. Dopo l'Italia si piazzano soltanto Cipro e la Grecia ed i Paesi dell'Europa dell'est, con Romania e Bulgaria come fanalino di coda.
In testa alla classifica della ricchezza pro capite si conferma il Lussemburgo, il cui Pil pro capite e' crescito nel 2008 nonostante la crisi

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