Sono nove milioni i metri cubi di edifici costruiti abusivamente in Italia, specchio amaro del declino italiano. In nessun altro paese occidentale si conosce l'abusivismo
I calcoli più prudenti dicono che nell'ultimo decennio sono stati realizzati almeno 30 mila alloggi abusivi ogni anno. Nove milioni di metri cubi di cemento che distruggono l'ambiente, le città e i territori. Che sfuggono alla legalità, non pagano un euro di imposte, maestranze impiegate al nero, cantieri senza sicurezza.
Quei nove milioni sono lo specchio amaro del declino italiano. Sono la denuncia della distanza che ci separa dal mondo civile. In nessun altro paese occidentale si conosce l'abusivismo. Esiste lo Stato che fa rispettare le regole e tutela gli interessi dei cittadini onesti. Da noi ha trionfato l'Italia fai da te. In queste ore, tutte le giustificazioni con cui tentano di approvare il quarto condono edilizio sono state demolite una dopo l'altra dai migliori osservatori della realtà italiana. Eppure vanno avanti lo stesso.
«Con il condono edilizio si incassano preziose risorse». Ieri sul Corriere della Sera, Gian Antonio Stella dimostrava il carattere truffaldino di questa affermazione. I condoni servono spesso per ottenere una legittimazione formale. Si paga la prima rata e poi si rientra nell'illegalità. Di legalità avremmo invece un bisogno estremo. Enrico Fontana nei preziosi volumi Ecomafia di Legambiente ha dimostrato che gran parte degli abusi edilizi commessi negli ultimi decenni servono alla criminalità organizzata per riciclare denaro. Possibile che non lo sappiano ministri e dirigenti del Pdl? No, non è possibile, lo sanno eccome. La questione non è evidentemente giudicata importante.
«Con il condono almeno si incassa qualche risorsa, tanto nessuno demolirebbe nulla». E chi l'ha detto? Se è vero che la filiera dell'abusivismo è in mano alle organizzazioni criminali è giunto il momento di far vedere che esiste un paese che vuole la legalità. Approvi dunque il Parlamento non il quarto condono, ma un provvedimento che affida ai Prefetti e alla Magistratura il compito di eseguire le demolizioni. E se la maggioranza ha già dimostrato come la pensa, sospendendo le demolizioni che dovevano essere eseguite in Campania, perché l'opposizione non delinea con chiarezza che c'è un'alternativa al baratro che ci sta inghiottendo?
Perché la posta in gioco è proprio il futuro dell'Italia. Dopo tre condoni edilizi, se arrivasse anche il quarto nessuno potrebbe più parlare di regole, di legalità, di sviluppo ordinato del territorio, di rispetto dell'ambiente. Saremmo un paese che dichiara fallimento e ciascuno si sentirà in diritto di fare ciò che vuole: costruire dovunque, inquinare le acque, cancellare il paesaggio.
Battere i malfattori del cemento e i loro protettori politici è dunque l'ultima occasione per tentare di rilanciare il paese. La Comunità europea afferma che nel 2020 l'80 per cento della popolazione dei paesi membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica e per il futuro delle nuove generazioni passa nel saper adeguare le città alle sfide di un futuro di innovazione tecnologica, di risparmio energetico, di qualità dell'aria.
Gli altri paesi europei stanno investendo sistematicamente in questo orizzonte. Le loro città vengono dotate di reti tecnologiche; demoliscono autostrade urbane per costruire reti di trasporto su ferro; avviano processi di riconversione ecologica. In Italia, di fronte alle periferie più brutte e disordinate d'Europa, vogliono approvare il quarto condono edilizio! Non saremo più competitivi e perderemo investimenti preziosi.
Se il governo venisse sconfitto da una battaglia limpida su una questione così importante, l'opposizione dimostrerebbe di saper interpretare le diffuse energie che in questi giorni si esprimono contro il condono. Sarà difficile: Sesto San Giovanni è infatti l'altra faccia dell'abusivismo: Anche lì attraverso l'urbanistica contrattata si cambiavano regole e si aumentavano a piacere le volumetrie da realizzare. Molti hanno fatto credere in questi anni che cancellando regole ne avremmo giovato tutti. La crisi in atto dimostra il contrario. E' ora di prendere atto dell'errore. E' ora di chiudere la fase dell'illegalità: basta con i condoni e con la truffa dell'urbanistica contrattata. Solo le regole potranno salvarci dal declino.
Dal sito Dagospia.com un'anticipazione del libro che uscirà per Edizioni Alegre il prossimo 8 giugno "Le mani sulla città" di Daniele Nalbone e Paolo Berdini, un'analisi della Roma "transitata" da Veltroni e Alemanno, tra speculazioni e rapporti con l'estremismo di destra
1- DAGOREPORT: "LE MANI SULLA CITTÀ"
Edito da Edizioni Alegre e scritto da Daniele Nalbone, giornalista di Liberazione, e Paolo Berdini, Il libro "Le mani sulla città" (nelle librerie a partire dal prossimo 8 giugno) è un'analisi della Roma "transitata" da Veltroni e Alemanno e in piena corsa per le Olimpiadi del 2020.
Cosa c'è dietro l'abbattimento di Tor Bella Monaca? Chi guadagnerà dalle speculazioni dell'Eur? Chi sta spingendo per raddoppiare l'aeroporto Leonardo Da Vinci e costruire i porti di Fiumicino e Ostia?
In poche parole, qual è il modello di governance messo in piedi dall'amministrazione Alemanno? Un'amministrazione caratterizzata da legami a doppio filo non solo con i poteri forti, ma addirittura con l'estremismo di destra - dal quale proviene lo stesso Alemanno e uomini importanti della sua squadra.
Ecco alcuni stralci di ciò che sarà contenuto nel capitolo "Forchettoni Neri - la fascistopoli romana nell'epoca del camerata sindaco", curato da tal Caio Gregorio, nome evidentemente di fantasia di chi preferisce rimanere nell'anonimato.
2- "FORCHETTONI NERI - LA FASCISTOPOLI ROMANA NELL'EPOCA DEL CAMERATA SINDACO"
(...) Molto si è parlato di Stefano Andrini: condannato a suo tempo per il tentato omicidio di due giovani di sinistra picchiati selvaggiamente (era il 1989) insieme a una squadraccia di naziskin, viene arrestato nuovamente (1994) nel corso di scontri con militanti di sinistra dopo essersi avvicinato all'ex leader di Avanguardia Nazionale Stefano delle Chiaie, noto come "er caccola" per la non imponente statura.
Il cursus honorum di Delle Chiaie comprende la partecipazione alla fondazione di Ordine Nuovo e un discreto curriculum vitae al servizio di Pinochet e altri dittatori latinoamericani degli anni 70 e 80. Da Wikipedia: "(Delle Chiaie) ebbe coinvolgimenti con il regime di Augusto Pinochet in Cile partecipando alla Guerra Sporca e all'Operazione Condor per l'azzeramento dei dissidenti. Sempre in Sud America aiutò il dittatore Luis Garcia Meza Tejada a prendere il potere in Bolivia con un colpo di stato (1980).
Il gruppo paramilitare che lì dirigeva assieme al neofascista Pierluigi Pagliai e al criminale nazista Klaus Barbie si autodefinì 'i fidanzati della morte' e fu responsabile di numerosi omicidi e torture contro esponenti politici e cittadini".
(...) L'amico dei vecchi 'fidanzati della morte' viene insediato nel 2009 sulla poltrona di amministratore delegato di Ama Servizi Ambientali nonostante le proteste dell'opposizione di cui Alemanno non si cura e che, comunque, finiscono presto. Andrini, infatti, sarà costretto a dimettersi non a causa del suo torbido passato ma per il suo coinvolgimento nella falsa candidatura di Nicola Di Girolamo, senatore "di proprietà" di Gennaro Mokbel e delle famiglie della ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto. E il nome di Mokbel ricorre spesso quando si parla del sistema di potere romano impostosi dopo l'elezione del sindaco con la celtica al collo.
(...) Giuseppe Dimitri, detto Peppe, classe 1956 (...) il 15 marzo del 1979 Dimitri partecipa con camerati come Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Alessandro Alibrandi e Livio Lai alla rapina di un'armeria, impresa che verrà rivendicata dai NAR. Il 27 novembre dello stesso anno, il camerata Peppe organizza e mette in atto un'altra rapina, questa volta ai danni della filiale della Chase Manhattan Bank del suo quartiere, l'Eur.
Il bottino verrà affidato per il riciclaggio a Franco Giuseppucci, detto Er Fornaretto o Er Negro - Il Libanese della fiction Romanzo Criminale - uno di fondatori della Banda della Magliana, con cui Peppe è in ottimi rapporti. (...) Sbolliti i furori antisistema, nel 1994 il camerata Peppe si risciacqua a Fiuggi, aderisce ad Alleanza Nazionale e nel 2001 il suo vecchio amico Alemanno, diventato intanto ministro per le Politiche Agricole del secondo governo Berlusconi, nonostante il passato di terrorista e le aderenze con la Banda della Magliana, arruola Dimitri come consulente al suo Ministero, carica che ricoprirà fino al 2006 quando un banale incidente stradale metterà improvvisamente fine alla sua vita movimentata.
Altri nomi "caldi" che stanno mettendo in difficoltà il sindaco con la celtica al collo sono quelli di Antonio Lucarelli, ex portavoce di Forza Nuova e oggi capogabinetto di Alemanno, protagonista di strani giri d'affari "marca" Mokbel; Fabrizio Mottironi, ex leader di Terza Posizione e messo da Alemanno nel 2003 (quando allora era ministro delle Politiche Agricole) a capo di Buonitalia Spa; Riccardo Mancini, ingegnere honoris causa, "vicino" a Peppe Dimitri, Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, messo da Alemanno a capo di Eur Spa, il "centro" delle speculazioni in vista di Roma 2020.
Conferenza stampa organizzata dal Coordinamento di lotta per la casa, Blocchi metropolitani, Rete Anticris, Rdb, Acrobax e migranti rosarnesi. Mostrate le foto delle cariche ingiustificate e le testimonianze delle persone colpite. Liberato il giovane arrestato ieri e scagionato dall'accusa di detenzione di esplosivi (era un fumone)
Marco, il ragazzo arrestato e malmenato durante le cariche di ieri pomeriggio di fronte alla Prefettura di Roma, è stato liberato. Per lui non è stato confermato l'arresto e non è stato nemmeno confermato il reato di detenzione di esplosivi - come si sono affrettati a titolare oggi i quotidiani - ma solo il più scontato resistenza e lesioni. E' la prima notizia che gli organizzatori della manifestazione di ieri - Blocchi metropolitani, Coordinamento cittadino per la casa, Rete AntiCrisi, la delegazione dei migranti rosarnesi a Roma e Rdb- hanno dato alla conferenza stampa indetta ieri a caldo dopo le cariche. Una conferenza per rilanciare l'iniziativa e non indietreggiare rispetto alla durezza che la polizia ha voluto mostrare ieri. E quindi ci sarà un'assemblea cittadina martedì prossimo - il luogo va ancora definito - per fare i punto sulle vertenze e raccogliere le risposte delle varie istituzioni. Ha già annunciato la sua presenza il senatore dell'Italia dei Valori, Pancho Pardi.
Nel corso della conferenza stampa sono state mostrate le foto scattate ieri in cui si vedono immagini molto eloquenti. E poi le testimonianze dirette: una signora del coordinamento lotta per la casa ha sventato una manganellata contro il proprio bambino; un lavoratore Eutelia ha mostrato evidenti segni di contusione in testa e un referto ospedaliero; un altro che cercava di difendere una donna dalle botte della polizia è stato buttato per terra e manganellato a sua volta.
Gli interventi hanno sottolineato tutti questo aspetto: c'è la crisi, ci sono i posti di lavoro persi, le persone si mobilitano semplicemente per essere ascoltate e invece vengonno duramente colpite. Luca Faggiano, del coordinamento di lotta per la casa punta il dito contro Alemanno: invece di affrontare la crisi ha preso per buona la versione della questura che parlava di tentativi di sfondamento. Condanne netta dell'operato della polizia da parte del consigliere regionale di Rifondazione, Ivano Peduzzi e di quello provinciale di Sel, Gianluca Peciola. Fabio Nobile a nome della Rete anticrisi ha ribadito invece la pacificità del presidio mentre Paolo Divetta, dei Blocchi metropolitani, ha rilanciato l'assemblea di martedì prossimo. Presente anche Roberto Rossetti di Sinistra Critica: «Il messaggio è abbastanza chiaro: hai perso il lavoro? sei precario?, sei senza casa? reclami diritti e dignità? hai l’audacia di protestare e prendere la parola a un tavolo dove tutti parlano in tuo nome ? la risposta è botte e repressione. I lavoratori chiedevano giustamente di essere ascoltati in prima persona; la Rete contro la crisi ha elaborato da tempo una piattaforma che chiede di dimezzare bollette dell’utenze (gas, luce, tarsu, etc.), riduzioni sui trasporti pubblici, un vero Piano Casa. E invece le cariche. Ma non ci dobbiamo fermare, le nostre vite valgono più dei loro profitti».
Intervento anche degli immigrati rosarnesi presente a Roma, che sono proprio oggi in sit-in, per dire una cosa semplice e universale: ci devono essere restituiti i diritti e la dignità
Dopo la deportazione da Rosarno circa duecento immigrati sono a Roma. Abbandonati al loro destino, molti dormono nei pressi della stazione. Una ventina di loro da qualche giorno è ospite di un Centro sociale. La solidarietà di un territorio ha permesso loro di iniziare ad organizzarsi, per essere trattati come persone e lavorare dignitosamente
Il 2010 è iniziato con la rivolta sacrosanta dei lavoratori tra i più sfruttati nel nostro paese. Lavoravano con una paga da fame e dormivano in condizioni disumane in una fabbrica in disuso, nei silos o nelle tende senza acqua potabile né cibo.
Li abbiamo visti poche settimane fa, gli immigrati che lavoravano a Rosarno, li abbiamo visti scendere per le strade di quel paesino della Calabria e manifestare con rabbia contro l'ennesima aggressione subita.
Quasi tutti irregolari o richiedenti asilo, condizione ottima per essere sfruttati nei campi di raccolta della penisola.
Raccoglievano le arance che troviamo sulle nostre tavole. 20-25 cassette al giorno per 20 euro, quando andava bene e quando venivano pagati.
In cambio nessun diritto. Anzi, al ritorno dal lavoro erano costretti a subire ricatti, aggressioni e linciaggi.
Chissà a chi facevano paura questi africani diventati facili bersagli, spesso vittime per strada, per gioco o per interesse di qualcuno, di aggressioni con armi da fuoco, l’ultima delle quali risale allo scorso 7 gennaio quando è scoppiata la rivolta in cui tre di loro sono stati colpiti alle gambe con pallini da caccia.
Dopo quelle giornate l'ordine sconvolto di Rosarno è stato ristabilito dal governo del nostro paese con la solita maestria mediatica: li hanno deportati tutti.
Alcuni di loro li abbiamo visti salire sui pullman che li hanno letteralmente scaricati nel CIE di Bari, altri sono partiti con biglietti di sola andata verso varie destinazioni, abbandonati al loro destino.
In duecento circa si sono ritrovati a Roma senza un tetto, senza un lavoro e senza aiuto. Hanno dormito (e molti ancora dormono) nei pressi della stazione Termini e sono ormai tre settimane che vivono per strada, con temperature che nel mese di gennaio sono oscillate tra gli 0°C e 10°C. Da qualche giorno circa venti di loro, provenienti da paesi come la Costa d'Avorio, il Mali o la Guinea, sono stati accolti nel centro sociale ex-snia sulla Prenestina. Grazie alle diverse realtà che operano sul territorio si è improvvisato un luogo di prima accoglienza nel centro sociale e si è attivata una rete spontanea di solidarietà che nel giro di pochi giorni ha messo in campo tutte le risorse per garantire una risposta immediata ai bisogni primari; e così sono stati raccolti materassi, vestiti, coperte e sono stati garantiti loro sia il supporto legale necessario per il riconoscimento dei permessi di soggiorno sia l'assistenza sanitaria gratuita di Medicina solidale.
I ragazzi senegalesi del quartiere che, a loro volta, lo scorso 5 ottobre avevano subito la caccia al negro da parte della guardia di finanza, con conseguente processo ancora in corso, si sono mostrati subito disponibili e li hanno aiutati con lezioni di italiano e cucinando per loro i piatti tipici della loro terra d'origine.
Piccoli esempi di solidarietà umana, quella a cui non siamo più abituati.
Dopo i primi giorni, in cui la capacità di comunicare dei ragazzi arrivati dalla Calabria è stata difficile perché animata dal sospetto e dalla paura, sono cominciati i racconti, su quello che è successo a Rosarno ma anche sul dopo. E ci hanno raccontato per esempio che gli altri (quelli ancora accampati nei pressi della stazione) non vogliono entrare in luoghi chiusi per paura di essere sorpresi dalla polizia e rinchiusi in qualche lager all'italiana. Tanti dei circa duemila deportati si sono dispersi in alcune città del sud, alcuni sono ritornati in Africa, altri hanno preferito tornare a Rosarno piuttosto che mendicare.
Quello che vogliono tutti, indipendentemente da quello che hanno fatto dopo essere fuggiti da Rosarno, è avere un permesso di soggiorno per lavorare dignitosamente, perchè il loro primo pensiero va alle famiglie lontane a cui nelle attuali condizioni non possono mandare nemmeno quei pochi spiccioli che prima guadagnavano.
Ieri pomeriggio ai venti ragazzi già sistematisi alla ex-snia se ne sono aggiunti molti altri per discutere tra loro ed iniziare ad organizzarsi. E' nata così l'assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma. Hanno scritto un comunicato in cui raccontano la loro condizione e parlano di come vivevano e come lavoravano.
Vogliono essere trattati come persone, “human being” come spesso ripetono ai pochi giornalisti che li intervistano. Vogliono che il permesso di soggiorno per motivi umanitari, già concesso agli undici aggrediti a Rosarno, sia esteso a tutti, vogliono che il governo non li abbandoni per strada come ha fatto fino ad ora.
Nei giorni della rivolta chiedevano questo, chiedevano diritti e li chiedono ancora e con la stessa determinazione perchè si sentono “degli attori della vita economica di questo paese”, come del resto loro stessi dicono nel comunicato che hanno scritto: “I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono”.
il comunicato in francese e italiano che hanno scritto ieri pomeriggio i lavoratori africani di Rosarno arrivati a Roma.
“Les mandarines et les olives ne tombent pas du ciel”
En ce jour, 31 janvier 2010, nous nous sommes reunìs pour constituire l’ l’Assemblèe des Travailleurs Africains de Rosarno à Rome.
Nous sommes les travailleurs qui ont été obligè de quitter Rosarno, après avoir revendiqué leurs droits. Nous travaillions dans des conditions inhumaines.
On vivait dans des usines abandonnèes sans eau nì electricité.
Notre travail ètait mal payé.
On quittait les lieux où on dormait chaque matin à 6 heures pour ne rentrer que le soir à 20 heures pour 25 euro que ne finissaient pas tous dans nos poches.
Dès fois on ne reusissait meme pas après une journée de dur labeur à nous faire payer .
On rentrait les mains vides, le corps plié par la fatigue.
Nous etions depuis plusieurs annèes, objects de discriminations , d’exploitations et de harcélements de tous genres.
Nous etions exploitès le jour et chassès la nuit par les enfants de nos exploiteurs.
Nous ètions bastonès, harcelès, braquès comme des bêtes….enlevès, quelqu’un de nous est à jamais disparu.
On nous a tirè dessus, par jeu ou pour l’interèt de quelqu’un- nous avons continuèà travailler-
Avec le temps nous ètions devenus des cibles faciles. On en pouvait plus. Ceux qui n’ètaient pas blèssaient par des coups de feu ètaient blessès dans leur humaine dignitèe, dans leur orguiel d’ètre humain.
On en pouvait plus d’attendre une aide qui ne serait jamais arrivèe parce que nous sommes invisibles, on n’existe pas pour les autoritèe de ce pays.
Nous nous sommes fait voir, nous sommes descendus dans la rue pour crier notre existence.
Les gens ne voulaient pas nous voir. Comment quelqu’un qui n’existe pas peut manifester?
Les autoritès et les forces de l’ordre sont arrivèes et ils nous ont dèportè de la ville parce que nous n’ètions plus en securitè. Les gens de Rosarno se sont mis à nous chasser, à nous lyncher cette fois-çi organisès en vraies et propres èquipes de chasse à l’homme.
Nous avons été enfermès dans des centres de detention pour immigrès. Beaucoup y sont encore, d’autres sont retournès en Afrique, autres èparpillès dans certaines villes du Sud.
Nous, nous sommes à Rome. Aujourd’hui nous sommes sans travail, sans un lieu où dormir, sans nos bagages, nos salaries encore impayès entre les mains de nos exploiteurs.
Nous disons que nous sommes des acteurs del a vie èconomique de ce pays duquel les autoritèes ne veulent ni nous voir ni nous entendre. Les mandarines , les olives et les oranges ne tombent pas du ciel. Ce sont des mains qui les cueillent.
Nous avions rèussi à trouver un travail qu’on a perdu parce que tout simplement on a demandè d’ètre traitè comme des ètres humains. Nous ne sommes pas venus en Italie pour faire les touristes. Notre travail et notre sueur servent à l’Italie comme ils servent à nos familles qui ont placè beaucoup d’espoir en nous.
On demande aux autoritès de ce pays de nous voir et d’entendre nos requètes:
Nous demandons que le permis de sèjour pour motif humanitaire concèdè aux 11 africains blessès a Rosarno soit conceder aussi à nous tous victimes d’exploitations et de notre condition irrèguliere qui nous a laissè sans travail, abandonnès et oubliès dans la rue.
-Nous voulons que le gouvernement de ce pays prenne ses responsabilitèes et nous garantisse la possibiltè de travailler dignement.
l’Assemblèe des travailleurs africains de Rosarno à Roma
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“I mandarini e le olive non cadono dal cielo”
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma.
Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane.
Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità.
Il nostro lavoro era sottopagato.
Lasciavamo I luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche.
A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare.
Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica.
Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi.
Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori.
Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre.
Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare.
Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani.
Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese.
Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.
La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste?
Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo.
Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud.
Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza I nostri bagagli e con I salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori.
Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.
Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze.
Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:
- domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motivi umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada.
Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.
L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma
il comunicato della rete territoriale del pigneto
“Non abbiamo da perdere che le nostre catene”
A Rosarno l’ordine è stato ristabilito. Il dispiegamento militare dello Stato ha risolto in quella terra il problema della situazione da guerra civile seguita alla giusta rivolta dei braccianti immigrati, privati dei più elementari diritti.
Le stesse persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla devastazione che il grande capitale e i governi occidentali portano nei loro paesi, vengono esposte nella democratica e civile Italia all'asservimento, alla segregazione e al linciaggio, fino alla reclusione nei campi d'internamento chiamati ora CIE, già CPT. Questo è l'esito del cosiddetto “controllo dei flussi” realizzato da Schenghen in poi, con leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, il Pacchetto Sicurezza. A cui oggi, dopo Rosarno, si aggiunge un nuovo strumento: la deportazione.
Questo è il sistema che consente alla grande distribuzione dei generi alimentari di lucrare, nel quadro delle direttive dell'UE: a Rosarno come nel casertano, nel foggiano, nell’Agro Pontino, nel “ricco nord est” tutti sanno che le maggiori produzioni agricole di questo paese si arricchiscono grazie all’abbattimento del costo della manodopera. Arance, pomodori, fagiolini e tutti i gloriosi prodotti dell’industria alimentare italiana raggiungono le tavole di mezzo mondo grazie al bisogno estremo di lavoro delle masse di giovani immigrati.
Da Bari a Roma, con un biglietto di sola andata. Così circa duecento di questi lavoratori si sono ritrovati nella capitale senza alcun punto di riferimento. Dalle baracche e dagli accampamenti della piana di Gioia Tauro ai portici di via Marsala, a far compagnia alle altre migliaia di persone che già pagano il prezzo del generale impoverimento della popolazione.
La Roma delle istituzioni ha guardato altrove, impegnata com’è a costruire centri commerciali, a fantasticare circuiti di formula 1, a rappresentarsi tristemente nell’ennesimo teatrino elettorale.
La rete di realtà autorganizzate del Pigneto invece ha aperto le porte ad una parte di questi lavoratori, improvvisando un luogo di prima ospitalità all’interno del Centro Sociale ex SNIA, in via Prenestina. Il centro sociale, l’Osservatorio Antirazzista Territoriale, il Comitato di Quartiere, l'associazione Progetto Diritti, l’Assemblea delle donne del consultorio, e tanti altri hanno messo in campo tutte le risorse per garantire una risposta immediata ai bisogni primari attivando, come già accaduto in passato, una rete spontanea di solidarietà che ha coinvolto tutto il territorio.
Lo Sportello legale attivo nel territorio sta lavorando per il riconoscimento dei permessi di soggiorno, Medicina solidale si sta occupando dell'assistenza sanitaria. Questo contesto di solidarietà attiva ha permesso che cominciasse un percorso di autorganizzazione, concretizzatosi nella prima ASSEMBLEA DEI LAVORATORI AFRICANI DI ROSARNO A ROMA, che da questo momento diventa il luogo centrale delle prossime mobilitazioni.
Ma non basta. Bisogna denunciare i responsabili politici di questa vergogna. Lo stesso governo che ha deliberatamente lasciato migliaia di lavoratori nelle inumane condizioni delle tante Rosarno d'Italia, oggi ignora la condizione di profughi che ha creato con la deportazione. Senza casa, senza lavoro, senza reddito alcuno. Le istituzioni avrebbero poteri, responsabilità e risorse per garantire il diritto di questi lavoratori ad un'ospitalità degna.
Le azioni di solidarietà vanno tradotte immediatamente in percorsi di lotta. I lavoratori africani di Rosarno hanno alzato la testa, tra i pochi in questo paese narcotizzato. Insieme a loro intendiamo porre il problema alla città ed alle sue istituzioni per rivendicare quello che spetta loro di diritto:
PERMESSI DI SOGGIORNO, ALLOGGI DIGNITOSI, ASSISTENZA SANITARIA, UN LAVORO REGOLARE PER TUTTE LE VITTIME DELLA “CACCIA AL NEGRO” E DELLA DEPORTAZIONE DI ROSARNO.
C.S.O.A. eXSniaViscosa
Osservatorio Antirazzista Territoriale Pigneto - Tor Pignattara
Comitato di Quartiere Pigneto Prenestino
Assemblea delle Donne del consultorio del Pigneto
Associazione Progetto Diritti
Sinistra Critica - Pigneto
E' la denuncia della Comunità di Sant'Egidio a proposito del trasferimento dei Rom da Casilino 900. La comunità esce così dal Tavolo Rom istituito dal Comune di Roma per discutere il piano Nomadi con le associazioni cattoliche
Trasferiti contro la loro volontà e minacciati. Questo è la denuncia della Comunità di Sant'Egidio a proposito dei trasferimenti dei nomadi di via di Salone che hanno dato il via al piano nomadi del Campidoglio. «Al contrario di ciò che è stato affermato dal Prefetto, il trasferimento al Centro di Accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto non è avvenuto in accordo con i Rom, i quali sono stati minacciati di esecuzione forzata, tanto che hanno fatto ricorso ai loro avvocati», si precisa nella nota. «In particolare il dissenso con i soggetti attuatori del Piano è dovuto ad alcune operazioni nel campo di Salone in cui sono state allontanate famiglie con bambini nati in Italia. Si tratta di persone che abitavano in un campo attrezzato, controllato con telecamere e sorveglianza 24h al giorno -si legge nella nota della Comunità di Sant'Egidio- Quindi non c'è nessun motivo reale di trasferimento al Centro di Accoglienza per richiedenti asilo (CARA), struttura pensata per accogliere profughi giunti in condizioni precarie in Italia». «Queste famiglie rom potevano rimanere nel Campo e attendere l'esito della Commissione per la richiesta d'Asilo, continuando a vivere nella normalità e a mandare i loro figli a scuola. Bambini inseriti felicemente nelle strutture scolastiche di zona si vedono allontanati dalla propria casa e dalla scuola senza fondati motivi -continua la nota- La Comunità di Sant'Egidio è convinta che la vera integrazione passi per il rispetto dei bambini e la loro educazione». «Si segnala inoltre che il trasferimento al CARA fa passare i Rom, che nel campo pagavano le utenze e il loro sostentamento, a totale carico dello Stato -aggiunge la Comunità- Dei 128 Rom di Salone che si vogliono inviare al CARA 74 sono bambini nati in Italia».
«Temiamo che quello che sta accadendo in queste ore - aggiunge la Comunità - diventi un triste gioco dell'oca ai danni dei Rom: per dare condizioni di vita degne ad alcuni, si rende la vita impossibile ad altri. Inoltre l'assoluta non considerazione per lungo tempo di una serie di proposte sul Piano Nomadi fatte dalla Comunità e frutto di un'esperienza di più di trenta anni a fianco dei Rom della capitale, fa mancare i presupposti di un dialogo con il Commissario straordinario per l'emergenza nomadi, prefetto Pecoraro, e il Comune di Roma che ne è il soggetto attuatore. Per questi motivi la Comunità di Sant'Egidio esce dal Tavolo Rom istituito dal Comune di Roma per discutere il piano Nomadi con le associazioni cattoliche. La Comunità di Sant'Egidio continuerà a dare il suo contributo all'integrazione dei Rom nella città di Roma, a partire dai bambini, disponibile come sempre a collaborare con chi, nel rispetto di ogni persona, vuole costruire una città umana per tutti».
Diverso, ovviamente, il giudizio del sindaco e della sua maggioranza per un'operazione che verrà presentata certamente come "storica". Intorno alle 10 di questa mattina, infatti, una ruspa ha demolito la prima baracca al campo nomadi Casilino 900, uno tra i più grandi insediamenti d'Europa, dando ufficialmente il via all'operazione di trasferimento. Il primo pullman della Croce Rossa, con a bordo 11 adulti e 9 bambini, ha lasciato intorno alle 12:30 il campo nomadi. In totale, secondo quanto riferisce la Cri che sta coordinando le attività di trasferimento, saranno 47 le persone che oggi verranno portate via e appartengono tutti ad un unico nucleo familiare che proviene dalla Bosnia.
«L'obiettivo é che a Roma i campi nomadi non esistano più» è stato quindi il commento del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ha partecipato direttamente alle operazioni. «Per fare ció servono dei passaggi: il primo è cancellare le vergogne come i campi senza acqua, luce e pieni di rifiuti come era questo un anno e mezzo fa. Il secondo passo è stato quello di fornire un documento, il Dast, che riconosce identità e diritti nei campi autorizzati e lavorare con queste famiglie per trovare spazi di lavoro e condizioni di vita migliore. Vogliamo che entro quest'anno non esistano più campi nomadi abusivi e tollerati ed entro qualche anno neanche tutti gli altri perché tutti dovranno essere integrati e avere una casa».
Parole che esprimono buoni propositi ma che devono fare i conti con la denuncia, secca e circostanziata, della Comunità di Sant'Egidio, un'organizzazione che difficilmente può essere fatta passare per estremista.