Topic “politica”

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Accade a sinistra

(Aggiornato) Le posizioni della sinistra radicale di fronte alla crisi del berlusconismo. Gli interventi di Piero Maestri (Sinistra Critica), Rete dei Comunisti, Marco Ferrando (Pcl), Cesare Salvi (Fds) e di Nichi Vendola sul Fatto quotidiano

Ripartiamo dalle lotte sociali. Insieme alla Fiom
di Piero Maestri - Sinistra Critica (il manifesto dell'8 agosto 2010)

La rottura tra Berlusconi e Fini, anche se avviene su un piano politicista e di scarso immediato interesse sociale, apre una pagina nuova della politica italiana, che nasconde una crisi più di fondo che in qualche modo richiama quella che due anni fa colpì il governo Prodi.
Anche se i vari protagonisti cercano di nascondere il legame tra la rottura dell’assetto della maggioranza e la crisi sociale ed economica – e il portavoce governativo Minzolini si è affrettato a farlo in diretta TG – quanto avvenuto mostra l’impossibilità degli schieramenti “bipolari” a governare e gestire il quadro della crisi.
Intanto, mentre si consumava la rottura, la Camera approvava, con la fiducia, la prima finanziaria “europea” della storia della Ue, la prima diretta emanazione della crisi economica e delle sue ricadute sociali: lo scontro interno al vertice del Pdl oscura la manovra antisociale, i colpi che ricevono lavoratrici e lavoratori, in particolare del pubblico impiego. Se poi associamo alla manovra quanto sta avvenendo alla Fiat ci rendiamo conto della vera e propria “guerra sociale” che viene concertata a livello europeo contro i lavoratori e applicata a livello nazionale.
Il governo di Berlusconi e Tremonti sta gestendo la crisi sulla base di queste coordinate e malgrado la sicumera con cui il ministro dell’economia vanta il sostegno popolare alle sue misure, la maggioranza perde in realtà consensi e presa sociale.
La crisi del berlusconismo nasce soprattutto su questo versante – anche perché non è mai riuscito a costruire un blocco sociale stabile, che lo sostenga mentre la maggioranza ne garantisca gli interessi complessi.
Fini esprime la consapevolezza che una fase si è conclusa così come nel 2008 si era conclusa la fase prodiana e pensa di logorare piano piano il Cavaliere, che a sua volta cerca di anticipare il suo avversario ex sodale, minacciando elezioni anticipate che rappresenterebbero ad un certo punto la sua unica via d’uscita per evitare il logoramento.
Quello che emerge con chiarezza è la totale inconsistenza dell'opposizione (mentre continua ad appoggiare scelte del governo – come il rinnovo delle missioni di guerra): Bersani è arrivato a dirsi sostanzialmente favorevole a un governo di transizione guidato da...Tremonti spaventato dall’unica proposta che un’opposizione seria dovrebbe chiedere con determinazione, e cioè andare al voto immediatamente, sancendo la rottura di un progetto politico avverso.
La sinistra che ancora si definisce antagonista (e anticapitalista) dovrebbe finalmente cogliere l’occasione per un tentativo di ripresa e di ricostruzione. Immaginare però che questo possa avvenire insieme al Pd, magari tentandone la scalata come sembra voler fare Vendola, è illusorio e perdente.
I due poli fondamentali hanno fallito e dunque è tempo di voltare pagina per ricostruire un progetto politico coerente, nitido, in grado di fare l'opposizione che serve e di dare una prospettiva alle lotte sociali e democratiche di questo paese. La situazione potrebbe quindi cambiare da un momento all'altro, si potrebbe andare al voto in primavera, in ogni caso è tempo di prepararsi, perseguendo con determinazione la costruzione di una coalizione alternativa al centrodestra e al centrosinistra .
Dalla crisi del berlusconismo infatti non si esce con scorciatoie politiciste, magari facendo il tifo per Fini, ma con una mobilitazione sociale e politica reale contro la crisi. Serve una risposta socialmente qualificata, un programma di uscita dalla crisi, una mobilitazione per cacciare Berlusconi e creare un quadro politico nuovo e un progetto che riprovi a realizzare una “coalizione contro la crisi” che ricostruisca una presenza organizzata e credibile in questo paese.
La promozione di una manifestazione nazionale sui temi del lavoro e dei diritti dei lavoratori è molto opportuna e utile – e la decisione della Fiom a lanciare l'iniziativa per il prossimo 16 ottobre è estremamente importante.
Tutta la sinistra - e Sinistra Critica lo farà con convinzione – deve impegnarsi per la sua riuscita. Lavorando anche perché quella giornata possa essere effettivamente ampliata dalla stessa Fiom a tutta l'opposizione sociale al governo – e possa vedere in campo anche la soggettività migrante (che ha alluso al suo sciopero lo scorso 1° marzo) per chiudere la pagina buia delle leggi che creano clandestinità, il complesso mondo del precariato per costruire finalmente insieme a tutte/i le lavoratrici e i lavoratori garanzie di reddito e di condizioni di lavoro, il movimento studentesco che si batte contro la privatizzazione del sapere, i comitati per l’acqua pubblica e le reti che difendono beni comuni e territori.
In questo modo il16 ottobre potrà rappresentare una risposta sociale alle politiche del governo e indicare una via d'uscita alla crisi: perché se è vero, come Sinistra Critica ripete nella sua campagna nazionale che "Le nostre vite valgono più dei loro profitti" è altrettanto vero che l'unica risposta efficace oggi ai colpi ricevuti dai lavoratori è l'unità delle lotte. Noi lavoreremo per questo nei prossimi mesi.

L’inutilità dell’antiberlusconismo e la necessità di un altro percorso
Rete dei Comunisti - editoriale di Contropiano

All’indomani delle elezioni regionali la vittoria della destra (ottenuta nonostante una consistente perdita di voti), ha prodotto il grido d’allarme sulla democrazia. Non sono passate nemmeno tre settimane e, caso unico nella nostra storia dopo una vittoria elettorale, la destra entra in crisi con la spaccatura del PDL. Ma insomma questa destra, indubbiamente impresentabile nella sua immagine e identità, è veramente pericolosa o i nostri antiberlusconiani di sinistra non ci hanno capito niente?

Come Rete dei Comunisti, abbiamo sempre criticato un approccio che se negli anni ’90 poteva sembrare forse più convincente della nostra ipotesi, oggi mostra definitivamente la corda con la sua incapacità di interpretare i continui e sempre apparentemente inaspettati sviluppi: Ci riferiamo alla coazione a ripetere del meno peggio che, nella cultura della sinistra italiana, non riesce nemmeno per un momento ad oggettivarsied a coglierne i propri limiti.

Eppure non sarebbe troppo difficile, basterebbe riprendere i famosi attrezzi della nostra cassetta, (lasciati ad arrugginire) per trovare delle chiavi di lettura meno disperanti o volutamente disperanti, che i “dirigenti” politici ci ripropongono senza sosta. Basterebbe, infatti, usare la vecchia e cara analisi di classe per avvicinarsi a capire la natura effettiva dei governi della destra.

Se andiamo ad analizzare le caratteristiche del blocco sociale e politico che sostiene Berlusconi, quello che emerge è la sua contraddittorietà e la conseguente debolezza, debolezza evidente rispetto ai nodi strategici che pone il livello di sviluppo complessivo imposto nella competizione globale, il che mostra non una incapacità ma una impossibilità per la destra di definire una strategia adeguata per il nostro paese nel contesto della Unione Europea.

Questa impossibilità nasce dagli interessi contraddittori e dalle diverse visioni che questa alleanza eterogenea mostra al suo interno ed a cui la destra vorrebbe dare rappresentanza. Convivono infatti nella struttura politica del centrodestra - PDL, Lega e frattaglie varie - gli interessi della piccola impresa in crisi del nordest ed il voto operaio ancora più in crisi del nordovest (un dato che già era emerso nel 1994), le aree sviluppate del Nord con la questione meridionale, il produttivismo leghista con l’apparato statalista degli ex di AN, l’esaltazione delle leggi di mercato con la malavita organizzata, la Padania con l’Unità Nazionale, gli interessi del monopolista Berlusconi con gli ondivaghi sostegni della Confindustria. La lista potrebbe continuare a lungo se volessimo entrare ancora più nel merito.

Il centrodestra ha dunque un intoppo che gli viene dalle contraddizioni interne e che gli impedisce di essere progettuale, ovvero di ipotizzare un determinato sviluppo per il nostro paese e perseguirlo in modo forte e coerente. Ma ha anche un intoppo che gli viene dall’alto dei poteri forti europei con i quali Berlusconi è stato costretto a mediare e dai quali ottenere il qualche modo garanzie, un fatto questo dimostrato dalla posizione subalterno assunta da un noto e feroce antieuropeista come Tremonti. Costui è divenuto infatti il cane da guardia della stabilità monetaria europea – ancora meglio dello stesso Padoa Schioppa - tanto da far aumentare le difficoltà al suo schieramento politico con i continui tagli e contenimenti della spesa pubblica.

Ma allora come mai Berlusconi è cresciuto e si è rafforzato in questo quindicennio? La risposta è sotto gli occhi di tutti: grazie alle politiche dei governi di centrosinistra con i partiti della sinistra al proprio interno e subordinati. Questi infatti hanno distrutto, polverizzato e disperso quella che era la base sociale storica di una forte tradizione popolare e culturale di sinistra senza riuscire a mostrare uno straccio di alternativa. D’altra parte come si fa a chiedere il voto operaio al Nord quando la CGIL, che abbaia durante i governi di destra, accetta tutte le scelte antisociali dei governi di centro-sinistra? Come si fa a chiedere il voto al Sud quando l’unico modello di governance del meridione si è rivelato il “bassolinismo”? Come si fa ad essere credibili verso i settori produttivi moderni quando assistiamo a scene da basso impero alla regione Lazio e al comune di Bologna?

Tutto questo, e va ricordato bene, è accaduto sistematicamente in alleanza con i partiti di sinistra e con l’affermarsi di una cultura politica, diffusasi ampiamente anche nei suoi attivisti, che vede l’ombelico del mondo collocato nelle relazioni istituzionali tra partiti; cioè in quella ”politica” metafisica che ritiene secondari e strumentali quegli interessi sociali che hanno prodotto invece nei decenni passati la forza dei comunisti e del movimento di sinistra e democratico.

Se le cose stanno così - e stanno così perché il centrodestra è imploso proprio nel momento di maggior debolezza dell’opposizione - perché continuare ad agitare l’antiberlusconismo come se fosse la questione principale? Perché non porsi il problema delle caratteristiche del blocco sociale della destra e di come destrutturarlo con un adeguato intervento sociale oltre che politico? La risposta non può essere quella offerta ad esempio dal compagno Claudio Grassi e da settori del PRC quando la sera stessa dei risultati elettorali si sono affrettati a dichiarare morta ogni possibilità di indipendenza della sinistra alternativa dalla alleanza con il PD in quanto, se non ci si allea con il PD, non si prendono i rappresentanti istituzionali.

Le ipotesi prodotte, ad esempio da Grassi, da Vendola e da altri ancora, danno per scontato che in questo paese la sinistra, ed a maggior ragione i comunisti, non hanno alcuna possibilità di presenza politica indipendente, e lo pensano mentre continuano ad affermare esattamente il contrario, nè più nè meno come faceva Bertinotti con il suo “parlare a sinistra per andare a destra”. Così facendo commettono due gravi errori: il primo è pensare che il popolo comunista e della sinistra possa seguire all’infinito delle mistificazioni. Se è vero che sono stati ottenuti dei rappresentanti istituzionali alle regionali anche grazie ai meccanismi elettorali del maggioritario, è altrettanto vero che le due formazioni di sinistra hanno continuato drammaticamente a perdere voti, questa volta circa il 30% rispetto a solo dieci mesi fa.

Viene inoltre commesso un altro errore, forse più grave perché autolesionista, quando si pensa che la propria disponibilità ad allearsi con il PD rappresenti la propria salvezza. La vicenda Fini, in quanto riflesso delle contraddizioni strutturali della destra, cambia nettamente lo scenario politico italiano. Infatti la rottura di Fini con Berlusconi, quando si determinerà, provocherà una modifica sostanziale dell’opposizione che dovrà scalzare Berlusconi trovando il punto di equilibrio all’interno dei soggetti politici moderati e ultramoderati presenti nelle istituzioni. Questo equilibrio non potrà avere nulla a che vedere nè con la Federazione della Sinistra, (ipotizzare una falce e martello in quel tipo di alleanza con Fini, Casini, Montezemolo, Pisanu etc.è veramente difficile) nè con la velleità vendoliana di mettersi a capo della coalizione di centro sinistra doppiando così l’esperienza pugliese. Casini e tantomeno Fini e i loro azionisti di riferimento – per quanto oggi ancora ipotetico - non potrebbero accettare questo scenario.

Ritorna così sempre più forte la necessità della indipendenza politica della sinistra antagonista dal quadro istituzionale e dal PD, rispetto ai quali le politiche della rimozione, del pragmatismo velleitario, del tatticismo estremo mostrano ormai pubblicamente la corda. Indipendenza politica e organizzazione sono- a nostro avviso ovviamente- i riferimenti per la ripresa dei comunisti e della sinistra, ma sono anche passaggi ineludibili per una dialettica democratica che parta dai settori sociali che nel nostro paese vanno riconquistati alla solidarietà di classe.

Indipendenza ed organizzazione anche di fronte al fallimento della CGIL e non solo sul piano sindacale, ma di fronte alla sua ininfluenza politica e culturale rivelata con l’incapacità di contrastare tra i lavoratori del Nord l’ideologia reazionaria della Lega.

La Rete dei Comunisti su questo ha avanzato analisi e proposte, chiavi di lettura e elementi di programma che sono stati messi a disposizione di tutti i soggetti politici della sinistra antagonista o che si richiamano più esplicitamente all’esperienza comunista. Su questo intendiamo continuare ad agire e discutere nei prossimi mesi a tutti i livelli, consapevoli di non essere autosufficienti ma altrettanto consapevoli che non percorreremo la strade che hanno portato entrambi alla crisi.

* editoriale di Contropiano nr.2 del 2010

Per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio
di Marco Ferrando - Partito comunista dei lavoratori (il manifesto 3 agosto)

Come in tutta la propria storia , la Fiat si candida a direzione del padronato Italiano. Fu così nell’immediato secondo dopoguerra quando si pose alla testa della restaurazione padronale . Fu così nell’autunno 80, quando fece da apripista dei licenziamenti collettivi . Così è oggi: laddove Fiat punta non solo allo smantellamento del contratto nazionale , ma alla ricomposizione sotto la propria egemonia del grosso della borghesia italiana, su una linea di nuovo sfondamento sociale. Tuttavia esistono due importanti differenze col passato. La prima sta nel contesto della crisi capitalistica mondiale e del nuovo quadro di competizione globale, usata cinicamente dalla Fiat come arma estrema di ricatto. La seconda sta nell’omologazione liberale del grosso dell’”opposizione”: che vede un PD confindustriale schierarsi di fatto dalla parte di Marchionne contro la Fiom, al fianco del governo più reazionario che l’Italia abbia avuto dai tempi di Tambroni. Per questo lo scontro Fiat è oggi uno snodo tanto decisivo quanto difficile.

Ma proprio questo quadro generale fa sì che lo scontro non possa essere affrontato in termini convenzionali. Non è più tempo, se mai lo è stato, di denunce o iniziative simboliche. Men che meno di divisioni concorrenziali di sigla all’interno del sindacalismo di classe. E’ tempo di lavorare a mettere in campo, unitariamente, una forza di contrasto che sia radicale quanto è radicale l’offensiva della Fiat e del Governo. Questo è il punto decisivo. O si oppone alla determinazione di Marchionne una determinazione eguale e contraria, o la partita è segnata, con effetti di trascinamento di lungo corso.

E’ con questa impostazione che avanziamo all’insieme delle sinistre politiche e sindacali una proposta aperta di riflessione e confronto. Che certo preveda la più ampia partecipazione alla grande manifestazione promossa dalla Fiom per il 16 Ottobre; ma che assuma quella manifestazione non come rito, bensì come punto di passaggio di una mobilitazione generale, prolungata e radicale, che miri davvero ad incidere sui rapporti di forza tra le classi . Poniamo in sostanza l’esigenza della generalizzazione della lotta, al massimo livello, in tutti gli stabilimenti Fiat , e della ricomposizione attorno alla lotta Fiat dell’insieme delle vertenze aziendali oggi in corso . Se Marchionne punta all’egemonia del fronte padronale, la lotta Fiat può puntare all’egemonia del fronte operaio. Se Marchionne punta allo scardinamento del contratto nazionale le sinistre sindacali e politiche possono preparare l’occupazione operaia degli stabilimenti Fiat e di tutte le aziende che licenziano o calpestano i diritti, accompagnata dalla costituzione di una cassa nazionale di resistenza. Se Marchionne rivendica il diritto di espropriare lavoro e diritti nel nome del profitto, i lavoratori possono rivendicare la nazionalizzazione della Fiat e di tutte le aziende che licenziano, senza indennizzo per gli azionisti e sotto controllo operaio . Se Marchionne promuove la contrapposizione dei lavoratori italiani agli operai polacchi, serbi, americani, le sinistre politiche e sindacali possono lavorare ad una piattaforma operaia internazionale, innanzitutto europea, tra tutti i lavoratori della Fiat ( e non solo), raccogliendo gli appelli che vengono in questo senso da settori sindacali serbi e polacchi.

Una proposta “troppo radicale”? Al contrario. Solo un’azione di rottura sociale, tanto più in tempo di crisi, può strappare risultati parziali e concreti; mentre una rinuncia pregiudiziale al salto concreto di mobilitazione moltiplicherebbe i rischi di una regressione storica. E’ una considerazione attualissima sullo stesso piano politico. Il berlusconismo sta attraversando una crisi esplosiva. Proprio per questo da un lato riemergono le peggiori tentazioni plebiscitarie, dall’altro si moltiplicano le manovre istituzionali di sottobosco tese a soluzioni di ricambio ( governi di transizione), sotto la benedizione di Bankitalia. Con un esito paradossale: o la continuità (peggiorata) di Berlusconi, nell’ipotesi di fallimento delle manovre trasformiste ; o la continuità delle politiche sociali di Berlusconi e Marchionne dentro un “nuovo” quadro di governo borghese. In entrambi i casi una sconfitta operaia. Tanto più oggi, solo l’irruzione di un’autentica esplosione sociale - in piena autonomia dal centrosinistra- può precipitare la crisi del berlusconismo dal versante delle ragioni del lavoro. Non certo il mito vendoliano di un’”Obama bianco”, magari in ticket con Chiamparino , mentre l’Obama nero esalta Marchionne.

«Con il Pd un'alleanza più larga del governo»
Intervista a Cesare Salvi, portavoce della Federazione della Sinistra (il manifesto 6 agosto)

«Il voto di ieri ci consegna una situazione paradossale che rischia di incrementare l'antipolitica e l'astensionismo. Chi governa vuole andare a votare, chi si oppone ha una forte allergia alle urne e c'è, infine, una fascia centrale che si muove con elementi di ipocrisia politica, a cominciare dai finiani che dicono che il governo deve restare al suo posto. Sembrerebbe una commedia pirandelliana, invece è lo stato della politica italiana». Cesare Salvi, leader di socialismo 2000 e attuale portavoce della federazione della sinistra, è preoccupato: «Abbiamo davanti un gioco delle ipocrisie e delle menzogne - spiega - che rischia di creare disaffezione tra i cittadini».

In questi giochi metti pure la proposta di un governo a guida Tremonti?
Sì, ci sono aspetti preoccupanti della posizioni del Pd, posizioni che sono irrealistiche e in contrasto con quelle che dovrebbero essere le linee guida di un partito di centrosinistra. Più che trasmettere l'idea di una forza che cerca soluzioni per il paese il Pd ha trasmesso l'idea del panico. E poi Tremonti... Ma come! L'uomo che ha presentato un manovra che colpisce esclusivamente i ceti medi e popolari, quello che si fa vanto di volere cancellare l'articolo 41 della Costituzione, tu lo vuoi piazzare a palazzo Chigi? Non accadrà ma è sconcertante il solo averlo pensato. E d'altronde di cose singolari se ne vedono parecchie, come la proposta di Enrico Letta di scaricare la sinistra per fare un'alleanza col terzo polo in fasce: qualcuno può pensare che il Pd possa allearsi con Fini o Fini col Pd? Noi della federazione non giochiamo a sparare sul Pd, è evidente che per l'obiettivo di un governo alternativo il ruolo del Pd è fondamentale.

Qual è il problema del Pd? Perché ha così paura del voto?
Molti in quel partito temono che possano rivincere Berlusconi e Bossi. Ma questo rischio c'è esattamente perché il paese non percepisce la presenza di una alternativa. Ora serve uno scatto nuovo. Anche perché se non è novembre, è primavera.
Che chance avrebbe un governo di transizione?
Il governo di transizione non ci sarà. Non ci sono i numeri e le condizioni politiche per un voto comune che vada da Di Pietro a Fini e poi ben difficilmente il capo dello stato avallerebbe, sul filo di pochi seggi, un ribaltamento del risultato elettorale. Non perché non si possa fare ma perché urta contro il senso comune. E poi governo di transizione per fare che cosa? Qualcuno pensa davvero che una coalizione siffatta possa affrontare il conflitto di interessi o fare una legge elettorale?. E ancora, sull'economia quale sarebbe l'ipotizzato programma? E sulla Fiat?

La federazione ha proposto al Pd un patto per difendere la Costituzione e andare al voto. Avete avuto risposte?
Tenuto conto delle preoccupazioni legittime del Pd, sono convinto che non si debba perdere tempo perché poi le cose si verificano e ci si trova impreparati. Berlusconi e Bossi sono minoranza in Italia. Non c'è da avere paura. Bisogna costruire un'alleanza democratica, in cui noi come federazione della sinistra siamo pronti a fare la nostra parte, un'alleanza che abbia alcuni capisaldi: difesa della Costituzione e dei diritti costituzionali, il lavoro in primis. Bersani finalmente ha parlato di un cerchio più stretto di governo e di uno più largo per l'alleanza democratica. Ci sta bene, la lezione di Prodi l'abbiamo imparata tutta. Per essere chiari il governo d'alternativa sarà un governo moderato che farà politiche moderate, ma non metterà sotto attacco la Costituzione e la sinistra ha tutto l'interesse di fargli vincere le elezioni e di sostenerlo.

In buona sostanza il Pd e gli altri alleati vanno al governo e con voi contrattano alcuni punti sul programma. Ricorda la desistenza...
La desistenza funzionava con l'uninominale. Con questa legge è possibile un collegamento col Pd. E' passata tanta acqua sotto i ponti dal '96. Quello che vogliamo mettere sul tavolo sono le questioni programmatiche, due, tre punti comuni, con al primo posto una risposta immediata ai ceti disagiati.

Vendola pare voler fare un percorso diverso dal vostro. Intanto è preso dalle primarie. E' possibile un incontro tra Sel e federazione?
Forse è cambiato qualcosa in queste settimane. Più che il problema primarie, più che sparare sulla Croce rossa, ossia il Pd, più che guadagnarsi i gradi di maresciallo, io credo che anche Vendola debba oggi porsi il tema di come avvicinare le forze della sinistra e del centrosinistra. La priorità non è la competizione interna, ma l'alleanza democratica. La matassa è in mano al Pd. E allora faccia una proposta, dia segnali al paese. Quanto a Vendola e a Sel, penso che in Italia ci sia la necessità di costruire un partito della sinistra più che scompaginare e ricompaginare i partiti. Anche perché il vero rischio è che a scompaginare e ricompaginare - la democrazia, la Costituzione e il sistema dei partiti - siano Berlusconi e Bossi.

L'articolo di Nichi Vendola sul Fatto quotidiano del 7 agosto 2010

Caro Flores d’Arcais, ho apprezzato molto la tua lettera, così appassionata e intelligente. Siamo ad un punto davvero opaco, sporco, indecente della vita pubblica italiana. Vediamo il Paese avvitarsi in una spirale di scandali, di violenze, di ricatti, di veleni. Il disegno di attacco alla democrazia costituzionale è esplicito, la cultura del bavaglio e dell’intimidazione ha camminato a lungo dentro le viscere del sistema informativo ma anche dentro l’intero spazio pubblico, il garantismo appare come la foglia di fico con cui si intendono coprire le vergogne di un regime fondato sui clan e sulle cricche, mentre per chi vive nei labirinti del lavoro subordinato e precario non esiste garanzia né garantismo possibile.

Criminali e galantuomini
Anche a Pomigliano o a Melfi funziona il bavaglio, l’operaio torna ad essere stritolato alla sua catena, come funzione neo-servile chiusa in una dimensione di solitudine totale. Un migrante è sempre potenzialmente un criminale, così va gestita la sua utilità sociale (come badante o come raccoglitore di pomodori), così va narrata mediaticamente la sua indicibile fatica di vivere e di integrarsi; mentre Caliendo, Verdini, Cosentino, Dell’Utri sono galantuomini diffamati dalla sinistra del rancore. E poi su tutto splende il sole di un Re così palesemente insofferente di controlli e controcanti, un sovrano modernamente legibus solutus, che teorizza il primato del consenso popolare su qualsivoglia norma di legge.
L’Italia è una Repubblica televisiva fondata sul sondaggio e sulla depenalizzazione dei reati dei ceti possidenti. La crisi pirotecnica di questo regime rende visibili i buchi neri e i protagonisti indecenti della fiction berlusconiana. Un fiume di fango tracima dal Palazzo mentre il severo Tremonti, dismessi gli abiti dell’inventore della finanza creativa, si trasforma nel fustigatore degli sprechi e delle spese pazze (con l’esclusione degli sprechi e delle spese pazze che servono al dio Po e alla Lega Nord).

Caro Paolo che dolore vedere il nostro Belpaese brutalizzato e umiliato! Vederlo andare alla deriva, vederlo smarrire i suoi codici civili e il suo sentimento della decenza, vedere la comunità nazionale frammentata in satrapie localistiche, vedere il lavoro regredire agli standard di una modernità ottocentesca. Si può fare qualcosa per curare queste ferite? Io penso che sia doveroso chiedere ad una grande coalizione democratica di seppellire il cadavere putrescente della Seconda Repubblica. Scaviamo subito la fossa, evitiamo che l’infezione si propaghi ulteriormente. C’è in Parlamento una maggioranza disponibile a cambiare la vigente e repellente legge elettorale? Magari, che si organizzi! C’è in Parlamento una maggioranza disposta a regolamentare in maniera seria il conflitto d’interessi? Magari, che si proceda! Mi sia consentito di dubitare di queste condizioni certo auspicabili.

Il bisogno di un orizzonte largo
Ovviamente tocca a tutti sentirsi responsabili del passaggio drammatico che stiamo vivendo. Occorre muoversi. Mobilitarsi. Una manifestazione va bene, purché sia la più ampia possibile: ma anche quella della Fiom del 18 ottobre è un appuntamento decisivo! Aprire un processo democratico, animare una battaglia culturale e politica in ogni angolo d’Italia. Ma occorre avere il respiro lungo e l’orizzonte largo. Non possiamo lottare per noi stessi e per le nostre fazioni, ma per ridare una prospettiva di futuro a questo povero Paese. Io ho molte critiche e molte obiezioni da rivolgere al Pd e in genere non taccio. Soprattutto trovo sbagliato che alla fine ingloriosa della Seconda Repubblica si replichi con ricette fresche fresche di Prima Repubblica. E poi trovo nauseante il cumulo di politicismo, di cattiva realpolitik, con quella ciclica tentazione di cercare ancore di salvezza di negozi improbabili.

Dobbiamo aiutare i democratici a non avere paura, a cominciare da quella ridicola paura per il fantasma delle primarie. Il Pd e il suo popolo sono una immensa e indispensabile risorsa per costruire il cantiere dell’alternativa, e per rimettere in campo quella cosa smarrita che chiamavamo “sinistra”. Lo dico con amicizia a Di Pietro e a quanti, fuori dal Pd, sentono la gravità del momento: non perdiamo la bussola e non perdiamo la rotta. Facciamoci carico della costruzione di un’alleanza nuova, plurale, larga, popolare, giovanile, riformatrice nella politica e innovativa nelle idee. Facciamo che ogni nostra differenza venga agìta come arricchimento, sfuggiamo alla tentazione del piccolo cabotaggio e chiediamo a noi stessi e a tutti e tutte di mettere in campo una grande narrazione. Che, con semplicità, sappia dire: c’è un’Italia migliore!

di Nichi Vendola

Da Il Fatto Quotidiano del 7 agosto 2010

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Nota quotidiana

Situazione incerta. Berlusconi sembra determinato e minaccia Fini anche sul piano giudiziario. Casini insorge e parla di "squadrismo intimidatorio". Il Pd, per non sbagliare, si divide e pensa addirittura a un patto per Casini premier. Ma c'è anche chi frena e pensa di logorare il Cavaliere

Berlusconi non esce certamente bene dal voto di ieri su Caliendo. Che non avesse i 316 voti necessari a mantenere la maggioranza a Montecitorio si sapeva ma che sia finito sotto anche la soglia psicologia dei 300 voti, fermandosi a 299, è un segnale in più del suo logoramento. Peggio di Prodi, si potrebbe dire.
Il logoramento è evidente dai commenti del giorno dopo e non è diplomatico Stefano Folli sul Sole 24 Ore nel sottolineare l'errore del Cavaliere nell'espellere Fini dal Pdl. Inizia ora un autunno difficile per affrontare il quale Berlusconi pensa sempre con più decisione alle elezioni anticipate, addirittura a novembre. L'articolo più esplicito in questo senso è quello della Stampa a firma di Ugo Magri. Su Repubblica, invece, Berlusconi appare così sicuro di sé da immaginare imminenti dimissioni di Fini probabilmente a causa delle polemiche sulla casa di proprietà della ex An a Montecarlo (frutto di una ricca donazione) e finita oggi nelle disponibilità del cognato di Fini stesso (sul caso la Procura ha aperto un'inchiesta). E' questo approccio che fa dire oggi a Casini che nei confronti del presidente della Camera è in atto «uno squadrismo intimidatorio». Parole forti, segno che la posta in gioco è davvero delicata.
Quindi, da queste ricostruzioni il voto sembra essere davvero vicino, al più tardi a marzo. Ancora da Repubblica apprendiamo che c'è addirittura un pezzo del Pd che spinge in questa direzione. E c'è chi parla di un'alleanza tra il Pd e il nuovo Terzo polo legata da una candidatura premier di Pierferdinando Casini. Ma ci sono anche i segnali contrari. Intanto, come fa notare Il Fatto in prima pagina, Giulio Tremonti non ha detto chiaramente no all'ipotesi lanciata da Bersani di un governo di transizione guidato da lui. Poi c'è un Pdl che continua a perdere pezzi, come la ex socialista Chiara Moroni che nel voto su Caliendo decide di passare con Fini. Poi ci sono segnali strani come quello lanciato dall'ex presidente di Confindustria, Antonio D'Amato, che in un'intervista al Mattino se la prende con i ritardi del governo, con il degrado morale e la scarsa competitività del Sud Italia. D'Amato è stato uno dei pasdaran di Berlusconi e questa intervista sembra fatta apposta per dare segnali (anche perché a Napoli si vota per le comunali in primavera).
Se comunque si va al voto il ruolo dell'alleanza a tre, il nuovo Patto centrista, non sarà indifferente. Sul Sole 24 Ore ne vengono sottolineate le potenzialità di interdizione al Senato mentre su Repubblica l'intervista di Francesco Rutelli è un messaggio al Pd affinché scelga tra il "terzo polo" e Di Pietro. La politica è davvero in movimento, la confusione è grande ma forse la situazione non è eccellente

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Nota quotidiana

Al via il congresso di Sinistra e Libertà con la relazione di Nichi Vendola (il congresso in diretta). Un appello a costruire una grande sinistra per "salvare l'Italia". Riproponiamo le nostre domande al leader pugliese

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Riproponiamo le nostre dieci domande a Nichi Vendola nel giorno di apertura del congresso di Sinistra, Ecologia e Libertà. Nella sua ampia relazione, piena di immaginie suggestioni alte, Vendola ha sostanzialmente lanciato un programma di governo del Paese - con al centro il lavoro e il sapere - per una coalizione nuova e ampia con dentro tutti, dalla Federazione della Sinistra all'Udc. Un progetto «per salvare l'Italia» e la proposta, di fatto lanciata al Pd, di ricostruire una nuova, grande sinistra che superi le organizzazioni esistenti. A cominciare proprio da Sel che è come «un seme che per germogliare deve morire».

1) Ti sei candidato alle primarie del centrosinistra. Lo aveva già fatto prima di te Fausto Bertinotti, con risultati non proprio incoraggianti. Certamente, le primarie in Puglia e la tua rielezione a Presidente offre diverse chance a questa iniziativa. In questo caso contribuiresti a ricreare uno schieramento di centrosinistra che va dalle ali più moderate del Partito democratico fino alla cosiddetta sinistra radicale (ammesso che l'Udc di Casini rimanga fuori). In termini non propriamente diversi dal 2006. Cosa è cambiato nel Pd, nell'Idv di Di Pietro, nel centrosinistra italiano da indurti a ripercorrere una strada che non ha prodotto grandi risultati e che, anzi, ha favorito il ritorno al governo di Berlusconi? Quali sono le novità che scorgi? Quale radicalità ha il Pd di Bersani che i Ds e la Margherita di Fassino e Rutelli non avevano?

2) Quella maggioranza di governo non ha certo brillato per un programma particolarmente innovativo e radicale. Ha varato una finanziaria “monstre” regalando miliardi su miliardi alle imprese; ha rispettato tutti i vincoli europei; ha aumentato le truppe italiane all'estero, ritirandole dall'Iraq ma inviandone di nuove in Libano e aumentando il contingente in Afghanistan. Qual è il tuo giudizio su quell'esperienza che, pure lontano dal Parlamento e dal governo, ti ha visto comunque protagonista di uno dei partiti cardine di quell'alleanza?

3) Il centrosinistra ha ormai sposato la linea militarista di invio delle truppe all'estero e di aumento delle spese militari. Addirittura, ci siamo trovati di fronte al paradosso di una sinistra più leale agli Usa e ai militari di quanto lo sia stato il centrodestra e Berlusconi. Quale sarebbe la tua posizione in materia? Ritireresti immediatamente le truppe dall'Afghanistan e dal Libano? Ridurresti significativamente le spese militari? Avvieresti un programma di riconversione dell'industria bellica?

4) Non hai mai nascosto la tua soggettività omosessuale e questo ha fatto di te un personaggio ammirato oltre che contrastato. Ma come pensi di varare in Italia, alleandoti con il Pd, con Di Pietro, con Castagnetti e Rosi Bindi, una legge sulle unioni civili almeno analoga a quella realizzata da Zapatero in Spagna?

5) L'Italia è immersa in una crisi economica al pari dell'Europa e di gran parte del mondo. Le responsabilità della crisi sono evidenti: la finanza, le banche, i loro legami inestricabili con il sistema delle imprese e delle multinazionali, prelevano risorse sempre più ingenti dalla spesa pubblica scaricando i costi su chi lavora. A Pomigliano si è vista all'opera questa visione della politica e della società con uno stile arrogante e padronale messo in atto da uno, Marchionne, che Fausto Bertinotti era riuscito a definire “esponente di spicco della borghesia buona con cui si può realizzare un compromesso sociale”. Anche tu pensi che occorra realizzare un compromesso sociale con la “borghesia” italiana? Credi sia possibile governare componendo gli interessi degli operai di Pomigliano con quelli di Marchionne, Marcegaglia, delle grandi banche e della finanza italiana preoccupata della concorrenza internazionale?

6) Fai parte di una tradizione politica che ha sempre fatto della democrazia partecipata, del pluralismo, della complessità e della fatica della democrazia un punto chiave del proprio agire politico. Davvero pensi che le primarie, il ruolo carismatico di un “capo”, il leaderismo, siano compatibili con una crescita democratica della società e con una reale partecipazione? Basta davvero venire a votare alle primarie per sentirsi rappresentati? Non serve un percorso di mobilitazione, di strutture plurali e collettive in grado di determinare forme di controllo popolare, di autogoverno, di democrazia diretta nelle quali gli uomini e le donne in carne e ossa siano protagonisti del proprio agire politico?

7) Ti candidi alle primarie con l'obiettivo di essere il primo ministro della settima potenza industriale del pianeta. L'Italia fa parte dei vari G8, G20 e così via. Uno di questi organismi, il G8, nel 2001 tenne il suo vertice a Genova provocando una mobilitazione che ha segnato una generazione militante e ha provocato anche l'uccisione di Carlo Giuliani. A Giuliani tu fai spesso riferimento nei tuoi discorsi pubblici. E' davvero possibile rappresentare le ragioni di quella generazione, e di quel ragazzo ucciso, e far parte del consesso mondiale che è stato, e resta, il principale bersaglio di una contestazione giovanile? Davvero si può fare politica componendo gli opposti?

8) Al centrosinistra, e al Pd, tu proponi una candidatura di “movimento”, nata per “sparigliare” e destinata, ci sembra, a rappresentare le ragioni di chi non ha voce, di chi si batte per un mondo migliore. Contemporaneamente governi la Puglia, una regione importante del Mezzogiorno italiano in cui non ci sembra che in questi ultimi cinque anni siano state invertite o almeno scalfite le condizioni di vita di chi lavora o di chi un lavoro non ce l'ha. La sanità è stata stritolata da affari e corruzione incredibili; esistono un po' di borse di studio per i più giovani ma la disoccupazione resta altissima; c'è una forte e sviluppata criminalità organizzata e così via. Davvero si può ancora proporre una linea “di lotta e di governo” nonostante i guasti realizzati e le illusioni profanate?

9) Per vincere le primarie avrai bisogno di un largo consenso e forse potresti anche averlo sulla base delle tue idee. Per essere il candidato-premier di una coalizione alternativa a Berlusconi dovrai comunque trovare un composizione e una sintesi con le idee e gli interessi materiali dell'attuale centrosinistra. Quello che governa le “regioni rosse” e ha una base di riferimento nelle imprese, nelle Cooperative, in larga parte di ceti professionali e manageriali che si contende, ad esempio, con la Lega al nord; quello di estrazione moderata, pensa a personaggi come Penati e Chiamparino che nella loro esperienza di governo a Milano e Torino hanno fatto di tutto per assomigliare al centrodestra (e poi, non sei tu ad aver detto che dei due Letta il più a sinistra è Gianni?); quello di estrazione cattolica benpensante che su unioni e libertà civili o su sessualità e famiglia tiene alta la guardia; quello di estrazione clientelare, ampiamente radicato al sud dove, spesso, ha punte di contiguità con la malavita. Come pensi di poter miscelare tutto questo non tanto in una ipotesi di governo – quello si riesce sempre a farlo – ma in un'idea di società, in una visione che abbia un certo interesse e che davvero contribuisca al cambiamento?

10) Infine, questo paese è pietrificato, diretto da caste e classi sociali che difendono con le unghie privilegi ancestrali (si pensi all'evasione fiscale), monopolizzato da apparati di potere – politici, confindustriali, clericali, istituzionali, accademici, sindacali, massonici e burocratici – che hanno ben saldo il controllo dello Stato e delle "cose" pubbliche. Tutto questo può essere scacciato, o quanto meno incrinato, semplicemente da una spinta popolare che innalzi la tua candidatura e la tua persona? Non c'è bisogno invece di una consapevolezza nuova, di un blocco sociale coeso e convinto delle proprie ragioni, organizzato democraticamente, capace di scontrarsi con quegli apparati, di resistere e di provare a vincere? Non c'è bisogno di una visione politica della trasformazione animata da migliaia e migliaia di occhi e gambe che lavori sulle proprie proposte, realizzi un'egemonia reale nel paese, trascini dalla propria parte gli indecisi e alla fine prevalga? Insomma, caro Nichi, non ci sarebbe bisogno di una rivoluzione?

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Nota quotidiana

Se si votasse in Parlamento, il "lodo Marchionne" otterrebbe quasi l'80% dei voti. Probabilmente il Partito democratico si dividerebbe, si contorcerebbe, si strapperebbe i capelli (tranne Bersani) e poi, magari, si asterrebbe. Sarebbe l'unico partito ad avere questi dubbi e questo è indicativo della crisi politica in cui versa.

Salvatore Cannavò

Se si votasse in Parlamento, il "lodo Marchionne" otterrebbe quasi l'80% dei voti. Probabilmente il Partito democratico si dividerebbe, si contorcerebbe, si strapperebbe i capelli (tranne Bersani) e poi, magari, si asterrebbe. Sarebbe l'unico partito ad avere questi dubbi e questo è indicativo della crisi politica in cui versa.
Si potrebbe fare una specie di gioco di società e immaginare come sarebbe un vero e proprio Governo Marchionne, un governo cioè il cui collante, ispirazione e linea di marcia fosse quell'accordo che la Fiat è riuscita a imporre - senza particolare sforzo - a Fim e Uilm e che ha visto la coraggiosa opposizione della sola Fiom. Un accordo che si basa sul vero lascito culturale del berlusconismo: la centralità assoluta dell'impresa, dei suoi diritti, dei suoi profitti. Una centralità che non è messa in discussione da nessuno, tranne un po' di sinistra cosiddetta radicale. Ci permettiamo di osservare che nemmeno il partito di Di Pietro la mette in discussione fino in fondo anche se, più di altri, è oggi attraversato da attenzione e cura verso i lavoratori.
A Pomigliano, infatti, vige solo il soggetto-impresa: la sua necessità di avere la pace sociale in fabbrica; la sua necessità di saturare gli impianti e quindi avere livelli altissimi di produttività; la sua necessità di governare la forza lavoro in assoluta libertà. Il lavoro è reso semplice variabile dipendente, puro ammennicolo, senza alcuna soggettività né dignità. E se ce l'ha, questa va recisa alla radice.
Se hai questa concezione della politica, della società, dell'economia, puoi fare tranquillamente anche un governo che dura nel tempo. E infatti, diversi esponenti confindustriali non vedrebbero l'ora di "salire sul ring" per mettersi alla testa di un progetto del genere, vedi Montezemolo.
Con un simile programma, l'Italia potrebbe conoscere una fase nuova rispetto alla vischiosità attuale e potrebbe vedere quella situazione positiva che chiedono spesso le imprese, "i mercati", l'Europa e tutto ciò che della centralità dell'impresa ha fatto un dogma.
Di un tale governo non potrebbe far parte ovviamente Silvio Berlusconi, per la semplice ragione che nascerebbe solo una volta che l'attuale premier si fosse messo da parte (e va detto che a giudicare dalla situazione attuale, la cosa non è così campata per aria: inchieste che si allargano, rifiuti che ritornano, equilibri interni alla maggioranza che traballano e anche il sogno dell'Aquila che svanisce). Tolto Berlusconi, però, la sua maggioranza, in larga parte, potrebbe essere della partita. Un simile governo andrebbe bene a Tremonti e Sacconi (Brunetta non ce lo vorrebbe nessuno) che su Pomigliano hanno immaginato "la fine della lotta di classe" e impostato una nuova era nelle relazioni industriali. Ci starebbe certamente l'area "finiana" - Fini ha visto nel "patto" imposto dalla Fiat addirittura qualcosa che rimanda alle «grandi dottrine del Novecento», leggi l'economia corporativa fascista... - e l'Udc brigherebbe per prendere il comando della baracca.
Ci starebbero con grande impeto anche molti del Partito democratico: pensiamo a Fioroni che si è distinto negli attacchi alla Fiom, Letta, ma senza escludere dirigenti come Chiamparino e Fassino. Veltroni, nonostante si sia distinto per un bel siluro alla Fiom, avrebbe qualche difficoltà, impiccato com'è alla "religione del maggioritario" - e certamente farebbe sponda a Berlusconi per impedire un simile, immaginifico, scenario (quante volte l'ha già fatto?).
Non ci starebbe certamente l'Idv, vuoi per serietà, vuoi per calcolo. Ci starebbe stretta la Lega per ragioni speculari a quelle di Di Pietro ed è chiaro che Bossi perderebbe la faccia in un simile calderone. La fuoriuscita di Berlusconi, lascerebbe fuori dallo schema anche una fetta del Pdl con rimescolamenti al suo interno che oggi è difficile descrivere. Insomma, verrebbe fuori un larghissimo centro, in grado di governare il paese, un po' come Marchionne, Bonanni e Angeletti provano a governare il conflitto sociale.
Chi avrebbe un problema di troppo è il buon Bersani. La sua bonomia lo farebbe esitare e tergiversare: "si, un governo di questo tipo sarebbe una buona cosa ma, dai!, non possiamo mica farlo" e così via di oscillazione in oscillazione, senza scegliere il cedimento totale ma senza nemmeno mettersi con serietà dalla parte del lavoro. Alla fine il Pd ci starebbe ma in secondo piano, con un ruolo di stampella, consumando se stesso e il proprio futuro.
Il governo Marchionne è un gioco di società, non esiste e forse non esisterà. Però, "peccato", dirà qualcuno, "ci libererebbe di Berlusconi". Oppure, "meno male" diranno (giustamente) altri, "ci farebbe a pezzi". Che brutta alternativa che tocca a questo paese. Ce ne sarebbe un'altra, per favore?

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Nota quotidiana

Un'analisi a freddo del voto alle provinciali sarde dove l'astensionismo cresce massicciamente - a Cagliari vota un elettore su tre. Berlusconi crolla ma il Pdl no e il Pd non approfitta di nulla. La sinistra, tutta insieme, perde ancora in termini assoluti ma percentualmente ritrova i valori del fu Prc

Gianluigi Deiana

In Sardegna si sono tenute domenica scorsa le elezioni di tutti i consigli provinciali e di circa metà dei consigli comunali. Per le provinciali ha votato il 56% dell'elettorato, con una frana di 12 punti rispetto alle regionali di un anno fa e di 20 punti rispetto a cinque anni fa.
Il dato delle comunali invece tiene (71%), e ciò indica che buona parte dell'elettorato va a votare selettivamente, prendendo la scheda delle comunali e rifiutando invece la scheda (anche se più significativa politicamente) su cui ritiene inutile o insensata l'espressione del voto.

La provincia principale (Cagliari) presenta una astensione del 53%; dunque solo il 47% degli elettori vi ha votato, ma con 8,5% di bianche+nulle: i voti validi sono dunque meno del 39%. A Cagliari città ha votato il 34%, cioè 1 elettore su 3.
Quale parte politica è stata più fortemente colpita dall'astensione? Si arriva alla risposta a questa domanda attraverso un piccolo rebus:

Complessivamente i due poli si sono spartiti la posta attestandosi entrambi intorno al 45%; ma la locomotiva del polo di centro destra, cioè il Pdl, ha preso solo un terzo dei voti della coalizione: il partito di Berlusconi, trionfatore un anno fa nelle regionali ad effetto Soru, si trova oggi in Sardegna al 16% (in verità, il 16% del 56% del totale degli elettori, e cioè sotto al 10). Questo dato è interessante non tanto perchè contraddice la paranoia di Berlusconi sul suo millantato 62% di popolarità, quanto per il fatto che il centro destra comincia a stare in sella a prescindere dal Pdl; l'Udc è sopra il 10% e altre formazioni di centro (riformatori, mpa ecc.) hanno beneficiato fortemente del travaso. Non tanto però quanto il Pdl ha perso, ed ecco quindi dove è una parte della frana dell'astensione.

Il centro sinistra ha presentato una locomotiva un pò più pimpante: il Pd supera il 20%, ma si tratta di meno della metà dei voti della coalizione; non ha perciò da rallegrarsi: mentre l'Italia dei Valori sta al palo regge imprevedibilmente la coppia (Fds + Sel) della sinistra: questa si spartisce in parti pressochè uguali quello che era a suo tempo il serbatoio più fortunato delle annate migliori del fu Prc. Sul totale dei voti ottenuti dai gruppi (722.800) la Fed + la Sel hanno preso (sommate) 51.500 voti, cioè il 7,1%. A Cagliari e Sassari, Fds+Sel vanno all'8%; sostanzialmente ribadiscono i dati delle precedenti provinciali e ritrovano lo zoccolo duro. A Sassari erano addirittura uniti Prc e Sel (5%), mentre il Pdci si è presentato da solo (ottenendo 4.800 voti, oltre il 3%). Per la cronaca è interessante notare anche che a Nuoro l'area Soru si è presentata con una sua coalizione contro quella del Pd, e di conseguenza la locale Sel si è accodata all'area Soru mentre la locale Fds si è accodata al PD, l'una contro l'altra armate (alle comunali in città invece erano contemporaneamente alleate).

L'area radicale esterna ai poli registra sia un fiasco (il Pcl a 0,5) che un vero brindisi: Irs, che è la formazione indipendentista ormai più importante, va al 5%, prendendo alcuni seggi e bucando lo schermo. E' un fenomeno in crescita, alimentato negli anni da ex prc ed ora da giovani di varia estrazione sociale; è ideologicamente indipendentista ma non nazionalista, radicale ma interclassista, antiimperialista ma europeista: è insomma una cosa molto abile, capace di continua organizzazione al suo interno e di continuo camaleontismo all'esterno. Credo che crescerà in quanto fruisce di un occhio di riguardo da parte dei media (anche di destra) e di aspettative ribellistiche di area giovanile (soprattutto di sinistra), sapendo investire spregiudicatamente su fattori così contraddittori. E' un vero problema, in quanto riesce a calamitare con molta spontaneità a sinistra aree di simpatia e quindi reti attive di militanza.

Un'ultima osservazione: considerando i due poli, in linea di massima l'elettorato ha premiato i candidati (o le formazioni) che hanno mostrato capacità di tutela reale di un ambito concreto di interessi; ha bocciato i venditori di fumo similveltroni ecc. Vi è però una asimmetria: mentre per essere eletti i favoriti nel centro destra devono saper amministrare ed essere capaci di provata disonestà, i favoriti di centro sinistra devono saper amministrare ed essere necessariamente delle brave persone. Ma in genere questi ultimi sono scarsi nella prima dote ed ancor più nella seconda, per cui vengono eletti con sicurezza solo quando sono delle eccezioni.

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Nota quotidiana

Uno scontro memorabile alla Direzione del Pdl. Berlusconi per la prima volta in vita sua deve fronteggiare un oppositore interno ma, davanti ai suoi plaudenti, lo massacra. Basterà a salvarlo? Il Pdl è finito, An si è liquefatta, Fini si accontenta di essere minoranza interna ma di fatto è cacciato da quel partito. E le riforme sono accantonate (a meno che il Pd non decida ancora di dare una mano al caimano)

Salvatore Cannavò

Non se l'aspettava Fini quel balzo di Berlusconi, dalla presidenza della grande sala dell'Auditorium di Roma, fin su, verso il podio dal quale lui si è appena allontanato. Il presidente della Camera non ha ancora finito di scendere le scalette per sedere al suo posto in prima fila, dopo aver parlato per circa un'ora senza risparmio né ipocrisia, rivolgendosi al premier direttamente, che quello lo infilza allo spiedo, in un modo che solo Berlusconi sa fare. E Fini capisce che quel partito, quella sala, quel gruppo dirigente, ha deciso di fare a meno di lui.
Berlusconi è spietato. Lascia da parte tutte le obiezioni di merito che il presidente della Camera ha mosso nel suo intervento, diretto ma politico, pieno di contenuti: non possiamo rincorrere la Lega sull'immigrazione, noi siamo un po' più umani; il Giornale di Feltri mi attacca in un modo indecente; il processo breve era una boiata pazzesca; il governo ha fatto tanto ma fra tre anni, quando andremo al voto, cosa avremo fatto contro la crisi? E così via. Soprattutto, noi siamo una minoranza nel partito, non una corrente ché quelle «sono metastatasi» ma un'area politico-culturale sì e quindi esigiamo rispetto. Gli ricorda, quasi gli rinfaccia, anche quella spaccatura di cui si parla troppo poco in Sicilia - terra di appalti e di mafia - che ha prodotto un Pdl-Sicilia accanto al Pdl nazionale. «Ne vogliamo parlare?» dice il presidente della Camera «oppure pensiamo che anche lì ci sia il ruolo di Fini e della minoranza?».
Ma l'ex leader di An non finisce nemmeno di parlare che Silvio Berlusconi agguanta il microfono e decide che la sua replica va fatta subito, non si può attendere la fine del dibattito. «Sono stato chiamato in causa e quindi devo rispondere» dice alla platea. E una cosa così solo lui può farla, lui che del partito non è solo il presidente ma il dominus assoluto, il vero capo-azienda. E Berlusconi si alza come in una qualunque convention aziendale, guarda la sala con gli occhi di un pescecane famelico e puntando lo sguardo sullo stesso Fini gli scava attorno una voragine. «Nessuno mi aveva mai riportato certi problemi» esordisce, quasi cadendo dalle nuvole. Poi le rasoiate: «La Lega? Ma se non fa che ereditare gli orientamenti della tua An..». E ancora: «Tu nei giorni scorsi hai detto di esserti pentito di aver fondato il Pdl», con Fini che si alza in piedi, punta il dito contro Berlusconi e cerca di dire qualcosa, «il Pdl in Sicilia...» e poi si risiede. E ancora: «Davanti a Gianni Letta mi hai detto di esserti pentito di aver fondato il Pdl e di voler fare gruppi parlamentari autonomi», con Fini che si agita ancora sulla sedia. E ancora: «Il Giornale? Ho chiesto a un mio familiare di venderlo, magari a un amico tuo...ma ad attaccarti di più è Libero di proprietà di un deputato del Pdl, Angelucci, che mi dicono che è tuo amico». E ancora: «Per esercitare un ruolo super partes non hai fatto campagna elettorale, non sei voluto neanche venire a piazza San Giovanni perché chi ha un ruolo istituzionale non può esprimere opinioni politiche e allora vieni a fare politica nel partito, ti accogliamo a braccia aperte, ma lascia la presidenza della Camera!». Basta, lo squalo è sazio, l'assalto finisce e l'intervento anche, Fini è sballotato a destra e sinistra, la sala applaude la mattanza e in particolare quell'unica richiesta che conta, quella che Berlusconi aveva fatto fare già in mattinata, via intervista al Corriere della Sera, dal presidente-ventriloquo del Senato: lascia la presidenza della Camera, cioè ridacci i regali che ti abbiamo fatto, prendi le tue cose, mettile nello scatolone e sloggia. Come un qualunque dipendente licenziato, come in qualunque azienda. E Fini, che capisce bene, si rialza dalla sedia, sorride nervoso, protesta e poi dice, la mano accanto alla bocca, il dito puntato: «Se non lascio che fai, mi cacci?». Guarda che ti ho già cacciato avrà senz'altro pensato Berlusconi.
La Direzione finisce senza altri colpi di scena, che la metà di questi basterebbero a chiunque. Il gruppo finiano, 22 gli iscritti a parlare, decide di cancellarsi dal dibattito e alla fine si dichiara soddisfatto perché la giornata ha sancito la nascita di una minoranza più o meno organizzata. Il documento finale viene votato con soli 11 voti contrari e 1 astenuto e quando la sala si svuota si intravedono le seguenti cose.
Berlusconi per la prima volta in vita sua ha dovuto fronteggiare un oppositore interno, un uomo autorevole che, con il dito alzato e puntato contro di lui, gli ha detto chiaro e tondo che non ne riconosce la supremazia. Per lui è stato un colpo e non è detto che non lo pagherà sul piano del consenso. Il berlusconismo si regge nell'assoluto vuoto pneumatico, se l'aria, cioè il dibattito, si addensa, perde forza e fascino.
Il Pdl è finito. Ci metteranno del tempo a trovare le forme organizzate ma, proprio perché un partito berlusconiano non può essere un partito "normale", la stessa forma della minoranza organizzzata mette in discussione la natura del progetto.
Anche An non c'è più. Fini lascia sul campo la maggioranza dei suoi ex colonnelli che però, a loro volta, perdono dignità politica e diventano degli stipendiati del Cavaliere. Lo capisce bene Alemanno, il più amareggiato, che a Roma non avrebbe visto la vittoria della Polverini senza la "faccia" di Berlusconi.
Fini non avrà un futuro in quanto oppositore interno al Pdl. Per ora quello è il suo ruolo, anche perché la presidenza della Camera si giustifica solo se resta dentro al partito. Ma una minoranza non ha spazi, la gente di Berlusconi non ama la dialettica interna anzi non la contempla proprio. Il Pdl stringerà i suoi rapporti con la Lega e in quest'ottica la figura di Tremonti è quella più accreditata a succedere a Berlusconi. Ma Fini deve trovare altre sponde altrimenti può solo giocare di interdizione.
Le riforme per ora sono accantonate. Lo ha detto lo stesso Berlusconi all'inizio del suo intervento mattutino quando le ha subordinate a un rapporto con l'opposizione. Vedendosi chiuso dall'opposizione interna che lo bloccherà in Parlamento è normale provare il gioco di sponda con quelli dell'altra sponda. E chissà che a quei geni di D'Alema e Veltroni non venga in mente di dargli una mano.

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Accade a sinistra

Mentre la Federazione della sinistra decide la fusione per rilanciare su Vendola e trattare con il centrosinistra, a sinistra si discute anche di "fatti nuovi". L'articolo di Piero Maestri, portavoce di Sinistra Critica, apparso oggi sul "manifesto" lombardo, si riferisce al dibattito milanese ma allude a qualcosa di più ampio. (A seguire gli articoli di commento sulle varie regioni. Buona Pasqua).

Piero Maestri*

Il risultato negativo delle sinistre in Lombardia non è evidentemente frutto di errori fatti durante la campagna elettorale, ma viene da lontano, è legato alla generale incapacità della sinistra di stare nei luoghi del conflitto e del disagio sociale, provando a fare proposte e organizzare quel conflitto, senza scorciatoie istituzionaliste o, peggio ancora, governiste.

Questa assenza della sinistra produce il voto alla Lega e a liste civiche più o meno dignitose e un forte astensionismo. Un dato che consideriamo estremamente negativo, di cui portano la responsabilità le forze politiche – di centrodestra e di centrosinistra – che hanno prodotto una politica non partecipativa, espropriando i luoghi della rappresentanza formalmente democratica e concentrando i poteri negli esecutivi e in enti non eleggibili e non controllabili democraticamente. Ma in generale, visto che colpisce soprattutto a sinistra, è frutto di una generale disillusione e demoralizzazione che trova fondamento nell'assoluta inconsistenza dell'alternativa politica e in una prospettiva credibile che faccia da contraltare al berlusconismo ma anche all'attuale crisi.
Alla Federazione della Sinistra, che perde quasi un terzo dei voti rispetto allo scorso anno, non è bastata in Lombardia la collocazione (subita e non scelta) fuori dal centrosinistra e un’immagine “movimentista” che contrasta con la realtà di un partito sempre più chiuso e incapace di radicarsi nel tessuto sociale: non si può fare gli alternativi cercando di allearsi al PD, non affermando un’identità forte, alternativa, navigando a vista dentro e fuori dal centrosinistra.

Non siamo naturalmente così sciocchi da pensare che una lista di sinistra anticapitalista, alternativa al centrodestra e al centrosinistra, capace di essere riferimento ed espressione delle lotte sociali, della protesta antirazzista e di un’idea innovativa della politica avrebbe rappresentato già oggi un’alternativa elettoralmente credibile e quindi avrebbe avuto risultati significativi. Crediamo però, e riaffermiamo, che questa sia l’unica strada praticabile e che deve essere perseguita già nei prossimi mesi.

Il “fatto nuovo a sinistra” che auspica Luciano Muhlbauer – e che ci sembra necessario - non potrà però essere una riaggregazione delle forze esistenti, frutto dell’accordo tra gruppi dirigenti, o l’invenzione di un “modello Vendola” che riattacchi i cocci di un centrosinistra inservibile; nemmeno crediamo che quel fatto nuovo possa ricercarsi prevalentemente sul terreno elettorale. Non va quindi certamente nella direzione auspicata e necessaria la proposta ribadita dal segretario milanese del Prc di una piattaforma della sinistra verso le prossime elezioni comunali utile ad un’alleanza più larga … con il PD – cercando di “cooptare” i movimenti in questo progetto.

Oggi non è il momento per discutere contenitori o processi di riunificazione delle forze esistenti. Partiamo da quello che siamo e mettiamoci a disposizione per condividere iniziative e conflitto.

Serve oggi uno "spazio comune", anticapitalista, ecologista, femminista che provi a sperimentare forme nuove di iniziativa sociali. Serve a Milano organizzare e mettere in rete l’opposizione alle politiche sicuritarie di De Corato e Lega e alla chiusura degli spazi e della socialità nei quartieri; serve garantire la riuscita della campagna referendaria contro la privatizzazione dell’acqua; serve rilanciare la difesa del territorio a partire dal No Expo; serve uno sforzo cosciente e generoso per sostenere le lotte di lavoratrici e lavoratori contro la crisi e aiutare la loro unificazione – non lasciandole alla mercè delle sortite di Salvini e Lega.

Senza questo la sinistra non potrà più uscire dalla sua inefficacia e inutilità politica e sociale, prima ancora che elettorale.

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Nota quotidiana

Vittoria per il governo sul messaggio liberal-razzista che domina da venti anni. Fini viene messo ai margini. L'astensione colpisce anche il centrosinistra che paga ancora la disillusione e perde Piemonte e Lazio mentre arretra in Emilia. Successo per Vendola e sconfitta per Ferrero. Ma più di tutti vince Beppe Grillo

Salvatore Cannavò

Bisognava attendere l'ultima scheda delle ultime due regioni in bilico per tirare un primo bilancio di queste elezioni Regionali. E quelle due regioni, il Piemonte e il Lazio, offrono più di un'indicazione. Berlusconi ha vinto, ha vinto con la Lega, ha battuto al suo interno Fini. Il centrosinistra ha sostanzialmente perso: perso Piemonte e Lazio, due regioni simboliche, perso sul fronte della spinta propulsiva, perso per idee e capacità di costruire alleanze in positivo. Ha perso anche Casini, che rimane in mezzo senza un reale potere contrattuale - se non, in parte, con il centrosinistra - ha vinto Vendola con la sua esortazione a un nuovo centrosinistra, ha perso Ferrero con la sua idea di catapultarsi in Campania e ha vinto, forse ha stravinto, Beppe Grillo.
Cominciano dal Nord perchè si tratta del risultato fondamentale di quest'elezione. La Lega sfonda ancora, avanza, stavolta all'interno della coalizione di centrodestra ma anche verso l'elettorato "democratico" se ha un senso il 15% ottenuto a Modena. Una vittoria che è frutto di una tendenza lunga, ormai più che ventennale, frutto di uno spostamento progressivo verso destra con la Lega che vince perché vince il suo messaggio profondo e la sua capacità di egemonia sul centrodestra e sul paese. Vince il gioco facile del localismo contro la crisi, della paura contro le differenze, della risposta reazionaria contro una condizione sempre più precaria e un futuro invisibile. Un risultato che, tanto per fare un paragone internazionale, fa il paio con la ripresa di Le Pen in Francia di una settimana fa. La vittoria di Cota in Piemonte è emblematica molto più dello schiacciante successo di Zaia in Veneto. In Lombardia il temuto sorpasso non c'è stato ma l'accerchiamento è già cominciato e non è un caso che Bossi abbia già prenotato la poltrona di sindaco di Milano. E stavolta non è un fuoco di paglia come fu nel 1993 con Formentini.
Se la lista del Pdl ha una flessione - che al momento non siamo in grado di valutare ma che fa dire a Sandro Bondi di «essere scontento» - sulle recenti elezioni europee e politiche questo accade perché perde voti verso l'astensione (ci torniamo), perché sconta l'assenza nella provincia di Roma (oltre duemilioni di elettori, cioè oltre 600 mila voti non conteggiati) e perché sposta consensi reali e importanti verso la Lega. Che raggiunge il 35% in Veneto.
Poi c'è il Lazio. Contro tutti i pronostici della vigilia la destra ha vinto grazie alle province fuori Roma, in città ha perso. Ma è evidente che ha pesato l'assenza della lista e il fortissimo astensionismo. Eppure ha vinto. E Berlusconi potrà gloriarsi del fatto di aver vinto senza partito, cioè completamente da solo. Sarà difficile per Fini dire ora che quella leadership è incrinata perché nel centrodestra è molto ma molto più forte. Se viene incrinata lo è solo dalla Lega ma da quella parte non corre pericoli perchè il cemento vero di questa coalizione è il sentimento liberista-razzista che porta voti e fa vincere le elezioni. Berlusconi lo sa, Bossi lo sa e Tremonti attende di incassare il risultato di questa equazione.
Certo, se la vediamo in termini più complessivi - astensione, voti assoluti, dati di lista - per Berlusconi non è un successo pieno (ma domani con i numeri assoluti cercheremo di fare una valutazione più precisa). Perde qualcosa, non riesce a rinsaldare un blocco sociale e se vince, lo fa perché coagula il blocco nordista e questo non è detto lo metta in grado di governare più facilmente l'intero paese. Le esigenze della Campania o della Calabria, ora che passano in mano alle destre, non saranno molto diverse da quelle della Sicilia dove i contrasti e le contraddizioni hanno prodotto una spaccatura profonda.
Ma Berlusconi continua ad avere un alleato prezioso: la scarsa credibilità del centrosinistra che perde la Campania, la Calabria, il Piemonte e il Lazio dove governava saldamente.
Campania e Calabria parlano da sole: l'impresentabilità della gestione Bassolino (che almeno ha avuto il buon gusto e il buon senso di farsi da parte) e l'impresentabilità letterale di Loiero sono state spazzate via da una coalizione di destra che probabilmente ha un rapporto a doppio filo con potentati e mafie locali ma che beneficia innanzitutto della sconfitta sul campo del centrosinistra (in forma integrale, cioè con tutta la sinistra al governo). In Piemonte il Pd, nonostante l'alleanza con l'Udc, non ferma l'avanzata della Lega, le cui ragioni abbiamo già detto ma soprattutto deve subire la "scissione" di oltre il 3% che va alla lista Cinquestella di Beppe Grillo. E' un risultato notevole, denso di significato se solo lo si accosta al 7% ottenuto dai "grillini" in Emilia Romagna, cuore pulsante del corpaccione democratico dove l'effetto Delbono e una gestione spregiudicata hanno liberato risorse non già verso quella sinistra sedicente alternativa - da sempre al governo - ma verso un movimento di tipo nuovo. In Piemonte alcuni dei personaggi più in vista del movimento NoTav hanno dato indicazione di voto per Grillo e questo può essere uno dei fattori che hanno sconfitto la Bresso.
Nel Lazio si è arrivati al voto dopo uno scandalo incredibile, un impegno del Pd a battersi vicino allo zero, la cessione di leadership a una coppia retrò e del tutto distante dai settori popolari come Bonino e Pannella e con un livello di credibilità e di capacità di alternativa molto scarso. E qui c'è il nocciolo della questione: se Berlusconi rivince grazie al messaggio chiaro che offre alla crisi - "cacciamo gli immigrati", tanto per semplificare - il centrosinistra che messaggio forte offre, ha offerto? La "legalità e la trasparenza" della Bonino? Che forza può avere una cosa così a chi parla se non a chi sta già bene e desidera un'ordinata gestione? Ma soprattutto, qual è stato il messaggio complessivo uscito dalla campagna elettorale? Lo scandalo per Berlusconi che fa giurare i governatori in piazza? L'oscuramento televisivo? Tutte cose giuste, sia chiaro, ma non bastano. Non bastano da venti anni e la lezione non è mai assunta per ragioni di fondo.
Se l'astensione ha colpito sia a destra che a sinistra, ancora una volta chi si fa più male con la disillusione e con la perdita di prospettiva è la sinistra o sedicente tale. Che può certamente consolarsi con l'unica vittoria reale di questa tornata elettorale, quella di Vendola in Puglia. Nichi riesce a fronteggiare la destra anche grazie all'azione di disturbo dell'Udc - che subisce un forte voto disgiunto dalla propria lista al candidato del centrosinistra - e grazie alla sua maniera di declinare un messaggio di speranza. Ma la sua prospettiva è vincente solo all'interno del centrosinistra, e l'unica prospettiva che gli rimane è quella di essere una variante di sinistra dell'alleanza che da domani si dovrà confrontare con i Massimo D'Alema di turno.
Una prospettiva riduttiva, anche se quella vincente all'interno del "derby" giocato tra Sel e Fds, e in questo senso emerge la sconfitta politica più che di risultati del progetto politico della Federazione della sinistra: fare la sinistra alternativa alleandosi con il Pd. L'operazione non riesce come evidenziano gli insuccessi di Agnoletto in Lombardia e il risultato disastroso di Ferrero in Campania (poco sopra l'1%, una disfatta per un segretario nazionale). Non che sia facile fare un risultato alla sinistra del Pd e del centrosinistra, sia chiaro: va un po' meglio nelle Marche a Massimo Rossi, con il 7% (alle europee Sel e Fds sommavano più dell'8%) ma molto al di sotto delle attese e solo grazie alla crebilità del candidato. Ma l'operazione riesce però al movimento di Grillo, quindi qualcosa da indagare c'è. Certo, riesce sul fronte della cosiddetta antipolitica, sulla denuncia graffiante e a volte sull'invettiva. Non riesce su una linea di classe e anticapitalista.
Il punto è che una prospettiva elettorale per ricostruire una sinistra degna di essere tale, indipendente e combattiva, avrà bisogno di un periodo non breve e quindi di una capacità e determinazione ad affrontare un viaggio fatto di altri parametri: cultura politica e incidenza sociale.
A noi sembra che queste elezioni consegnino sempre lo stesso scenario: di fronte alla crisi sociale e a quella della politica, di fronte alla disillusione battuta da un'astensione micidiale, le prospettive politiche in campo sono deboli e contraddittorie. Con una differenza: a destra c'è una proposta, un messaggio - liberal-razzista - mentre a sinistra c'è il vuoto. La ricostruzione è all'ordine del giorno da tempo e queste elezioni la confermano: per affrontarla ci sarà bisogno di tempo, di idee, di energie, di rinnovamento, di credibilità. Possiamo solo iniziare a metterci in cammino a condizione di muovere il passo nella direzione giusta.

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Accade a sinistra

I "rinnovatori" comunisti lasciano un partito che considerano superato. A capeggiarli l'ex sindaco di Seine-Saint-Denis, Brazouec insieme a intellettuali come Roger Martelli. Il risultato delle regionali non riesce a occulare una crisi di fondo. Ma è tutta la "gauche" a discutere e a interrogarsi su come utilizzare la vittoria alle Regionali per costruire la sfida a Sarkozy nel 2010

sa.can.

Che farà la sinistra francese della vittoria ottenuta alle Regionali della scorsa settimana? Difficile dirlo soprattutto perché è la stessa sinistra, composta da socialisti, ecologisti e comunisti del Front de gauche, a non saperlo ancora. In realtà, l'idea che tutti insieme si possa concorrere alla vittoria nell'elezione-madre del 2012, le presidenziali, è saldamente ancorata nei progetti e nelle strategie di ogni formazione. Però è anche bene presente la realtà del 2007 quando, dopo la schiacciante vittoria alle regionali del 2004, la sinistra fu comunque terremotata da Nicolas Sarkozy. Oggi il presidente francese è in forte difficoltà, due francesi su tre vorrebbero che non si ripresentasse e all'interno del suo partito, l'Ump, sono già cominciate le fronde. Epperò non c'è nessun trionfalismo e nessuna sicumera negli atteggiamenti della "gauche". Che pure ha contraddizioni e problemi interni. Come quelli del Pcf la cui crisi è tutt'altro che superata ma solo nascosta dall'invenzione del FdG. E' di oggi la notizia che uno dei suoi dirigenti storici, Patrick Braouzec, deputato e già sindaco di Seine-Saint-Denis - fu lui a garantire l'organizzazione del Forum sociale europeo a Parigi nel 2003 - ha deciso di lasciare il partito in aperto scontro con il gruppo dirigente. «In quanto membro del Pcf, io considero che la forma del mio partito è ormai superata e morta. Ma è una questione che si pone per l'insieme dei partiti» dice in un'intervista a Le Monde - vedi allegato - annunciando che il saluto definitivo sarà dato domani venerdì. A seguirlo, altri dirigenti storici del Pcf come lo storico Roger Martelli o l'ex direttore dell'Humanité Pierre Zarka. La questione imputata ai vertici comunisti è il livello di rinnovamento e il modo in cui si sta assemblando una nuova "sinistra critica" che, a giudizio di Brazouezec dovrebbe tenere in maggiore considerazione le istanze sociali e di movimento. Il dirigente comunista è membro della Federazione per un'alternativa sociale e ecologica che costituisce quanto rimasto dall'esperienza dei collettivi unitari contro la Costituzione europea - vincitori nel referendum del 2006 - dopo il tentativo del Pcf di aggregarli nella propria campagna per le presidenziali.
Nel Front de Gauche non è questa la sola spina. Pesa anche il rapporto tra Pcf e i socialisti di Jean Luc Melenchon, il quale non fa mistero della sua volontà di candidarsi alle presidenziali del 2012 a capo di una coalizione di sinistra. Per questo è da molto tempo che l'ex deputato socialista fa molteplici aperture al Npa di Besancenot provando a proporsi come uomo di collegamento. Nel Npa si discuterà dei risultati sabato e domenica, nel Comitato politico nazionale convocato a Parigi, e si preannuncia un po' di maretta anche se il risultato, alla base, non è apparso particolarmente negativo nel contesto in cui si è sviluppato. Dal canto suo il Pcf inizia a vedere di buon occhio l'ipotesi ,che i socialisti stanno vagliando, di primarie interne a tutta la sinistra per scegliere un candidato, o una candidata, unica alle Presidenziali. In questo modo si potrebbe evitare l'ormai tradizionale figuraccia che il Pcf rimedia in quell'elezione e concorrere alla vittoria della Gauche. Melenchon, dal canto suo, non vuole primarie e tesse la sua tela.
Anche la leader dei Verdi, Cecile Duflot - i verdi sono un'organizzazione interna a Europe ecologie - vuole una candidatura ecologista alle presidenziali mentre Daniel Cohn-Bendit, che di Europe ecologie è stato l'inventore, punta a una candidatura unica fortemente caratterizzata in senso ecologista (ma ha escluso ripetutamente di essere candidato).
Infine i socialisti. Per il momento si godono la vittoria. Dopo le Europee del 2009, in cui erano rimasti al 16%, erano dati per moribondi. Martine Aubry sa che se vuole essere candidata non deve fare mosse avventate.
Quello che ancora però è del tutto inesistente è il "progetto" con cui la sinistra può candidarsi a sfidare Sarkozy. Che idea di futuro, di società, di risposta alla crisi? Nessuno ha finora avanzato proposte interessanti e mobilitanti e non è un caso se il dibattito si svolge nel vuoto pneumatico creato da un astensionismo record che ormai interessa la metà dei francesi. La discussione interessante potrebbe essere questa ma al momento nessuno vi fa cenno.

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Nota quotidiana

Il Pdl dichiara un milione ma non saranno più di 70 mila (vedi foto). La scena è solo per Berlusconi che ripete tutto il repertorio classico ma senza strafare. Poi il giuramento dei candidati presidente. Bossi esibito come unico alleato perché l'altro, Fini, non c'è e non si vede in nessun modo. Gira male?

Salvatore Cannavò

Cominciamo dai numeri. Il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini - quello che aiutava l'imprenditore toscano Fusi a fare un po' di affari - annuncia che in piazza ci sono un milione di persone. Solita sparata preparata in anticipo perché in piazza ci saranno circa 70 mila persone (così come la scorsa settimana con il centrosinistra non c'erano più di 30 mila persone). Ad aiutare a fare una valutazione realistica sono le immagini del Corriere con la foto che vedete qui pubblicata.
In ogni caso la manifestazione della destra c'è stata, la gente è venuta e Berlusconi ha avuto l'occasione per lanciare "l'ultimo miglio" e motivare i suoi in vista delle elezioni di domenica prossima. Circa 50 minuti conclusi dalla presentazione e dal "giuramento" dei 13 candidati presidenti sulla formula preparata da Berlusconi stesso e distribuita dal premier ai diligenti suoi vassalli.
Contrariamente alle attese Berlusconisi è mantenuto molto più moderato degli ultimi giorni e più concentrato a ribadire la sua assoluta presa sul Pdl e la sua leadership. E' stata, nei fatti, una vera manifestazione di partito, piuttosto monotona e ripetitiva.
Di attacchi alla magistratura ce ne sono stati ma non particolarmente gridati o esagerati: Berlusconi si scalda solo con il magistrato che ha in ufficio la foto del Che - un altro killeraggio offerto dalla premiata ditta Feltri-IlGiornale - e contro i giudici di Trani che lo hanno «spiato» per mesi e mesi con i soldi pubblici. Nessun riferimento a Napolitano o al Csm o alla Corte costituzionale. Anche sulla lista del Pdl a Roma in realtà c'è stata la presa d'atto della esclusione senza nessun riferimento alla puntigliosa ricostruzione dei fatti.
D'altro lato, l'esibizione di Umberto Bossi, tenuto accanto, sotto braccio mentre ha avuto solo il tempo di dire che lui, da Berlusconi «non ha mai preso una lira», è servita a rappresentare con chiarezza qual è l'unico equilibrio su cui la destra può contare per tenere il governo del Paese. Fini, infatti, nella scenografia, nelle parole, nella simbologia non si è visto proprio. Una figura già fuori dal partito che stasera a San Giovanni era a immagine e somiglianza del capo assoluto.
E in fondo resta lui l'unico collante di una destra slabbrata e piuttosto "cialtrona", inconsistente sul piano delle idee, della cultura politica e della capacità di rappresentarsi. Il comizio è un esempio chiaro dell'impasto che regge l'impresa.
La sintesi "l'amore vince sempre sull'odio" spiegata da Berlusconi appare surreale in una piazza che, se potesse, spazzerebbe via i nemici vari: "Santoro è un fascista", "Famoli viola" "Se vuoi bene al tuo bambino non votare la Bonino" sono gli slogan che si leggono. E quando Alemanno, per ricordare l'attività della sua amministrazione, ricorda lo smantellamento del campo Rom di Casilino 900 si alza un boato.
L'attacco agli immigrati è ormai la questione più rilevante, il collante ideologico più forte: Berlusconi e Bossi si esibiranno in un duetto indecoroso per ricordare che «i clandestini non ci sono più» e che la destra li fermerà sempre.
Ma il tema di fondo, il registro su cui la macchina è tenuta in corsa alla fine è sempre il solito: noi siamo il bene e di là c'è il male. «La sinistra è il peggio che c'è, sa solo dire no e diffonde pessimismo e catastrofismo». «E' la sinistra dell'invidia sociale e dell'odio, che espelle i cattolici moderati». «Hanno provato a truccare le elezioni - noi non lo avremmo mai fatto. ».
Poi va in onda la demagogia più spicciola: le domande retoriche a un pubblico compiacente. «Volete che torni al governo questa sinistra che riporterà l'Ici?». E tutti a gridare in coro: «Nooo!». Volete la tassazione di Bot e Cct? le mani nelle vostre tasche, lo stato di polizia tributaria, le intercettazioni a tappeto? le porte spalancate agli extracomunitari». E tutti ancora: «Nooo!». «Volete le risse e i pollai nella tv pubblica con i vostri soldi?». Etc. etc.. Poi, al contrario, partono le richieste per le regionali: «Volete il piano casa, metà dei tempi di attesa per sanità, aprire un'impresa in un giorno; meno tasse regionali, più verde e piste ciclabili?». Stavolta il coro è «Siii!». Come in un reality show, all'Isola dei Famosi o ai quizzetti di prima serata fatti in tv.
Ovviamente il tutto si regge se c'è l'elenco dei «grandi successi del nostro governo» e la prospettiva per il futuro che si condensa anche qui in poche cose:
la riforma istituzionale con la riduzione parlamentari e l'elezione diretta del premier o del presidente Repubblica (anche qui nessun affondo, molta moderazione); la «grande grande grande riforma della giustizia», l'unica che sta davvero a cuore ma che non si fa mai, la riforma fiscale e, occhio a Bossi, «l'attuazione del federalismo». Addirittura l'impegno a «sconfiggere il cancro» e comunque a mantenere in vita l'unica «religione laica che conosciamo, quella della libertà». Il solito refrain, l'unico che sembra tenere insieme questa gente e che ancora una volta, dopo quindici anni, si ritrova attorno all'unico schema di gioco che Berlusconi conosce: «Una scelta di campo, noi o loro, l'amore contro l'odio». Finale con giuramento dei candidati governatori e poi, a tutto spiano e ripetutamente, l'inno nazionale: «Meno male che Silvio c'è». Stasera Silvio c'era ma forse il suo messaggio era davvero un po' stanco.

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