AMERICA OGGI: C’E’ L’ALTERNATIVA AI NEOCON?

Di Claudia Russo

Quando due studiosi italiani che vogliano intraprendere una ricerca sull’America di Bush jr inaugurano il loro studio con una citazione di T. W. Adorno e proseguono passando per Walter Benjamin, Malcolm X e J. F. Kennedy per finire con il cinema di Michael Moore, o sono molto presuntuosi, o hanno l’onestà e la curiosità intellettuali di guardare più in là del proprio ombelico.

Che Alessio Aringoli e Boris Sollazzo, autori del libro America Oggi (Edizioni Alegre, pp. 128, euro 8) appartengano alla prima categoria ce lo auguriamo vivamente se è vero che, come diceva F. H. Turner: «La gaiezza vivace e l’esuberanza vanno di pari passo con la libertà». Ciò che però sappiamo per certo, ed è ciò che più conta, è che siano esponenti della seconda.

E’ l’incessante e perennemente inappagato desiderio di “comprendere” che origina e caratterizza il loro breve ma stimolante percorso all’interno della realtà socio politica della terra dell’abbondanza (They call this land of planty…) in nome della ricerca e del dubbio; contro gli stereotipi e i pregiudizi.

Il dato storico: il 3 novembre 2004 l’America si è svegliata, nuovamente conservatrice.

La tesi da dimostrare: l’impero Usa e l’America non sono la stessa cosa.

Lo svolgimento: un’intervista informale con il professor Alessandro Portelli, docente di letteratura anglo-americana presso l’Università La Sapienza di Roma e saggista di talento; sei capitoli complessivi raggruppati in due parti e l’aggiunta di un’introduzione che insinui da subito il dubbio che gli Usa, detentori dell’impero politico-militare del globo, non siano, allo stato attuale e contemporaneamente, la società globale di cui tanto si parla qui da noi; un capitolo conclusivo in cui, interrogandosi criticamente sulla vittoria repubblicana, si avanza, ob-scenamente, l’ipotesi di un’alternativa all’egemonia dei neocon. «Le radici dell’impero, nonostante tutto, possono essere sradicate…». In ultimo, quattro appendici per chi si sia perso qualche dettaglio e bibliografia per chi invece dei dettagli non si accontenta.

Uno studio ben scritto e ben condotto in cui i due giovani autori si passano la palla l’un l’altro seguendo il filo rosso in cui si intrecciano politica, società e cultura partendo dal presupposto di voler più di ogni altra cosa abbattere i luoghi comuni che identificano gli States con New York o Washington e i suoi abitanti con la middle class colta descritta nei film di Woody Allen. Regista che tra l’altro, “viene fuori” dall’intervista con Portelli, non gode in patria della fama e del prestigio di cui gode in Europa…ma questa potrebbe essere un’altra storia…
L’amore per la società più complessa della terra, la passione per il suo cinema – arte che più di tutte, insieme alla musica, la rappresenta – la consapevolezza che non ci sia modo di conoscerla completamente se non dall’interno dello stesso sistema che si cerca di destrutturare, trapelano ad ogni pagina, si leggono in ogni frase. Questo non è un libro anti-americano. E’una ricerca in cui partire dalla convinzione della non identità tra Usa e America significa prima di tutto porsi dalla parte degli sfruttati. Se l’Impero fosse (come ha recentemente tentato di argomentare C. Johnson ne Le Lacrime dell’impero, Garzanti) di natura puramente politica e non avesse creato nel tempo un suo ethos e un suo sistema ideologico, sarebbe possibile fare appello ai vecchi valori pre-capitalisti dell’America profonda e avremmo un’alternativa. Ma l’Impero, da contingente quale doveva essere, è diventato nel processo storico, necessario. Per poter affermare che l’etica imperiale non è ontologicamente americana (tesi del libro), è necessario che il capitalismo rinneghi nei fatti i valori su cui si è eretto riappropriandosi dei vecchi o creandone dei nuovi.

E’ ovvio allora che, escludendo la prima alternativa poiché “solo a un’umanità redenta tocca in eredità piena il suo passato”, unicamente alla classe esterna al capitalismo, cioè quella degli sfruttati, sia utile e soprattutto possibile, mettere in atto nuovi processi, individuare nuove prospettive.

Per questa proposta, America oggi è un libro eversivo, militante, rivoluzionario.