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Il Megafono Quotidiano

Qualcosa si muove

Qualcosa in Europa, e anche in Italia, sta cominciando a muoversi. Siamo ancora alla ricerca di cronache più aggiornate e attendibili di quanto avvenuto a Madrid con il ritorno degli indignados e il loro desiderio di democrazia come forma costituente per battere la crisi. Non era un fuoco di paglia il movimento 15M e le immagini che giungono dalla Spagna mostrano che è rimasto acceso sotto la cenere di quest’ultimo anno. E così, come lo scorso anno, se in Spagna si fanno prove di resistenza immaginando alternative possibili, anche la Grecia si prepara di nuovo a manifestazioni e scioperi contro una situazione sempre più insostenibile.
Accanto al già visto, però, c’è anche la novità Portogallo, anche in questo caso legata al numero 15. Oltre un milione di persone, infatti (su una popolazione di circa 10 milioni), sono scese in piazza il 15 settembre per protestare contro le misure di austerità che il governo di Passos Coehlo ha messo a punto scavalcando a destra la stessa Troika (Fmi, Bce, Ce). Il quotidiano spagnolo El Pais ha descritto la manifestazione di Lisbona, con oltre mezzo milione di persone come “una vera e propria marea di pensionati, di disoccupati, di madri, di dipendenti pubblici, di famiglie, di agenti di polizia fuori servizio, di lavoratori postali, medici, piccoli commercianti, di giovani coi capelli lunghi, di uomini d’affari, di veterani della lotta contro la dittatura di Salazar e di giovani che hanno lasciato le loro case di sabato pomeriggio e ha iniziato a gridare che non ne possono più, che hanno la sensazione di essere espulsi dal proprio paese”.

“Non ne possiamo più” è il grido che arriva anche da Madrid, da Atene e da altre città d’Europa. La protesta portoghese si è già riflettuta nei sondaggi elettorali con il Partito socialista – responsabile dell’austerità nella passata legislatura e oggi all’opposizione – balzato dal 28 al 35% e con i due partiti di sinistra, i comunisti e il Bloco de Esquerda, cresciuti, rispettivamente, dal 7,9 al 9,3 e dal 5,2 al 7%.
Nel senso della mobilitazione anti-austerità va anche la Francia dove il 30 settembre si svolgerà una grande manifestazione dell’opposizione politica e sociale – dal Front de Gauche al Npa, per intendersi ma con i sindacati di base, Attac, i comitati, etc. – “Per l’Europa solidale”. Una manifestazione che si impone soprattutto dopo che il presidente socialista Hollande ha presentato la sua prima manovra da 30 miliardi di euro, 20 di tasse e 10 di tagli. In particolare, ci sarà un intervento duro sul pubblico impiego con la riduzione, per la prima volta in Francia, dei posti di lavoro.

Si muove anche la Gran Bretagna dove il 20 ottobre è prevista una manifestazione, anche qui “contro l’Austerità – per “Un futuro che marcia” – organizzata direttamente dalla Tuc, la Confederazione dei sindacati britannici. Sarà un corteo da centinaia di miglia di persone che protesterà contro la riduzione dei servizi pubblici. La Tuc ha già fatto appello alla partecipazione dagli altri paesi d’Europa anche con la presenza di piccole delegazioni e in tal senso sta lavorando la Coalition of Resistence – rete di associazioni, sindacati, comitati e organizzazioni politiche – che già nel 2011 aveva organizzato la conferenza Europe Against Austerity. “Facciamo appello alle organizzazioni che resistono all’austerità di venire a Londra il 20 e 21 ottobre per partecipare alla manifestazione ma anche per riunirsi il giorno dopo e discutere di azioni comuni contro l’austerità” (appuntamento domenica 21 presso il sindacato Unite in Theobald’s Road 128, Londra).

Qualcosa sta succedendo, sia pure molecolarmente e sotto traccia, anche in Italia. A partire dall’appello del No debito che si è allargato ad altre associazioni, si sta lavorando per il “No Monti day” il prossimo 27 ottobre in una manifestazione che, al momento, è priva dell’apporto dei pochi movimenti esistenti – Val di Susa, Ilva, Sulcis, Acqua, etc. – ma che potrebbe allargarsi e diventare l’appuntamento dell’autunno. Anche perché esistono spinte a muoversi di segno diverso. Il 10 novembre si terrà a Firenze il Forum internazionale – a dieci anni dal primo Social Forum europeo del 2002 – che attorno alla crisi e alle risposte possibili avrà il suo centro. Su questo sito abbiamo già pubblicato l’appello di Attac, Rid, Re:Common, Sid e Nuovo centro di sviluppo “Per una nuova finanza pubblica” che prova a rilanciare l’ipotesi di una mobilitazione attorno ai temi del debito e della crisi. Da pochi giorni, poi, sono stati presentati i quesiti per i referendum abrogrativi della riforma dell’articolo 18 la cui raccolta firma comincerà a metà ottobre. Il comitato promotore dovrebbe riunire, soprattutto a livello locale, un’ampia coalizione politica e sociale che avrà modo di sperimentare nuove forme di unità d’azione. Lo stesso potrebbe avvenire con un’altra iniziativa referendaria, quella sui Beni comuni che è stata appena avviata.

Sono frammenti di volontà di agire ma, in ogni caso, inseriti in un contesto esplosivo che si nutre soprattutto di rabbia contro “la politica” mista a rabbia sociale. Se tutto questo trovasse gli strumenti, e le azioni, per una vera iniziativa europea in cui si consolidasse l’unità delle classe subalterne in tutta l’Unione, affrontando di petto i veri centri nevralgici della politica di austerity (Bce, Commissione) si potrebbe fare un salto in avanti. Allo stesso tempo, l’imminente campagna elettorale rischia di offuscare e prosciugare queste potenzialità e mescolare tutto in una indistinta, quanto indigesta, melassa. Anche per questo, una condizione indispensabile per far scattare anche in Italia un “movimento contro la crisi” è la sua indipendenza dal quadro politico e dalle scadenze elettorale, istituzionali o primarie che siano. Non sarà facile, occorre provarci.

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