La rottura tra Berlusconi e Fini, anche se avviene su un piano politicista e di scarso immediato interesse sociale, apre una pagina nuova della politica italiana, che nasconde una crisi più di fondo che in qualche modo richiama quella che due anni fa colpì il governo Prodi.
Anche se i vari protagonisti cercano di nascondere il legame tra la rottura dell’assetto della maggioranza e la crisi sociale ed economica – e il portavoce governativo Minzolini si è affrettato a farlo in diretta TG – quanto avvenuto mostra l’impossibilità degli schieramenti “bipolari” a governare e gestire il quadro della crisi.
Intanto, mentre si consumava la rottura, la Camera approvava, con la fiducia, la prima finanziaria “europea” della storia della Ue, la prima diretta emanazione della crisi economica e delle sue ricadute sociali: lo scontro interno al vertice del Pdl oscura la manovra antisociale, i colpi che ricevono lavoratrici e lavoratori, in particolare del pubblico impiego. Se poi associamo alla manovra quanto sta avvenendo alla Fiat ci rendiamo conto della vera e propria “guerra sociale” che viene concertata a livello europeo contro i lavoratori e applicata a livello nazionale.
Il governo di Berlusconi e Tremonti sta gestendo la crisi sulla base di queste coordinate e malgrado la sicumera con cui il ministro dell’economia vanta il sostegno popolare alle sue misure, la maggioranza perde in realtà consensi e presa sociale.
La crisi del berlusconismo nasce soprattutto su questo versante – anche perché non è mai riuscito a costruire un blocco sociale stabile, che lo sostenga mentre la maggioranza ne garantisca gli interessi complessi.
Fini esprime la consapevolezza che una fase si è conclusa così come nel 2008 si era conclusa la fase prodiana e pensa di logorare piano piano il Cavaliere, che a sua volta cerca di anticipare il suo avversario ex sodale, minacciando elezioni anticipate che rappresenterebbero ad un certo punto la sua unica via d’uscita per evitare il logoramento.
Quello che emerge con chiarezza è la totale inconsistenza dell’opposizione (mentre continua ad appoggiare scelte del governo – come il rinnovo delle missioni di guerra): Bersani è arrivato a dirsi sostanzialmente favorevole a un governo di transizione guidato da…Tremonti spaventato dall’unica proposta che un’opposizione seria dovrebbe chiedere con determinazione, e cioè andare al voto immediatamente, sancendo la rottura di un progetto politico avverso.
La sinistra che ancora si definisce antagonista (e anticapitalista) dovrebbe finalmente cogliere l’occasione per un tentativo di ripresa e di ricostruzione. Immaginare però che questo possa avvenire insieme al Pd, magari tentandone la scalata come sembra voler fare Vendola, è illusorio e perdente.
I due poli fondamentali hanno fallito e dunque è tempo di voltare pagina per ricostruire un progetto politico coerente, nitido, in grado di fare l’opposizione che serve e di dare una prospettiva alle lotte sociali e democratiche di questo paese. La situazione potrebbe quindi cambiare da un momento all’altro, si potrebbe andare al voto in primavera, in ogni caso è tempo di prepararsi, perseguendo con determinazione la costruzione di una coalizione alternativa al centrodestra e al centrosinistra .
Dalla crisi del berlusconismo infatti non si esce con scorciatoie politiciste, magari facendo il tifo per Fini, ma con una mobilitazione sociale e politica reale contro la crisi. Serve una risposta socialmente qualificata, un programma di uscita dalla crisi, una mobilitazione per cacciare Berlusconi e creare un quadro politico nuovo e un progetto che riprovi a realizzare una “coalizione contro la crisi” che ricostruisca una presenza organizzata e credibile in questo paese.
La promozione di una manifestazione nazionale sui temi del lavoro e dei diritti dei lavoratori è molto opportuna e utile – e la decisione della Fiom a lanciare l’iniziativa per il prossimo 16 ottobre è estremamente importante.
Tutta la sinistra – e Sinistra Critica lo farà con convinzione – deve impegnarsi per la sua riuscita. Lavorando anche perché quella giornata possa essere effettivamente ampliata dalla stessa Fiom a tutta l’opposizione sociale al governo – e possa vedere in campo anche la soggettività migrante (che ha alluso al suo sciopero lo scorso 1° marzo) per chiudere la pagina buia delle leggi che creano clandestinità, il complesso mondo del precariato per costruire finalmente insieme a tutte/i le lavoratrici e i lavoratori garanzie di reddito e di condizioni di lavoro, il movimento studentesco che si batte contro la privatizzazione del sapere, i comitati per l’acqua pubblica e le reti che difendono beni comuni e territori.
In questo modo il16 ottobre potrà rappresentare una risposta sociale alle politiche del governo e indicare una via d’uscita alla crisi: perché se è vero, come Sinistra Critica ripete nella sua campagna nazionale che “Le nostre vite valgono più dei loro profitti” è altrettanto vero che l’unica risposta efficace oggi ai colpi ricevuti dai lavoratori è l’unità delle lotte. Noi lavoreremo per questo nei prossimi mesi.

L’inutilità dell’antiberlusconismo e la necessità di un altro percorso
Rete dei Comunisti – editoriale di Contropiano

All’indomani delle elezioni regionali la vittoria della destra (ottenuta nonostante una consistente perdita di voti), ha prodotto il grido d’allarme sulla democrazia. Non sono passate nemmeno tre settimane e, caso unico nella nostra storia dopo una vittoria elettorale, la destra entra in crisi con la spaccatura del PDL. Ma insomma questa destra, indubbiamente impresentabile nella sua immagine e identità, è veramente pericolosa o i nostri antiberlusconiani di sinistra non ci hanno capito niente?

Come Rete dei Comunisti, abbiamo sempre criticato un approccio che se negli anni ’90 poteva sembrare forse più convincente della nostra ipotesi, oggi mostra definitivamente la corda con la sua incapacità di interpretare i continui e sempre apparentemente inaspettati sviluppi: Ci riferiamo alla coazione a ripetere del meno peggio che, nella cultura della sinistra italiana, non riesce nemmeno per un momento ad oggettivarsied a coglierne i propri limiti.

Eppure non sarebbe troppo difficile, basterebbe riprendere i famosi attrezzi della nostra cassetta, (lasciati ad arrugginire) per trovare delle chiavi di lettura meno disperanti o volutamente disperanti, che i “dirigenti” politici ci ripropongono senza sosta. Basterebbe, infatti, usare la vecchia e cara analisi di classe per avvicinarsi a capire la natura effettiva dei governi della destra.

Se andiamo ad analizzare le caratteristiche del blocco sociale e politico che sostiene Berlusconi, quello che emerge è la sua contraddittorietà e la conseguente debolezza, debolezza evidente rispetto ai nodi strategici che pone il livello di sviluppo complessivo imposto nella competizione globale, il che mostra non una incapacità ma una impossibilità per la destra di definire una strategia adeguata per il nostro paese nel contesto della Unione Europea.

Questa impossibilità nasce dagli interessi contraddittori e dalle diverse visioni che questa alleanza eterogenea mostra al suo interno ed a cui la destra vorrebbe dare rappresentanza. Convivono infatti nella struttura politica del centrodestra – PDL, Lega e frattaglie varie – gli interessi della piccola impresa in crisi del nordest ed il voto operaio ancora più in crisi del nordovest (un dato che già era emerso nel 1994), le aree sviluppate del Nord con la questione meridionale, il produttivismo leghista con l’apparato statalista degli ex di AN, l’esaltazione delle leggi di mercato con la malavita organizzata, la Padania con l’Unità Nazionale, gli interessi del monopolista Berlusconi con gli ondivaghi sostegni della Confindustria. La lista potrebbe continuare a lungo se volessimo entrare ancora più nel merito.

Il centrodestra ha dunque un intoppo che gli viene dalle contraddizioni interne e che gli impedisce di essere progettuale, ovvero di ipotizzare un determinato sviluppo per il nostro paese e perseguirlo in modo forte e coerente. Ma ha anche un intoppo che gli viene dall’alto dei poteri forti europei con i quali Berlusconi è stato costretto a mediare e dai quali ottenere il qualche modo garanzie, un fatto questo dimostrato dalla posizione subalterno assunta da un noto e feroce antieuropeista come Tremonti. Costui è divenuto infatti il cane da guardia della stabilità monetaria europea – ancora meglio dello stesso Padoa Schioppa – tanto da far aumentare le difficoltà al suo schieramento politico con i continui tagli e contenimenti della spesa pubblica.

Ma allora come mai Berlusconi è cresciuto e si è rafforzato in questo quindicennio? La risposta è sotto gli occhi di tutti: grazie alle politiche dei governi di centrosinistra con i partiti della sinistra al proprio interno e subordinati. Questi infatti hanno distrutto, polverizzato e disperso quella che era la base sociale storica di una forte tradizione popolare e culturale di sinistra senza riuscire a mostrare uno straccio di alternativa. D’altra parte come si fa a chiedere il voto operaio al Nord quando la CGIL, che abbaia durante i governi di destra, accetta tutte le scelte antisociali dei governi di centro-sinistra? Come si fa a chiedere il voto al Sud quando l’unico modello di governance del meridione si è rivelato il “bassolinismo”? Come si fa ad essere credibili verso i settori produttivi moderni quando assistiamo a scene da basso impero alla regione Lazio e al comune di Bologna?

Tutto questo, e va ricordato bene, è accaduto sistematicamente in alleanza con i partiti di sinistra e con l’affermarsi di una cultura politica, diffusasi ampiamente anche nei suoi attivisti, che vede l’ombelico del mondo collocato nelle relazioni istituzionali tra partiti; cioè in quella ”politica” metafisica che ritiene secondari e strumentali quegli interessi sociali che hanno prodotto invece nei decenni passati la forza dei comunisti e del movimento di sinistra e democratico.

Se le cose stanno così – e stanno così perché il centrodestra è imploso proprio nel momento di maggior debolezza dell’opposizione – perché continuare ad agitare l’antiberlusconismo come se fosse la questione principale? Perché non porsi il problema delle caratteristiche del blocco sociale della destra e di come destrutturarlo con un adeguato intervento sociale oltre che politico? La risposta non può essere quella offerta ad esempio dal compagno Claudio Grassi e da settori del PRC quando la sera stessa dei risultati elettorali si sono affrettati a dichiarare morta ogni possibilità di indipendenza della sinistra alternativa dalla alleanza con il PD in quanto, se non ci si allea con il PD, non si prendono i rappresentanti istituzionali.

Le ipotesi prodotte, ad esempio da Grassi, da Vendola e da altri ancora, danno per scontato che in questo paese la sinistra, ed a maggior ragione i comunisti, non hanno alcuna possibilità di presenza politica indipendente, e lo pensano mentre continuano ad affermare esattamente il contrario, nè più nè meno come faceva Bertinotti con il suo “parlare a sinistra per andare a destra”. Così facendo commettono due gravi errori: il primo è pensare che il popolo comunista e della sinistra possa seguire all’infinito delle mistificazioni. Se è vero che sono stati ottenuti dei rappresentanti istituzionali alle regionali anche grazie ai meccanismi elettorali del maggioritario, è altrettanto vero che le due formazioni di sinistra hanno continuato drammaticamente a perdere voti, questa volta circa il 30% rispetto a solo dieci mesi fa.

Viene inoltre commesso un altro errore, forse più grave perché autolesionista, quando si pensa che la propria disponibilità ad allearsi con il PD rappresenti la propria salvezza. La vicenda Fini, in quanto riflesso delle contraddizioni strutturali della destra, cambia nettamente lo scenario politico italiano. Infatti la rottura di Fini con Berlusconi, quando si determinerà, provocherà una modifica sostanziale dell’opposizione che dovrà scalzare Berlusconi trovando il punto di equilibrio all’interno dei soggetti politici moderati e ultramoderati presenti nelle istituzioni. Questo equilibrio non potrà avere nulla a che vedere nè con la Federazione della Sinistra, (ipotizzare una falce e martello in quel tipo di alleanza con Fini, Casini, Montezemolo, Pisanu etc.è veramente difficile) nè con la velleità vendoliana di mettersi a capo della coalizione di centro sinistra doppiando così l’esperienza pugliese. Casini e tantomeno Fini e i loro azionisti di riferimento – per quanto oggi ancora ipotetico – non potrebbero accettare questo scenario.

Ritorna così sempre più forte la necessità della indipendenza politica della sinistra antagonista dal quadro istituzionale e dal PD, rispetto ai quali le politiche della rimozione, del pragmatismo velleitario, del tatticismo estremo mostrano ormai pubblicamente la corda. Indipendenza politica e organizzazione sono- a nostro avviso ovviamente- i riferimenti per la ripresa dei comunisti e della sinistra, ma sono anche passaggi ineludibili per una dialettica democratica che parta dai settori sociali che nel nostro paese vanno riconquistati alla solidarietà di classe.

Indipendenza ed organizzazione anche di fronte al fallimento della CGIL e non solo sul piano sindacale, ma di fronte alla sua ininfluenza politica e culturale rivelata con l’incapacità di contrastare tra i lavoratori del Nord l’ideologia reazionaria della Lega.

La Rete dei Comunisti su questo ha avanzato analisi e proposte, chiavi di lettura e elementi di programma che sono stati messi a disposizione di tutti i soggetti politici della sinistra antagonista o che si richiamano più esplicitamente all’esperienza comunista. Su questo intendiamo continuare ad agire e discutere nei prossimi mesi a tutti i livelli, consapevoli di non essere autosufficienti ma altrettanto consapevoli che non percorreremo la strade che hanno portato entrambi alla crisi.

* editoriale di Contropiano nr.2 del 2010

Per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio
di Marco Ferrando – Partito comunista dei lavoratori (il manifesto 3 agosto)

Come in tutta la propria storia , la Fiat si candida a direzione del padronato Italiano. Fu così nell’immediato secondo dopoguerra quando si pose alla testa della restaurazione padronale . Fu così nell’autunno 80, quando fece da apripista dei licenziamenti collettivi . Così è oggi: laddove Fiat punta non solo allo smantellamento del contratto nazionale , ma alla ricomposizione sotto la propria egemonia del grosso della borghesia italiana, su una linea di nuovo sfondamento sociale. Tuttavia esistono due importanti differenze col passato. La prima sta nel contesto della crisi capitalistica mondiale e del nuovo quadro di competizione globale, usata cinicamente dalla Fiat come arma estrema di ricatto. La seconda sta nell’omologazione liberale del grosso dell’”opposizione”: che vede un PD confindustriale schierarsi di fatto dalla parte di Marchionne contro la Fiom, al fianco del governo più reazionario che l’Italia abbia avuto dai tempi di Tambroni. Per questo lo scontro Fiat è oggi uno snodo tanto decisivo quanto difficile.

Ma proprio questo quadro generale fa sì che lo scontro non possa essere affrontato in termini convenzionali. Non è più tempo, se mai lo è stato, di denunce o iniziative simboliche. Men che meno di divisioni concorrenziali di sigla all’interno del sindacalismo di classe. E’ tempo di lavorare a mettere in campo, unitariamente, una forza di contrasto che sia radicale quanto è radicale l’offensiva della Fiat e del Governo. Questo è il punto decisivo. O si oppone alla determinazione di Marchionne una determinazione eguale e contraria, o la partita è segnata, con effetti di trascinamento di lungo corso.

E’ con questa impostazione che avanziamo all’insieme delle sinistre politiche e sindacali una proposta aperta di riflessione e confronto. Che certo preveda la più ampia partecipazione alla grande manifestazione promossa dalla Fiom per il 16 Ottobre; ma che assuma quella manifestazione non come rito, bensì come punto di passaggio di una mobilitazione generale, prolungata e radicale, che miri davvero ad incidere sui rapporti di forza tra le classi . Poniamo in sostanza l’esigenza della generalizzazione della lotta, al massimo livello, in tutti gli stabilimenti Fiat , e della ricomposizione attorno alla lotta Fiat dell’insieme delle vertenze aziendali oggi in corso . Se Marchionne punta all’egemonia del fronte padronale, la lotta Fiat può puntare all’egemonia del fronte operaio. Se Marchionne punta allo scardinamento del contratto nazionale le sinistre sindacali e politiche possono preparare l’occupazione operaia degli stabilimenti Fiat e di tutte le aziende che licenziano o calpestano i diritti, accompagnata dalla costituzione di una cassa nazionale di resistenza. Se Marchionne rivendica il diritto di espropriare lavoro e diritti nel nome del profitto, i lavoratori possono rivendicare la nazionalizzazione della Fiat e di tutte le aziende che licenziano, senza indennizzo per gli azionisti e sotto controllo operaio . Se Marchionne promuove la contrapposizione dei lavoratori italiani agli operai polacchi, serbi, americani, le sinistre politiche e sindacali possono lavorare ad una piattaforma operaia internazionale, innanzitutto europea, tra tutti i lavoratori della Fiat ( e non solo), raccogliendo gli appelli che vengono in questo senso da settori sindacali serbi e polacchi.

Una proposta “troppo radicale”? Al contrario. Solo un’azione di rottura sociale, tanto più in tempo di crisi, può strappare risultati parziali e concreti; mentre una rinuncia pregiudiziale al salto concreto di mobilitazione moltiplicherebbe i rischi di una regressione storica. E’ una considerazione attualissima sullo stesso piano politico. Il berlusconismo sta attraversando una crisi esplosiva. Proprio per questo da un lato riemergono le peggiori tentazioni plebiscitarie, dall’altro si moltiplicano le manovre istituzionali di sottobosco tese a soluzioni di ricambio ( governi di transizione), sotto la benedizione di Bankitalia. Con un esito paradossale: o la continuità (peggiorata) di Berlusconi, nell’ipotesi di fallimento delle manovre trasformiste ; o la continuità delle politiche sociali di Berlusconi e Marchionne dentro un “nuovo” quadro di governo borghese. In entrambi i casi una sconfitta operaia. Tanto più oggi, solo l’irruzione di un’autentica esplosione sociale – in piena autonomia dal centrosinistra- può precipitare la crisi del berlusconismo dal versante delle ragioni del lavoro. Non certo il mito vendoliano di un’”Obama bianco”, magari in ticket con Chiamparino , mentre l’Obama nero esalta Marchionne.

«Con il Pd un’alleanza più larga del governo»
Intervista a Cesare Salvi, portavoce della Federazione della Sinistra (il manifesto 6 agosto)

«Il voto di ieri ci consegna una situazione paradossale che rischia di incrementare l’antipolitica e l’astensionismo. Chi governa vuole andare a votare, chi si oppone ha una forte allergia alle urne e c’è, infine, una fascia centrale che si muove con elementi di ipocrisia politica, a cominciare dai finiani che dicono che il governo deve restare al suo posto. Sembrerebbe una commedia pirandelliana, invece è lo stato della politica italiana». Cesare Salvi, leader di socialismo 2000 e attuale portavoce della federazione della sinistra, è preoccupato: «Abbiamo davanti un gioco delle ipocrisie e delle menzogne – spiega – che rischia di creare disaffezione tra i cittadini».

In questi giochi metti pure la proposta di un governo a guida Tremonti?
Sì, ci sono aspetti preoccupanti della posizioni del Pd, posizioni che sono irrealistiche e in contrasto con quelle che dovrebbero essere le linee guida di un partito di centrosinistra. Più che trasmettere l’idea di una forza che cerca soluzioni per il paese il Pd ha trasmesso l’idea del panico. E poi Tremonti… Ma come! L’uomo che ha presentato un manovra che colpisce esclusivamente i ceti medi e popolari, quello che si fa vanto di volere cancellare l’articolo 41 della Costituzione, tu lo vuoi piazzare a palazzo Chigi? Non accadrà ma è sconcertante il solo averlo pensato. E d’altronde di cose singolari se ne vedono parecchie, come la proposta di Enrico Letta di scaricare la sinistra per fare un’alleanza col terzo polo in fasce: qualcuno può pensare che il Pd possa allearsi con Fini o Fini col Pd? Noi della federazione non giochiamo a sparare sul Pd, è evidente che per l’obiettivo di un governo alternativo il ruolo del Pd è fondamentale.

Qual è il problema del Pd? Perché ha così paura del voto?
Molti in quel partito temono che possano rivincere Berlusconi e Bossi. Ma questo rischio c’è esattamente perché il paese non percepisce la presenza di una alternativa. Ora serve uno scatto nuovo. Anche perché se non è novembre, è primavera.
Che chance avrebbe un governo di transizione?
Il governo di transizione non ci sarà. Non ci sono i numeri e le condizioni politiche per un voto comune che vada da Di Pietro a Fini e poi ben difficilmente il capo dello stato avallerebbe, sul filo di pochi seggi, un ribaltamento del risultato elettorale. Non perché non si possa fare ma perché urta contro il senso comune. E poi governo di transizione per fare che cosa? Qualcuno pensa davvero che una coalizione siffatta possa affrontare il conflitto di interessi o fare una legge elettorale?. E ancora, sull’economia quale sarebbe l’ipotizzato programma? E sulla Fiat?

La federazione ha proposto al Pd un patto per difendere la Costituzione e andare al voto. Avete avuto risposte?
Tenuto conto delle preoccupazioni legittime del Pd, sono convinto che non si debba perdere tempo perché poi le cose si verificano e ci si trova impreparati. Berlusconi e Bossi sono minoranza in Italia. Non c’è da avere paura. Bisogna costruire un’alleanza democratica, in cui noi come federazione della sinistra siamo pronti a fare la nostra parte, un’alleanza che abbia alcuni capisaldi: difesa della Costituzione e dei diritti costituzionali, il lavoro in primis. Bersani finalmente ha parlato di un cerchio più stretto di governo e di uno più largo per l’alleanza democratica. Ci sta bene, la lezione di Prodi l’abbiamo imparata tutta. Per essere chiari il governo d’alternativa sarà un governo moderato che farà politiche moderate, ma non metterà sotto attacco la Costituzione e la sinistra ha tutto l’interesse di fargli vincere le elezioni e di sostenerlo.

In buona sostanza il Pd e gli altri alleati vanno al governo e con voi contrattano alcuni punti sul programma. Ricorda la desistenza…
La desistenza funzionava con l’uninominale. Con questa legge è possibile un collegamento col Pd. E’ passata tanta acqua sotto i ponti dal ’96. Quello che vogliamo mettere sul tavolo sono le questioni programmatiche, due, tre punti comuni, con al primo posto una risposta immediata ai ceti disagiati.

Vendola pare voler fare un percorso diverso dal vostro. Intanto è preso dalle primarie. E’ possibile un incontro tra Sel e federazione?
Forse è cambiato qualcosa in queste settimane. Più che il problema primarie, più che sparare sulla Croce rossa, ossia il Pd, più che guadagnarsi i gradi di maresciallo, io credo che anche Vendola debba oggi porsi il tema di come avvicinare le forze della sinistra e del centrosinistra. La priorità non è la competizione interna, ma l’alleanza democratica. La matassa è in mano al Pd. E allora faccia una proposta, dia segnali al paese. Quanto a Vendola e a Sel, penso che in Italia ci sia la necessità di costruire un partito della sinistra più che scompaginare e ricompaginare i partiti. Anche perché il vero rischio è che a scompaginare e ricompaginare – la democrazia, la Costituzione e il sistema dei partiti – siano Berlusconi e Bossi.

L’articolo di Nichi Vendola sul Fatto quotidiano del 7 agosto 2010

Caro Flores d’Arcais, ho apprezzato molto la tua lettera, così appassionata e intelligente. Siamo ad un punto davvero opaco, sporco, indecente della vita pubblica italiana. Vediamo il Paese avvitarsi in una spirale di scandali, di violenze, di ricatti, di veleni. Il disegno di attacco alla democrazia costituzionale è esplicito, la cultura del bavaglio e dell’intimidazione ha camminato a lungo dentro le viscere del sistema informativo ma anche dentro l’intero spazio pubblico, il garantismo appare come la foglia di fico con cui si intendono coprire le vergogne di un regime fondato sui clan e sulle cricche, mentre per chi vive nei labirinti del lavoro subordinato e precario non esiste garanzia né garantismo possibile.

Criminali e galantuomini
Anche a Pomigliano o a Melfi funziona il bavaglio, l’operaio torna ad essere stritolato alla sua catena, come funzione neo-servile chiusa in una dimensione di solitudine totale. Un migrante è sempre potenzialmente un criminale, così va gestita la sua utilità sociale (come badante o come raccoglitore di pomodori), così va narrata mediaticamente la sua indicibile fatica di vivere e di integrarsi; mentre Caliendo, Verdini, Cosentino, Dell’Utri sono galantuomini diffamati dalla sinistra del rancore. E poi su tutto splende il sole di un Re così palesemente insofferente di controlli e controcanti, un sovrano modernamente legibus solutus, che teorizza il primato del consenso popolare su qualsivoglia norma di legge.
L’Italia è una Repubblica televisiva fondata sul sondaggio e sulla depenalizzazione dei reati dei ceti possidenti. La crisi pirotecnica di questo regime rende visibili i buchi neri e i protagonisti indecenti della fiction berlusconiana. Un fiume di fango tracima dal Palazzo mentre il severo Tremonti, dismessi gli abiti dell’inventore della finanza creativa, si trasforma nel fustigatore degli sprechi e delle spese pazze (con l’esclusione degli sprechi e delle spese pazze che servono al dio Po e alla Lega Nord).

Caro Paolo che dolore vedere il nostro Belpaese brutalizzato e umiliato! Vederlo andare alla deriva, vederlo smarrire i suoi codici civili e il suo sentimento della decenza, vedere la comunità nazionale frammentata in satrapie localistiche, vedere il lavoro regredire agli standard di una modernità ottocentesca. Si può fare qualcosa per curare queste ferite? Io penso che sia doveroso chiedere ad una grande coalizione democratica di seppellire il cadavere putrescente della Seconda Repubblica. Scaviamo subito la fossa, evitiamo che l’infezione si propaghi ulteriormente. C’è in Parlamento una maggioranza disponibile a cambiare la vigente e repellente legge elettorale? Magari, che si organizzi! C’è in Parlamento una maggioranza disposta a regolamentare in maniera seria il conflitto d’interessi? Magari, che si proceda! Mi sia consentito di dubitare di queste condizioni certo auspicabili.

Il bisogno di un orizzonte largo
Ovviamente tocca a tutti sentirsi responsabili del passaggio drammatico che stiamo vivendo. Occorre muoversi. Mobilitarsi. Una manifestazione va bene, purché sia la più ampia possibile: ma anche quella della Fiom del 18 ottobre è un appuntamento decisivo! Aprire un processo democratico, animare una battaglia culturale e politica in ogni angolo d’Italia. Ma occorre avere il respiro lungo e l’orizzonte largo. Non possiamo lottare per noi stessi e per le nostre fazioni, ma per ridare una prospettiva di futuro a questo povero Paese. Io ho molte critiche e molte obiezioni da rivolgere al Pd e in genere non taccio. Soprattutto trovo sbagliato che alla fine ingloriosa della Seconda Repubblica si replichi con ricette fresche fresche di Prima Repubblica. E poi trovo nauseante il cumulo di politicismo, di cattiva realpolitik, con quella ciclica tentazione di cercare ancore di salvezza di negozi improbabili.

Dobbiamo aiutare i democratici a non avere paura, a cominciare da quella ridicola paura per il fantasma delle primarie. Il Pd e il suo popolo sono una immensa e indispensabile risorsa per costruire il cantiere dell’alternativa, e per rimettere in campo quella cosa smarrita che chiamavamo “sinistra”. Lo dico con amicizia a Di Pietro e a quanti, fuori dal Pd, sentono la gravità del momento: non perdiamo la bussola e non perdiamo la rotta. Facciamoci carico della costruzione di un’alleanza nuova, plurale, larga, popolare, giovanile, riformatrice nella politica e innovativa nelle idee. Facciamo che ogni nostra differenza venga agìta come arricchimento, sfuggiamo alla tentazione del piccolo cabotaggio e chiediamo a noi stessi e a tutti e tutte di mettere in campo una grande narrazione. Che, con semplicità, sappia dire: c’è un’Italia migliore!

di Nichi Vendola