Nota quotidiana

Una mobilitazione permanente

redazione

La manovra peggiore della storia repubblicana è stata approvata con la complicità bipartisan del Capo dello Stato. La risposta non può che essere il coordinamento delle lotte e la loro durata nel tempo.

Sotto l’auspicio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con il consenso “bipartisan” della minoranza parlamentare di centrosinistra e con un pressing costante di Marcegaglia, Marchionne, Montezemolo ma soprattutto con l’avallo sostanziale della Banca centrale europea, che tra poco più di un mese sarà diretta dall’italiano Mario Draghi, il governo Berlusconi ha varato la “supermanovra”, l’intervento di bilancio pubblico più pesante del dopoguerra.
Una manovra confusionale, cambiata in corso d’opera almeno cinque volte, rattoppata e rabberciata per placare l’ira dei “mercati finanziari” cioè l’avidità della grande speculazione e l’ansia da prestazione delle imprese in cerca di profitto. Nonostante i giochi delle parti, le grida delle opposizioni, lo stesso sciopero generale organizzato dalla Cgil, la manovra è passata nella sostanziale complicità dei poteri forti, di destra e di sinistra, di un intero paese. E questo perché, con l’alto auspicio del presidente Napolitano, si è riproposta una nuova versione dell’unità nazionale di altri tempi con l’obiettivo di far pagare il conto della crisi capitalistica alle classi popolari, utilizzando le politiche liberiste di risanamento del debito per spianare quello che resta delle conquiste del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici.
E’ infatti assai probabile che dalla crisi verticale di Silvio Berlusconi e del suo sistema di potere – corroborato dall’intreccio perverso tra procedimenti giudiziari e inaffidabilità nella gestione della crisi economica – si esca con la soluzione del governo di “salvezza nazionale”, propugnato dal Terzo polo, non inviso al Pd e che vede sostenitori, ormai, anche nel centrodestra (Pisanu e altri). Uno sbocco, frutto della particolare fase internazionale, europea soprattutto, in cui si ridisegnano poteri, egemonie e controllo sovranazionale. La crisi, nel dimostrare la falsità delle promesse liberiste, è infatti anche l’occasione per destrutturare e ristrutturare la costruzione europea, agendo sui bilanci pubblici e sulla gestione del debito per riaffermare una supremazia dei capitali più forti, siano essi nazionali o sovranazionali, su quelli più deboli.
La regia dell’operazione è affidata alla Bce e agli esponenti dell’Unione Europea, l’esecuzione ai governi nazionali, siano essi di centrosinistra o di centrodestra. Per questo, nei mesi della crisi, il vero ministro dell’Economia in Italia non è stato Tremonti ma Mario Draghi, peraltro insoddisfatto del prodotto finale, e parziale, dei suoi interventi. Paradossalmente, dopo manovre economiche mostruose è lecito attendersi ulteriori interventi sempre più in profondità. L’attacco epocale ai diritti, infatti, punta a intaccare conquiste consolidate come il sistema pensionistico, quello sanitario, l’impiego pubblico con un “massacro sociale” di portata storica.
Di fronte a questa nuova fase dell’austerità in Europa e nel nostro paese per le classi subalterne la risposta non può che essere quella della radicalizzazione del conflitto e del coordinamento delle forze che ne vogliono essere protagoniste su scala europea.
Lo sciopero della Cgil e quello, contestuale ma proclamato su una piattaforma alternativa con al centro la giusta denuncia dell’Accordo del 28 giugno, dell’Usb e di altre sigle del sindacalismo di base, è stato un primo inizio, utile ma non esaustivo anche perché non ha intaccato i contenuti della legge finanziaria.
La Cgil si trova tra la spada del “patto sociale” di cui si è fatta complice con l’accordo del 28 giugno e poi con la “camera delle corporazioni” insieme alla Confindustria, e la parete della rabbia sorda che cresce contro questa manovra tra i propri iscritti e moltissimi delegati e quadri sindacali .La scelta di una parte importante del sindacalismo di base di convergere sulla scadenza del 6 settembre, mantenendo la propria autonomia di iniziativa, ha contribuito a rendere visibile la contraddittorietà dell’orientamento della Cgil, favorendo nello stesso tempo la costruzione di una unità d’azione nei fatti. Anche la richiesta della Fiom di ritirare la firma dall’accordo del 28 giugno va in questa direzione.
Se è così, allora, la giornata del 6 settembre deve diventare la prima occasione di una lunga stagione di lotte per mettere insieme il movimento dei lavoratori nelle sue diverse articolazioni con i movimenti sociali che in questi mesi sono stati protagonisti delle battaglie per il cambiamento in questo Paese: dal “popolo dell’acqua”, ai giovani precari, dagli studenti al movimento delle donne.
Dallo sciopero generale, e generalizzato, si può aprire un percorso tratteggiato dalle scadenze già proclamate: l’Assemblea nazionale convocata a Roma il 10 settembre da movimenti, forze sociali, sindacali, soggetti politici ha rafforzato questa prospettiva. L’appuntamento del 1 Ottobre lanciato da quasi 1500 lavoratori, precari, delegati e militanti sindacali che hanno aderito all’appello “Dobbiamo fermarli” è la seconda tappa del processo che può arrivare fino al 15 ottobre che, sull’onda dell’appello degli “indignados” spagnoli può diventare un grande appuntamento di lotta nazionale a Roma.
Ma il quadro nazionale non basta, occorre coordinare le forze anche sul piano europeo. Per questo diventa molto importante la manifestazione europea prevista per il 1 novembre a Nizza contro il vertice del G20 verso la quale ci impegniamo a costruire un’ampia alleanza sociale e politica.
Dentro questa agenda occorre dare sostanza all’obiettivo di allargare e unificare il conflitto sociale, di costruire luoghi del conflitto, strumenti di partecipazione diretta e di continuità a partire da “Comitati unitari di lotta” contro la “supermanovra” organizzati da forze sociali, sindacali e politiche capaci di coordinarsi tra loro, rendendo durevole nel tempo e socialmente radicato un conflitto che non potrà spegnersi con i primi freddi dell’inverno.
E’ giunto il tempo di delineare una via d’uscita alternativa da questa “crisi del debito”, partendo dal rifiuto di riconoscerlo e di pagarlo e indicando una serie di misure che concretizzino due vecchi slogan mai tanto attuali quanto in questo momento: “Noi la crisi non la paghiamo” e “facciamo pagare chi non ha mai pagato”: il grande capitale, la rendita finanziaria e le nomenklature di faccendieri, politicanti e arricchiti al loro servizio. Serve una patrimoniale sulle fortune accumulate nel tempo, serve la nazionalizzazione delle banche, una verifica reale sulla consistenza e la qualità del debito. E poi misure sociali dopo decenni di stangate e manovre: un salario sociale, l’istituzione del salario minimo, la riduzione dell’orario di lavoro, un piano di servizi sociali pubblici e autogovernati, un piano di risanamento ambientale a partire dai bisogni delle popolazioni e non dal profitto, la drastica riduzione delle spese militari.