Nota quotidiana

Raccontare vite sfruttate senza perdere la tenerezza

Alberto Prunetti

Nasce con Ruggine, meccanica e libertà di Valerio Monteventi la collana di narrativa working class diretta da Alberto Prunetti

Nasce Working Class, collana di narrativa del e sul lavoro diretta da Alberto Prunetti, inaugurata da Ruggine, meccanica e libertà di Valerio Monteventi. Il libro uscirà giovedì 8 novembre, ma in realtà in alcune librerie è disponibile già da una settimana. Dietro questa storia c'è una vicenda di lotte sul lavoro importante da raccontare.
Era previsto che il volume uscisse il 31 ottobre quindi sarebbe dovuto arrivare al magazzino del distributore una dozzina di giorni prima. La consegna era regolarmente arrivata ma, quel giorno, era in corso un'assemblea sindacale tra gli operai della logistica, lavoratori costretti a ritmi massacranti in cambio di stipendi miseri, assunti tramite molte diverse cooperative secondo una logica di subappalti.
I camion con il nostro libro e anche altri non sono stati fatti entrare e il distributore ha formalmente spostato il lancio di una settimana, all'8 novembre. Ma situazione atipica ne ha complicato la gestione e il libro è arrivato nelle librerie in più tappe.
Ovviamente la nostra piena solidarietà va ai lavoratori e alle lavoratrici della logistica in mobilitazione.
Questa storia di resistenza sul lavoro ci sembra il modo migliore per inaugurare la collana con un moto di solidarietà working class.
Pubblichiamo di seguito il testo di presentazione della collana scritto da Alberto Prunetti.
Ruggine, meccanica e libertà sarà presentato sabato 10 novembre al Vag di Bologna, con l'autore, il direttore di collana e Francesca Coin, durante il festival Contrattacco.
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Working class. Perché il termine “classe lavoratrice” ci dice di più della nuova classe di sfruttati che oggi lavorano nella logistica, nei servizi, nella ristorazione, nelle vendite, e non solo nella metalmeccanica, come le tute blu dell’epoca in cui la classe operaia tentava l’assalto al cielo.
Working class, all’inglese, perché è in Inghilterra che è nata la classe operaia. Perché è in lingua inglese che la narrativa working class ha prodotto i suoi frutti migliori, da Alan Sillitoe a Margareth Powell, da Irvine Welsh a Anthony Cartwright.
Working class perché, in anni di riduzione dei salari, sempre più persone hanno smesso di credere alla favola per cui “siamo tutti ceto medio”. Ad esempio oggi in Gran Bretagna, secondo un sondaggio, sei persone su dieci si definiscono appartenenti alla classe lavoratrice, perché devono lavorare per vivere e non hanno rendite. Mentre in Italia contro ogni evidenza si continua a dire che gli operai non esistono più, e lo dice anche chi si fa servire dagli operai di Amazon o di Ikea.
Working class, perché se non ci raccontiamo da noi ci raccontano gli altri, come ai tempi della letteratura industriale italiana. Perché anche quando ci raccontiamo, le case editrici mainstream ti chiedono di seguire alcuni luoghi comuni che travisano le nostre storie o ne attutiscono la forza: la storia del “bravo ragazzo povero che ce l’ha fatta”, quello che è “uscito dall’ambiente della propria famiglia, così gretto e maschilista”. Ci chiedono insomma di diventare “come loro”. Di sognare di diventare dei winner, di trasformarci in vittime o in “transfughi di classe”.
In questa collana vogliamo andare oltre il racconto testimoniale e vittimario. Per cominciare a costruire mondi e immaginari, ripartendo da due concetti: raccontare il conflitto e la solidarietà. Se racconti il lavoro senza la conflittualità, rimane il senso della nostalgia, dei bei vecchi tempi andati, o il racconto dolente della sconfitta. Se racconti il lavoro senza la solidarietà, rimane l’individualismo, la separazione, la solitudine della narrativa del precariato.
Una serie di libri in cui raccontare allora i lavoratori dall’interno, in soggettiva. Perché non facciamo solo narrativa del lavoro (il lavoro senza conflitto) ma raccontiamo i lavoratori nella loro soggettività. Non solo l’alienazione ma anche l’irriverenza verso i potenti e i quattrinai. Non solo lo sfruttamento ma anche la gioia e l’umorismo, la solidarietà e il conflitto sociale.
Racconteremo la classe operaia da catena di montaggio e la narrativa carceraria dei proletari perseguiti, ma indagheremo anche le nuove forme di precarietà e di sfruttamento, il lavoro domestico, il precariato culturale, i lavoretti e i dannati della gig economy, gli intrecci tra genere, etnicità e classe. Perché non siamo tutti “sulla stessa barca”. C’è chi sta al timone, chi si gode lo spettacolo del mare, e chi sgobba nella stiva. Perché il lavoro e la vita non ce la rubano gli immigrati, ma chi pensa di poter comprare con quattro spicci la nostra manodopera – manuale, culturale, intellettuale – riducendoci a merci. Per raccontare anche le storie di donne sfruttate e di immigrati. Di rider e di facchini. Degli operai della logistica e di quelli dei grandi centri commerciali. Dei cleaner e degli addetti alle vendite. Di studentesse-lavoratrici e di vecchi senza pensione che campano ancora coi lavoretti. Per non camminare da soli. You’ll Never Walk Alone.
Perché bisogna ricominciare da capo, ricostruire un immaginario. Ripartire dalle nostre vicende, raccontare storie operaie senza perdere la tenerezza. Scrivere storie working class con ogni mezzo necessario, ibridando archivi e racconti, memorie e narrativa, inchieste e romanzi. Realtà e finzione. Senza compiacersi nei toni dolenti della sconfitta. Con le storie working class non ricordiamo solo le sconfitte di ieri, ma prepariamo le vittorie di domani. Rideremo sulle nostre tragedie e sulle loro pacche sulle spalle. Continueremo a spingere le scritture operaie sulla montagna dell’industria editoriale, un passo alla volta, in salita. È un lavoro da titani. È il lavoro di Sisifo. Ma nessuno può farlo meglio di noi.
(Bisogna immaginare Sisifo felice).

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