Nota quotidiana

Porpora Marcasciano, il corpo sgargiante

Linda Chiaramonte (da il manifesto)*

Alla fine degli anni Sessanta usciva allo scoperto una comunità che non aveva ancora mezzi e strumenti per definirsi e iniziava a cercarli per intraprendere un cammino difficile di autodeterminazione e visibilità, emancipazione e liberazione, affermazione di un’identità in cui il corpo diventava manifesto politico esibito e vissuto come una bandiera di appartenenza.

Un libro politico, di valore storico e sociale, utile, quasi necessario, per comprendere e conoscere le sfide e le battaglie per i diritti portate avanti in Italia dalla comunità trans dagli anni Sessanta a oggi, ma anche per capirne l’evoluzione e i cambiamenti che l’hanno attraversata. Anni duri e favolosi insieme, ripercorsi con profonda leggerezza in quello che potrebbe sembrare un romanzo per le storie di vite eccezionali che racconta e al tempo stesso un saggio che ha il merito di essere un documento prezioso. È L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender (Alegre, pp. 240, euro 15) di Porpora Marcasciano, attivista e presidente onorario del Mit, movimento identità trans.

Uno stile ironico e asciutto, quasi lieve, anche se non tralascia i passaggi duri e drammatici che hanno segnato quel lungo e doloroso percorso pieno di ostacoli. Un viaggio di più di quarant’anni dove alla fine degli anni Sessanta usciva allo scoperto una comunità che non aveva ancora mezzi e strumenti per definirsi e iniziava a cercarli per intraprendere un cammino difficile di autodeterminazione e visibilità, emancipazione e liberazione, affermazione di un’identità in cui il corpo diventava manifesto politico esibito e vissuto come una bandiera di appartenenza. Un mondo che fino ad allora s’incontrava solo in vicoli bui, anfratti, e che non aveva il diritto di rivendicare nulla. «Nascere e crescere in un sistema come quello occidentale, significa vedere e riferirsi esclusivamente a uomini e donne, liquidando tutte le sfumature come scarti», scrive Marcasciano, che nelle pagine mostra i colori sgargianti e le sbavature di una popolazione trans pioniera, coraggiosa, spesso impertinente e sfacciata, che ha tracciato un solco oggi forse impossibile da replicare. Trans cattive, come recita il titolo, perché «tali eravamo considerate e tali ci sentivamo», scrive Porpora, «lontane e fuori dalle logiche normalizzanti».

E proprio in quella logica le prime rivendicazioni per la visibilità passavano attraverso il travestimento, «con esso» continua l’autrice, «si distruggeva la gabbia, si decostruiva quel maschile assoluto che pesava a tutti». Tema cardine che trovava alcune resistenze da parte di un certo femminismo che interpretava quella pratica come «un assurdo scimmiottamento della femminilità».
Sul rapporto femminismo/ transessualismo, l’intervento del 2004 di Porpora Marcasciano al seminario "Altri femminismi" alla Casa internazionale delle donne di Roma spiega che il trucco, gli abiti, la chirurgia a volte fossero volutamente esagerati per sottolineare la decostruzione di genere. Se le trans non si fossero presentate così probabilmente nessuno le avrebbe notate. Altra questione controversa è quella del corpo e della sua trasformazione, se da una parte c’è l’aspirazione che quello sognato possa realizzarsi, per molte l’intervento era l’obiettivo finale, per altre non necessariamente rappresentava il sigillo e la conferma di un’appartenenza che andava oltre i tratti fisici. Erano tempi in cui tutto era da inventare, serviva una nuova grammatica da sperimentare sul campo e per strada, unico luogo in cui esprimersi e rendersi visibili «la notte era nostra, ci era concessa, era riservata ai non conformi».

La notte e la strada erano le dimensioni naturali in cui muoversi. E se la vita stessa per una trans era reato solo per il fatto di esserci, come si legge nel testo, continue erano le retate della polizia, il carcere, i soprusi, le umiliazioni, la negazione, fino alla travagliata legge 164 del 1982 che ha sancito il riconoscimento giuridico dell’entità transessuale, permettendo e riconoscendo il cambio di sesso.
Un libro politico dunque, appassionato, in cui emergono anche le contraddizioni della società e dei borghesi benpensanti che di giorno additavano come perversa, malata e anormale la stessa comunità che di notte andavano a cercare. Si stava compiendo una rivoluzione e nel frattempo si scriveva un capitolo di storia. Il tema della prostituzione, tappa obbligata per la comunità sulla quale si regge l’esistenza stessa delle trans. Così l’angolo o il pizzo che si occupa in strada diventa il luogo più familiare, personale e privato. Una carrellata allegra e variopinta di donne fatali e meno che escono dalle pagine con la loro esuberanza, fra canti, feste, grandi mangiate dopo le notti passate in strada. Gli amori, le botte, gli ormoni, la dolce vita, figure a metà fra i personaggi di Fellini e i Ragazzi di vita di Pasolini.

Un ritratto personale, intimo e collettivo insieme che diventa inevitabilmente politico. I primi anni di università di Porpora Marcasciano a Napoli, l’incontro con i femminielli e, col tempo, lo scoprirsi e definirsi trans, poi gli anni romani con i luoghi clandestini, le amicizie, le rivendicazioni, le lotte e i primi tentativi di riprendersi la propria storia per raccontarla in prima persona, passando dal ruolo di vittime a quello di protagoniste. In tutto questo anche l’impatto drammatico e fatale di Aids ed eroina.
Per finire con gli anni bolognesi, la nascita del Mit, le vittorie conquistate duramente, le sconfitte. Il centro, punto di riferimento nazionale e internazionale, luogo di dibattito e confronto in una città, Bologna, che nel 1994 nomina consigliera comunale Marcella Di Folco, la prima transessuale a ricoprire una carica istituzionale. Fra i tanti spunti che offre la lettura anche una riflessione su come siano cambiate alcune dinamiche della comunità e dei singoli, nessuna nostalgia per i favolosi tempi passati, piuttosto la constatazione di una tendenza alla normalizzazione che Marcasciano commenta così «una pratica che non considera che il mondo in cui viviamo non contempla l’esperienza trans, quindi normalizzazione significa annullarsi e annullare parte di quella storia trans. Non voglio dettare io lo schema giusto, ma trovo pericoloso annullare tutto il percorso per voler essere riassorbite da un sistema che ci rifiuta».

Fonte: il manifesto

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