Rassegna dal web

Meccanoscritto: toh chi si rivede, la letteratura operaia

Paola Rizzi (da Cultweek*)

Meccanoscritto è lo strano libro che mette insieme Luciano Bianciardi, Wu Ming 2, lo storico Ivan Brentari, la Fiom, gli operai degli anni Sessanta e quelli di oggi e il loro racconto del lavoro tra la speranza di ieri e la disillusione dell’oggi. Fino alla distopia di un domani in cui le macchine mangiano l’energia degli uomini

C’erano una volta le tute blu, i picchetti, gli scioperi, la lotta di classe, le vittorie, lo statuto dei lavoratori. Poi sono cambiate le parole e non solo: globalizzazione, delocalizzazione, interinale, partita Iva, jobs act.

Due cose sono rimaste uguali: salvo eccezioni i padroni sono sempre “cattivi” e preferiscono togliere piuttosto che dare, e il lavoro in fabbrica, anche in quella robotizzata, lucida e immacolata che piace a Marchionne, continua ad essere un lavoro duro, che logora, fatto di ritmi serrati, infortuni e pause negate. Eppure la fabbrica, anche nella stagione delle start up e della gig economy dei lavoretti, conserva una sua inalterata bellezza e nobiltà: nel mondo del sindacato declinante e della parcellizzazione dei diritti, la fabbrica è tuttora un posto dove si tessono relazioni e reti di solidarietà e dove il conflitto ha ancora diritto di residenza.

C’è molto di questo, molta nostalgia e disincanto in uno strano libro che mette insieme Luciano Bianciardi, Wu Ming 2, lo storico Ivan Brentari, la Fiom, operai degli anni Sessanta e operai di oggi per fare “letteratura operaia”. Meccanoscritto (Alegre, pag. 350, euro 16, uscito a marzo) nasce da una serie di coincidenze: nel 2012 Brentari per caso trova negli archivi del lavoro di Sesto San Giovanni uno scatolone con gli elaborati di un concorso letterario indetto dalla Fiom nel 1963, sul tema della lunga battaglia sindacale per il contratto nazionale dei metalmeccanici tra il ’62 e il ’63. Tra i giurati teste fini come Luciano Bianciardi, Franco Fortini, Umberto Eco, Giovanni Arpino e Mario Spinella, oltre a Giuseppe Sacchi, segretario della Fiom. Premio 100mila lire, più o meno la paga mensile di una tuta blu. La notizia viene data sul Metallurgico, giornale della Fiom, e sull’Unità. Arrivano una ventina di elaborati, vince La prova, di Gastone Iotti, operaio della Slanzi di Reggio Emilia, che racconta di come due delegati riescano a convincere gli impiegati ad aderire agli scioperi.

Dopo il ritrovamento, Brentari decide non solo di pubblicare una selezione dei quei lavori ma di coinvolgere Wu Ming 2 per una coda nel presente. Nel 2014 sempre il Metallurgico lancia il progetto di un laboratorio di scrittura collettiva. Nasce così il collettivo MetalMente, una quarantina di metalmeccanici che divisi in cinque gruppi producono cinque racconti. Scrittura collettiva come atto politico, spiega Wu Ming 2:

«In un mondo che esalta l’individualismo, l’atomizzazione del lavoro portata anche in fabbrica, agire insieme anche nella scrittura vuol dire opporsi alla solitudine del lavoratore».

I racconti di oggi non sono storie vissute, esperienze personali ma storie di invenzione su temi come la sicurezza del lavoro, o la solidarietà. Un esperimento di scrittura working class, si dice, dove a parlare di operai sono gli operai stessi, come del resto suggerito da Bianciardi, quando nel ‘63 era stato chiesto a lui di raccontare la stagione degli scioperi: «Ma io ho scritto sui minatori perché li conosco fin da bambino. Il libro sugli operai deve farlo uno di voi».

A legare il tutto, i nove racconti del ‘63 e i cinque di oggi, un articolo dello stesso Bianciardi pubblicato sull’Unità su un suo incontro con gli operai in lotta, e le infrastorie di Wu Ming 2 e Brentari, ossia storie di metalmeccanici di ieri e di oggi attraverso le cronache dei giornali, su tutti l’Unità, che seguiva passo passo tutte le vertenze. È un brutto film, quello delle infrastorie. Scorrono nomi gloriosi e scomparsi del tessuto industriale milanese: Breda, Borletti, Geloso, Jabil, Lares, Innse, Mangiarotti, Maflow, Eutelia, Novelis, General Electric. Il leit motiv sono le figure di industriali spregiudicati, pronti a svuotare la cassa per fuggire all’estero. Fino alle storie più recenti e familiari di stabilimenti ancora pieni di commesse, svuotati di notte dei macchinari per spostare la produzione altrove, realtà dove la finanziarizzazione delle proprietà rende evanescenti gli identikit dei datori di lavoro.

In questa immersione nella realtà delle fabbriche, tra gli anni Sessanta del secolo scorso e i primi del nuovo millennio è evidente la cesura nei racconti tra un mondo che tra mille difficoltà e umiliazioni lottava con la speranza di andare verso un futuro migliore e la consapevolezza di oggi che il meglio è già passato. Anche se in tutti i testi di MetalMente resiste la convinzione che l’azione collettiva, una volta si sarebbe detto la solidarietà di classe, paghi ancora. Un atto di fiducia novecentesco spiegabile con l’identità del gruppo, tutti lavoratori legati alla Fiom, lontani anni luce da altri mondi, come quello dei rider di Foodora o dei lavoratori della Logistica.

Nell’ultima storia, Hal, MetalMente getta lo sguardo al futuro che ci sta già mangiando il terreno sotto i piedi, quello del non lavoro appaltato alle macchine. In questo mondo distopico la macchina Hal si ciba dell’energia prodotta dagli uomini, per mandare avanti tutto il sistema automatizzato. Gli uomini non hanno nulla da fare, i loro bisogni primari sono soddisfatti, ma poco a poco si spengono, anche la loro energia diminuisce e il motore di Hal comincia a battere in testa. Gli unici che hanno livelli energetici alti sono quelli che per ammazzare la noia si sono inventati dei lavori di nascosto. La soluzione quindi sarà rimettere il lavoro umano al centro. Il futuro, quello che prevede 3 milioni e 200mila posti di lavoro in meno in Italia nei prossimi 15 anni a causa della robotizzazione (fonte club Ambrosetti) è avvisato.

Fonte: Cultweek

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