Nota quotidiana

Lo stadio della Roma e chi comanda in città

Paolo Berdini*

Un estratto dal libro "Roma, polvere di stelle" di Paolo Berdini che inquadra il ruolo di Luca Lanzalone, oggi tra gli arrestati nell'inchiesta sul nuovo stadio della Roma.

E infine l’uomo della provvidenza, l’avvocato Luca Lanzalone, chiamato per gestire la mediazione con l’As Roma e permettere l’approvazione dello stadio mettendo così fine alla mia esperienza di assessore. Al suo arrivo gira la notizia che abbia già incontrato a Londra il presidente della Roma, James Pallotta, e un alto dirigente della società. Non so se la notizia fosse o meno vera. Per certo so che dopo aver brillantemente sciolto il nodo della realizzazione dello stadio, consentendo alla Roma di raddoppiare le volumetrie previste dal piano urbanistico vigente, l’avvocato è stato nominato in pochi giorni presidente della più importante società pubblica romana, l’Acea, azienda di erogazione dell’acqua e di fornitura di energia. Acea è la cassaforte della città e negli anni sta sviluppando forti interessi anche nel settore della gestione dei rifiuti urbani. Tra le società che detengono pacchetti azionari ci sono la multinazionale francese Suez e il gruppo Caltagirone. Uno snodo fondamentale del potere romano e nazionale. Il 20 dicembre 2017 La Repubblica anticipa la notizia che, sotto la regia di Lanzalone, Acea avrebbe intavolato una trattativa con James Pallotta, con due obiettivi: il primo relativo all’acquisto da parte di Acea dell’immagine del nuovo stadio che – nel caso andasse in porto – costerebbe alla casse pubbliche dieci milioni di euro; il secondo aspetto della trattativa è relativo all’acquisto da parte di Acea di una parte degli immobili da realizzare intorno allo stadio per trasferirci la sede storica. È Lanzalone il sesto sindaco vicario di Roma.

Tre dei sei sindaci supplenti sono espressione del Movimento Cinque stelle. Grillo, Casaleggio e Di Maio sono infatti i punti di riferimento del raggruppamento ed è legittimo che su temi di grande strategia ci fosse il loro contributo. Sono gli altri tre sindaci a rappresentare il ribaltamento delle posizioni con cui i Cinque stelle avevano vinto le elezioni.
Io avevo accettato la proposta di nomina proprio per la sintonia programmatica con quanto proposto in campagna elettorale, e il mio profilo era noto a tutti. Sostengo da sempre che l’urbanistica debba servire a risolvere i problemi di vivibilità urbana a favore della parte più debole della società. Quando mi proposero l’incarico chiesi che ci fosse un impegno chiaro contro gli sfratti incolpevoli e contro gli sgomberi delle occupazioni che punteggiano la città. Posi poi la questione fondamentale: per salvare Roma occorreva concentrarsi nel completare la città abbandonata (ne vedremo l’elenco al capitolo tre) e nel richiedere il rispetto delle convenzioni ancora aperte. Bisognava insomma passare dall’urbanistica privata al governo pubblico della città e alla difesa dei beni comuni.
Mi sono trovato invece a dipendere dal sindaco vicario Marra, arrivato al Campidoglio con Gianni Alemanno e poi protagonista di una carriera brillante. Uno di quei personaggi che superano velocemente tutte le tappe della gerarchia amministrativa mentre ottimi dirigenti di carriera interna non possono raggiungere gli stessi traguardi perché privi di rapporti diretti con i decisori politici. Marra aveva diretto anche il settore della casa e iniziò lì a orientarsi nel mondo delle proprietà immobiliari che affittano al Comune immobili per tamponare e perpetuare l’emergenza abitativa. Un fiume di soldi, circa quarantatré milioni all’anno, che sacrifichiamo sull’altare della proprietà immobiliare.
Mi sono trovato poi a dipendere dal sindaco vicario Sammarco, titolare di un importante studio legale. Il legame tra la grande proprietà immobiliare, così importante a Roma, e il pensiero giuridico conservatore capitolino trovò massima espressione in un ricorso contro le norme che governavano l’esproprio nel nostro paese, redatto da un autorevole studio legale romano nella seconda metà degli anni Settanta, quando Sammarco frequentava la scuola dell’obbligo. Con la sentenza n. 5/1980 la Corte costituzionale ha posto fine all’urbanistica pubblica aprendo il vaso di Pandora che ha devastato le città d’Italia. Insomma, ero stato chiamato per ripristinare l’urbanistica pubblica e mi ritrovavo condizionato proprio da quello stesso mondo culturale conservatore che l’aveva distrutta nel nostro paese.
Delle mie regole di ingaggio faceva infine parte anche il paragrafo “Stadio della Roma”. Avevo conosciuto il gruppo di opposizione capitolina dei Cinque stelle proprio sulla questione della speculazione di Tor di Valle, quando chiesero il mio aiuto per precisare i punti deboli della proposta e poi decisero di denunciare la questione alla magistratura. Ma è proprio per questa vicenda che arriva il terzo sindaco vicario estraneo al Movimento. È un personaggio importante, l’avvocato Lanzalone. Nel 2005, a trentasei anni, quando esplode uno dei primi scandali delle banche, viene chiamato a far parte del collegio difensivo della Banca di Lodi che era sotto la guida di Giampiero Fiorani. È titolare di un importante studio legale che ha sede principale a Genova e filiali a Londra, New York e Miami. Il sesto sindaco vicario ha dunque legami con quel mondo finanziario globalizzato insofferente a ogni tentativo di regolare il governo urbano, ed è stato chiamato per contrastare un sostenitore della cultura dell’uguaglianza. Gli impegni presi davanti agli elettori sono stati stracciati utilizzando un grande esperto di banche. L’urbanista non serve più se si decide di stringere accordi con il mondo finanziario.

*Estratto dalle Premesse libro "Roma, polvere di stelle": http://ilmegafonoquotidiano.it/libri/roma-polvere-di-stelle