Nota quotidiana

La scrittura come lotta allo sfruttamento

Titti Ferrante (da Gli stati generali)

Si può essere umani in un tempo di ferro? È una domanda che Prunetti non evade, ci accompagna a cercare una risposta attraversando zone impervie e nocive.

«Bello è prendere la parola nella lotta di classe, a voce alta e sonante chiamare a battaglia le masse. Per schiacciare gli oppressori, per liberare gli oppressi». (B. Brecht)

La bellezza non sta nel numero di copie vendute, nei record al botteghino. Nel romanzo di Alberto Prunetti, Amianto, la bellezza è un pugno nello stomaco, un colpo al cuore e al fegato di chi ha in mano un racconto che non puoi leggere con un occhio abituato a gettare lo sguardo en passant.

Volendo narrare questa storia non si può prescindere dal considerare la storia di due verbi, il primo è ottimizzare, una parola che è entrata nel vocabolario italiano solo dopo gli anni Sessanta, sull’onda del boom economico e vuol dire portare al miglior livello possibile l’organizzazione e la produttività dell’azienda. Negli anni Settanta l’ottimizzazione fu garante di salari alti per quegli operai che, aderenti alla Fiom Cgil, godevano di tutele salariali e lavori stabili. L’altro verbo è migliorare, parola superata che ricordava la vecchia Italietta contadina; ottimizzare, invece, inglobava l’idea di un progresso indiscriminato e senza regole che esigeva che si gettasse il cuore oltre l’ostacolo, il superlativo oltre il comparativo: «I capetti volevano stabilire nuovi record di produzione… Il risultato era una catena frenetica: questo implicava ritmi forsennati».

Si può essere umani in un tempo di ferro? È una domanda che Prunetti non evade, ci accompagna a cercare una risposta attraversando zone impervie e nocive, quelle che il padre, Renato, che ha iniziato a lavorare come operaio a quattordici anni e che scioglie elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da grandi cisterne, ha frequentato con orgoglio facendo l’operaio tubista, trasfertista in diversi cantieri sparsi per l’Italia che lo hanno esposto al contatto con diversi tipi di metalli fino a che una fibra d’amianto lo porta a cinquantasette anni a morire di carcinoma.

Amianto è un libro scritto a quattro mani perché il ricordo del padre non è semplice rievocazione, è il motore della narrazione. È un’opera in cui a quest’operazione di scavo compiuto metaforicamente in sinergia corrisponde la rievocazione del lavoro del metallurgico, il lavoro duro, quello per cui occorre molta energia. Se le parole sinergia, metallurgia ed energia contengono l’érgon greco significante opera, azione, le parole di Prunetti sono la messa in opera di chi cerca di suturare attraverso il racconto una storia di dolore intimo e personale e al tempo stesso risarcire un torto collettivo subito da una classe che ha pagato con la vita l’impossibilità di scegliersi un’esistenza diversa.

Accanto a dettagli in cui usa un linguaggio più tecnico che ci mostra Renato alle prese con un lavoro pesante, ma che esprime l’orgoglio di una classe competente e battagliera, troviamo racconti più intimi di momenti condivisi col padre, di gite domenicali e pranzi presso rifugi di montagna, di sere passate a giocare a carte o di furti di benzina ai nuovi arrivati nel quartiere.

«Se i grandi non mi volevano credere, non meritavano le mie parole», e invece di parole Prunetti ne ha usate tante. Le parole sono pietre, pietre preziose le sue. La sua scrittura è semplice, specchio fedele delle cose, un linguaggio la cui pulizia è intellettuale e formale allo stesso tempo in quanto la parola aderisce ai fatti che ricostruisce con minuzia come il guanto alla mano. «Quella mano capace di tagliare due tubi, guidare un trattore, smontare, oliare e rimontare una motosega» allo stesso modo in cui sa impugnare la penna, perché se il padre lo spinge a studiare, gli insegna con fierezza la bellezza delle mani callose di un operaio. Se Renato si infila nei treni notturni la domenica per raggiungere il luogo di lavoro, lo fa per garantire ai figli un’esistenza migliore, «la fabbrica è l’ultimo pane», dice ai figli. Quel pane che diviene quasi sacralità nella solidarietà operaia come la radice sanscrita pa, nutrire, da cui pasto o quella che ha diramazioni più profonde col significato di sostenere, proteggere da cui deriva “pa-dre”.

Se vuoi salvezza non chinare la testa, parla. Prunetti fa sua la lezione brechtiana. Parla di un mondo che conosce benissimo perché è in quel mondo che affondano le sue radici e attraversando quel mondo parla del padre di Bruno che non torna più a scuola perché il babbo era stato ucciso alle acciaierie, di quelli «ustionati da una colata incandescente, quelli risucchiati dagli ingranaggi e dai rulli di un laminatoio» e di un’intera classe che vorrebbe dire se solo ne avesse la facoltà. Lo scrittore tocca corde che risvegliano forti ardori nel rivendicare diritti negati, soprusi, superficialità in nome della logica del profitto. Lotta per una buona causa politica e sociale perché l’umanità conculcata dal tallone di ferro dell’oppressione e dello sfruttamento rialzi la testa e recuperi in modo dignitoso il proprio posto nel mondo.

Il paesaggio industriale con le sue ciminiere grigie delle fabbriche è più che un luogo, è un altro protagonista del romanzo: Alberto va a scuola nei locali dell’ex Ilva, anche la biblioteca si trova negli stessi locali. Per arrivare a scuola deve passare davanti a una chiesa costruita in ghisa. Persino il calcio, messo da parte quando il suo interesse per i libri inizia ad aumentare, è giocato all’interno della fonderia dell’ex Ilva follonichese.

È letteratura militante, filo proletaria, quella di Prunetti. La menzogna fa parte dello sfruttamento e lo sfruttamento affinché realizzi i suoi obiettivi deve incessantemente produrre menzogna, e allora egli, evidenze alla mano, ricostruisce il curriculum del padre, ricerca la verità, la organizza, la condivide, ne fa uno strumento di lotta e di combattimento, si assume il coraggio di scriverne, la epura da formalismi, e riprendendo quanto Brecht afferma in Cinque difficoltà per chi scrive la verità, «la rende maneggevole come un’arma», e da buon militante fa della parola lo strumento di denuncia contro lo sfruttamento e i diritti negati.

«All’inizio volevo scrivere per vendicarmi dei miei datori di lavoro. La scrittura doveva essere un modo per colpire i padroni». In realtà le parole sono il mezzo con cui Alberto fa di più: mette radici in quanto opera una restituzione al padre uomo e lavoratore non occultando la sua morte, ma riesumandone l’orgoglio e la dignità. Il cimitero dove si evocano ombre di chi è scomparso non è un luogo che Prunetti ama frequentare, tiene vivi i lineamenti del padre lottando per lui, o smerigliando un cancello.

Nel caso di Prunetti vale più che mai quanto Nadine Gordimer scrive in Scrivere ed Essere: «È questa la genesi dello scrittore o della scrittrice: è la storia che lo ha scritto, facendolo essere... È in questo senso, nel senso di questa inestricabile, ineffabile partecipazione, che scrivere è sempre e contemporaneamente una definizione di sé e del mondo, dell’essere individuale e collettivo».

Al pari del mestiere di Renato, la scrittura di Alberto, impreziosita da spassose espressioni dialettali, si colloca in quelle zone pericolose in cui l’inchiostro si fonde con la rivolta e la letteratura richiama uno spazio di giustizia denunciando i crimini del potere che cerca di insabbiare, manipolare, falsificare con parole vaghe e neutrali purché tutto risulti “a norma di legge”. Una di queste è “disagio cantiere”, un modo per compensare alla buona gli operai per la presenza di materiali pericolosi e nocivi sul posto di lavoro, che sarà sostituita poi con la parola “premio”, espressione più neutra tendente a sollevare dall’onere delle responsabilità aziendali. Un linguaggio iniquo quella della giustizia perché come Calvino ricorda «è più utile a non dire che a dire, una terminologia che vuole essere specialistica senza riuscire a essere univoca». Una neolingua orwelliana che giustifica l’abuso e il sopruso diminuendo il carico di responsabilità, svuotando, perciò, di senso la vita di chi fa del proprio lavoro uno strumento di riscatto per sé stessi e per i propri figli.

In Amianto, la metallurgia ha a che fare con la poesia. Leggendo questo libro, infatti, si scopre che esiste una bellezza graffiante che non è delicato ornamento, ma è una categoria morale, etica, di chi senza imbrogli rivendica il valore del lavoro onesto e del sacrificio che non conosce risparmio.

Alberto Prunetti si definisce precario intellettuale, uno che si dimena tra lavoro manuale e intellettuale, che salda antichi saperi come quelli di autoprodursi olio e vino con il suo lavoro di editore, traduttore e redattore di Carmilla, collabora con Letteraria e il manifesto. Nomade in una maniera diversa da come lo è stato il tubista Renato, da studente universitario arrotondava in estate facendo lavoretti vari, ha poi lavorato anche all’estero cercando di risalire la scala sociale. Due generazioni, la sua e quella di suo padre, che non sono contrapposte in quanto sono state entrambe, anche se diversamente, fregate da un paese che non rispetta e tutela i suoi lavoratori. Prunetti ben incarna la figura dell’intellettuale moderno che vive in un tempo in cui le ideologie si sono dissolte e non ha più punti di riferimento, condannato a vivere in bilico in un mondo molto più ampio del passato ma reso sterile dalla mancanza di tutele, dalla scomparsa di certezze e di luoghi di aggregazione tradizionali. È il simbolo di una generazione che paga una nuova malattia che divora come un cancro la società italiana: l’immobilismo sociale. Il precario intellettuale è l’emblema di un paese in cui si è spento il sogno italiano perché non premia il merito, ma continua a far prevalere il censo e l’imprinting familiare.

Tuttavia Prunetti insegna che la crescita non si richiude in formule algebriche ma corrisponde all’avere fiducia nelle proprie forze, la voglia di fare e fare meglio, far prevalere, gramscianamente, l’ottimismo della volontà su pessimismo dell’intelligenza.

E allora la vita a rischio, piena di guai, una vita spericolata come Steve Mc Queen non sarà stata spesa invano se attraverso la penna di uno scrittore si rivendica l’iniquità delle divisioni di classe, l’incongruenza dell’alzarsi all’entrata in classe dinanzi al direttore mentre si resta seduti quando entra il bidello (come cantava Tenco) e contemporaneamente si reclama l’onestà intellettuale che passa attraverso il linguaggio perché “esposti”, come lo sono alcuni operai, non sia più solo un participio passato, ma significhi essere coinvolti. Ce lo diceva De André nel 1973, anno in cui nasceva Prunetti e allora forse i numeri e quella matematica, che odiava allo scientifico, servono anche loro a qualcosa.

Da Gli stati generali

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