In movimento

Istanbul è nostra, Taksim è nostra

Sara Datturi

La resistenza, la lotta, la repressione della polizia, la capacità di battersi uniti. Seconda corrispondenza da Istanbul, ancora una testimonianza della primavera turca

Istanbul, 2 giugno 2013
Sono passati due giorni dall’inizio delle proteste e il clima è ancora forte, non solo per l’odore acre che si sente nell’aria nonostante la pioggia di stamattina.
Non dobbiamo dimenticare quello che abbiamo visto e vissuto.
E stata un’emozione grande partecipare a questa parte di storia Turca.
Ieri, primo giugno, gli scontri sono dilagati anche in altre parti della Turchia da Ankara, Izmir e Bursa... e ad Istanbul le proteste, l’occupazione della città è arrivata anche nella calma Besiktas.

Cuore che batte forte, adrenalina alle stelle. Grida, slogan “Istanbul bizim, Taksim Bizim”, poi altri su Erdoĝan e il suo governo, inni di lotta, di conflitti politici passati che troppe volte sono stati repressi con la forza, annientati e si sono persi nei rivoli della storia turca.
La gente è stanca di dimenticare, di fare finta di niente, accettare passiva il suo destino ed essere lasciata inconsapevole. In questi giorni, il malcontento accumulato negli anni si è risvegliato, la gente si è ripresa le strade, i marciapiedi, l’innata solidarietà che le appartiene.
A Cihangir (area centrale dove vivono molti stranieri ed artisti) ieri mattina, in concomitanza con gli scontri di Taksim, la gente è scesa per le strade: giovani, anziani, dottori ed impiegati... donne alle finestre a battere le pentole. Hanno, abbiamo gridato basta a questa oppressione e all’uso della violenza che la polizia sta utilizzando contro la folla grazie al consenso avuto dal governo turco. Gas lacrimogeno, acqua grigia, gas arancione nervino. Scene di guerriglia ovunque. Panico e caos organizzato. Gente che grida di mantenere la calma, richiama la folla una volta che la carica della polizia è passata.

Eppure, nonostante tutto, in questi giorni ho ricevuto una grande lezione di resistenza da questa gente. Ogni persona era preparata a resistere: maschere di gas, limoni, scarpe ben allacciate, anti acidi, latte, fazzoletti. Ragazzi che distribuivano panini, acqua e chai (tè) gratis, gente che faceva entrare nelle case e nei bar i manifestanti per trovare un rifugio a questo gas micidiale; dottori ed infermieri a disposizione nelle piazze. Ho ancora negli occhi la scena di questo signore anziano, con il suo berretto alla zuava, con le mani incrociate dietro la schiena che ci guardava compiaciuto. Silenzioso nei suoi occhi verdi profondi ci ha detto “ ho quasi settant’anni, ed è da tanto tempo che non ero così orgoglioso di essere turco, sono anch’io con voi nella lotta”.

Dopo gli scontri della mattina e del pomeriggio, la resistenza ha avuto il sopravvento. La notizia è arrivata: la polizia è si è ritirata. Un’emozione indescrivibile! Abbiamo marciato compatti, uniti, gente di ogni provenienza per una lotta comune che sebbene sia iniziata da un Yezi Park ha le sue radici in una struttura sociale e politica occidentale radicata. Un sistema malato, che adesso più che mai, ci pone di fronte i suoi limiti. Tante domande. Discussioni che necessitano una rielaborazione che l’adrenalina non può dare.
Braccia alzate, battiti di mano, insieme siamo entrati a Taksim, tutti i gruppi che hanno resistito da Istiklal, Cihangir, Taksim, Tarlabs hanno sfilato nella piazza. Una piazza riconquistata, colorata, stanca e piena di vita. Simbolo di una battaglia prima di tutto turca, ma che riprende anche alcune similitudini con quelle delle primavere arabe, e degli Occupy Moviments vissuti in America ed Europa. La piazza, Taksim e le sue strade sono state riprese..
Non più un turista, Taksim ed Istanbul alla “sua” gente. Uno street party che è continuato tutta la notte, un clima misto di adrenalina e consapevolezza che questo è solo l’inizio di cambiamento più forte. Il governo limita i danni, cerca di sminuire l’accaduto, decide di ritirare la polizia ma promette deciso che “non può lasciare che Istanbul sia in balia di manifestanti criminali”. Detto, fatto. La notizia inizia a girare. Forti scontri a Besiktas, i ragazzi lasciano le loro birre e si dirigono a sostenere l’altra parte di resistenza. Non avevo mai visto le strade così piene, la gente così organizzata.

Scene di guerriglia urbana. Lacrimogeni, lancio di acque grigie, la gente ancora forte ed arrabbiata, indignata per le troppe vittime di questa protesta pacifica (ad ora si contano 1000 feriti e due morti secondo alcune fonti, ma le cifre ufficiali sono assolutamente ridimensionate). Un autobus pieno di scudi da mandare alla polizia è stato fermato, dirottato, usato come barriera per bloccare le strade e la polizia. Notizie e twitter di abitanti di Besiktas che hanno lasciato aperte le porte di casa per i manifestanti, che hanno lanciato televisori alla polizia.
Questa lotta urbana è forse la prima in Turchia che ha avuto una ricezione mediatica così seguita. La comunicazione è stata attenta, lucida, ogni azione è stata riportata e fotografata.
La comunicazione come strumento di controllo e opposizione. Da un lato il governo e il suo controllo dei media, dall’altro i dimostranti e l’uso d’internet per riportare notizie ed organizzarsi.

La connessione e l’intreccio umano creato in questi giorni fra la gente è ancora qui, anche oggi in questa domenica mattina grigia e piovosa. Qualcosa è cambiato. L’ingranaggio si è spezzato.
Istanbul non rappresenta tutta la Turchia, ma questa è una lotta non solo politica e non solo turca. E’ il frutto di un dissenso ed un’indignazione che va letta in tutta la sua complessità e variabili socio-ecomiche, politiche e storiche.
Le strade sono state pulite e non solo dagli agenti della municipalità, ma anche dai tanti manifestanti che hanno voluto dimostrare forte il loro amore e partecipazione per la loro città, se la sono ripresa con tutte le responsabilità che questo comporta.

La calma prima di una nuova tempesta. Niente polizia, niente elicotteri, ma la sensazione è strana tutto quello che si è vissuto in questi giorni è nell'aria. La reazione disumana e atroce che questo governo ha autorizzato deve continuare ad essere denunciata. Come mi hanno detto ieri un gruppo di amici turchi per riassumere la situazione.. “Una donna quando si arrabbia sembra sempre più bella.. quindi in questo momento la Turchia è stupenda”.

2 Giugno, 2013-06-02
sara.datturi@wur.nl

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