Rassegna dal web

Il cotechino non è neutrale, nemmeno se è di seitan

Lorenzo Mari (da Carteggi Letterari)*

Partendo da un dato culturale che può sembrare spicciolo come la carne di maiale e il suo consumo, il libro di Bukowski invita a riconsiderare un insieme complesso di fenomeni socio-politici, economici e culturali, che, in ultima istanza, sarebbe davvero di cattivo gusto (e non solo) dare per scontati e acquisiti, per poi pagare, a tutti i livelli, le conseguenze di questa faciloneria.

Parlare della Santa crociata del porco di Wolf Bukowski alla fine del periodo natalizio può sembrare cosa lontana dal “buon gusto”. Ed è così, in effetti, dato che nel libro stesso l’espressione “buon gusto” è posta indirettamente, ma costantemente, sotto torchio. Passando dalle ortodossie alimentari di varia matrice alla stessa produzione del cibo (e passando quindi, inevitabilmente, dal piano dei discorsi ideologici alla critica dell’economia politica), la Santa crociata del porco affronta il consumo e, spesso, il non consumo di carne di maiale secondo una prospettiva che abbandona il territorio del marxismo culturale e agisce secondo una logica militante, che però non è mai moralistica né tanto meno si può dire conservatrice dello status quo.

La prima parte, intitolata “Il maiale imposto”, riguarda l’uso islamofobico del maiale come barriera culturale e soprattutto geopolitica nei confronti delle migrazioni contemporanee. Non sono, infatti, soltanto di natura aneddotica gli episodi avvenuti in Ungheria, Austria, Danimarca e, immancabilmente, in Italia, che Bukowski analizza con lucidità e chiarezza di stile (aderendo pienamente, peraltro, alla linea editoriale della meritoria collana Quinto tipo di Edizioni Alegre, diretta da Wu Ming 1). Li lega, piuttosto, un collante discorsivo che è appunto xenofobo, islamofobo e razzista e del quale è necessario tener conto ogni volta che i media, locali o nazionali, presentano storie di profughi che rifiutano del cibo, per dirne una, “perché contiene prosciutto”, senza poi approfondire le circostanze di ciascun caso. Come dimostra puntualmente la ricostruzione di Bukowski, tali proteste sono narrate in modo semplicistico, trascurando informazioni ben più importanti sulla situazione narrata e lasciando, piuttosto, che nell’immaginario agisca indisturbato il potenziale perturbante della figura dell’ospite ingrato (in senso  moralista, ovviamente, e non fortiniano).

Scrive l’autore: “in un loop che si autoalimenta, quel rifiutare il cibo viene considerato in sé violento, e questo a sua volta proverebbe la violenza connaturata dell’Islam. Il paralogismo razzista ha poi un effetto collaterale gradito a tutti i reazionari: se si abituano i cittadini a pensare le proteste pacifiche come violente, sarà più difficile che quegli stessi cittadini si lascino coinvolgere da manifestazioni, sit-in e simili” (p. 29).

Oltre alla critica delle posizioni islamofobiche che associano direttamente “Islam” e “violenza” (come viene quotidianamente propagandato sulle prime pagine di fogli a diffusione nazionale), questo passaggio ha anche il merito di sottolineare come in gioco ci sia più di qualche etto di prosciutto, toccando ambiti di rilevanza politica anche per chi non si senta immediatamente chiamato in causa dal tema scelto e dall’analisi proposta da Bukowski.

Nella seconda parte, intitolata “Il maiale negato”, l’autore rincara la dose, partendo in questo caso dai vari tabù alimentari che riguardano il consumo di carne di maiale, legandosi alle prescrizioni della religione ebraica e musulmana. Bukowki dapprima rivede e integra la tradizionale analisi antropologica e materialista di questi tabù di Marvin Harris in Buono da mangiare (Einaudi, 1990) per poi concentrarsi sul principale rovello politico della sua argomentazione: da un lato, la trasformazione in brand dei significanti halal e kasher; dall’altro, l’uso antisemita sotteso ad alcune manifestazioni ideologicamente legate alla “laicità repubblicana”, avvenute in prima battuta in Francia ma che si possono estendere a tutta l’area europea.

Affermazioni, queste, che trovano conferma nell’argomentazione sempre chiara e convincente di Bukowski, della quale preme sottolineare anche l’abilità fuori dal comune nell’uso delle fonti. Impeccabile dal punto di vista più “giornalistico” – in ottemperanza al modello di testualità ibrida perseguito dalla collana Quinto tipo – il ricorso a testi religiosi o letterari è altrettanto puntuale e senza sbavature. Lontano da certa scrittura che, nascendo in ambito accademico, propone una propria “andata al popolo” panflettaria (con alcuni limiti, che ho cercato di evidenziare qui e qui), Bukowski presenta un excursus di sicura validità attraverso i testi e le culture. Anche nell’ambito della saggistica contemporanea, La santa crociata del porco si appoggia a testi certamente rilevanti come L’Islam nudo. Le spoglie di una civiltà di Lorenzo Declich (Jouvence, 2015), mentre critica puntualmente altri testi, come ad esempio Tritacarne di Giulia Innocenzi (Rizzoli, 2016), senza per questo dare adito alle posizioni apparentemente difensive, e in realtà chiaramente aggressive, che si possono ad esempio leggere qui.

Per Bukowski, uno degli snodi cruciali della critica al libro di Giulia Innocenzi è nell’apologia che quest’ultima fa del “consumatore green”, consumatore che, ogni volta che si rivolge alle catene della GDO e ai loro marchi (variamente: “biologico”, “halal”, “kasher”, “gluten-free”), si limita ad agire entro il proprio statuto di consumatore; a quel punto, “se il mercato non si orienta verso una maggiore giustizia è solo perché il consumatore non ha fatto abbastanza; ma quando egli farà o capirà, tutto sarà redento” (p. 127).

Questa stessa logica, tesa ad assolvere ogni aspetto di sfruttamento del lavoro o di diseguaglianza sociale, era già stata decostruita e criticata da Bukowski nel precedente La danza delle mozzarelle (Edizioni Alegre, 2015), a proposito, in quel caso, del “made in Eataly” e delle politiche del lavoro ad esso connesse. Quel che Bukowski continua anche in questo libro a sottolineare è il fatto che dimenticarsi o, peggio, censurare aspetti di importanza determinante nel rapporto con ciò che mangiamo non consente di dispiegare tutto il potenziale critico insito nel nostro rapporto con il mondo. Potenziale che Bukowski, infine, e del tutto laicamente, rivolge anche verso i regimi alimentari che escludono il consumo di animali o di prodotti di origine animale (o meglio, verso alcune particolari interpretazioni ideologiche di tali orientamenti) – come si può ampiamente leggere nella terza parte del libro, “Il maiale sterminato”.

In questo caso, ad essere passato al vaglio è l’orientamento riduttivo e politicamente ambiguo di chi propone relazioni di filiazione storica e culturale diretta e senza mediazioni tra il mattatoio e il campo di concentramento e di sterminio: se le analogie sono spesso illuminanti (così come vi è una relazione per nulla trascurabile tra la divisione del lavoro nel mattatoio e la catena di montaggio fordista), “campi di sterminio e macelli non sono la stessa cosa” (p. 153).

Saper discriminare può aiutare non solo ad approfondire le scelte e le conseguenze della propria alimentazione, ma anche ad avere una prospettiva storica più consapevole e ricca rispetto alla storia di oppressione e sterminio che passa attraverso i lager nazisti, ma non si limita ad essi. Naturalmente, come sottolinea lo stesso Bukowski, la strategia retorica della reductio ad Hitlerum è stata adottata solo da una parte degli animalisti e antispecisti – nel caso specifico, la Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) e un suo esponente di spicco, Charles Patterson, autore di Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto (Editori Riuniti, 2003) – mentre altri esponenti di tale orientamento, che è in prima istanza di natura politica, com’è lo stesso Bukowski a segnalare, hanno analizzato in modo diverso tale nesso problematico. È questo il caso, ad esempio, degli esponenti degli Animal Studies che si sono confrontati con l’opera di Judith Butler, dando origine a una preziosa antologia di saggi a cura di Marco Reggio e Massimo Filippi come Corpi che non contano. Judith Butler e gli animali (Mimesis, 2015), alla fine della quale vi è un’intervista con la filosofa americana nella quali si esclude nettamente la possibilità di un’equivalenza immediata tra le atrocità del mattatoio e quelle perpetrate a Gaza.

Bukowski non cade, quindi, nella trappola costituita dal mettere alla berlina gli orientamenti alimentari non normativi, dei quali, anzi, riconosce diffusamente la rilevanza etica e politica, offrendone una chiara e convincente elaborazione al lettore. La santa crociata del porco però, ha anche un altro pregio: partendo da un dato culturale che, in partenza, può sembrare spicciolo come la carne di maiale e il suo consumo, il libro di Wolf Bukowski invita a riconsiderare un insieme complesso di fenomeni socio-politici, economici e culturali, che, in ultima istanza, sarebbe davvero di cattivo gusto (e non solo) dare per scontati e acquisiti, per poi pagare, a tutti i livelli, le conseguenze di questa faciloneria.

Fonte: Carteggi Letterari