Nota quotidiana

I femminismi: la storia delle storie

Giovanna Pezzuoli

Un nuovo movimento femminista è oggi più che mai urgente, un movimento che dovrebbe partire proprio dalle donne più vulnerabili alle politiche di austerità, alla violenza maschile, alle discriminazioni sui posti di lavoro, contrapponendosi al femminismo lean in, falsamente universalista.

È nato un nuovo femminismo? Dopo l’ondata di lotte e proteste che hanno coinvolto decine e decine di Paesi, dall’India all’Argentina, dalla Spagna alla Polonia, la domanda è legittima. L’esistenza di un movimento inedito e imprevisto è testimoniata dai corpi di giovani e giovanissime che partecipano alle manifestazioni, ma è pur vero che il «nuovo» non nasce se non trova le pratiche e le parole per realizzarsi. Le donne sono oggi nello stesso tempo forti e sotto attacco, più libere e in maggiore difficoltà, e non c’è contraddizione tra l’una e l’altra cosa. Gli esiti di questa ripresa del movimento dipendono anche dalla capacità di capire da dove viene e che cosa è questa protesta, di conoscere luoghi e persone, tappe e snodi essenziali della lunga marcia non ancora terminata ma che ha già molta strada alle spalle.

Da queste riflessioni, oltre che da un’esplicita richiesta delle ragazze che hanno organizzato il grande corteo contro la violenza del 26 novembre, nasce il numero speciale dei Quaderni Viola Storia delle storie del femminismo (Alegre, 2017) di Cinzia Arruzza, docente di filosofia alla New School for Social Research di New York, e Lidia Cirillo, scrittrice e attivista. Un testo complesso e anche ambizioso che vuole sia definire lo stato delle cose, sia ripercorrere una storia che attraversa oltre due secoli, dalle donne che lottarono in nome della égalité alle rivoluzionarie sansimoniane, dalle esponenti del femminismo differenzialista alle teoriche del queer e dell’intersezionalità.

Il movimento delle donne che era nuovo negli anni Settanta, scrive Lidia Cirillo, ha lasciato in eredità il mito dell’autocoscienza, che permise di scoprire il potere insito in una sessualità vissuta nel silenzio, ma oggi corre il rischio di cristallizzare l’idea che il femminismo sia solo una pratica di parole. Ma se è vero che il partire da sé è una conquista che fa ancora parte del vocabolario femminista, sarebbe necessario che «un altro femminismo si dedicasse a comprendere che cosa nel frattempo è accaduto nel mondo». Ovvero partire da sé senza smettere di guardarsi intorno. «E la gravità di ciò che accade nel mondo rende ancora meno credibili femminismi che non prendano la posizione che può essere sintetizzata in una formula semplice ed efficace: “Le nostre vite valgono più dei loro profitti”».

Certo, oggi prendere posizione, prosegue l’autrice, è molto più difficile che negli anni Settanta: le nuove generazioni di fronte alla crisi cronica e profonda che ha investito il capitalismo si misurano con la difficoltà di trovare un’alternativa: esiste oggi un’utopia capace di accendere la passione del fare? Frammenti di utopia già traspaiono dal grande numero di lotte, di resistenze, di proteste auto organizzate, seppure frammentarie e prive di un progetto. Un femminismo del presente dovrebbe parlare al novanta per cento delle donne, sostiene ancora Lidia Cirillo, sottraendo quel dieci per cento di donne (non esiste la sorellanza universale…) appartenenti a una classe che non ha alcun interesse a dire con noi che le nostre vite valgono più dei loro profitti. Ma quali pratiche e quali temi? La risposta è tutti: diritti civili e politici, indipendenza economica e condizioni di lavoro, diritto alla maternità e rifiuto dell’immaginario maternale, emancipazione e libertà… cioè tutto quello che fa parte della storia del femminismo. Perché è la storia che ci dice a quale punto siamo della nostra vicenda e da dove ricominciamo.

Nel libro si ripercorre dunque la battaglia per l’istruzione di Mary Wollstonecraft, che utilizza la ragione come misura dell’égalité; e questa tensione per superare la barriera che separa le donne dall’accesso non discriminante alla cultura coincide con la storia stessa del femminismo. Donne come Mary e Olympe de Gouges che chiedevano un’uguaglianza che può nascondere un sospetto di assimilazione, ma che altro avrebbero potuto chiedere? E della loro vita di donne «non conformi» e che non avevano rinunciato ai loro desideri è testimone anche la morte: Mary morì di infezione dopo il parto, Olympe perse la testa sotto la lama della ghigliottina, avendo sostenuto che se le donne potevano salire sul patibolo, potevano allora anche salire sulla tribuna. Dopo di loro le sansimoniane, da Flora Tristan a Jeanne Deroin, danno inizio a una vera e propria genealogia, insistendo sul diritto all’istruzione, alla cittadinanza e a decidere della propria vita affettiva e sessuale, benché a proposito del libero amore siano molto più caute dei loro contemporanei maschi, come il «femminista» Charles Fourier e il mistico Prosper Enfantin.

Un gran numero di figure femminili autorevoli caratterizza i diversi socialismi del XIX e del XX secolo. Da Rosa Luxemburg a Aleksandra Kollontaj, da Clara Zetkin a Angelica Balabanoff, da Madeleine Pelletier e Anna Kuliscioff, e molte altre ancora: non sono tutte femministe ma testimoniano una crescita culturale e di consapevolezza che la battaglia per l’istruzione ha favorito. Particolarmente significative le vicende di Clara Zetkin, socialista e femminista. Ma che cosa chiedeva Clara Zetkin per le donne? «Si pronuncia contro la pianificazione delle nascite ma è per la depenalizzazione dell’aborto; ha una vera e propria mistica della maternità, ma rifiuta l’idea che sia destino naturale delle donne; impreca contro il “femminismo borghese”, ma conclude la sua vicenda con una proposta di sorellanza universale». Immagina le donne come soggetto collettivo che, liberando se stesso, libera l’intera umanità; non crede affatto che il socialismo risolverà ogni problema, pensa al contrario che le donne dovranno lottare per fissare il confine tra l’attività professionale e il lavoro domestico.

Riguardo alla seconda ondata del femminismo, degli anni Settanta, Lidia Cirillo polemizza con il femminismo della differenza sessuale, iniziato con Luce Irigaray e che ha in Luisa Muraro la più autorevole esponente italiana, considerandolo tuttalpiù una «ipotesi epistemiologica», mentre considera Judith Butler, nota come teorica della gender theory, l’espressione di fenomeni politici nuovi, come l’esplosione delle sessualità disubbidienti. E definisce il «queer, nelle sue versioni meno ingenue e capziose, un tentativo di uscire dal vicolo cieco della moltiplicazione delle soggettività identitarie e della loro tendenza a isolarsi e frammentarsi». E sicuramente, non solo in Italia, una nuova leva femminista si riconosce nel queer, che consente giochi di libertà istruttivi per le nuove generazioni, non meno della critica degli stereotipi.

Cinzia Arruzza ripercorre invece la storia spesso ignorata o dimenticata del femminismo nero, che affonda le radici nelle esperienze del movimento operaio americano della prima metà del XX secolo. Solo verso la fine degli anni Settanta viene rivendicata «la specificità del femminismo nero, sia rispetto al resto del femminismo, sia rispetto ai movimenti per i diritti civili e al nazionalismo nero da cui pure provenivano gran parte delle attiviste». Angela Davis offrì una lucida analisi della simultaneità di sfruttamento di classe e oppressione di genere e razziale, stabilendo una continuità tra passato schiavistico e segregazione razziale negli Stati Uniti e stigmatizzando l’incapacità del femminismo americano di includere la specificità delle donne nere. E fu proprio il femminismo nero marxista, sostiene l’autrice, a mostrare per primo come l’adozione di un universalismo astratto finisca per rendere universale un particolare, ovvero le condizioni di vita della donna occidentale bianca e di classe media.

Quale femminismo, dunque? Di tutte le donne o solo di alcune? Cinzia Arruzza critica il tentativo di cooptazione di un certo discorso femminista da parte degli Stati che in nome della «libertà delle donne» giustificano interventi imperialisti nei paesi musulmani o politiche islamofobe, denunciando in particolare l’ossessione di Hollande a svelare e salvare la donna musulmana. Questo femminismo «bianco come la neve», scrive, non ha remore ad allearsi con lo Stato, i suoi divieti e la polizia che ne assicura l’esecuzione. Una visione strabica, fondata sul mito della missione civilizzatrice dell’Occidente, che non vede come il ritorno all’uso del velo e ad altre forme tradizionali di religiosità sia una riposta all’emarginazione culturale, sociale e politica dei migranti.
Come prova della inconsistenza del femminismo bianco delle élite, Arruzza squaderna i risultati delle ultime elezioni americane: sembrava infatti impossibile che le donne avrebbero votato in massa per un candidato che non aveva problemi a vantarsi di molestare le donne e prometteva, tra le altre cose, un attacco diretto ai loro diritti riproduttivi… Eppure anche se Trump ha perso il voto popolare, ottenendo circa 2 milioni e 600mila voti meno di Hillary Clinton, è pur vero che la maggioranza delle donne bianche, e soprattutto quelle prive di istruzione universitaria, ha preferito votare per un candidato apertamente e volgarmente sessista.

La domanda è dunque: chi ha tratto vantaggi dal femminismo americano? Dagli anni Settanta ad oggi, il reddito delle donne in cima alla scala economica, grazie a provvedimenti legislativi come l’Equal pay act, è cresciuto più velocemente di quello degli uomini appartenenti alla stessa élite, mentre nel decennio 2000-2010 il reddito delle donne lavoratrici è rimasto invariato, al pari di quello degli uomini, per cui si è creata una disuguaglianza sociale ed economica fra le donne ormai paragonabile a quella esistente fra gli uomini. Ecco come mai, secondo l’analisi di Arruzza, masse di donne statunitensi non si sono sentite rappresentate da una candidata, che pur parlando di diritti riproduttivi e libertà femminili, personificava un tipo di femminismo che da una parte ha avvantaggiato solo un’élite di donne, dall’altra ha fornito una copertura ideologica al progressivo smantellamento di diritti e garanzie per le condizioni di vita delle donne lavoratrici e disoccupate.

E in Italia? I dati Istat del 2015 sono sconfortanti, solo per citarne alcuni: nel 2014 solo il 46,6% delle donne percepiva un reddito da lavoro, contro il 64% degli uomini, con una differenza vistosa fra Nord e Sud, dove il tasso di occupazione femminile scende attorno al 30%. Anche la distribuzione del lavoro di riproduzione riflette un’analoga disparità con le donne ancora responsabili di ben il 72% del lavoro di cura all’interno delle coppie con figli. Se è vero che la divisione sessuale del lavoro tende a livellarsi ai gradini più bassi (contratti a termine e collaborazioni), c’è il rischio che si produca un fenomeno simile a quello verificatosi negli Stati Uniti, dove lo sfondamento (parziale) del cosiddetto tetto di cristallo ha certamente condotto alla realizzazione professionale di alcune donne, ma non ha arrecato alcun beneficio alle altre. Una tendenza che negli Usa prende il nome di lean in feminism (dal libro di Sheryl Sandberg) con la presunzione che le donne possano migliorare individualmente le proprie condizioni di vita, facendosi avanti e contrattando. Ma questa strategia non terrebbe conto dei milioni di donne migranti che lavorano come badanti, delle precarie dei call center, delle disoccupate, delle insegnanti pagate 1.300 euro al mese, delle pensionate a meno di 1.000 euro al mese e così via. In altre parole, secondo l’autrice, parità di salario, fine delle discriminazioni di genere, diritto alla maternità e a tempi di lavoro compatibili con la riproduzione sociale sono rivendicazioni corrette e legittime, ma non bastano.

Insomma, un nuovo movimento femminista è oggi più che mai urgente, un movimento che dovrebbe partire proprio da queste donne, quelle più vulnerabili alle politiche di austerità, alla violenza maschile, alle discriminazioni sui posti di lavoro. E, contrapponendosi al femminismo lean in, falsamente universalista, Cinzia Arruzza si appella a un femminismo altro: rumoroso, festoso, arrabbiato, di classe, antirazzista, conflittuale, giovane e migrante.