Tempi moderni

Diaz, avevamo ragione

Checchino Antonini da Genova

Nove anni di controinchieste, di lavoro dedicato da parte dei legali, di attenzione della stampa indipendente per aspettare una sentenza che alla fine restituisce un po' di verità a chi è stato vittima soltanto della repressione

Tutti colpevoli i funzionari e gli agenti imputati per l’assalto alla Diaz e le violenze su persone inermi e gli arresti illegittimi e le prove fasulle e i verbali artefatti. La sentenza d’appello, sebbene tardiva e con poche implicazioni concrete, ribalta il primo, vergognoso, verdetto che assolveva i bracci destri di De Gennaro e appiccicava la «macelleria messicana» a una manciata di celerini di piccolo cabotaggio. Allora avevano ragione i movimenti, le vittime e chi le ha sostenute in questi anni a dire che fu una strategia di annientamento contro un movimento di massa pacifico e radicale. Avevano ragione i pm che iniziarono la loro requisitoria, dopo sette anni di indagini, dicendo quanto fosse difficile processare la polizia. Perché c’era la stessa omertà di quando si processa un boss e la stessa tendenza a criminalizzare le vittime di quando si processa uno stupratore. Pochi minuti dopo la lettura del dispositivo, uno dei due pubblici ministeri, Enrico Zucca, invita il cronista a considerare quanto coraggio sia servito ai giudici della III sezione della corte d’appello. «Non c’è stato un solo giorno in questi nove anni in cui non mi sia occupato di questo processo», fa osservare uno dei tanti legali delle parti civili, Riccardo Passeggi. E nove anni sono un quarto della vita professionale di un avvocato. Il sociologo che più di ogni altro indaga sulle tematiche della sicurezza, Salvatore Palidda, insiste a dire che manca, sulle forze dell’ordine, un controllo politico indipendente. E la sua voce si unisce a quanti non hanno mai smesso di reclamare le dimissioni o la rimozione dei nodi della catena di comando, De Gennaro compreso. Dai movimenti riprende forza anche la richiesta di istituire il reato di tortura e di mettere un codice sulle divise di chi opera travisato in ordine pubblico. Misure minime ma impensabili in un contesto politico che, come dimostra il successo della primavera referendaria sull’acqua (anche qui c’è l’impronta di Genova), non rispecchia la società civile. Avevano ragione gli attivisti del supporto legale che hanno analizzato chilometri e chilometri di nastri audio e video prodotti anche al di fuori dei circuiti ufficiali. A squarciare il velo di Maya che avvolge l’operato di questure e battaglioni è stata l’ostinazione della stampa indipendente, dell’intelligenza collettiva del mediattivismo, di radio democratiche. Nove anni fa ha preso forma per le strade di Genova una narrazione dal basso grazie alla quale è stato possibile scoprire e denunciare decine di altri casi di abusi, omicidi e violenze da parte di soggetti in divisa sempre coperti dai rispettivi apparati. Però l’incalzare della repressione e la gestione dell’infinita stagione processuale ha costretto il movimento a dirottare risorse e mutare le proprie priorità. Sarebbe miope attribuire il riflusso solo a questo ma va riflettuta la repressione anche per gli effetti centrifughi che produce su quelle relazioni delicate che chiamiamo movimento.
Ora sembra quasi un paradosso ma le sentenze d’appello su Bolzaneto e Diaz giungono in un momento segnato dalle continue denunce di altri abusi di polizie varie al di fuori di contesti immediatamente politici: i casi Aldrovandi, Cucchi, Sandri, Gugliotta, solo per citare, stanno agendo su un immaginario collettivo che, fino a questo momento, era segnato da un’emergenza securitaria e quell’immaginario potrebbe essere ribaltato sociale. Come è accaduto al verdetto sui fatti della Diaz.