Nota quotidiana

«La sposa è bella ma è sposata a un altro uomo»

Francesca de Carolis (da Remo Contro)*

Settant’anni fa la fondazione dello stato di Israele. Per il popolo palestinese fu la Nakba, la catastrofe. E l’oscuramento della storia della popolazione che viveva da secoli dove i sionisti, cacciandoli, hanno fondato il loro stato. Una realtà che abbiamo rimosso, ma che è fondamentale conoscere per capire, e restituire la verità che la narrazione oggi prevalente vuole offuscare.

«La sposa è bella ma è sposata a un altro uomo»

C’é stato un tempo, un giorno,
in cui il lamento di un uomo,
in lontananza,
muoveva milioni di uomini e donne,
ricordandoci che quel lamento
altri non era che l’eco del proprio respiro.
Siamo forse fuori dal sogno?
Ricominciamo il nostro viaggio,
ricominciamo a sognare...

Versi da una poesia di Cosimo Crisafio, poeta che non conoscevo. Le letture, le più belle, sono spesso incontri che la vita regala a sorpresa... Questa mi viene incontro dalla pagina di Patrizia Cecconi, che ha la Palestina nel cuore e, fra le tante cose, presiede un’associazione di solidarietà con quella terra..., e come non pensare al lamento che da quella terra viene ma che solo a tratti sentiamo, come una nota sottile di violino che stride... giorno dopo giorno... Eppure nasce lì, nel cuore del mondo, a un passo da noi.

Ma cosa sappiamo, cosa non sappiamo davvero, a settant’anni dalla fondazione dello stato di Israele, a settant’anni dalla Nakba, la catastrofe del popolo palestinese. Eppure «poche volte nella storia del XX e del XXI secolo due nomi hanno suscitato tante passioni, adesioni, critiche, difese aprioristiche come Israele e Palestina», come raccontano Michele Giorgio e Chiara Cruciati nel libro che ho finito di leggere in questi giorni: «Israele mito e realtà, il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo» (Alegre). Michele Giorgio, corrispondente per il manifesto dal Medio oriente, Chiara Cruciati, caporedattore dell’agenzia Nena news.
Un libro puntuale, molto documentato e ricco di voci e incontri, che ripercorre la storia dell’idea di Israele, dalla nascita a oggi. Iniziando intanto con il puntare un faro sulla natura coloniale e non solo nazionalista del sionismo di fine Ottocento che, a eccezione di pochi gruppi e individui, tendeva a ignorare la presenza della gente che la terra di Palestina già abitava e che guardava a Gerusalemme come alla propria città santa, esattamente come gli ebrei.

«La sposa è bella, ma è sposata a un altro uomo», è il testo, si ricorda, del telegramma scritto dai due inviati in Palestina dai rabbini di Vienna dopo il congresso di Basilea, nel 1897.
Eppure, eppure... c’è una storia della popolazione nativa palestinese che è stata completamente oscurata. Qui ne viene ricordata la ricchezza anche culturale.
Come vengono spiegati, passaggio dopo passaggio, i tanti aspetti del progetto sionista e della sua realizzazione: la trasformazione del legame spirituale degli ebrei con Gerusalemme in legame politico, lo svilupparsi del nazionalismo palestinese, l’uso della terra e del lavoro, il modellarsi della legislazione israeliana anche intorno al concetto del ritorno, il diritto al ritorno riconosciuto solo agli ebrei e impedito a chi dalla terra occupata è stato cacciato... Si ripercorrono le forzature, le violenze... contro i palestinesi, diventati, ora, loro, “vittime delle vittime”.
Mettendo a fuoco anche tante nostre contraddizioni, e non solo per quanto riguarda il consenso dei governi alla logica coloniale... Il mito del kibbutz, ad esempio. Tanto glorificato dalla sinistra in Occidente, «eppure fattore centrale», spiega Sergio Yahni (giornalista argentino di nascita, israeliano d’adozione), «per l’oscuramento a livello internazionale di ciò che era accaduto nel ’48, e per la negazione dei diritti dei palestinesi». Ricordando, ad esempio, ciò che accadde ai palestinesi con cittadinanza israeliana dal 48 al ’66... «soggetti a regime militare nella terra nella quale erano nati».

Fra le voci raccolte nel libro, Yitzhak Laor, scrittore e commentatore politico israeliano che denuncia la strumentalizzazione dell’Olocausto a scopo anti islamico e anti arabo e «l’idealizzazione di Israele a causa, scrive, di una propaganda sottile e ipocrita portata avanti anche da famosi intellettuali israeliani».
Oggi a prevalere è la narrazione sionista della storia della Palestina. È ben spiegato nell’intervista allo storico israeliano Ilan Pappé che chiaramente dice: la realtà non coincide con la narrazione.
Il libro di Michele Giorgio e Chiara Cruciati ci aiuta a leggere da angoli visuali diversi i tanti frammenti che compongono la realtà di questa storia. E che compongono la Storia. Ribadendo ciò che sembra abbiamo rimosso ma è pur fondamentale per capire: il fatto che «nel racconto biblico dove i sionisti intendevano fondare uno Stato c’era un altro popolo, che sentiva quella terra come propria per il semplice fatto che ci viveva da secoli e secoli».

Leggendo... mi sono tornate alla mente le immagini di un bel documentario realizzato nel 2007 dalla cineasta palestinese Sahera Dirbas, Estraneo a casa mia. Nel titolo c’è già tutto...
È lo struggente racconto di otto palestinesi cacciati dalle loro case, nella zona ovest di Gerusalemme, quando gli israeliani presero il controllo di quella parte della città. Nella Guerra dei sei giorni, nel 1967, poi, gli israeliani occuparono anche la parte araba di Gerusalemme, e quarant’anni dopo quegli otto palestinesi parlano di quel che furono per loro quei giorni e di quando sono poi tornati a visitare le loro abitazioni occupate.
Alcuni incontrano gli israeliani che le abitano, e raccontano e si raccontano... le vite interrotte, le foto di ieri, i volti di oggi, i giovani che erano allora, i vecchi che sono ora... «in quell’angolo facevamo l’albero di natale...», «da quella finestra parlavo con i vicini», dalla finestra di quella casa che ora è casa d’altri che pure dice: «capisco anch’io quel che prova, e vorrei spiegarle...», «e anch’io vorrei spiegarle... come vedendo questa che è stata la mia casa... continuo a sentirmi straniero a casa mia».
Straniero a casa mia. Proviamo a metterci in ascolto del lamento che viene da quella terra. Ritorneremo, forse, a riconoscere «l’eco del nostro respiro».

*Da Remo Contro

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