Uccidi Paul Breitner: il calcio contro il suo mito - Alessandro Fabi da "La Balena Bianca"

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Dal dominio di Don Rodrigo alle trame di Michel Platini il passo è più breve di quanto si possa pensare, come pure la distanza tra Jorge da Burgos e Italo Allodi: il solo ostacolo all’inclusione di Uccidi Paul Breitner tra i romanzi storici è l’ibridismo del suo formato; per il resto, è un libro che sembra soddisfare a pieno i parametri di “vero”, “utile” e “interessante”.

Nell’era di Federico Buffa e del boom dello storytelling a tema sportivo, Luca Pisapia ha scelto di alternare a tre racconti sul calcio – slegati tra loro solo apparentemente – tre sezioni di inchiesta che ricostruiscono diacronicamente i rapporti tra sport e politica. Ne è venuta fuori un’opera incendiaria per contenuto, fluida nelle sezioni narrative e dettagliata nelle parti giornalistico-documentarie; ne è venuta fuori un’invettiva contro il moderno culto della nostalgia (tanto più significativa nei giorni in cui i nuovi proprietari del Monza definiscono il loro recente acquisto «la nostra Itaca»), una presa di posizione sulle presunte età dell’oro di uno sport perennemente “romantico”. La tesi centrale non lascia dubbi: il mondo del calcio, branca dell’Intrattenimento e strumento in mano a poteri forti più o meno occulti, non è mai stato puro e incontaminato. Anzi: guai a pensarlo. A giusti e sognatori non resta che il realismo; l’unico strumento possibile è la lotta, il resto sono chiacchiere.

Il titolo – con ripresa della frase finale del libro – è in questo senso una dichiarazione programmatica: la menzione di Breitner il maoista, atleta per eccellenza “contro il sistema” e molto più in vista dei nostri Javi Poves, è funzionale alla critica di un certo intellettualismo che si appaga dell’icona riccioluta e finisce per contribuire al meccanismo che demonizza. Si lambisce Guy Debord; si cita esplicitamente l’egemonia culturale gramsciana.

La prima parte (Argentina 1978) si apre con il racconto delle ultime ore di vita di Arcadio Lopez, desaparecido reduce del Mondiale del ’34 che si incanta davanti alla finale del ’78, complice l’Olanda dei quattordici tocchi. L’anziano sembra però troppo poco attento al risultato, tanto che i dubbi sulla sua identità iniziano a farsi concreti: al bunker di Lopez si sovrappone progressivamente quello del gerarca nazista Martin Bormann, che con Arcadio si confonderà dando vita a un finale surreale e volutamente ambiguo. La morte di Lopez diventa quella di Bormann; la memoria del primo si ritrova d’improvviso in quella del secondo.

Nel frattempo, mentre il gol di Kempes legittima l’Operacion Condor e il nuovo governo argentino, le digressioni giornalistiche insistono sulla simbiosi tra calcio e politica. Rinus Michels, ideatore del calcio totale, è l’attuatore di un modulo che è “specchio” – immagine definita «eternamente giusta» – di un nuovo modello sociale che trova nel gioco dell’olandese rispondenze estetiche e materiali (è la «depilastrizzazione» del «capitalismo protestante»): la sua nazionale, finalista nel 1974, ne è l’espressione migliore. Ne consegue che il Liverpool di William Shankly rappresenti il metodo scientifico della produzione industriale, la “coscienza” della working class che porta i reds dalla seconda serie alla vittoria della UEFA. Ma all’avvento del Milan di Sacchi – un Malevič che «esporta replicabilità» fedele allo spettacolo-capitale-immagine – il calcio è definitivamente cambiato di segno sulla scia dei media: è il momento delle escalations al potere temporale di cardinali silenziosi come Italo Allodi e Luciano Moggi.

La forza della seconda sezione (Brasile 2014) sta tutta nella voce di M., squallido personaggio al servizio della FIFA che si trova in Brasile durante i Mondiali 2014. Se le avventure di M. con donne e bambini a pagamento sono pura fiction, la cornice è del tutto realistica: è quella festante e ipocrita della kermesse, nucleo centrale del triennio che si aprì con la Confederations Cup e si chiuse con le Olimpiadi di Rio. Il personaggio più scomodo è la leggenda Romário, ora deputato per il Partito Socialista, i cui dossier stupiscono per puntiglio ed efficacia. Il finale, con la cattura e la trascrizione dell’interrogatorio di M., è ironicamente complottistico: Luther Blissett – eroe eponimo da cui i Wu Ming presero spunto per firmare Q e celebre “bidone” del Milan 1983-’84 – sarebbe stato al centro di un’operazione ordita dalla NATO contro le Brigate Rosse. Emerge, con amarezza, il senso profondo delle azioni di personaggi isolati: è questo il caso di Carlos Caszely, noto giocatore cileno oppositore di Pinochet, dell’antifascista Paolo Sollier, del benefattore Astutillo Malgioglio e dello squatter Oleguer. Colpisce l’utilizzo della tecnica diaristica nel rendere le parole attribuite all’algerino Rachid Mekhloufi, che sembrano richiamare idealmente la più recente questione-Benzema (già oggetto del documentario Le K Benzema).

La terza parte (Usa 1994), in cui narrativa e storiografa si danno il cambio sullo sfondo del mondiale statunitense, celebra il trionfo della spettacolarizzazione del pallone. Qui più che in precedenza si ribadisce come i mondiali scandiscano non tanto (o non soltanto) la vita dei singoli, quanto la storia universale; non è un caso che si citino la morte di Escobar, l’Heysel e il dramma di Highsborough. USA ’94 è semplicemente il momento-spartiacque: da allora il calcio è the show must go on; da allora acquisisce la valenza religiosa che riveste tutt’oggi e che lo proietta verso la dimensione degli sport americani (non in disaccordo con Marc Augé).

E nonostante il dialogo fittizio tra il pubblicitario Richard, la mediatrice Robbie e il consigliere FIFA Anthony proclami la televisizzazione del calcio e il definitivo superamento del romanticismo, l’autore non manca di fornire esempi di romanticherie proverbiali nell’immaginario popolare. Così è per la parabola di Robin Friday, leggendario talento sprecato di cui Pisapia rievoca – direttamente dalle parole del guru Eric Cantona – tanto il potenziale quanto la propensione ai vizi. Lo stesso vale per la truffa imbastita da Carlos “Kaiser” Raposo ai danni del calcio ufficiale, sfruttato da Raposo per un oltre un decennio di contratti “strappati” a squadre di prima fascia senza mai scendere in campo. Lo stesso vale anche e soprattutto per le gesta del prode Matthew Le Tissier in maglia Southampton, cui sono dedicate pagine che suonano definitive: si oltrepassa – finalmente – la retorica del bevitore dal piede fatato, cui si preferisce anteporre il rifiuto delle grandi vetrine come scelta ideologica. Pietra tombale sulla discussione circa le possibili vie di ribellione è l’ultimo paragrafo, stralcio dell’immaginaria conversazione tra i membri della RAF Angelika Speitel e Michael Knoll, in fuga tra i boschi di Dortmund appena prima che la polizia li colpisca.

Non è difficile trovare una continuità ideologica e stilistica tra Uccidi Paul Breitner e i Wu Ming, cui Pisapia è legato perlomeno dal progetto “Futbologia” e dall’accoglimento del libro nella collana “Quinto Tipo”; certi brani, al contempo, sembrano molto vicino agli scrittori britannici, dall’Irvine Welsh maestro nel riprodurre le voci degli ultras allo spirito del Roddy Doyle de Il mio anno preferito. L’atteggiamento verso il giornalismo sportivo istituzionale è nel complesso di gratitudine, come mostra il calibrato inserimento di citazioni (p.es. la chiosa di Modeo: «il calcio totale è uno stile di gioco fondato sulla cooperazione e sul pensiero collettivo, uno stile la cui cadenza basata sull’attenzione al tempo e allo spazio orienta la squadra a prescindere dall’avversario»), cui si combina un’evidente dimestichezza tutta “giornalistica” con la storia dello sport. Si riesce a non far torto a nessuno, dal pugno alzato della coppia Carlos-Smith fino all’iconografia, fondamentale per opposte ragioni, di Giuseppe Meazza. Non solo: Pisapia si diverte a provocare il lettore sul terreno del medio appassionato di sport; ironizza su aspetti nazionalpopolari (come nel contrapporre ai “Pinturicchio” di Agnelli i suoi “Mondrian”) e ci mette alla prova con un costante ri-uso di termini e frasari (si vedano, per tutti, le riprese di passi ormai “ferrettiani” come «i soviet più l’elettricità non fanno il comunismo» o di battute da Le Iene).

Non è poco, per un libro sul calcio.

Da La Balena Bianca