Segnalazione di G. Cracco (da Paginouno)

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"Perché?" è la domanda che gli analisti evitano di porsi, per non dover fare i conti con la risposta che seguirebbe. Perché o tanti americani si sono rimbecilliti dietro un personaggio da avanspettacolo, oppure il successo di Trump poggia su altre ragioni. Come quarant’anni di deindustrializzazione che hanno impoverito la middle working class. Intorno alle sparate su cui si focalizzano i media, ignorando colpevolmente il resto, Trump costruisce infatti un discorso preciso: la difesa dei posti di lavoro americani. Il muro con il Messico si accompagna alla condanna della delocalizzazione manifatturiera oltreconfine, logica alla base anche
della messa in discussione del Nafta e del TPP, mentre l’attacco alla Nato e alle guerre in Medioriente parte dall’assunto che non si possono spendere trilioni di dollari laggiù quando negli Usa crollano le infrastrutture. Temi che superano a sinistra i progressisti, e portati avanti, con i dovuti distinguo, anche dal ‘socialista’ Sanders. Spannaus parla quindi di un elettorato diviso non più tra Repubblicani-Democratici ma tra establishment-outsider. Analisi condivisibile, a patto di non scivolare nel concetto di antipolitica, che tradisce il suo debito con il pensiero unico dominante: perché anche l’anti-globalizzazione è politica. Senza per questo tifare per Trump.