Saldo di sangue per il ricatto del benessere. Matteo Giancotti (da La lettura del Corriere della Sera)

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La sindrome post-traumatica che il miracolo economico ha lasciato in eredità all’Italia è fatta di contraddizioni viscerali. Un saldatore tubista, che col suo lavoro è riuscito a far studiare il figlio all’università, ha ora la sua vicenda raccontata in un libro notevole, scritto proprio dal figlio, Amianto. Una storia operaia. Potrebbe sembrare una forma di riscatto ma non lo è: il relativo benessere che il padre ha inconsapevolmente permutato con la malattia e la morte non ha portato il figlio, «lavoratore cognitivo precario», a liberarsi dalla subalternità. Alberto Prunetti maledice il ricatto di quel benessere, e rimpiange il cantiere; ma se ci fosse entrato oggi forse non avremmo questo libro così teso per il carico di rabbia fredda e di contrasto sociale che si porta dentro. Uno dei punti di forza di Amianto è che non ha un genere di riferimento. Non è inchiesta, non è biografia, non è romanzo, non è saggio, ma ha ognuna di queste componenti in piccole dosi. Amianto è un racconto di cose accadute a Renato Prunetti, avvenimenti che il figlio riordina, intrecciandoli a sue esperienze e a frammenti di storia di un territorio antropologicamente selvaggio, situato tra Livorno e le Colline metallifere, tra Follonica, Piombino e Rosignano Solvay. Una Toscana per niente patinata: i paesaggi di silos qui prevalgono con una loro estetica sinistra eppure casalinga. Lavoratore instancabile, bestemmiatore schietto, arguto motteggiatore («Ora ti fanno il tassello», dice ad Alberto prima dell’esame di maturità), Renato è un figlio di questi luoghi, contraddistinto dalla tipica «hybris» livornese. L’aura della sua forza di «metalcowboy» è suggestivamente ingigantita nei ricordi d’infanzia di Alberto. Come trasfertista dagli anni 70 in poi gira i cantieri d’italia, saldando tubi su tubi a contatto con le protezioni di amianto, esposto ai metalli pesanti senza consapevolezza del pericolo. Lavora e si ammala. Il suo fisico asciutto e robusto non lo preserva da qualcosa che è più forte di lui: già a quarant’anni ha l’udito rovinato, i denti che cadono, la vista provata dagli elettrodi. Ma il peggio è la piccola scaglia di amianto che un giorno o l’altro trova la via dei suoi polmoni e lì nidifica la devastazione di un uomo, risalendo col tumore fino al cervello e stroncandolo a 59 anni. Il contrappasso del boom economico è questo, scrive Alberto, e pagarlo tocca solo ad alcuni. Libro asciutto, disseminato di guizzi umoristici e costruito con giunti rudimentali ma efficienti a saldare le sue anime diverse (la storia di Renato, di Alberto e quella dei loro luoghi), Amianto è molto più che cronaca: è qualcosa di complesso e vivo, per la scrittura autenticamente letteraria, per la giustezza dello stile e per il disegno di proiezioni e sovrimpressioni della figura filiale su quella paterna.