Quel feroce serial killer che si chiama amianto. Fabio Galati (da Repubblica)

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È una storia operaia. Alberto Prunetti lo spiega già nel titolo. È la storia di suo padre Renato, ucciso a 59 anni dall’amianto dopo essere entrato in fabbrica poco più che adolescente. «Tubista trasfertista». Che poi vuol dire girare mezza Italia per trent’anni per saldare collegamenti alle gigantesche cisterne delle raffinerie. Una storia «come tante, di quelli che sono cresciuti nel dopoguerra, hanno fatto un pezzo del boom economico sulla loro pelle, hanno vissuto la crisi petrolifera del 73 sulle proprie tasche e sono morti all’inizio del nuovo secolo… Uccisi da un serial killer micidiale che agiva a Casale Monferrato, Taranto, Piombino e in decine di altri posti». Prunetti evita con pudore i sentimentalismi e racconta con orgoglio e disincanto la vita di Renato. Sorretto da una scrittura efficace, sempre sorvegliata, rallentata solo nella parte dove si racconta la battaglia giudiziaria e lo scontro di perizie e norme. In Amianto non c’è solo la fabbrica: c’è anche il rapporto padre-figlio; c’è lo sguardo divertito su una Toscana incastrata tra la Maremma e Livorno; c’è l’amara constatazione che la generazione dei figli di quegli operai convinti di costruire un futuro diverso sarà la prima ad essere esposta al precariato, senza garanzie.