Quegli insorgenti a fasi alterne - Benedetto Vecchi da il manifesto*

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Una nuova collana dedicata alla working class. È la piacevole strenna natalizia che la casa editrice Alegre mette sotto l’albero in questo confuso e triste dicembre 2018. A inaugurare la collana, la storia di Valerio Monteventi, figura nota della sinistra antagonista e comunista bolognese, che ha intrapreso il lungo sentiero che lo ha portato a essere operaio massa, avanguardia militante, detenuto con l’accusa di militanza in Prima linea (in base alle dichiarazioni di un pentito), disoccupato, volontario a favore dei detenuti.
Oltre quarant’anni di storia italiana sono snocciolati e sgranati in questo Ruggine, meccanica e libertà (Alegre, pp. 304, euro 16) con la benevola e discreta attenzione del curatore della collana, Alberto Prunetti, autore dei romanzi Amianto e 108 metri, e la sorveglianza dell’ispiratore dell’epica riscoperta della working class, quel Wu Ming che ha avuto la capacità di inventare una vera e propria tradizione – i working class heroes -, che parte dalla dissoluzione del concetto di classe e viene risucchiata nella nebulosa sociale della «comune rovina delle classi sociali» e l’emergere di una underclass che tutto legittima e giustifica.

Il romanzo è rigorosamente diviso in due parti. La prima riguarda la storia operaia di Monteventi, il suo ruolo di figlio di comunisti, comunista anche lui non di stretta osservanza staliniana o moderato com’era il Pc emiliano. C’è il Sessantotto, ma anche il Settantasette, il femminismo, la scoperta di desideri, forme di vita che rompono la gabbia del sistema dei bisogni consolidati. È la parte più avvincente del libro. Poi la cacciata dalla fabbrica, l’inizio della lunga ristrutturazione capitalistica, avviata per spezzare la resistenza operaia, quella nuova società libera dalla necessità che cominciava a intravedersi nelle forme di aggregazione, di autorganizzazione che dalla fabbrica invadevano lo spazio urbano al di fuori della mura degli stabilimenti produttivi.
Valerio Monteventi si ritrova disoccupato. Non si abbatte, ma qui cominciano alcuni problemi non proprio previsti. L’avanguardia di fabbrica è sconfitta, lui è solo. Gli unici compagni di strada che incontra sono preti e cattocomunisti. La solitudine fa cattivi scherzi e Monteventi cattocomunista lo diventa. E qui c’è lo sdoppiamento. Da voce narrante di una biografia a tutto tondo finisce per diventare testimone di una sconfitta epocale. Dell’eccedenza emotiva, cognitiva, esperienziale del lungo conflitto operaio degli anni Settanta rimane ben poco, una eco sempre più flebile nel proseguo del tempo. Il Valerio Monteventi osservatore è meno efficace, dal punto narrativo, di quello della prima metà della sua stessa vita.

Qui si pone un problema grande come un’epoca intera: cosa si intenda per classe, cosa significhi essere lavoro vivo. Il punto di approdo è la figura dell’operaio di mestiere di Primo Levi in Chiave a Stella (Einaudi). La riscoperta del mestiere, la capacità di manipolare la materia grezza e i principi base delle scienze naturali (la ruggine, la meccanica per approdare alla libertà) torna incessantemente in questo romanzo. E non sempre aiuta nella lettura.
D’altronde, sono questi i requisiti minimi nei libri di Prunetti. L’ultimo 108 metri è un inno all’operaio, nonostante il protagonista non sia niente altro che un esponente lavorativo, precario, sottopagato e dequalificato, della gig economy.

Esalta la figura del padre, ma poi si arrende all’evidenza che quell’impiego ha ucciso il genitore, procurandogli il cancro. Più o meno la retorica sul lavoro di Wu Ming, che si è imposta con forza – e divertendo i lettori – con l’invenzione di ProletKult, romanzo Einaudi dedicato alla figura di Bodganov e alla sua letteratura proletaria.

C’è però un continente più o meno frastagliato che, in questi anni, si è formato attorno alla figura della working class contemporanea. Scrittori, psicologici, giornalisti, filosofi, cantori del capitale umano e della forza-lavoro hanno provato a definirne contorni, confini e potenzialità di rivolta. Gad Lerner ci ha provato, altri esponenti di fabbriche in crisi hanno mandato alle stampe romanzi dagli esiti letterari incerti. In molti hanno seguito i sentieri dei nidi di ragno delle fabbriche recuperate – la Rimaflow in Italia -, trovandosi sul groppone denunce perché hanno provato a salvare il salvabile. Salvatore Cannavò ha saggiato la resistenza e la consistenza di un nuovo mutualismo, dove reciprocità, solidarietà da parole non sempre pregnanti sono diventare stelle polari di una promettente navigazione per salvare il legame sociale e una riqualificazione «dal basso» del welfare State.

Ma tutte esperienze – politiche, sociali, narrative – che sono a rischio di cadere negli abissi di una trappola teorica non facile da individuare, la quale recita così: il lavoro è la fonte della ricchezza. Sbagliato il plusvalore: estorto gratuitamente dai meccanismi di sfruttamento è la fonte del valore e della ricchezza. Nel romanzo di Monteventi è una trappola che funziona a pieno regime e l’autore non sempre riesce a gestirla. La sconfitta politica è difficile da assumere nella sua nuda violenza.
Dunque, operaio di mestiere, Primo Levi come figura ermeneutica del lavoro operaio, come se il dopo riservasse la sorpresa di una marmellata informe e insapore. L’immateriale non è cosa che ha a che fare con il comunismo è il messaggio implicito di questo libro, segnato da nostalgia per un passato che mai potrà tornare. Anche i rinvii al romanzo de Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig va nella direzione di una conoscenza approfondita, virtuosa della meccanica. Il virtuosismo è la bestia nera che questi scrittori non riescono proprio a gestire.

La working class che emerge in queste pagine e in altri romanzi è espressione di una dissoluzione del sociale, della sua mutazione profonda. Più o meno come sono i gilet gialli francesi. Classe in dissoluzione, poveri radicali, insorgenti a fasi alterne, ma comunque alla ricerca di un consolidamento del contropotere rispetto a quello degli oligarchi che governano, ai loro occhi, il mondo. Non siamo però a una riedizione del percorso ottocentesco di formazione del movimento operaio in quanto soggetto politico autonomo. Nella dissoluzione del sociale c’è molto da lavorare, da costruire, da «curare». È dunque una partita aperta. Merito del romanzo di Monteventi è di mettere a confronto il prima e il dopo. È già molto, in questi anni del nostro lungo scontento.

*Da il manifesto