Quando a sinistra c'era Dp - Concetto Vecchio da Repubblica.it

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Il 9 giugno 1991 si scioglieva a Riccione Democrazia Proletaria. A distanza di vent'anni, un libro di Matteo Pucciarelli ripercorre la storia del micropartito che, tra grandi illusioni e sbandate storiche, simboleggia un'era della politica scomparsa per sempre.

Concetto Vecchio
da Repubblica.it del 20/08/2011
Durante un congresso dell'ultrasinistra, nel bel mezzo di una discussione sui destini del comunismo, la moglie di un compagno prese il microfono e lanciò il suo sasso al marito che stava seduto alla presidenza: "Sai cosa ti dico? Che io ho ti ho fatto da serva per anni, per farti fare il grande dirigente. Ora c'è che mi sono stufata: ho trovato una persona che mi piace e me ne vado". Nessuno dei 2500 delegati fiatò. La discussione seguì l'ordine del giorno.
Questa istantanea, raccolta da Matteo Pucciarelli in "Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia proletaria" in libreria a vent'anni dalla fine di Dp (Riccione, 9 giugno 1991), ci dice, più di tante parole, quel che negli anni Settanta voleva dire la militanza in un partito della sinistra extraparlamentare: un mondo al cui altare sacrificare tutto se stessi.
Quindici anni dura la storia gracile di Democrazia proletaria - Dp - micropartito a sinistra del Pci. Nasce come cartello elettorale alle politiche del '76, l'anno di massima espansione della sinistra, e la sua coalizione, del quale faceva parte anche Lotta Continua, convinta di far concorrenza al Pci prende subito una sonora sberla fermandosi a un misero 1,52 per cento. Ma allora, con il proporzionale senza sbarramento, era sufficiente a portare a Montecitorio sei deputati, tra cui il primo disoccupato organizzato Mimmo Pinto, che poi avrà un ruolo centrale nel Settantasette romano. La fondazione formale del partito avviene nel 1978, durante il sequestro Moro, al Jolly di via Tiburtina, esprimendo questa posizione: "Contro lo Stato, contro le Br".
E' un impasto di utopismo, ecologismo ante litteram e soprattutto critica al modello sovietico: tutte cose che viste con gli occhi di oggi appaiono incomprensibili. Nasce lì la vezzosa definizione del "piccolo partito delle grandi ragioni". Dp non andò mai oltre l'1,7 per cento. Con Mario Capanna (nella foto con la bandiera del partito, ndr), che era finito a scrivere sul Giornale, espresse a lungo un europarlamentare. Ma anche diversi deputati e un senatore poi passato con i Verdi, Guido Pollice.
La guida del partito nei primi anni è affidata a Vittorio Foa. Molti dei dirigenti, come Giovanni Russo Spena, Gian Paolo Patta e Domenico Jervolino, vengono dalle fila cattoliche. Altri si sono fatti le ossa sulle barricate del '68. Giuliano Pisapia fece giovanissimo il suo primo comizio proprio per Dp, a Rho. E' di Dp anche Peppino Impastato, che la mafia di Tano Badalamenti uccide a Cinisi il giorno dell'assassinio di Aldo Moro, e della cui memoria ancora oggi tanti giovani giustamente si nutrono.
Ideali generosi, l'ideologia che tutto sussume, ma anche sbandate storiche. Il merito di Pucciarelli, un giornalista di 27 anni, e che ha speso un anno tra ricerche di archivio e interviste ai reduci, è di far risaltare quella militanza di minoranza come un modo di vivere: case vendute per finanziare il partito, stipendi da fame (i parlamentari cedevano l'80 per cento dell'indennità al partito perché bisognava avere la stessa busta paga degli operai). Russo Spena ricorda così lo sbandamento del '77: "L'arrivo della droga a fiumi, famiglie che si rompevano, fu una crisi esistenziale per tanti di noi". Ed è straziante il racconto sul suicidio di Marco Riva, 21 anni, uno dei redattori del Quotidiano dei lavoratori, l'organo del partito diretto da Daniele Protti e Vittorio Borelli, che si toglie la vita l'8 gennaio del 1979.
Si finisce sempre per avere nostalgia delle cose che non si sono vissute, e gli anni della grande ubriacatura ideologica - l'Italia dal 1968 al 1980 (l'anno della fine del terrorismo e della nascita di Canale 5) - continuano a produrre studi, libri, film. C'era il cancro del terrorismo a corrodere il Paese, ma in nessun periodo come negli anni Settanta si approvarono così tante riforme. La fede nella politica moltiplicava le reti di amicizie e conoscenze. Soprattutto, pur fra i tanti errori commessi, si aveva la sensazione che la storia avesse un senso: e questo viene fuori dal libro di Pucciarelli