<<Occupare, resistere, produrre>> di Geraldine Colotti (da Le monde Diplomatique)

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In Argentina, le Ert, Empresas Recuperadas por sus Trabajadores, Imprese recuperate dai lavoratori, sono una realtà in crescita ormai da un decennio. Oggi ne esistono più di 300, distribuite su gran parte del territorio argentino, e negli ultimi due anni si assiste a un’accelerazione del movimento. Finora hanno salvato oltre 15.000 posti di lavoro. «L’impotenza dei lavoratori non è più una cosa inevitabile», scrive Andrés Ruggeri nel volume Le fabbriche recuperate. Dalla Zanon alla Rimaflow. Un’esperienza concreta contro la crisi. Uno studio approfondito, tradotto da Dario Di
Nepi, che trova la sua naturale collocazione nel catalogo della casa editrice Alegre: una produzione editoriale indipendente, il cui nome richiama la stagione dei «movimenti globali» ai tempi di Porto Alegre e del bilancio partecipativo.
Ruggeri è un antropologo argentino e un ciclista appassionato, che ha pedalato in diverse parti del mondo, sia in America latina che in altre latitudini. Coniuga il suo lavoro universitario a un impegno attivo nei movimenti sociali e per questo, di recente, è venuto in Italia per partecipare a un incontro sulle fabbriche recuperate, organizzato a Roma da «Communia – spazio di mutuo soccorso». In quel contesto, si è discusso di alcune realtà simili che hanno preso forma in Europa e di cui si parla nel libro: le italiane RiMaflow e Officine Zero, la francese Fralib e la turca Kazova. Esperienze ispirate alla lunga lotta del movimento dei Senza terra brasiliani, e al loro motto: «Occupare, resistere e produrre».
Per la sinistra e i movimenti, le fabbriche recuperate in Argentina sono il simbolo di una realtà che non si è arresa al default del 2001: ovvero al baratro in cui aveva fatto sprofondare il paese la stretta dei poteri forti e sull’economia. Le Ert – ha però premesso Ruggeri – sono nate soprattutto come «salvavita» dei lavoratori che, trovando i cancelli della fabbrica sbarrata e gli imprenditori fuggiti con i loro soldi e i macchinari o falliti, hanno provato a fare di necessità virtù, per conservare il posto. Un azzardo che prende forma, con modalità diverse e certamente sostenute dalla solidarietà dei movimenti e del territorio, ma all’interno del mercato capitalistico. Da qui, emergono domande classiche che il presente ripropone: «Come sviluppare una logica di solidarietà e di relazioni democratiche all’interno di un’impresa che deve competere con valori capitalistici per sopravvivere? È possibile ed auspicabile che ciò avvenga? Ci può essere un altro mercato, ispirato da regole di scambio che non cerchino d’imporsi l’un sull’altro come viene proposto dall’economia solidale?». Un dibattito antico che riappare ogni volta che forme economiche autogestite o associate si sviluppano all’interno del mercato capitalista. Prima di tutto, le Ert hanno bisogno di un’esistenza legale, di essere riconosciute come imprese (il più delle volte in forma cooperativa): il ruolo dello Stato e dell’istituzione giuridica risulta quindi fondamentale. E come cavarsela di fronte ai giudici che difendono la proprietà privata e a uno Stato che, per quanto progressista, è attraversato da correnti lobbistiche che ne disattivano le spinte sociali? L’esproprio di un’impresa è un atto politico, anche quando l’impegno dei lavoratori ha tolto le castagne dal fuoco alle imprese incapaci o insolventi, e anche allo Stato. E così, anche la legge sulle fabbriche recuperate, approvata in Argentina, mostra quanto il percorso delle Ert sia ancora tutto in salita: ancora alla mercé dei giudici e a rischio di essere spazzato via da un cambio di governo.
La prefazione del volume è affidata al collettivo che si firma Thomas Müntzer, in onore all’anabattista radicale tedesco che guidò la rivolta dei contadini del 1525. La tesi di fondo, è chiara: «Il comunismo realmente esistito è fallito, la socialdemocrazia non ha più nulla da dire specialmente oggi che si è trasformata nell’alfiere delle politiche liberiste». In giro non si vedono alternative solide. La strada della liberazione dallo sfruttamento, dalla crisi, dalla povertà non può quindi
essere che quella del «governo politico dei produttori» senza più alcun «asservimento sociale». La strada dell’autogestione operaia, che rimanda all’assunto della Prima internazionale, secondo cui «l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi». E non del partito, dello Stato, degli apparati e di «quant’altro si è sovrapposto alla libera iniziativa e alla partecipazione diretta dei vecchi e nuovi proletari», scrivono i Müntzer, dichiarando subito la loro chiave di lettura.
Eppure, sia dal lavoro di Ruggeri che dall’analisi dei diversi contesti in cui stanno rinascendo le Ert in America latina, emerge che il nodo inaggirabile è proprio quello dello Stato e della rimessa in causa generale dei rapporti di proprietà con cui l’attività molecolare delle Ert deve articolarsi.
Il caso più evidente è quello del Venezuela socialista che, a luglio del 2015, ospiterà l’incontro internazionale delle Ert. Nel Venezuela bolivariano, la possibilità di espropriare grandi imprese e latifondo è sancita dalla costituzione e la voce dei lavoratori conta.
Ancora di recente, quando i proprietari della fabbrica di detersivi Clorox hanno chiuso i cancelli delle due filiali lasciando improvvisamente a casa oltre 700 lavoratori, il presidente Maduro non ha esitato: «Ogni fabbrica che chiude verrà rioccupata dai lavoratori», ha detto. E il vicepresidente, Jorge Arreaza, è andato a far saltare i lucchetti della Clorox insieme agli operai. La fabbrica verrà espropriata, i proprietari parzialmente risarciti e i lavoratori aiutati a rimettere in circolo la produzione. E se anche questo non li vaccinerà da un altro tipo di problemi (de-responsabilità, burocratismo, eccetera), è comunque un ottimo inizio.