Intervista ad Alberto Prunetti di Twletteratura.org

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In Amianto, Alberto Prunetti racconta la vita di suo padre. Renato, operaio trasfertista specializzato nella manutenzione di grandi impianti industriali, accompagna sulla sua pelle l’Italia industriale del Novecento, fino ad essere consumato e ucciso dalla totale mancanza di sicurezza nei luoghi in cui lavora. Qui inizia la guerra di Alberto, nei tribunali e sulla carta, per ristabilire la verità e per restituire dignità ad un’intera generazione di lavoratori.

Amianto è un testo drammatico e paradossale: il lettore lo attraversa portando sulle labbra il sorriso della commedia, ma dentro piange perché pagina dopo pagina si consuma una tragedia. Perché hai scelto questo registro per affrontare una storia così dolorosa, biografica e autobiografica al tempo stesso?

La tragedia e la commedia, il riso e il pianto in Amianto camminano assieme. Necessariamente. Perché nelle subculture operaie il fango e il rame, la blasfemia e la speranza sono intrecciate l’una con l’altra. Il comico e il tragico, l’alto e il basso, le radici e le ali. Lo sterco e il sole, come sanno i contadini. La forza di Amianto sta in questa ambivalenza. Che, dal punto di vista della carpenteria del testo, utilizza l’umorismo come materiale isolante, come una coibentazione necessaria per maneggiare il calore eccessivo della drammaticità della vicenda. Per toccarla e raccontarla senza scottarsi. Come faceva Renato, il protagonista del mio libro, nelle acciaierie. Usava l’amianto per coibentare. E io ho usato l’umorismo per coibentare e isolare l’amianto.

In un certo senso, Amianto continua nella missione che ti sei dato: girare in lungo e in largo le aule dei tribunali per seguire i processi sui danni provocati ai lavoratori esposti a questo veleno. A me ricorda il dovere di testimonianza che incarnava Primo Levi nelle scuole, ma tu come vivi questa esperienza? E cosa ti spinge a continuarla, a dispetto della fatica che impone?

Il dovere di testimonianza lo sento. Ma ovviamente non c’è solo l’aula del tribunale. Ho seguito oltre al mio contenzioso quello di Casale Monferrato e il processo per le vittime dei cantieri Navali di Monfalcone, tutti esposti alla fibra bianca. Ma ora sono stanco dei tribunali. E’ più importante incontrare la gente fuori dalla cerimonia dell’istituzione, parlare con i vecchi operai e con gli studenti. Tra gli incontri più belli, ricordo quelli nelle scuole superiori. In genere seguo però le trasferte lavorative di mio padre, che avendo lavorato nei cantieri industriali più importanti e nocivi d’Italia, ha segnato la mappa dei luoghi più inquinati, dove oggi si registrano disastri ambientali ed eccessi di morbilità e di mortalità. Non è un caso se è proprio da questi luoghi (città-fabbriche, quartieri operai in dismissione come Bagnoli, centri sociali che hanno riconvertito capannoni industriali) che di solito ricevo inviti per presentazioni. Continuare a presentare il libro in questi posti è per me un modo di incrociare altre storie. In genere la mia storia in luoghi come Piombino o Bagnoli o Taranto non è straordinaria. La mia storia è ben conosciuta in quei quartieri, è la storia di tanti altri, di tutti quelli che avevano una tuta verde e blu nel fil di ferro dell’asciugatoio sul balcone e che affacciandosi vedevano una ciminiera. E’ la storia di un pezzo d’Italia, quel pezzo che ha fatto la storia del boom economico prima, poi ha vissuto la dismissione della grande industria e che oggi si ritrova col figlio all’università in una città lontana (nel mio caso era Siena), privo di certezze sul proprio futuro, e con il nonno o il babbo col fiato corto e qualche acciacco. E che non ci sta a farsi raccontare le favole sul miracolo economico e la crisi, due facce della stessa moneta.

Dalle tue pagine emergono tre generazioni a confronto. I nonni, muratori e contadini della Maremma che con l’aratro sapevano lavorare la terra; i padri, operai della Solvay di Rosignano e dell’Italsider di Piombino che con la chiave inglese costruivano e riparavano qualsiasi cosa; i figli, che con una laurea in tasca non sono più in grado di sopravvivere. Cosa toccherà alla prossima generazione?

Credimi, me lo chiedo ogni giorno, ogni volta che vedo un bambino entrare in una scuola, ogni volta che incrocio una carrozzina. E non lo so. Non ho risposte. L’unica risposta che mi viene in mente è che bisogna riunire le fila, armare la speranza e l’intelligenza, rimettere assieme le generazioni senza abboccare all’amo della guerra tra poveri. Bisogna avere lungimiranza e partire dalle proprie storie, che fanno paura al potere più dei grandi quadri ideologici. Ma ci vuole anche la conoscenza critica per incorniciare la propria storia in un affresco che vada oltre il proprio particolare. Sogno un Quinto Stato che sappia mettere assieme i pezzi delle lotte dei nonni, dei padri e dei figli per regalare in eredità alle prossime generazioni una cassetta di attrezzi che loro sapranno usare in maniera intelligente: per continuare una lotta, per organizzare una comunità umana in maniera conviviale, senza nocività né autoritarismi. Questa è la meta, che rimane sullo sfondo. Ma servono armi critiche, intelligenza, storie. Come dicevano quei tali che apprezzo tanto, i Wu Ming, bisogna dissotterrare le storie come asce di guerra. E poi amano citare un filosofo italiano che diceva: ribellarsi è giusto. Ma bisogna saperlo fare bene. Quel “saperlo fare bene” a me ricorda il lavoro di mio padre. La ribellione non si fa coi proclami urlati ma con la precisione di un carpentiere di provincia che sa come mettere i pezzi assieme, tirando su un’intelaiatura, uno sfondo su cui appoggiarsi. Se vedi solo il primo pezzo che tieni in mano, non capisci, rimani disorientato. Ti fai ingannare dalla caccia al capro espiatorio, dalle finte del potere. Pensa al calcio. Un portiere non deve cadere nelle finte dell’antagonista. Deve capire cosa l’avversario ha in mente mentre finge di guardare l’angolino basso. Magari pensa al sette in alto. Noi dobbiamo fare lo stesso. Non dobbiamo credere alle facili spiegazioni. Ai trucchi dei pifferai. Anche di quelli che vedono la soluzione dei problemi dietro l’angolo. No, ci vuole un quadro, una cornice, un’intelaiatura che metta in comunicazione una generazione di spossessati, di subalterni. Dobbiamo essere i padri. E i figli. E i nonni. Tutti assieme. Dobbiamo essere noi stessi la nuova generazione, dobbiamo partorire la comunità umana che si racconta contro le nocività della storia, costruendo un immaginario alternativo all’esistente. Perché questo immaginario diventi realtà. Con un progetto sullo sfondo. Amianto è un piccolo frammento di questo progetto, che va oltre la mia scrittura.

Per molti autori, la scrittura è solitudine. Dal Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio a Il taglio del bosco di Carlo Cassola, chi scrive spesso si sottrae alla realtà per poter esprimere ciò che ha dentro. Come si concilia tutto ciò con la diffusione di tecnologie – come il web e i social network – che invece spingono lo scrittore a vivere immerso nei commenti dei suoi lettori, a volte prima ancora che il suo libro sia completato? E tu, come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

Per alcuni aspetti io sono un po’ un lupo solitario. Però non credo alla figura dello scrittore come individualità solitaria che si astrae e crea un atto idealista di bellezza. Al contrario. In fondo, se Fenoglio non avesse fatto la resistenza, se Levi non fosse stato in un campo di concentramento, se l’altro Levi non avesse conosciuto l’esperienza del confino, se Cassola non avesse conosciuto i minatori e i tagliaboschi maremmani facendo l’insegnante tra Volterra e Grosseto, come avrebbero potuto tutti costoro generare le loro storie, chiusi in una stanza? Detto questo, è vero che la tecnologia ci permette di entrare in relazione con lettori e situazioni molto distanti nello spazio e di interagire con comitati, con gruppi politici, con lettori e scrittori sparsi per ogni lato del pianeta. E’ innegabile che se una comunità virtuale diventa uno spazio conviviale, questo sia proficuo, sia per chi scrive che per chi legge. In questo senso, ben vengano social network come twitter. Ma credo che quando i rapporti si formano, per mantenerli sia poi importante incontrarsi di persona, superando la virtualità del mezzo di comunicazione. Quanto alla scrittura, è qualcosa che si fa nel corso d’opera, è un cantiere aperto, che vive di scambi coi lettori sui social network ma anche di lavoro, di riflessione coi compagni, di chiacchiere al bar coi vecchi da cui si impara tantissimo, di incontri nelle presentazioni. La scrittura si fa come il vino. Ci vuole il silenzio e l’isolamento della cantina, l’affinamento nella botte, ma tutto comincia con la tumultuosa fermentazione del mosto nel tino (e tra gli acini del mosto ci possono cadere anche i tweet di twitter), i violenti rimontaggi con le pompe che ossigenano e smuovono le fecce e la chiacchiera e il sudore e i canti dei vendemmiatori. Così si fa il vino buono e la scrittura si tinge di rosso.

Dal 19 al 21 luglio 2014 con #2019SI leggeremo e riscriveremo insieme su Twitter alcuni brani di Amianto di Alberto Prunetti. Leggi le istruzioni per partecipare.