Gruppo di famiglia con amianto. Marco Belpoliti (da L'Espresso)

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«Maremma schifosa» è l’ultima secca frase con cui si chiude Amianto di Alberto Prunetti, esclamazione che suggella un libro dolente, duro, impietoso, ma anche generoso, e a suo modo allegro. Vi si racconta la storia del padre dello scrittore, Renato, operaio, saldatore tubista, ucciso dal lavoro che faceva, dalla ruggine che corrode la materia neuronale, da cui deriva il titolo del racconto. Ma è anche la storia dell’infanzia di Alberto, della sua scoperta del mondo, della passione per il calcio, delle amicizie e delle prime cotte. Un romanzo di formazione del figlio e didformazione del padre, il quale ha a che fare nella sua carriera di lavoratore manuale con le acciaierie di Piombino e Taranto, le raffinerie liguri (la terribile Busalla), lo stabilimento di Casale Monferrato, da cui è uscita la fibra killer. Una storia italiana, che dagli anni Sessanta giunge sino ai nostri giorni in cui Alberto, laureato, siede tante ore al tavolo di traduttore, “lavoratore cognitivo precario”, quarantenne che certo non fa più l’oneroso e pericoloso lavoro del padre, ma vive in una realtà ancora priva di giustizia sociale. Storia operaia, dice il sottotitolo, pubblicata quando gli operai sono usciti dalle cronache e dalla storia in positivo del paese, per entrare in quella lugubre della malattia e del decesso. È anche l’autobiografia di una nazione, dal punto di vista di chi è appartenuto a quel ceto produttivo che ha sorretto il boom economico e l’ha pagato in prima persona. La di Prunetti è scabra, il suo fraseggio veloce e secco. Non indugia in patetismi o malinconie, non coltiva i dettagli narrativi, predilige l’essenzialità. Dietro le frasi si percepisce una rabbia molto forte. Mai risentimento, bensì orgoglio delle proprie origini raccontate con devozione figliale. Un libro scritto al maschile, opera letteraria, oltre che documento, corredata da ritagli di giornali, fotografie, fogli vergati a mano. Un atto dovuto. Davvero un esempio eccellente di narrazione che ricorda le Autobiografie della leggera di Danilo Montaldi o i libri di Franco Alasia, le scritture di tanti testimoni del secondo Novecento italiano.