E il presidente disse "Mai essere servili" (G. Colotti da Le monde Diplomatique)

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF

E il presidente disse "Mai essere servili"
Geraldina Colotti (Da Le monde Diplomatique del 13/12/2012)

DECISIONISTA, visionario, passionale… Ritratto intimo di un presidente che impersona il nuovo volto della Bolivia, Evo Morales. A dipingerlo, il giornalista argentino Martin Sivak, che ha avuto un rapporto diretto con «Evo» per qualche anno. Tradotto in italiano da Laura Bartoletti, il libro ricostruisce episodi e atmosfere in un indietro-avanti tra presente e storia. La biografia si ferma al 2008, ma il nuovo epilogo – scritto apposta per l’edizione italiana – aggiorna anche sugli ultimi successi politici del «presidente-cocalero»: l’approvazione della costituzione del nuovo stato plurinazionale di Bolivia e la sua rielezione alla guida di un paese complicato da conflitti interni e da ingerenze esterne.La vita di Evo, ex dirigente sindacale dei coltivatori di coca, e primo capo di stato indigeno dal 2005, si è svolta all’insegna dei precetti aymara (la sua origine): ama sua, ama quella e ama lulla, ossia non rubare, non essere pigro e non mentire. Più tardi, nel quadro del nuovo «rinascimento» latinoamericano di cui la Bolivia è parte, Evo ne ha aggiunto un altro: ama llunk’u, non essere servile. A non chinare il capo, Evo impara fin da bambino, nella dura vita di campagna in cui, dopo lo studio, porta al pascolo i lama. La coscienza che occorre battersi insieme ad altre persone, la consapevolezza politica, arriverà però più tardi (nell’81), a seguito di un episodio drammatico avvenuto in un villaggio di El Chapare, dove i suoi si sono trasferiti: alcuni militari ubriachi uccidono un contadino perché non accetta di autoincriminarsi per un traffico di droga. Lo picchiano, lo cospargono di benzina e poi gli danno fuoco. Evo allora inizia a riunirsi con un gruppo di giovani chiamato Centro Juvenil e a scontrarsi con i latifondisti. Si vergogna di averli difesi con le armi, durante il servizio militare. Finora ha avuto a che ridire con loro solo per motivi calcistici, essendo il calcio il suo principale viatico per le relazioni sociali. In quel periodo – spiega Sivak – il sindacato sopperiva alle carenze dello stato in ogni villaggio di El Chapare, si preoccupava di costruire strade, scuole e anche il campo da calcio. Il giovane Morales, che se la cavava bene con il pallone, venne nominato segretario dello sport del sindacato San Francisco de la Central de Agosto. Una funzione a cui, in seguito, potrà dedicare sempre meno tempo, preso nel vortice dell’attività politica che lo porterà a dirigere le lotte dei contadini cocaleros e poi ad essere deputato. Quando i Morales arrivano a El Chapare – una zona tropicale e subtropicale di circa 38.000 km quadrati nel centro del paese – vi abitano circa 40.000 persone, che diventeranno 215.000 sette anni dopo. Dopo la rivoluzione nazionale del 1952, la lenta colonizzazione interna si è accentuata con l’espansione della foglia di coca negli anni ’70, ed è giunta al massimo negli anni ’80. Allora, il prezzo della coca attraversa un boom che durerà per 5 anni. La foglia di coca si raccoglie quattro volte l’anno, ai piccoli contadini le piantagioni rendono molto di più delle altre coltivazioni. Uno strumento di sussistenza per chi la coltiva, un bel business per chi la traffica per raffinarla all’estero trasformandola in droga. Nel 1980, un colpo di stato ha portato al potere il generale Luiz Garcia Meza, che ha potuto contare sull’appoggio della dittatura argentina e ha istituito un governo di veri e propri trafficanti. Uno dei suoi ministri è stato scoperto con un piccolo aereo pieno di droga. «Il suo cognome sarebbe risultato premonitore: Ariel Coca», fa notare Sivak mostrando uno dei tratti distintivi della sua rutilante narrazione, l’ironia. Dopo quella feroce dittatura, i diversi governi boliviani dell’era neoliberista, di fronte alla crisi economica e all’inflazione, che era esplosa nell’85, accettarono le imposizioni di Washington. Dalla metà degli anni ’80, la politica di George Bush (padre) condizionò il grosso degli aiuti alla cosiddetta lotta alla droga, che prevedeva la distruzione delle piantagioni di foglia di coca. Prese corpo allora la resistenza dei contadini. «La sovranità nazionale, la relazione ancestrale con la foglia di coca e la volontà di difendere il suo unico mezzo di vita – scrive Sivak – dette nuova linfa alla lotta nel Chapare, facendola tornare tenace e profondamente antiamericana». Il grido «viva la coca, a morte gli yankee» divenne lo slogan principale del movimento. Con lo stesso entusiasmo, Morales ripeté quel grido di battaglia di fronte alla stampa, la notte del 18 dicembre del 2005: dopo aver saputo che aveva superato il 50% dei voti. Nei primi sei mesi da presidente, promulgherà il decreto di nazionalizzazione degli idrocarburi, proporrà una bozza di riforma agraria e concretizzerà l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente, per rifondare il paese. Metterà anche in moto un processo di «deamericanizzazione» della Bolivia, dopo oltre mezzo secolo di dipendenza dagli Usa, stringendo nuove alleanze con Fidel Castro e Hugo Chávez. Al posto delle cravatte, entreranno in Parlamento ponchi e sombreri.
GERALDINA COLOTTI