Calciopoli 6 anni dopo. Corrado Zunino su Repubblica.it

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Corrado Zunino
da Repubblica.it (15/06/2012)

Il libro "Calciopoli, la vera storia" (edizioni Alegre, da ieri in libreria) mette un punto e offre una memoria. Una memoria di parte - dalla parte della pubblica accusa, quella dell'ex pm Giuseppe Narducci - , ma difficilmente discutibile. Ci sono fatti e sentenze sull'era Moggi e la sua mefitica influenza sul calcio italiano. Il libro le ricorda e le esplicita.
Luciano Moggi, e a scendere il mondo arbitral-dirigenziale che lo circondava e che da quell'amicizia guadagnava (prestigio e denaro), ha subito solo sconfitte dal momento in cui un giudice (penale, sportivo, civile, amministrativo) ha preso in mano le accuse contro il direttore generale della Juventus più vincente della storia del club. Moggi è stato condannato a Napoli, in primo grado, per associazione a delinquere ai fini della frode sportiva. E' stato condannato a Roma, in primo grado e in appello, per violenza privata (questione Gea, il figlio Alessandro). E' stato condannato nei due gradi della magistratura sportiva e non è riuscito a uscire con un compromesso salvifico dalla filiera degli accordi possibili con il Coni, le Conciliazioni, gli Arbitrati. Ancora, ha perso le querele per diffamazione presentate (in sede penale e civile) e sono stati respinti i ricorsi ai Tar firmati per lui dagli amici e dai sostenitori della Juventus.
Per ora il giudice assolutorio Luciano Moggi non l'ha trovato eppure il fenomeno Calciopoli, il suo processo soprattutto, ha conosciuto un'ondata delegittimante senza precedenti, alimentata dal vento del web filo-juventino, potentissimo. Ecco, l'ex pm prestato al sindaco de Magistris, il procuratore antimafia Giuseppe Narducci che presto tornerà a fare il magistrato, a sei anni di distanza dal disvelamento dei fatti, a quasi otto dall'inizio dell'inchiesta - ottobre 2004, appunto - , ha deciso di richiamare opinione pubblica e tifosi (juventini compresi) ai fatti. Questo libro aiuta ad immergersi in un mare di fatti che con puntualità accusatoria e scarsa attenzione al retroscena l'autore ci offre. Qui basta la scena, srotolata per 269 pagine sentenze comprese, per capire che Calciopoli è stato il più grande scandalo del calcio italiano (siamo in attesa di comprendere il perimetro degli accadimenti del calcioscommesse contemporaneo). Lo è stato per alcuni motivi peculiari: i due più importanti dirigenti del calcio italiano a cavallo tra i Novanta e il Duemila (Luciano Moggi e Antonio Giraudo) allestirono un'organizzazione, poi definita in due separati giudizi "a delinquere", che inglobò e mise a servizio proprio e della Juventus i due storici designatori arbitrali, lo storico presidente dell'Associazione italiana arbitri, il vicepresidente della Federazione italiana giuoco calcio, diciassette fra arbitri e guardalinee (fra cui il Massimo De Santis destinato ai Mondiali 2006 e una giacchetta nera del livello di Gianluca Paparesta), l'intero blocco dirigenziale arbitrale e una ventina di club del calcio italiano, ora aiutati, ora puniti dai loro referenti (i più alti dirigenti di sei di questi club sono stati condannati nel processo di Napoli). L'altra ragione dell'inaudita gravità di Calciopoli sta nell'opera realizzata dall'organizzazione di alterare i risultati degli avversari e degli amici, frode per conto terzi.
Leggere questo libro per chi ha seguito i fatti fin dall'inizio, anticipandoli con inchieste di giornale (vedi da pagina 176 a pagina 178), è un esercizio di memoria sano eppure sbalorditivo. Come se l'impellenza del momento (salvare il campionato successivo, decidere chi poteva andare a fare le coppe) non avesse fatto percepire nella sua contezza gli affari del designatore Pierluigi Pairetto, pur denunciati al telefono dal pari grado Bergamo: "Gigi risponde a tutti quelli dove ci sono grandi magazzini e lui ha bisogno di lavorare... Risponde alla Sampdoria, al Milan, all'Inter, al Verona, al Vicenza, al Palermo, ha interessi a Genova con l'amministrazione comunale".
Quelle intercettazioni, formidabili, teatrali, ci hanno raccontato un intero mondo del calcio, ci hanno illustrato attori e comprimari. Rileggendo "Calciopoli" si riprende in mano il concetto - una certezza nel 2006 - che l'ex arbitro Nucini è stato un teste attendibile (raccontò di un viaggio bendato per la città di Torino, iniziazione al clan) e che persino mister Ancelotti, omertoso in aula, fosse convinto dell'impronta truffaldina della Triade: "A Siena contro il Milan il guardalinee Baglioni è stato mandato da Moggi".
E' utile rileggere Calciopoli per ricordarsi che sì, è possibile truccare i sorteggi di inizio stagione nei campionati di quelle stagioni, anche se tre giornalisti sportivi non si accorsero di niente: ci sono comunque due testimoni a raccontare i trucchi lontani dal notaio, le palline corrose e riconoscibili. E poi si ritocca con mano la violenza intimidatoria nei confronti del comunque vile Paparesta, si rivedono gli atti sulle 45 schede telefoniche con 324 ricariche del Lichtenstein, e le ricariche svizzere, quelle slovene. Dovevano essere intestate a nessuno, "le prendi solo se non sono rintracciabili", ordinava Moggi ai tirapiedi. Ancora le parole in gergo e i soprannomi da malavita, l'"Atalanta", il "numero uno". "Poi ti richiamo di là", e spariva l'intercettazione. I telefonini regalati avevano solo i nomi della gang in rubrica. E, si ricordano nel libro, i doppi giochi della zarina Maria Grazia Fazi e quelli di Massimo De Santis che inizia ad arbitrare onestamente quando si accorge di essere sotto inchiesta. Ancora, i 14 incontri segreti dei più alti dirigenti italiani del calcio, le ammonizioni mirate sugli avversari futuri del club bianconero. Che altro si deve aggiungere - questi sono fatti, di più, prove riconosciute - per storicizzare un fenomeno sei stagioni dopo e non giocare ancora alla polemica con due scudetti che non ci sono (perché sono stati rubati)?
Ecco, "Calciopoli, la vera storia" è un libro di memoria. Basato su sentenze. Con qualche "fattispecie criminosa" di troppo e qualche spiegazione che - se il libro avesse avuto un impianto più arioso - ci saremmo aspettati. Perché, per esempio, un interrogatorio così tenero con Franco Carraro? In queste pagine si ricorda come la difesa dell'allora presidente della Federcalcio nei confronti della Lazio fosse da considerare centrale nell'impianto accusatorio. Perché non si è spesa neppure una parola sull'indagatore principe, il colonnello dei carabinieri Attilio Auricchio? E perché non si è offerto un senso pubblico - che c'è, ed è puramente investigativo - sul diverso peso dato alle intercettazioni (decine di migliaia) nei confronti dell'associazione a delinquere e a quelle (poco più di cento) nei confronti di Facchetti e i dirigenti interisti? Una spiegazione piana, affidata ai fatti, avrebbe spento l'ordalia di polemiche speciose avanzate da chi vorrebbe continuare a vincere facile.