“Ruggine e libertà” il romanzo operaio di Valerio Monteventi - Luca Sancini da “la Repubblica”

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La fabbrica come un carcere, quand’era operaio alla Ducati negli anni Settanta, una tuta blu come gli altri ma che diversamente da loro guardava a Rosa Luxemburg più che a Luciano Lama.
Poi la fabbrica dentro un carcere, che è l’esperienza attuale, insegnando ai reclusi alla Dozza l’arte del tornio e della fresa. Dentro questa parabola operaia c’è la storia di Valerio Monteventi, leader storico del Movimento Bolognese, restituita in un libro dal titolo “Ruggine, meccanica e libertà”, edizioni Alegre, che verrà presentato oggi al Vag61 con Alberto Prunetti, l’autore di “Amianto” che ha scelto questo titolo per inaugurare la collana “Working Class” della casa editrice.
Monteventi aveva già pensato a raccontare la sua vita nel 1980, mentre in carcere, accusato e poi prosciolto dall’accusa di banda armata, buttava giù in cella alcune pagine tra diario e racconto. In attesa dei colloqui con la moglie Irene, «con gli abbracci che duravano dagli otto ai dieci secondi dentro i quali c’era spazio per almeno due baci». Ripresa l’idea ai giorni d’oggi, c’è stato spazio per tutta la vita venuta dopo, e per un romanzo operaio, in stile letteratura working class, dove «il suono del tornio che attacca l’acciaio, i trucioli argentati, l’acuto delle lamiere accarezzate dalle mole a smeriglio, i colpi ritmati del martello come fosse una campana», non sono prodotto della fantasia di un bravo autore ma la colonna sonora di chi in fabbrica ci ha vissuto per anni. Così nel romanzo, l’autore si racconta in prima persona ma si fa affiancare da personaggi veri o verosimili, che alternano i loro ricordi allo scandito narrare di anni vissuti pure da giornalista, editore, attivista della solidarietà sociale, consigliere comunale.
Proveniente da una famiglia di militanti del Pci, iscritto alla Fgci, il ’68 e le lotte operaie lo avvicinano ad un comunismo eretico, allergico alla ideologia del lavoro come orizzonte unico del socialismo. E via via il racconto intreccia la Bologna del ’77, il quinquennio Cofferati, i movimenti no global, le esperienze nell’assistenza ai poveri. Al suo romanzo Monteventi trova un lieto fine: dall’arte operaia che pareva una gabbia per restare asserviti, fa ora un uso che lo appaga. «Certo che il mondo va proprio alla rovescia. Per tanto tempo ho vissuto la fabbrica come una prigione e adesso mi proponi di passare i prossimi anni in un reparto di montaggio dentro un carcere», risponde cinque anni fa a chi gli propone di addestrare alla meccanica giovani immigrati dentro il carcere cittadino. Ritroverà alla Dozza quegli operai che a lui, tuta blu che non solo nel lavoro cercava l’emancipazione, guardavano con sospetto e qualcosa di più. Oggi invece si ritrovano insieme «a pestare ancora il pavimento di un’officina», lui e un gruppo di pensionati ex operai, quelli col mito di saper fare col tornio i piedini alle mosche. E con il desiderio di donare agli altri i segreti di una meccanica che insegni a smussare le eccedenze, a trovare lo spessore giusto, a far combaciare due pezzi non uguali.

Fonte: la Repubblica