Recensione di Italo Moretti su Europa

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PERCHE' CONTINUA A STARE IN PIEDI L'ULTIMO MURO DELLA GUERRA FREDDA

di ITALO MORETTI
«Raccontare l’isola senza preconcetti pro o contro», e chiedersi naturalmente cosa succederà a Cuba dopo la morte di Fidel Castro, prospettando tutte le ipotesi sulla carta ma premettendo con onestà che «a questa domanda nessuno sa rispondere».
Col rigore dello storico e la scorrevolezza della scrittura, Aldo Garzia offre col suo ultimo saggio sull’Avana elementi di conoscenza e di riflessione preziosi per quanti intendano documentarsi su una realtà per molti versi anomala e contraddittoria (Cuba, dove vai?, I libri di Aprile, Edizioni Alegre, 12 euro). Quello di Cuba è «un puzzle che riserva sempre delle sorprese». Non ne tennero conto coloro i quali assimilarono quanto accadeva nei paesi del socialismo reale «col socialismo tropicale e nazionalista dell’Avana». Talché, a quindici anni dalla caduta del muro di Berlino, ci si continua a domandare perché l’Avana abbia retto a quel crollo «nonostante i facili profeti dessero per spacciata Cuba già nel 1989, leggendo le statistiche della dipendenza economica dell’isola dai paesi del Comecon che avevano per capitale Mosca».
Le risposte alla domanda sono molte, tutte plausibili ma anche tutte parziali: «La condizione insulare, le peculiarità nazionali della rivoluzione, i tentativi di riforma economica, le anacronistiche forme di pressione degli Stati Uniti e dell’opposizione oltranzista che vive a Miami, il controllo sociale e politico dell’interno». Sono due le isole descritte da Garzia. La Cuba per così dire ufficiale, quella della politica, del confronto tra l’Avana e Washington e dei periodici, talora spietati, ricorsi di Fidel al braccio di ferro. Il più violento, tra i più recenti, nel 2003: la condanna a pene tra i 6 e i 28 anni di carcere inflitta a 78 oppositori e la fucilazione dopo un giudizio sommario di 3 persone che avevano tentato di dirottare un piccolo traghetto.
E la Cuba dei paradossi: della vita quotidiana sempre più difficile del professore universitario, dell’ingegnere, del medico, che guadagna assai meno di un taxista privato o di chi lavora nel turismo; la Cuba dei telefoni, i cellulari che pullulano ancorché cari da mantenere.
E poi ancora la Cuba dell’onnipotente lider maximo, che Bush si propone di abbattere con la serie di misure annunciate nel 2004. Dalle quali l’opposizione interna ha preso le distanze e che la maggioranza della comunità cubana di Miami ha criticato, soprattutto per il taglio sostanzioso delle rimesse e le limitazioni dei viaggi. Anche i cubani più avvertiti diffidano di un dopo Castro immediatamente capitalista. Sostengono che l’ideale consisterebbe «in una società che unisca il meglio del socialismo e il meglio del capitalismo».
Nel frattempo, osserva Aldo Garzia, «il gruppo dirigente della rivoluzione non riesce a delineare il futuro politico di Cuba, il riflesso della conservazione prevale sull’audacia, si preferisce frenare le riforme invece di gestire le nuove contraddizioni sociali e politiche». «Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba», invocava Giovanni Paolo II all’Avana nel 1998, da dove criticò la politica adottata dagli Stati Uniti verso l’isola. Una profezia inascoltata, rileva l’autore, per le responsabilità dell’Avana e anche per le timidezze politiche ed economiche dell’Europa e dell’embargo economico di Washington ». Embargo che il 15 ottobre scorso i capi di stato dell’America Latina hanno condannato nell’incontro avvenuto in Spagna.
Qualcosa però sembra muoversi per il dopo Castro. Considerato l’uomo del Vaticano, autorizzato dal regime a ritirare a Strasburgo e a Washington due importanti premi internazionali, il cattolico Osvaldo Paya è l’autore di una piattaforma programmatica per la transizione, improntata a realismo e moderazione.
Da un dialogo nazionale che veda le forze armate garanti di uno svolgersi equilibrato del processo dovrebbero scaturire la nuova costituzione (dal 2003 quella attuale sancisce l’inviolabilità del carattere socialista dello stato cubano), l’amnistia per i prigionieri politici, un’economia né capitalista né socialista ma capace di coniugare la giustizia sociale con la libertà economica e lo sviluppo sostenibile. Un progetto che coinvolga i cubani dell’isola e quelli di Miami (purché si astengano da vendette e rivendicazioni), le forze armate cubane e il governo degli Stati Uniti, i gruppi cattolici e quelli socialdemocratici.
Quale che sia la prospettiva del dopo, il punto fermo resta che alla morte di Fidel Castro sia il fratello Raul a succedergli per gestire l’emergenza.
Personaggio controverso, Raul, numero due delle gerarchie politica e istituzionale, freddo e cinico secondo taluni, gioviale a parere di altri, a differenza di Fidel comunista fin dal 1953, accanto a Fidel il 26 luglio 1953, giorno dell’assalto alla caserma Moncada di Santiago. Intanto Castro è ancora lì, presidente del consiglio di stato e del consiglio dei ministri, primo segretario del partito comunista, comandante in capo dell’esercito, della marina e dell’aviazione.
Da quando ha preso il potere, alla Casa Bianca si sono succeduti dieci presidenti.
E lui, che non si sa neppure quando sia nato (nel 1926 o nel 1927?), sbeffeggia il potente e più giovane avversario ammonendo che «l’isola deve prepararsi al dopo Bush».