Topic “Zona Cesarini”

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Tempi moderni

Nel mondo dorato del calcio, c'è qualche sfortunato che seppur dotato ha passato la carriera più nei centri di riabilitazione che nei campi di gioco. E' il caso di Giacomo Cipriani, che però a trentanni in Prima divisione (ex C1) con La Spal è ancora in grado di dare spettacolo e sognare.

di Stefano Tassinari

Che quello del calcio sia un mondo dorato è ormai un dato di fatto condiviso da tutti, anche se, a ben vedere, sono in tanti i professionisti che quel mondo dorato l’hanno solo sfiorato, ritrovandosi in fretta a calcare palcoscenici ben poco illuminati, o addirittura polverosi campi di paese. Anche i calciatori, infatti – pur sempre privilegiati rispetto agli operai o ai centralinisti dei call center… – sono divisi in categorie: ci sono le stelle (poche), i gregari (“una vita da mediano”), le eterne promesse, i “motorini del centrocampo”, quelli “utili ma con i piedi ruvidi”, i genî incompresi e, infine, i talentuosi sfortunati, che hanno passato più tempo a pestare il parquet dei centri di riabilitazione che non le zolle degli stadi. Giocatori inevitabilmente depressi, che qualche volta, però, riescono a rialzarsi grazie a una buona dose d’umiltà e di tenacia. E’ il caso di Giacomo Cipriani, non ancora trentenne, ex attaccante – tra le altre - di squadre blasonate come il Bologna, la Sampdoria e il Lecce, per non parlare della nazionale under 21. Da alcuni mesi, dopo aver militato per un campionato in serie B nel Rimini (poi retrocesso), è sceso di categoria, diventando un punto di riferimento inamovibile di un’altra gloriosa squadra decaduta da tempo, e cioè la Spal (Società Polisportiva Ars et Labor), lontana dalla seria A da più di quarant’anni dopo aver militato tra le grandi per complessivi vent’anni. E se nei decenni Cinquanta e Sessanta la sua mitica maglia biancazzurra veniva indossata da gente del calibro di Capello, Bigon, Bagnoli, Massei, Novelli, Bugatti, Picchi e così via, oggi, con la squadra che annaspa nei bassifondi della Lega Pro Prima Divisione (ex C1), a tenerne alta almeno la memoria – e insieme ad altri colleghi che di serie A ne hanno fatta tanta, come Bazzani e Zamboni – c’è anche lui, il Cip, uno che potrebbe scaldare l’erba e invece s’impegna fino allo sfinimento, ricambiato dall’affetto di una tifoseria stanca e delusa, ma ancora in grado di essere passionale. Certo, se in carriera Cipriani non fosse stato bersagliato da gravi e continui infortuni, adesso il pubblico di Ferrara non potrebbe deliziarsi con i suoi colpi di tacco e le sue improvvise rovesciate, ma tant’è, la situazione è questa, e anche se il Cip, giustamente, non ha rinunciato all’idea di tornare in serie A, oggi – come ha dichiarato a “Repubblica” – fa del suo meglio per salvare la Spal. Chi scrive ha avuto la possibilità, negli ultimi mesi, di vederlo all’opera dal vivo: talvolta è stato decisivo (come domenica 17 gennaio a Terni), altre no, ma mai lo si è visto tirarsi indietro o non sacrificarsi per la squadra, magari rientrando e provando persino a fare pressing sugli avversari (come Bazzani, d’altronde). Insomma, un bell’esempio di come dovrebbero sempre essere gli sportivi (e spesso non sono). E chissà che, per qualche strana alchimia o per un miracolo laico, quel sogno di tornare a giocare in serie A Cipriani non lo possa realizzare indossando proprio la maglia della Spal… Provaci ancora, Cip!

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Nota quotidiana

Il ministro Maroni attacca i tifosi di Empoli e Livorno e intanto si equipara la svastica alla falce e martello

di Stefano Tassinari

E va bene, avete ragione, lo so che il gesto dell’ingegner Tartaglia “ha portato acqua al mulino di Berlusconi e l’ha trasformato in martire, proprio nel momento in cui si trovava in grande difficoltà”, ma ciò non toglie che di fronte a quello sguardo da potente finalmente spaventato, a quel po’ di sangue che gli colava dalla bocca (molto ma molto meno di quello che i suoi poliziotti hanno fatto colare dalle nostre facce a Genova e in tanti altri posti…) e alle reazioni quasi disperate di fans del cavaliere quali la Gelmini e la Carfagna, be’, chiedo perdono a tutti i compagni razionali e analitici, ma io un po’ mi sono sentito subito solidale con il tanto vituperato Tartaglia. E’ per questo che, dopo aver letto sui giornali dell’intenzione del ministro Maroni di punire i tifosi di due curve di sinistra (Livorno e Cosenza) per aver esposto striscioni di simpatia nei confronti dell’ “attentatore” (ironici, ma il ministro non ha un gran senso dell’ironia), ho avvertito il bisogno di esprimere tutta la mia simpatia nei loro riguardi, persino di quelli (bravissimi) del Cosenza, squadra che, proprio domenica 20 dicembre, umiliava per tre reti a una la mia amatissima Spal. Ma cosa c’era scritto su quegli striscioni? Frasi tremende, al limite dell’apologia del terrorismo, del tipo: “Siamo tutti Tartaglia” (a Cosenza), “Tartaglia, uno di noi” e “Spinelli compraci Tartaglia” (a Livorno). Figuratevi che Maroni si è spinto a paragonare questi slogan ai cori razzisti che ogni domenica risuonano negli stadi di destra, il tutto in un clima politico nel quale, utilizzando anche il mondo del tifo calcistico, si sta cercando di far passare il concetto di equiparazione tra svastica e falce e martello (in Polonia tale concetto è stato appena trasformato in legge…). Il brutto è che, davanti a simili bestialità, l’unico a reagire è stato il grande “Renzaccio” Ulivieri, presidente degli allenatori italiani, il quale, in un’intervista apparsa su “la Repubblica”, non solo ha chiarito che simboli come “svastica e falce e martello sono su due piani diversi, tragico l’uno e pieno di valori l’altro”, ma ha anche ricordato di quando, durante una partita Empoli-Livorno, arrivò a commuoversi ascoltando le due tifoserie intonare insieme “Bandiera Rossa”. Per il resto un sostanziale silenzio, come se una certa stretta repressiva (che punta a colpire i tifosi scomodi e impegnati a sinistra) non fosse preoccupante e non ci riguardasse. Insomma, al di là della vicenda specifica e di ciò che si può pensare del gesto compiuto da Tartaglia (ok, non è quella la strada!), la domanda è: non è che a forza di provare ad essere politicamente corretti, e magari di seguire seminari sulla non violenza, siamo diventati tutti troppo buoni, e dunque vulnerabili? Non so, ma non vorrei che mentre noi siamo intenti a tracciare sacrosanti distinguo sui piani di volo di una statuetta del duomo di Milano, qualcuno stesse preparando ben altri piani…

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Zona Cesarini

Lite continua. Così, con una definizione che gioca su ben altre suggestioni, potremmo definire l’attuale (?) situazione del calcio italiano, caratterizzata da tensioni e risse da pollaio...

di Stefano Tassinari

Lite continua. Così, con una definizione che gioca su ben altre suggestioni, potremmo definire l’attuale (?) situazione del calcio italiano, caratterizzata da tensioni e risse da pollaio, provocate da chi, in teoria, dovrebbe dare il classico “buon esempio” a quelle centinaia di migliaia di persone ad alto rischio che, ogni domenica e nonostante tutto, affollano gli stadi. E invece, nel giro di un week end di campionato, una buona metà dei giocatori di Inter e Juve (Buffon in testa…) provano a rompersi il naso a vicenda davanti al pubblico televisivo di decine di Paesi, il presidente del Genoa, Preziosi, e il terzino del Parma, Panucci, si prendono a spintoni e insulti addirittura di fronte a un gruppetto di carabinieri, mentre a Roma ci pensano gli ultras delle due curve a far sospendere per sei minuti un derby noioso, il tutto a colpi di petardi e bombe carta ( e la domanda è: se a me, di norma, sequestrano persino il pericolosissimo accendino Bic, come fanno questi ad entrare allo stadio con simili arsenali? Mi piacerebbe che qualcuno rispondesse.). C’è da stupirsi? Purtroppo no, specie in un Paese in cui certi genitori accompagnano i figli di otto anni a giocare a calcio e poi, dagli spalti, li incitano a spaccare le gambe ai loro piccoli avversari. L’obiezione, a questo punto, è sempre la stessa: attorno al calcio la violenza c’è dappertutto. E’ vero, ma solo in parte, perché in molte città europee il pubblico applaude le squadre avversarie e non va allo stadio come di solito si va alla guerra. Questione di cultura e, come è noto, sotto questo profilo noi siamo seduti sul gradino più basso. E a quanto ammonti la nostra inciviltà si capisce facilmente dalle reazioni a uno dei gesti più belli mai visti su un campo di gioco, e cioè la decisione, assunta dall’allenatore dell’Ascoli, Pillon, di far segnare un gol alla Reggina per pareggiare i conti con una rete segnata dall’Ascoli mentre i giocatori avversari erano fermi a causa di un incidente (serio) occorso a un loro compagno. Bene, anziché dare una medaglia al bravo Pillon, i dirigenti e i tifosi della squadra marchigiana gliene hanno dette di tutti i colori, così impara ad essere onesto! Insomma, ci stiamo preparando ai Mondiali del Sudafrica (ai quali, naturalmente, parteciperà la fedifraga Francia al posto della pulita Irlanda del Trap) e temo che una volta arrivati laggiù i tifosi italiani medi dimenticheranno tutte le sofferenze patite da un Paese oppresso per decenni dall’Apartheid, così come, trentun anni fa, fecero finta di non sapere che intorno agli stadi argentini si massacravano decine di migliaia di giovani oppositori del regime nei campi di concentramento clandestini. Troppo pessimista? Può darsi, ma come non esserlo, a maggior ragione, dopo aver letto (solo su “Liberazione”, a dire il vero), che le tifoserie di estrema destra di Real Madrid, Espanyol, Levski, Lazio e di alcune squadre tedesche sono andate in massa nella capitale austriaca per dare una mano ai loro camerati dell’Austria Vienna, impegnati a provocare i tifosi dell’Athletic Bilbao, notoriamente antifascisti e vicini all’indipendentismo basco? Difficile, insomma, essere ottimisti, e poi vengono i brividi a pensare che una squadra a suo tempo perseguitata dai nazisti abbia oggi una parte dei propri tifosi che si rifà al nazismo… . Per fortuna – ma è una soddisfazione da poco – a rimettere un po’ le cose a posto ci ha pensato la dea Eupalla (come la chiamava il grande Gianni Brera): sul campo, l’Athletic Bilbao ha vinto per tre a zero. Non male, compagni baschi!

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Tempi moderni

E bravo Massimo Moratti! Non abbiamo mai avuto dubbi sulle qualità umane e sulla sensibilità, anche sociale, del presidente dell’Inter, un uomo che, malgrado la sua condizione di miliardario, in tutti questi anni ha scelto di ridistribuire una parte delle proprie ingenti finanze

E bravo Massimo Moratti! Non abbiamo mai avuto dubbi sulle qualità umane e sulla sensibilità, anche sociale, del presidente dell’Inter, un uomo che, malgrado la sua condizione di miliardario (e i miliardari, di solito, i soldi se li tengono stretti), in tutti questi anni ha scelto di ridistribuire una parte delle proprie ingenti finanze sostenendo i progetti sanitari di “Emergency”, il lavoro teatrale degli esuli argentini della “Comuna Baires” e, tra l’altro, la possibilità, per decine di migliaia di bambini dei Paesi poveri, di diventare un giorno calciatori (ma non dell’Internazionale, a scanso di equivoci sull’eventualità di costruire vivai a basso costo…). Così, non ci siamo stupiti quando abbiamo letto sui giornali le sue dichiarazioni in merito ai cori razzisti dei quali è stato fatto oggetto, in più occasioni, il giovane talento nerazzurro Balotelli, specie da parte dei “tifosi” juventini (“Se durante la prossima partita tra Juventus e Inter verranno ripetuti quei cori – ha detto – chiederò al capitano Zanetti di ritirare la squadra dal campo”). Una presa di posizione molto coraggiosa, pur essendo calcisticamente autolesionista, dato che, secondo il regolamento, in casi del genere la decisione di sospendere la partita spetta a chi gestisce l’ordine pubblico (quindi il questore e il prefetto della città in cui si gioca), mentre il ritiro unilaterale di una formazione comporta automaticamente la sconfitta a tavolino di quella stessa formazione. Molti gliel’hanno ricordato (a partire dall’allenatore Mourinho…), ma lui non ha battuto ciglio, ribadendo quanto aveva dichiarato “a caldo”. Peccato, dunque, che molti altri presidenti e parecchi giornalisti e commentatori televisivi si siano affannati a prendere le distanze da Moratti, giurando sul fatto che “no, per carità, non si tratta di razzismo, ma solo di un modo un po’ pesante di sfottere gli avversari, così, senza alcuna cattiveria!”, come se non sapessero a che livello è arrivata l’infiltrazione di gruppi neofascisti e razzisti all’interno di certe curve (compresa quella interista, purtroppo per Moratti e per chi scrive). E’ chiaro, è più facile far passare determinati comportamenti per “ragazzate”, in modo tale da non “rovinare l’immagine del calcio italiano” (sic), ma non c’è dubbio che, anche questa volta, troppi rappresentanti dell’ambiente calcistico hanno perso un’occasione per provare a fermare una deriva davvero pericolosa. Ma sul serio ci si poteva aspettare una simile spinta? E quante altre occasioni del genere ci saranno in futuro? Difficile essere ottimisti, anzi, eppure l’isolato gesto di Moratti è riuscito, se non altro, a calmierare in parte l’indignazione suscitata dall’ipocrisia di chi nega persino l’evidenza. E di questi tempi, in fondo, non è poco.

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