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Corrispondenze

La manifestazione "Occupy Wall Street" è cresciuta nel corso delle ultime settimane fino alla manifestazione del 1 ottobre sul ponte di Brooklyn. La polizia ha fatto 700 arresti ma il movimento non si ferma

Cinzia Arruzza
da New York

Il ponte di Brooklyn è lungo quasi due chilometri. Due chilometri sospesi tra cavi di acciaio sull’acqua dell’East River, che il 1 ottobre si sono riempiti di una folla diversa da quella dei soliti turisti a caccia di un tramonto romantico sullo sfondo dello skyline di Manhattan: una folla composta da migliaia di persone, rumorose e gioiose, in una manifestazione non autorizzata partita da Zuccotti Park e destinata a terminare a Brooklyn, dall’altro lato dell’East River. Il 1ottobre è il quindicesimo giorno dall’inizio di Occupy Wall Street, un’occupazione permanente del Zuccotti Park, rinominato Liberty Plaza, vicinissimo a Wall Street, iniziata il 17 settembre scorso. Promossa da vari gruppi e individui di orientamento prevalentemente anarchico (per quanto “anarchico” negli Stati Uniti sia una sorta di etichetta ombrello piuttosto vaga), la prima manifestazione e occupazione non contava più di qualche centinaio di persone. Ispirandosi esplicitamente all’esperienza di piazza Tahrir e delle acampadas spagnole, l’accampamento newyorkese si è dato da subito due parole d’ordine fondamentali: democrazia e condanna della corruzione degli speculatori finanziari. Il primo documento ufficiale dell’occupazione è stato approvato dall’assemblea generale del 29 settembre. Si tratta di un atto di accusa senza mezzi termini, rivolto ai governi, alle banche, alle multinazionali, a tutti responsabili dell’attuale crisi economica ed ecologica. Il documento non si conclude con una lista di rivendicazioni, forse a sottolineare che i manifestanti non riconoscono nessuna legittimità a governi e capitalisti, e anche che l’unica rivendicazione condivisa è un cambiamento radicale del sistema.

Nel corso delle scorse settimane l’occupazione ha iniziato ad organizzarsi, dando vita a decine di gruppi di discussione, assemblee generali, iniziative, allestendo una biblioteca e garantendo la distribuzione di cibo. Il metodo usato per le comunicazioni durante l’assemblea generale (che si riunisce ogni giorni e prende le decisioni) e in situazioni di piazza è singolare: al posto di megafoni e microfoni, un gigantesco megafono umano. Le frasi di chi parla vengono ripetute in coro da tutti coloro che riescono a sentirle e in questo modo vengono amplificate. Per quanto strano possa sembrare, questo metodo ha il merito di ridurre di parecchio retorica e leaderismo, e funziona perfettamente anche in caso di emergenza, ad esempio quando si è trattato di comunicare con i manifestanti arrestati.

Fino a questo momento la composizione della protesta è stata prevalentemente giovanile. Tuttavia, oggi una rete di sindacati radicali e organizzazioni di lavoratori, tra cui New York Communities for Change, ha deciso di aderire alla protesta e di dar vita a una manifestazione il prossimo mercoledì pomeriggio.
Il momento di svolta decisivo nella dinamica della protesta si è avuto la settimana scorsa, quando la polizia ha brutalmente caricato e malmenato senza motivo una manifestazione non autorizzata di qualche centinaio di occupanti diretta a Union Square. A partire da quel momento la voce dell’occupazione del Zuccotti Park e l’indignazione per l’arroganza e la violenza delle forze dell’ordine, hanno iniziato a diffondersi attraverso internet e nei campus universitari newyorkesi. Risultato: le occupazioni si sono estese ad altre città statunitensi, da Boston a Los Angeles, e centinaia di newyorkesi hanno iniziato ad affollare le numerose iniziative che riempiono le giornate di Occupy Wall Street. Alla manifestazione non autorizzata del 1, convocata alle 15 per marciare verso Brooklyn, hanno partecipato poco meno di 10.000 persone, per lo più giovani, in stragrande maggioranza bianchi. Anche questa volta la polizia di New York ha deciso di andarci con la mano pesante. Arrivati al ponte, una parte della manifestazione ha iniziato a marciare senza problemi nell’area pedonale; un’altra parte, invece, è caduta nel vero e proprio trappolone escogitato dalla polizia e ha imboccato il percorso stradale del ponte, bloccando il traffico. Come testimoniato da molti manifestanti, la polizia non soltanto non ha dato nessun segno che il blocco del traffico fosse proibito, ma ha anzi fatto credere ai manifestanti che non ci fosse nessun problema. Invece, giunti all’incirca a metà del ponte i manifestanti sono stati circondati dalla polizia, e dunque bloccati senza nessuna via di fuga. A quel punto sono iniziati gli arresti di massa: oltre 700 persone sono state ammanettate, caricate sui pullman, e portate al posto di polizia. Al momento si attendono notizie delle accuse che verranno loro mosse e del loro rilascio. Nonostante gli arresti di massa, tuttavia, il movimento non ha dato nessun segno di voler retrocedere. Al contrario, centinaia di manifestanti hanno cercato di marciare in direzione della centrale di polizia, in solidarietà con i compagni arrestati. Se la polizia voleva spaventare la manifestazione, di certo non ci è riuscita, al contrario, sembra che gli occupanti di Wall Street non abbiano proprio nessuna paura. Finita la manifestazione, duemila persone si sono dirette verso Liberty Plaza, dove hanno continuato a ballare e festeggiare per ore, nonostante la pioggia. E domani si ricomincia.

Per chi non ha familiarità con la politica americana questa giornata potrebbe sembrare una delle tante giornate di protesta. Non lo è. Se si prendono in considerazione lo stato di sfacelo della sinistra americana, il livello di repressione poliziesca e controllo sociale, difficilmente paragonabili a quello di un qualsiasi paese europeo, la durezza del capitalismo americano, l’assenza sostanziale di diritti del lavoro e di diritti civili che non siano quelli meramente individuali, quello che sta accadendo in questi giorni a New York ha dello straordinario. Occupy Wall Street ha tutte le potenzialità per crescere e allargarsi. Naturalmente ci sono delle incognite e alcuni problemi di fondo. In primo luogo bisognerà verificare la capacità del movimento di estendersi ai campus newyorkesi e di includere almeno parte della comunità afro-americana e latina. In secondo luogo, bisognerà che la lista di accuse si trasformi anche in una lista di rivendicazioni, attorno a cui attrarre e organizzare il movimento. Infine, bisognerà vedere se il supporto dei sindacati si rivelerà qualcosa in più di una mera formalità. A partire da mercoledì prossimo.

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Rassegna dal web

Recensione del libro di Noam Chomsky, raccolta di saggi che analizza quella che è stata la linea governativa nordamericana degli ultimi sessant'anni

Radio sherwood

L'articolo su radio sherwood: http://www.sherwood.it/articolo/315/america-no-we-cant-noam-chomsky

Elezioni presidenziali 2008: l'America e il Mondo intero assistono al “fenomeno Obama” e se ne innamorano. L'elettorato americano, a suon di “Yes, we can”, pare poter decidere le sorti della propria politica. Ma è davvero così? C'è davvero un elemento di rottura con la tradizione governativa precedente o è solo tutta, una grande messa in scena?
Per rispondere a queste domande, e non solo, è appena uscito per la casa editrice Alegre, America, no we can't di Noam Chomsky. Questa raccolta di saggi analizza quella che è stata la linea governativa nordamericana degli ultimi sessant'anni. La riflessione, tuttavia, non si ferma qui. Le relazioni (per lo più poco pacifiche) intraprese per esportare la democrazia sia in America del Sud come in Medio Oriente mettono in luce quello che è il vero motore della società statunitense: la legge del profitto e del guadagno.
Chomsky, attraverso riferimenti precisi e puntuali, evitando la retorica d'opposizione, ci mostra come a partire dalla politica reaganiana in Sud America sino a finire con Obama e la questione palestinese, il modo di fare politica non muti i suoi fondamenti. Per capire quest'assenza di scarto dobbiamo valutare un altro elemento sottolineato dall'autore: la capacità evocativa messa in gioco dalla macchina elettorale americana. Esattamente come fu costruita per Reagan un'immagine semi-divina, trasformandolo in un “sommo sacerdote del libero mercato e dello stato minimo”, così è anche successo anche per Obama: l'uomo della speranza. Ciò che quindi emerge da questa analisi è una continuità storica fra un candidato e l'altro, che testimonia come oramai la politica, da pratica del comune, sia diventata gioco per pochi.
America, no we can't non si propone lo scopo presuntuoso di cambiare il mondo, ma lascia al lettore l'ultima scelta: ricominciare a pensare autonomamente o continuare a guardare lo spettacolo.

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Corrispondenze

Barack Obama e il presidente russo Dmitry Medvedev hanno firmato a Praga il trattato sulle armi nucleari strategiche “Start 2”. Il segno di un migliorato rapporto tra Russia e Stati Uniti ed un messaggio rivolto anche all’Iran. Ma non siamo nemmeno lontanamente vicini ad un “mondo senza armamenti atomici”, come “sognato” e auspicato dal presidente Usa

Piero Maestri

Il presidente statunitense Barack Obama e il presidente russo Dmitry Medvedev hanno firmato oggi a Praga il trattato sulle armi nucleari strategiche “Start 2”, che sostituirà e aggiornerà lo Start 1 scaduto lo scorso dicembre.
Dal punto di vista tecnico, il trattato prevede un ridimensionamento dei rispettivi arsenali (con un taglio del 30% sulle testate nucleari, che porteranno circa a 1550 a testa le testate, con un massimo di 800 vettori a testa) e per questo è stato salutato da molti come un passo in direzione del disarmo atomico. Lo Start 2 durerà 10 anni, e saranno possibili ulteriori accordi nello stesso periodo.
Secondo questo accordo le testate “strategiche offensive” (!) dovranno essere ospitate solo sul territorio nazionale – nulla si dice su quelle cosiddette tattiche: ricordiamo che gli Stati Uniti mantengono le loro armi nucleari ancora in Europa – tra l’altro alcuni paesi europei della Nato (Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania e Norvegia) hanno chiesto la loro rimozione, nel silenzio del governo italiano che continua a ospitare armi atomiche nelle basi Nato/Usa di Ghedi e Aviano.
D’altro canto l’accordo non pregiudica nemmeno il progetto di “Scudo antimissile” statunitense – che non è stato affatto cancellato da Obama che ha solamente deciso di non istallarne le basi in Repubblica Ceca e Polonia, mantenendo il progetto e cercando nuovi siti – magari spostandoli più verso il Medio Oriente.

La firma dell’accordo rappresenta certamente il segno di un migliorato rapporto tra Russia e Stati Uniti ed è un messaggio rivolto anche all’Iran sul capitolo del nucleare. Un messaggio raccolto dallo stesso presidente russo Medvedev che ha parlato di “sanzioni possibili, anche se non sono la soluzione ottimale”.
La firma del Trattato avviene pochi giorni dopo la pubblicazione della “Nuclear posture review” statunitense – cioè il documento strategico che guida possesso e uso delle armi atomiche degli Usa. In base a questa strategia, gli Usa si impegnano alla riduzione del loro arsenale atomico – migliorando al contempo i meccanismi di manutenzione, ammodernamento e sicurezza – dirigendo maggiori risorse all’armamento convenzionale e alle diverse operazioni militari in giro per il mondo.
Per quanto riguarda la logica di “utilizzo” dell’arma nucleare, gli Usa promettono di non colpire stati senza armi nucleari e che si attengano al Trattato di non-proliferazione, mentre mantengono la possibilità del “first strike” nei confronti di quelli che potrebbero acquisire armi nucleari in violazione del trattato di non proliferazione (immaginiamo si riferiscano a Iran e Corea del Nord, e non a Israele, che quel trattato non ha mai firmato).
Sul merito dell’accordo vale la pena essere molto chiari: non siamo nemmeno lontanamente vicini ad un “mondo senza armamenti atomici”, come “sognato” e auspicato da Barack Obama. Il pianeta potrà infatti essere tranquillamente distrutto dalle oltre 3000 testate nucleari rimanenti.

Inoltre non affronta le questioni più importanti – quelle comprese dal Trattato di non proliferazione nucleare, che potrebbe essere “rilanciato” il prossimo maggio. In realtà rimane piuttosto complicato “convincere” paesi come Iran, Corea del Nord e così via a non entrare a far parte del club atomico, quando questo club rimane esclusivo e geloso di questa esclusività. E quando di questo club fanno parte paesi come Israele che mantiene l’egemonia atomica in Medio Oriente “nascondendo” le proprie testate nucleari e rifiutandosi di firmare qualsiasi tipo di trattato.
Non siamo comunque tra coloro che rivendicano il “diritto all’armamento nucleare”. Al contrario crediamo che si debba davvero percorrere la strada del disarmo – strada che non sarebbe resa più agevole da una maggiore diffusione di armi nucleari. Il movimento pacifista – che negli anni ’80 si era mobilitato in tutto il continente europeo contro l’istallazione dei cosiddetti “euromissili” – ha sempre avuto una posizione chiara di disarmo nucleare totale. È infatti evidente che la presenza anche di “poche” armi nucleari mantiene intatti i pericoli per il pianeta e lascia nelle mani delle potenze atomiche un potere di ricatto globale inaccettabile.

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Accade a sinistra

Nella sinistra Usa non sono poche le voci che contestano la validità della riforma sanitaria voluta da Obama. «Non riduce i costi, è una concessione alla destra del partito». Il prestigioso settimanale The Nation la appoggia ma non esita a definirla «sbagliata». E rilancia il suo slogan: "Medicare" per tutti

La riforma «storica» della sanità statunitense, varata dalla presidenza Obama e dal Congresso Usa, è davvero una riforma così profonda sul piano sociale? A guardarla più da vicino, leggendo anche alcuni commenti della sinistra Usa, le cose stanno un po' diversamente da come le leggiamo sui principali quotidiani. Scrive Il Socialist Worker, settimanale di una delle organizzazioni della sinistra Usa l'International socialist organisation, che in realtà si tratta di una «riforma del tutto sbagliata». Infatti nella legge è contenuto «l'obbligo per la gente di comprare le polizze degli assicuratori privati, senza alcuna garanzia di premi accessibili o una copertura adeguata. E soprattutto non c'è alcuna «opzione pubblica» Anzi, la spesa per l'unico programma di assistenza pubblica esistente negli Usa, Medicare - che copre statalmente le persone sopra i 65 anni prive di copertura assicurativa - sarà ridotto. Inoltre ci saranno nuove tasse alle assicurazioni fornite dai datori di lavoro che colpiranno non solo le grandi prestazioni ma anche le assicurazioni decenti».
La "riforma" sostiene quindi il Socialist Worker «è piuttosto il prezzo pagato alla destra del partito, ai cosiddetti Blue Dog che vogliono sempre più concessioni verso destra». Come, del resto, appare la concesssione in extremis fatta al gruppo antiabortista che ha imposto a Obama di negare i fondi presidenziali in cambio del voto favorevole sulla sanità.
Molto netto è anche il settimanale The Nation, prestigiosa voce della sinistra liberal statunitense il quale nel cogliere la vittoria di Obama e il successo realizzato dalla sua presidenza e sostenendo comunque la riforma sostiene anche che «non vi può essere alcun dubbio che è profondamente sbagliata».
The Nation ricorda di aver sempre sostenuto uno slogan semplice ed efficace «Medicare for all», l'assistenza sanitaria per tutti: «Questa legge è molto lontana da questa visione. Esso codifica anche le restrizioni sulla copertura per l'aborto che costituiscono una grande sconfitta per il movimento Pro-choice». «Inoltre, aggiunge The Nation, non è chiaro se le sovvenzioni dei consumatori saranno sufficienti a coprire i costi dei piani offerti che possono includere franchigie alte, co-tasse di assicurazione e oneri di premio. In tale contesto, l'obbligo a comprare l'assicurazione potrebbe creare seri contraccolpi politici».
Il settimanale newyorkese non tralascia gli aspetti positivi del disegno di legge che «prevede protezioni contro gli abusi del settore assicurativo, tra cui l'odiosa pratica di impedire l'accesso ai pazienti con patologie preesistenti, e mette in atto un quadro di ulteriore regolamentazione del settore». Un altro elemento positivo è l'espansione del Medicaid - l'assicurazione pubblica per persone a basso reddito - che porta da 12 a 14 milioni le persone coperte. «E il senatore Bernie Sanders ha introdotto un provvedimento che raddoppia il numero dei Centri di salute, che forniranno assistenza primaria, dentistica e di farmaci a basso costo per ben 16 milioni di nuovi pazienti, stanziando per loro 10 miliardi di dollari di nuovi fondi».
«Per tutte queste ragioni, conclude The Nation, sosteniamo il passaggio del disegno di legge, e allo stesso tempo chiediamo alla comunità progressista di iniziare immediatamente una lotta per correggere i suoi molti difetti e migliorare le sue protezioni». «In definitiva, il nostro messaggio deve essere che una riforma vera e propria ha inizio, e comincia solo, con il passaggio della legislazione vigente. Si conclude con la realizzazione dell'obiettivo che dovrebbe essere il nostro grido di battaglia nuova: Medicare per tutti».

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In movimento

Manifestazione, presìdi e scioperi in tutte le grandi città contro l'aumento delle tasse scolastiche. La polizia ha arrestato 150 studenti che hanno bloccato un'autostrada. Manifestazioni anche a New York

Grande mobilitazione degli studenti universitari e medi in California che hanno protestato contro i tagli previsti all'istruzione nello stato ormai da quasi due anni sull'orlo della bancarotta. Manifestazioni, scioperi ed altre forme di protesta si sono registrate in tutte le principali città, ma la polizia ha arrestato 150 studenti che hanno bloccato, pacificamente, un'autostrada della cittadina della Baia di San Francisco dove si trova l'università di Berkeley. Anche a New York vi sono stati studenti che hanno aderito al «Day of Action for public education», per protestare contro l'aumento delle tasse scolastiche - deciso nei mesi scorsi dalle università della California - e la riduzione del personale docente e degli insegnamenti offerti. «Ora paghiamo di più per avere un'istruzione peggiore, è per questo che sono qui a protestare» ha detto una studentessa di arte della Cal State Long Beach university, una delle università di Los Angeles che ieri hanno aderito alla manifestazione. Uno studente è rimasto gravemente ferito saltando dal cavalcavia che stava bloccando insieme sulla Interstate 880 quando sono intervenuti i poliziotti per sgombrare l'autostrada nell'ora di punta. Con i conti dello stato in rosso da quando è iniziata la crisi finanziaria, il governatore Arnold Schwarzenegger ha dichiarato di non avere altra scelta che tagli miliardari a tutta l'istruzione, dalla primaria fino a quella universitaria per cercare di ridurre il deficit.

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Corrispondenze

Le relazioni tra i due giganti economici stanno mutando e la mutazione dipende dall'accresciuto ruolo di Pechino, primo esportatore mondiale e che rivendica un ruolo centrale a livello internazionale. Quello che era stato il G2 va verso una nuova guerra fredda? Intervista

da Nouvel Observateur

Lo scorso luglio, Barack Obama ne era molto convinto: «La relazione tra gli Stati Uniti e la Cina caratterizzerà il XXI secolo». Censura su internet, vendita di armi a Taiwan e incontro con il Dalai Lama: dopo una breve luna di miele, le relazioni sono diventate tese. Guilhem Fabre non comprende lo stupore occidentale rispetto alle posizioni cinesi. Secondo questo professore dell'università di Havre, specialista dei rapporti tra socio-economia e istituzioni della Cina contemporanea, la Cina non fa che seguire un'agenda stabilita da molto tempo.

La Cina alimenta la propria crescita con le esportazioni verso gli Stati Uniti, gli Usa finanziano il proprio deficit grazie all'acquisito di titoli di Stato da parte della Cina, i due paesi sembravano aver trovato uno statu quo. Cosa dicono, invece, le provocazioni e le tensioni attuali?
La Cina non fa che riaffermarsi a livello internazionale tramite questi dossiers. Nell'ambito della crisi economica, rispetto alle debolezze degli Stati Uniti, i cinesi premono l'acceleratore. Dopo la turbolenza del 2008-09, il cambiamento indica un modo nuovo di reinserirsi a livello internazionale. Ora la Cina parla con gli Usa su un piano di parità e questa è una novità. La crescita cinese è stata alimentata dagli investimenti delle multinazionali americane. C'è una forte interazione tra la Cina e gli Usa ma tutte le cancellerie occidentali si sono illusi che con l'economia di mercato la democrazia si sarebbe insediata in Cina. Questo non è mai stato il progetto dei dirigenti cinesi: siamo di fronte a un regime che segue una propria agenda di lungo termine.

La vicenda della ripresa del dialogo con il Dalai Lama assomiglia a un pretesto
Fin'ora, si trattava di minacciare i francesi, non gli americani. Quando Bush riceveva il Dalai Lama, c'era sempre un decalogo di proteste ma solo formali. Ora, il tono è cambiato. E non si tratta di un pretesto. Per i cinesi si tratta di una questione centrale. Sarebbe semplice trovare un compromesso e rasserenare la situazione. Il problema si pone anche con Taiwan: ci sono pressioni cinesi per impedire la vendita di armi americane a Taiwan ma gli stessi Cinesi tacciono sul fatto che hanno piazzato da circa dieci anni diverse centinaia di missili proprio di fronte a Taiwan. E hanno anche fatto esercitazioni di tiro durante le elezioni presidenziali a Taiwan per intimidirla: due pesi e due misure

Armi, politica estera: la partnership è dunque rimessa in discussione?
Certamente, alcune collaborazioni militari erano state riprese: ormai, però, saranno congelate proprio per sottolineare che la Cina è di pessimo umore. Fa parte di una strategia. Per molto tempo, i cinesi hanno mantenuto il profilo basso, ora si accorgono che possiedono le prime esportazioni mondiali. E vogliono non soltanto giocare il ruolo centrale che hanno già in Asia ma anche a livello internazionale, come si vede in Africa. Il problema che si è posto in Cina è che dal 1989, dalla repressione di Tienamen, i dirigenti hanno congelato le discussioni all'interno del partito comunista. Hanno mantenuto un'apertura economica e allo stesso tempo la repressione politica: ed è questo che fa avanzare il sistema. Gli occidentali hanno giocato la carta della cooperazione economica in questo quadro: e sono ripagati con la stessa moneta. Non ci sono mai state vere pressioni. Si è chiesto ai Cinesi di sottoscrivere convenzioni sui diritti civili e quando sono state sottoposte al parlamento cinese non sono mai state ratificate. Pechino sposta il proprio funzionamento interno a livello della politica estera, alimentandosi di un nazionalismo esasperato. Era prevedibile.

Durante il vertice di Copenaghen, si è avuta l'impressione che i due più grandi inquinatori del pianeta si lanciassero nella cogestione del mondo.
Niente affatto, i Cinesi sono arrivati avendo già annunciato i loro obiettivi. Hanno dichiarato semplicemente: ridurremo del 40% le emissioni in rapporto al Pil. Dato che il Pil cinese cresce del 10% l'anno, automaticamente questo vuol dire che si autorizzano a emettere molto più Co2.
(...)
C'era finora intesa sulla governance economica: i punti di convergenza tra Usa e Cina sono sul punto di evolvere?
Resta un gioco d'equilibrio sul piano strettamente economico. E serve agli uni come agli altri. Le multinazionali americane hanno investito in Cina per ridurre i propri costi e realizzare profitti importanti. Gli esportatori cinesi utilizzano prioritariamente il mercato americano perché è molto più semplice per loro: è il primo mercato unificato del pianeta. Sul mercato americano ci sono grandi distributori che sono interlocutori unici in grado di coprire tutto il territorio. In Europa, le cose sono molto più complicate: ci sono differenti paesi e differenti regole.

Dietro le polemiche attuali, si percepiscono punti di rottura più profondi come il protezionismo americano o la sottovalutazione dello yuan.
I prodotti cinesi sono estremamente competitivi. Molto più competitivi da quando Pechino ha deciso di ancorare la propria moneta al dollaro Usa e questo ha perso il 15% del proprio valore dall'inizio della crisi economica. Gli americani lasciano cadere il dollaro in rapporto all'euro o allo yen per rimborsare il proprio debito. I cinesi fanno invece ciò che potremmo chiamare free riding: utilizzano questa riduzione per esportare non soltanto negli Stati Uniti ma anche per sviluppare le loro esportazioni verso il Giappone o l'Europa a prezzi estremamente competitivi poiché anche la loro moneta è svalutata del 15%. I cinesi praticano una politica di scambio irresponsabile dall'inizio della crisi. Prima, avevano rivalutato in rapporto al dollaro del 20% tra il 2005 e il 2008. Ora, c'è una politica di ancoraggio al dollaro che sta provocando un protezionismo sempre più forte negli Usa.

Al di là della crisi attuale, quali sono le prospettive di lungo termine?
Tutto dipenderà dalle interazioni che esistono tra la Cina e l'estero ma anche da quello che accadrà nella stessa Cina. Negli Stati Uniti ma anche in Europa, i partner commerciali hanno la tendenza a sviluppare una politica di blocco. Stiamo assistendo a un processo di regionalizzazione economica, come minori scambi. Il rapporto tra globalizzazione e regionalizzazione cambierà senza dubbio.

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Corrispondenze

Aveva 87 anni e il suo libro "Una storia popolare degli Stati Uniti" è diventato un vero best-seller. Impegnato contro la segregazione, la guerra e accanto ai lavoratori ha contribuito al pensiero di una America diversa e progressista. Fino a considerare Obama «un presidente mediocre»

Howard Zinn, autore, insegnante e attivista politico il cui libro "Una Storia popolare degli Stati Uniti "è diventato il riferimento della sinistra alternativa da un milione di copie vendute è morto all'età di 87 anni a Santa Monica in California.
Pubblicato nel 1980 con una piccola promozione e una diffusione di 5.000 copie "Storia popolare" è stato un best-seller popolare, capace di attrarre un vasto pubblico grazie al passaparola e di raggiungere 1 milione di vendite nel 2003. Il libro è stato adottato nelle scuole superiori e nelle università in tutto il paese, ed è stato accompagnato da numerose edizioni complementari come "Voci di una storia popolare", un volume per i giovani e un racconto per immagini.
"Storia popolare", ha raccontato una storia chiaramente orientata a sinistra. Howord Zinn ha accusato Cristoforo Colombo e gli altri pionieri di aver commesso un genocidio, ha messo da parte Andrew Jackson a Franklin D. Roosevelt e celebrato i lavoratori, le femministe e gli oppositori della guerra.
Anche gli storici liberali si sono trovati a disagio con il professor Zinn, che ha insegnato per
molti anni alla Boston University. Arthur M. Schlesinger Jr., una volta disse: «So che mi considera un pericoloso reazionario. E di non prenderlo molto sul serio. Lui è un polemista, non uno storico».
In un'intervista del 1998 con l'Associated Press, il professor Zinn ha riconosciuto che egli non stava cercando di scrivere una storia oggettiva, o di completarne una. Ha definito il suo libro come una risposta alle opere tradizionali, il primo capitolo, non l'ultimo, di un nuovo tipo di storia.
«Non c'è niente che possa rappresentare un'intera storia, ogni storia è incompleta» ha detto. «La mia idea è che il punto di vista ortodosso è stato già espresso migliaia di volte».
«Storia popolare» aveva diversi ammiratori famosi, tra cui gli attori Matt Damon e Ben Affleck. I due sono cresciuti vicino a Zinn, sono stati amici di famiglia e hanno offerto al libro una citazione nel loro "Good Will Hunting" vincitore per la sceneggiatura all'Academy Award.
Un altro fan è stato Oliver Stone, così come Bruce Springsteen, il cui album "Nebraska" è in parte ispirato a "Storia popolare". Il libro è stato anche mostrato nella serie "The Sopranos", nelle mani del figlio di Tony, AJ.
Nato a New York nel 1922, il professor Zinn era figlio di ebrei immigrati che da bambino viveva in una zona in rovina di Brooklyn scosso dai romanzi di Charles Dickens. All'età di 17 anni, esortato da alcuni giovani comunisti del suo quartiere, partecipa a una manifestazione politica a Times Square. «All'improvviso, ho sentito il suono delle sirene, mi sono guardato intorno e ho visto i poliziotti a cavallo al galoppo in mezzo alla folla e colpire tutto attorno. Non riuscivo a crederci. E poi sono stato colpito. Mi sono voltato e ho perso i sensi. Poco dopo mi svegliai in un portone, con Times Square di nuovo tranquilla, misteriosa, onirica, come se nulla fosse avvenuto. Ero davvero ferocemente indignato».
La guerra ha continuato la sua formazione. Desideroso di contribuire a spazzare via i nazisti, si è unito all'Army Air Corps nel 1943. Ha partecipato a missioni aeree in tutta Europa, ricevendo una medaglia dell'Aria, ma poi iniziò a chiedersi cosa tutto ciò significasse. Tornando a casa, raccolse tutte le medaglie e le varie carte, le mise in uno scatolone e sopra ci scrisse: «Mai più».
Ha frequentato la New York University e la Columbia University, dove ha ottenuto un dottorato in storia. Nel 1956, gli fu offerta la presidenza del Dipartimento di Storia e Scienze sociali allo Spelman College, una scuola di donne nere nella città della segregazione, Atlanta.
Durante il movimento dei diritti civili, il professor Zinn ha incoraggiato i suoi studenti a richiedere libri dalle librerie segregate e ha contribuito a coordinare sit-in davanti ai bar del centro. Ha pubblicato anche diversi articoli, tra cui un raro attacco all'amministrazione Kennedy, accusandola di essere troppo morbida nel proteggere i neri. Era amato dagli studenti - tra i quali una giovane Alice Walker, che più tardi ha scritto "Il colore viola" - ma non dagli amministratori. Nel 1963, Spelman lo ha licenziato per "insubordinazione". I suoi anni alla Boston University sono stati caratterizzati dall'opposizione alla guerra del Vietnam e da faide con il presidente della scuola, John Silber.
Zinn è andato in pensione nel 1988, passando il suo ultimo giorno di insegnamento con il picchetto degli studenti a sostegno di uno sciopero di infermieri. Nel corso degli anni, ha continuato ad insegnare e ad apparire in manifestazioni e picchetti.
Uno degli ultimi saggi di Howard Zinn è stato pubblicato la scorsa settimana da The Nation per il primo anno dell'amministrazione Obama. «Ho fatto fatica a cercare qualcosa che risaltasse", ha scritto, aggiungendo comunque di non essersi sentito deluso perché non si era mai aspettato molto dal presidente Obama.
«Penso che le persone siano abbagliate dalla retorica di Obama, e che la gente dovrebbe cominciare a capire che Obama sarà un presidente mediocre - che, nei nostri tempi, significa un presidente pericoloso - a meno che non vi sia un qualche movimento nazionale a spingerlo in una direzione migliore»
by Associated Press

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Corrispondenze

A un anno dall'elezione del primo presidente nero le principali aspettative sono andate deluse. Piena continuità nella politica militare, energetica e ambientale, pochi passi in quella sociale. La retorica è certo diversa ma la direzione sembra segnata (la versione integrale di questo articolo apparirà sul nuovo numero di Guerre&Pace)

di Piero Maestri

Un anno fa si insediava alla casa Bianca Barack Obama. Per la prima volta un nero assumeva la carica di presidente degli Stati uniti, e anche solamente questo fatto sembrava il simbolo di un vero e sensibile cambiamento in corso in quel paese.
Indubbiamente l’elezione di Obama è stata il segnale di una svolta che la maggioranza dell’elettorato statunitense ha voluto dare dopo gli anni di presidenza Bush. Una svolta che è stata salutata, forse più all’estero che in patria, con fortissime aspettative e speranze, probabilmente più come reazione verso le politiche di Bush.
Aspettative e speranze rilanciate dalla retorica dei discorsi pubblici di Obama – e rafforzata dalla vergognosa concessione del Nobel per la pace.
Scorrendo l’elenco dei principali provvedimenti dell’amministrazione-Obama non pare che le aspettative fossero giustificate; pare invece che il segno della continuità prevalga. Le due guerre di Bush continuano e Obama ha rafforzato la presenza militari in Afghanistan, portando a oltre 100.000 i militari presenti in quel paese di fatto occupato; il ritiro dall’Iraq è caratterizzato da una prospettiva di presenza di basi permanenti che continueranno l’occupazione con altri mezzi; l’ipotesi di chiusura della prigione di Guantanamo è rinviata nel tempo, mentre i responsabili delle torture sono preventivamente assolti; le spese del Pentagono arriveranno nel 2010 fino a 660 miliardi di dollari - un aumento del 4% rispetto all’anno precedente – dei quali oltre 130 miliardi specificamente per le missioni di guerra; in America latina e in Africa continuano le strategie di presenza militare (attraverso nuove basi e con il comando Africom); lo scudo antimissile non viene cancellato anche se Obama ha rinunciato al posizionamento delle basi a terra in Polonia e Repubblica Ceca, mentre sono allo studio nuove destinazioni e il coinvolgimento diretto della Nato nella sua costruzione; in Medio oriente le parole del “Discorso del Cairo” non hanno lasciato nulla dietro di sé, e Israele continua impunemente la sua occupazione e la costruzione di nuovi insediamenti. E così via…
Quello che cambia, oltre ad alcuni aspetti simbolici, che comunque non sono da sottovalutare e alla retorica di fondo, anche questa non ininfluente - perché il discorso politico pubblico conta nella formazione dell’opinione pubblica, è la strategia di fondo del “metodo Obama”.
Per quanto riguarda la politica interna e le relazioni tra i gruppi politici statunitensi, obiettivo dichiarato della presidenza Obama non è quello del radicale cambiamento e della “marginalizzazione” e sconfitta delle istanze repubblicane e della destra – quanto quello di chiudere con l’epoca dello scontro ideologico e politico.
Questo metodo pretende di comporre interessi contrapposti, naturalmente privilegiando quelli delle grandi corporation e di quella finanza che hanno contribuito alla sua campagna elettorale con oltre 80 milioni di dollari (Goldman Sachs è il secondo finanziatore della campagna elettorale di Obama) e che sono state ripagate con il piano di aiuti “anticrisi” del febbraio 2009.
Per quanto riguarda la politica estera, gli anni di Bush hanno lasciato una pesante eredità, non solo in termini di impegno militare e programmi di riarmo e rilancio militarista, quanto nel “prestigio” del governo statunitense nel mondo e nelle relazioni con alleati e altri soggetti internazionali.
Obama e i suoi consiglieri hanno ben presente che l’opzione unilateralista è fallita da diversi anni e che gli Usa possono riaffermare la loro “eccezionalità” e le loro strategie di presenza e controllo planetario solamente in una nuova e diversa dinamica internazionale, che rilanci le istituzioni internazionali, in alcuni casi, e soprattutto si basi sul dialogo e l’accordo tra singoli paesi, volta per volta sulla base degli interessi statunitensi.
Evidente in questo senso la vicenda del vertice di Copenhagen, dove Usa e Cina hanno stabilito preventivamente i termini di un possibile accordo. Questo dialogo difficile con la Cina caratterizzerà i prossimi anni, anche se gli Usa non rinunciano a stabilire tutte le forme di una loro presenza politico-militare anche in funzione di contenimento della Cina (come avviene in Africa).
Gli Stati uniti hanno al contempo bisogno di “socializzare” il peso della ricerca di stabilizzazione internazionale e dell’impegno militare e per questo chiedono il contributo di vecchi e nuovi alleati. Richiesta, come abbiamo visto, piuttosto rude, in molti casi: gli alleati sono messi spesso di fronte al fatto compito e alla loro incapacità di rispondere in maniera diversa. Questo è particolarmente evidente per l’Unione europea e la stessa Nato, che vengono spesso coinvolte a posteriori e non nella discussione dei vari “dossier”.
Forse è ingiusto e prematuro giudicare dopo solamente un anno l’operato e le prospettive della presidenza Obama, ma la direzione sembra segnata. Non solo quindi non sembrano affatto giustificate le aspettative e le aperture di credito di diversi settori della sinistra – anche in Italia, come si legge in molti articoli su “il manifesto” – verso l’operato e i discorsi di Obama, ma serve una maggiore analisi e capacità critica per tenere alta l’opposizione alle politiche imperiali anche se multilateraliste.

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Sulla frontiera

Aerei sauditi bombardano le postazioni dei ribelli islamisti del nord dello Yemen. In Somalia, intanto, il primo ministro annuncia un'imminente offensiva su larga scala contro i miliziani radicali di Al Shabaab

da Nigrizia

Hanno chiuso ieri le ambasciate di Gran Bretagna e Stati Uniti a Sanaa, in Yemen. Quasi un segno dell'imminente rappresaglia nei confronti degli esponenti di Al Qaeda nel paese, legati all'attentato terroristico condotto da un cittadino nigeriano lo scorso 25 dicembre, contro un volo della Delta Northwest Airlines, da Amsterdam a Detroit.
La chiusura delle ambasciate è infatti stata seguita da una dichiarazione, ieri, del premier britannico, Gordon Brown, che assicurava azioni più efficaci nella lotta al terrorismo, in particolare nello Yemen e in Somalia.
Lo stesso giorno l'aeronautica militare saudita ha attaccato la regione di Saada, nel nord dello Yemen.
La notizia è stata diffusa dai ribelli islamisti Houthi del paese, che hanno accusato l'Arabia Saudita, stretta alleata degli Stati Uniti, di aver ucciso nel bombardamento 54 persone. Né le autorità di Sanaa, ne quelle di Riyad, hanno però confermato la notizia.
I ribelli sciiti Houthi hanno iniziato nel 2004 una campagna armata nel nord dello Yemen, lamentando un'emarginazione sociale economica e religiosa. Da allora centinaia di persone hanno perso la vita mentre decine di migliaia sono state costrette ad abbandonare le proprie case.
Nuove azioni sarebbero attese anche in Somalia, dove il primo ministro, Omar Abdirashid Ali Sharmarke, ha annunciato, sabato, un'imminente offensiva su larga scala contro le milizie islamiste radicali che fanno capo ad Al Shabaab.
«Le nostre truppe sono pronte a cacciare questi terroristi fuori dalla capitale entro la fine di gennaio, continuando a prendere i territori ancora sotto il loro controllo», ha detto Sharmarke.
Secondo fonti del governo, la locale missione di pace dell'Unione Africana si sarebbe attrezzata per fornire alle milizie governative tutto il suo supporto, inclusi armi e mezzi blindati.

Dal centro del paese giungono intanto notizie di violenti scontri, durati tutto il fine settimana. Le milizie di Al Shabaab avrebbero attaccato, senza successo, la città di Dhusa Mareb, nel centro del paese, lasciando sul campo almeno 47 morti. Mentre nella cittadina sembra essere tornata la calma, scontri sono segnalati a Beledweyn e un po' in tutte le regioni centrali del paese.
La Somalia, senza un governo effettivo dal 1991, ha mostrato, negli anni, di essere del tutto incapace di uscire dall'endemica condizione di guerra in cui versa. La fiorente economia di guerra, che si è affermata in questo lungo periodo di anarchia, ha reso, poi, la pace ancora meno "conveniente" oggi, rispetto al passato.

Nigrizia - 04/01/2010

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