Topic “terremoto”

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Tempi moderni

In migliaia entrano nel centro storico a rimuovere le macerie con le carriole nonostante il boicottaggio del sindaco. La città si sta scuotendo dallo shock e la favola berlusconiana comincia a svanire

di Stefano Frezza

E’ stata sicuramente una bella lezione di forza e di civiltà! Migliaia di cittadine e cittadini aquilani hanno risposto questa mattina all’appello lanciato dai comitati cittadini per rimuovere le macerie dal centro storico, nonostante l’ennesimo atto ostile del sindaco dell’Aquila che si è rifiutato di firmare l’ordinanza che avrebbe permesso l’accesso al centro storico.
Ad undici mesi dal sisma dello scorso 6 aprile le macerie ancora ingombrano tutte le strade e le piazze della città dell’Aquila e di tutti i paesi del “cratere”, non essendo stato fatto assolutamente nulla dalla protezione Civile prima e dalle amministrazioni locali poi per la loro rimozione.
Muniti di pale, secchi e decine di carriole, gli oltre tremila manifestanti hanno lavorato per ore nella centrale Piazza Palazzo, sede del Municipio e uno dei principali luoghi d’incontro del centro prima del terremoto – soprattutto per i più giovani.
Una attenta opera di selezione delle macerie è stata effettuata anche grazie al contributo attivo di tanti giovani tecnici ed esperti.
Attraverso una duplice catena umana centinaia di secchi carichi di carta, vetro, plastica, legno, mattoni e pietre, sono stati trasportati da Piazza Palazzo fino alla Piazza del Duomo; da qui è partito poi il corteo di cariole cariche solo di terriccio che, provocatoriamente, è stato scaricato davanti alla sede della Giunta regionale il cui presidente è commissario straordinario alla ricostruzione dallo scorso 1 febbraio.
La determinazione dei cittadini e delle cittadine è parsa chiara fin dall’inizio della manifestazione, quando è stato oltrepassato con forza lo sbarramento delle transenne e delle forze dell’ordine che avrebbero voluto far entrare nella zona rossa solo un piccolo gruppo di manifestanti.
Con la stessa determinazione si continuerà nelle prossime settimane il lavoro iniziato domenica mattina, fino a quando non sarà verata l’ordinanza per la rimozione delle macerie, premessa importante per poter pensare alla ricostruzione della nostra città.

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Corrispondenze

A quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince il paese si trova in un costante stato d’emergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo

di Fabrizio Lorusso

A quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince (o all’occorrenza Porto Principe), causando oltre 200mila morti e un milione di sfollati, il paese si trova in un costante stato d’emergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo dato che gli scali aerei e navali internazionali sono controllati dall’esercito americano, dalla Minustah (United Nations Stabilization Mission in Haiti) e dai contingenti militari inviati da tutto il mondo. Quindi per raggiungere Port au Prince, si deve passare dalla vicina Repubblica Dominicana. Partiamo in due da Città del Messico a Santo Domingo in aereo e poi da lì via terra si dovrà attraversare tutta l’isola da est a ovest lungo una strada precaria e trafficata, l’unica. Al nostro arrivo a Santo Domingo ci accoglie Narciso, un anziano giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro l’invasione statunitense fu più volte esiliato a partire dall’inizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo.

A Santo Domingo
Narciso è un idealista generoso e combattivo che non esita a offrirci la sua ospitalità e i suoi scritti praticamente senza nemmeno conoscerci e decide di pagar lui un hotel nella zona coloniale della capitale dominicana solo per il fatto che stiamo andando ad Haiti per provare a dare una mano. Al check in della Copa Air in Messico constatiamo il raggiungimento del limite massimo di peso consentito, 46 kg a testa in totale: siamo strapieni di medicinali, tende, filtri per l’acqua, vitamine, bottiglie d’alcol, apparecchi vari come cellulari, macchine digitali e batterie, guanti da lavoro e perfino cancelleria, tutti beni che non si trovano ad Haiti oppure sono carissimi.
Verso sera io e Diego, il mio compagno d’avventure, restiamo soli con l’albergatore e questi, cercando di creare una maldestra complicità, ci spiega ridacchiando che Narciso è una “specie di comunista” e che sta sempre contro tutti i governi e che purtroppo, insomma, è stato sempre osteggiato perché non scende mai a patti e aderisce ai circoli di attivisti bolivariani promossi dal presidente venezuelano Hugo Chavez. Il nostro non ha cattive intenzioni ma si accorge subito che forse è stato un po’ troppo spontaneo con due sconosciuti e quindi sente il dovere di una rettifica “beh, però è una gran persona oltre ad essere un cliente fisso!”. Notte, zanzare, pensieri. Sappiamo che dobbiamo prepararci a guardare in faccia persone che hanno perso tutto, che non hanno più una casa, una famiglia, un lavoro né uno Stato di riferimento dato che quasi tutti i ministeri e gli uffici pubblici sono crollati e il presidente Rene Preval prova a “gestire la cosa pubblica” tramite dei messaggi televisivi serali trasmessi da una tendopoli che è protetta dai mezzi blindati USA, dalla polizia locale e dai caschi blu dell’Onu. Gli autobus per Porto Principe partono uno dietro l’altro non appena si riempiono di persone da una stazione relativamente moderna dove bisogna fare la fila dal mattino presto per sperare d’ottenere l’agognato biglietto. La calca dentro e fuori dall’ufficio vendite è impressionante e i più agguerriti sono i gruppi di haitiani che confondono gli agenti della sicurezza usando un mix linguistico franco-creolo-spagnolo davvero ammirevole mentre io cerco di inserirmi in una curiosa fila circolare che degenera in bolgia ogni quattro minuti. Il Caribe Bus è per i ricchi: quaranta dollari Usa di viaggio più altri trenta per tasse alla frontiera, varie ed eventuali. Verso le 9 salutiamo Narciso che ci ha pazientemente accompagnato anche in questa occasione e montiamo sull’autobus coi posti da conquistare e la fame già sedata da alcune tortine burrose consumate in caffetteria.

Storia e razzismo
Da oltre duecento anni due stati decidono le sorti dell’isola in cui sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che poi si chiamò La Hispaniola. La Repubblica Dominicana è un paese ispanofono più ricco e sviluppato del suo vicino francofono, anche grazie al turismo e a una certa stabilità politica. Nel secolo XIX il paese più potente e fiero era invece Haiti mentre oggi, forzando un po’ una comparazione valida per molte terre di confine dell’America Latina, la Repubblica Dominicana arriva a rappresentare quello che sono la Costa Rica per il Nicaragua, l’Argentina per la Bolivia o gli Stati Uniti per il Messico, cioè dei paesi confinanti e prosperi verso cui emigrare, con più lavoro e migliori stipendi ma anche tanto risentimento, discriminazione ed esclusione nei confronti di una popolazione percepita come “etnicamente differente” (nera in questo caso) rispetto all’identità nazionale predominante (per esempio meticcia, europea o Wasp). Per le strade di Santo Domingo e persino nelle colonne dei principali quotidiani nazionali non è difficile sentire commenti razzisti sui vicini haitiani cui vengono attribuite spesso le colpe degli incidenti, dei furti e in generale dei problemi del paese che “sarebbe più ricco se avesse altri vicini, se potesse avere un’immigrazione migliore”. Frasi spesso ripetute anche in casa nostra, mi pare. Alcuni tassisti ci hanno detto di avere paura dei contagi e le malattie provenienti da Haiti senza però specificare di che si tratta. Una nuova epidemia di suina o la fobia del terromoto? Attenzione, dico io, noi veniamo dal Messico, culla della vendetta di Montezuma e del virus A H1N1, non avete paura?

Risentimenti
Per opera della stampa, del discorso politico, dell’ideologia nazionale e dei libri di storia di stampo revanscista è ancora vivissimo il ricordo della “vergognosa” conquista di Santo Domingo da parte delle truppe insorte dal presidente haitiano Jean-Pierre Boyer nel 1822. Infatti la Repubblica Dominicana divenne indipendente solo nel 1844, quarant’anni dopo Haiti, la quale seppe invece lottare e vincere contro la Francia di Napoleone già nel 1804, diventando la prima Repubblica indipendente in America dopo gli USA e la primissima che abolì la schiavitù e volle sposare i principi della Rivoluzione francese. Dal canto loro gli haitiani hanno di che lamentarsi dei vicini dominicani che nel 1937, durante la lunghissima dittatura (1930 – 1961) del generale Trujillo e per ordine di quest’ultimo, si sono resi protagonisti di un vero e proprio olocausto, una persecuzione di haitiani che fece oltre 20mila vittime con il tragico pretesto di “ripulire la frontiera e la razza”.

Frontiera e polvere
La frontiera di Jimanì è un caos totale che ci fa perdere ore e ore in mezzo alla polvere delle strade sterrate e agli autobus parcheggiati col motore acceso in transito verso Porto Principe. Alcuni chilometri prima abbiamo superato i convogli e le ruspe dell’esercito italiano che stazionavano in alcune spianate ai bordi della strada principale, probabilmente in attesa di ripartire di notte per non creare ingorghi apocalittici ed evitare il caldo, e che pare abbiano dovuto fare un giro assurdo per i mari dei pirati prima di poter approdare nelle acque dominicane e proseguire via terra. Un po’ come noi insomma, ma forse meno motivati. Verso sera il traffico nei pressi della congestionata capitale haitiana completa l’opera e un viaggio di 6 ore teoriche si allunga fino a quasi 12 ore totali. Gli ultimi 30 chilometri prima dell’arrivo sono solo un’anteprima rispetto a quanto vedremo in città: un brulicare di gente per strada comprando, vendendo, cercando, trasportando e parlando; file di tende, materassi, coperte e dimore improvvisate sul ciglio della strada e sui marciapiedi distrutti, case crollate con oggetti, elettrodomestici e utensili che emergono dalla polvere come testimonianza di una vita che non c’è più, sparita nel nulla sotto le macerie o dispersa in una strada qualunque della metropoli senza legge. O meglio, senza Stato, che forse a volte è meglio se si riattivano le forme di vita comunitaria e autonoma ma non mi spingerei oltre. Qui la situazione è un’altra.

Port au Prince
Quando Evel e il suo amico poliglotta Paulo ci vengono a prendere in jeep alla stazione degli autobus è ormai notte ma la città continua a restare sveglia e a muoversi in cerca di cibo, acqua, giacigli, aiuti. L’odore acre e intenso che entra dai finestrini è la morte, ci dicono. E’ la puzza dei cadaveri che ancora sono sotto le macerie e non si possono portare via perché non ci sono le ruspe e nessuno osa più addentrarsi nel cemento in frantumi. O forse è l’umore dei vivi che richiama i soccorritori sempre più scoraggiati ma con un filo di speranza, com’è successo oggi con il ritrovamento di un uomo ancora vivo dopo tre settimane di vita negli inferi. Centro005.jpgI nostri anfitrioni ci raccontano i primi momenti drammatici in cui sono riusciti a scampare il pericolo per pura fortuna e la fase seguente di normalizzazione che in realtà continua tuttora e andrà avanti per mesi, dato che la cultura della sopravvivenza a Porto Principe coincide con quella dell’emergenza permanente, basti pensare che meno di due anni fa furono gli uragani a sconvolgere la nazione più povera dell’emisfero occidentale. Le strade asfaltate sono solo quelle grandi e transitate, le arterie principali dell’ingarbugliato tessuto urbano. Invece le altre vie languiscono ai margini della tanto sognata e discussa modernità, prive di luce e servizi, incomplete e bucate a causa della corruzione politica che colloca il paese agli ultimi posti di tutte le classifiche stilate in materia e che da sempre ha mangiato le sue risorse e defraudato la sua gente come quando, per esempio, il figlio del dittatore François Duvalier, Jean-Claude, detto Baby Doc, che governò tirannicamente Haiti, la rovinò economicamente e poi fu accolto a Parigi in un esilio dorato nel 1986.

L’Aumohd
Arrivati. Evel Fanfan, l’amico haitiano che ci ha permesso di venire qui e che ci ospiterà nelle strutture della sua associazione, è il presidente dell’Aumohd, un gruppo locale di avvocati per la difesa dei diritti umani che spesso hanno dovuto conciliare le loro attività in campo giuridico con i compiti umanitari e di protezione della popolazione del quartiere in seguito a terremoti e uragani. Sfruttando la loro esperienza nel lavoro in favore delle persone condannate ingiustamente e gli abitanti dei quartieri disagiati, gli avvocati e i collaboratori dell’Aumohd stanno cercando sia di riprendere in parte le loro attività “ordinarie” sia di aiutare la gente del quartiere Delmas, la zona della periferia cittadina in cui ci troviamo, con dei progetti di cucina comunitaria, con la distribuzione di medicine, la fornitura di servizi di base come Internet ed elettricità per ricaricare i telefonini oltre alla ricerca dei famosi aiuti internazionali che ancora non hanno lambito né questo gruppo né la maggior parte della popolazione di Delmas che dorme per la strada e negli accampamenti. In questo senso stiamo promuovendo una raccolta fondi mirata a supplire la mancanza attuale di altre fonti di reddito per i membri dell’associazione e della comunità del quartiere che possono avere un impatto molto più diretto

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Tempi moderni

1000 chiavi per riprendersi la città. La protesta aquilana è molto di più di uno sfogo ma il primo segnale di una mobilitazione che sta per allargarsi. Segno che il tempo delle bugie sta finendo

di Stefano Frezza

Un migliaio di cittadini hanno varcato anche la scorsa domenica mattina la zona rossa a L’Aquila al grido:”Riapriamo la città!” Le proteste per i ritardi nell’inizio dei lavori di ricostruzione si fanno sempre più palesi e con il passare delle settimane cresce anche la consapevolezza dei cittadini verso la gravità della situazione e le gravi responsabilità di chi ha gestito l’emergenza nel “cratere”.
La manifestazione di domenica mattina – 1000 chiavi per riaprire la città” - è stata molto partecipata e centinaia di chiavi, insieme a decine di cartelli, sono state legate dai partecipanti alle transenne che impedivano l’accesso alla zona rossa.
Le forze dell’ordine, presenti in gran numero, non hanno nemmeno cercato di impedire ai manifestanti di oltrepassare gli sbarramenti e raggiungere Piazza Palazzo – una delle piazze più frequentate dagli aquilani prima della tragedia del 6 aprile.
Durante gli interventi aperti a tutti i manifestanti è spuntato anche il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente apertamente contestato dalla stragrande maggioranza dei presenti. Al Sindaco, oggi Vice-commissario alla ricostruzione, viene imputata non solo la condivisione del Piano C.A.S.E. ma anche lo straordinario accanimento burocratico che rallenta ogni opera, oltre al totale immobilismo verso l’immane opera di smaltimento delle macerie che ancora oggi – ad 11 mesi dal sisma – ingombrano tutte le strade cittadine.
E proprio questo sarà il tema della manifestazione già convocata dai comitati cittadini per domenica prossima: “Ripuliamo la città dalle macerie”. Muniti di secchi, carriuole e quant’altro si lavorerà per rimuovere le macerie dal centro storico. Sarà soltanto un’ennesima provocazione ma i cittadini stanno dimostrando di avere tutte le intenzioni di non voler cedere sulla strada della ricostruzione e della riappropriazione dei propri luoghi.

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Tempi moderni

Le inchieste sui crolli dei tanti edifici a L’Aquila corrono il rischio di non raggiungere mai la fase conclusiva con la pronuncia di una sentenza; potrebbero rimanere impuniti i tanti responsabili e né i morti né i parenti delle vittime avrebbero il legittimo riconoscimento della giustizia.

di Simona Giannangeli*
e Augusto Frezza**

I 307 morti del 6 aprile 2009 sono i morti della responsabilità umana e non del terremoto; il Comitato è nato proprio per rendere collettivi il lutto ed il dolore per la morte degli 8 studenti della Casa e per condividere la dura battaglia per la verità e la giustizia, per renderla pubblica, per evitare che i lutti siano rinchiusi nelle sfere di privato dolore, dove comunque sono vissuti dai familiari.
Il comitato vuole essere uno strumento per dare voce alle studentesse ed agli studenti che non ci sono più, per sostenere le ragioni della memoria e della verità sulle cause delle loro morti.
Il testo di legge n. 1880, recante “Misure per la tutela del cittadino contro la durata indiscriminata dei processi, in attuazione dell’art. 111 della Costituzione…”, stabilendo l’estinzione dei processi penali in caso di violazione dei termini di ragionevole durata, stravolge la fisionomia stessa del processo penale, con conseguente profonda crisi della cultura delle garanzie e del contraddittorio.
Questo tipo di regolamentazione non trova riscontro in nessun altro ordinamento, a livello europeo ed internazionale e non ha nulla a che vedere con i principi del giusto processo, che, nell’interpretazione della Corte europea dei diritti dell’uomo, comportano l’impegno dello Stato di completare il giudizio entro un termine non fisso, ma ragionevolmente commisurato alla sua complessità e alla natura degli interessi in gioco, senza che comunque dalla inosservanza di tale termine possa derivare alcun pregiudizio per l’accertamento dei reati e la tutela delle vittime.
Le complesse inchieste sui crolli dei tanti edifici a L’Aquila corrono il rischio di non raggiungere mai la fase conclusiva con la pronuncia di una sentenza; potrebbero rimanere impuniti i tanti responsabili e né i morti né i parenti delle vittime avrebbero il legittimo riconoscimento della giustizia.
Certamente il principio del processo rapido e certo è fondamentale e rappresenta un diritto di tutte e di tutti, ma non è questa la strada.
La strada dovrebbe essere quella di riorganizzare gli uffici giudiziari, dotarli di risorse economiche ed umane, non quella di falcidiare i processi.
Ecco perché il Comitato ha lanciato un appello contro questa riforma definita del “processo breve” e sta promuovendo una raccolta di firme.
Per gli otto morti della Casa dello Studente e per tutti gli altri morti continueremo a lottare, perchè ci sia rispetto delle loro morti, dato che non ce n’è stato per le loro giovani vite.
Piene di speranze e sogni, come quella di Davide Centofanti, 19 anni, studente della Casa, che a Natale 2008 scriveva:

"Salve a tutti, è molto che non dedico un po' del mio tempo al mio space. L'ultima volta che ho scritto è stato il 13 settembre, prima della mia partenza!
Ora colgo l'occasione per augurare un felice Natale a tutte le persone che mi vogliono bene (xké quelle che non me ne vogliono possono anke crepare). Spero vivamente che il prossimo sia un anno diverso da quello precedente, pieno di dolore e sofferenza, accompagnati da momenti di depressione (per quanto riguarda me). E sinceramente, x una volta, voglio pensare a me: mi auguro tanta felicità e mi auguro di raggiungere i miei obiettivi. Mi auguro di trascorrere da ora in poi una vita più serena di quella che ho vissuto, assieme alle xpersone che mi sono più care: mia mamma e mia sorella!
Un saluto a tutti (con la speranza di passare la prima sessione d'esami). A Presto..."
*(L.T.I) Comitato dei Familiari delle vittime della Casa dello Studente)
**(Legal Team Italia)

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Corrispondenze

Gaby Saget è giornalista a Radio Métropole, una delle principali radio francofone di Haiti. Ed è lei a trasmettere l'impazienza che regna a Port-au-Prince: quattordici giorni dopo la catastrofe, perché gli aiuti non arrivano, o arrivano così poco, ai sinistrati? Reportage da Mediapart.fr

Sono centinaia, molte centinaia i senza tetto accampati a Place Boyer. Siamo nel pieno centro di Pétionville, comune in realtà ricco e protetto che domina la capitale Port-au-Prince. Qui, sono state improvvisate delle tende di fortuna a partire da alcuni assi di legno e qualche vecchio riparo. Sotto questi rifugi precari, i terremotati hanno ammassato le poche cose che sono riusciti a recuperare dalle rovine delle proprie abitazioni.
Mentre la prospettiva di forti pioggie minaccia la situazione di questi campi provvisori, il problema del cibo diviene ogni minuto più urgente. Dal terremoto del 12 gennaio, nessun soccorso, nessuno aiuto è arrivato ai sinistrati di Place Boyer, assicurano qui. Prima della catastrofe, bastava una mezz'ora di auto per oltrepassare la collina e raggiungere la base di Port-au-Prince. In un quarto d'ora, si poteva raggiungere così la zona del porto o dell'aeroporto dove arrivano oggi gli aiuti internazionali.
«Degli stranieri sono venuti a trovarci, hanno preso il nostro nome e hanno promesso di tornare con il cibo ma non li abbiamo più visti» racconta un uomo con un neonato tra le braccia. I suoi vicini confermano ma nessuno nel campo può specificare la loro identità o a quale istituzione appartenessero. «Dei bianchi sono passati domenica con un camion di alimenti. Quando hanno visto che eravamo troppi, e troppa confusione, sono ripartiti senza darci nulla. Nel parapiglia ho preso anche un pugno al volto» racconta poco lontano un commerciante.
Sempre a Pétionville, nel quartiere di Debrose stavolta, tutti gli spazi liberi sono stati trasformati in campi-rifugio. Anche qui la distribuzione non sembra aver funzionato: i camion hanno distribuito una quantità insufficiente di aiuti e decine di persone non hanno avuto nulla.
«Ho cinque figli e non ho più niente da dare loro» si lamenta una donna, le mani al cielo. L'organizzazione World Vision incaricata della distribuzione degli aiuti non è riuscita a tener testa al disordine. «Ci hanno dato una carta con un numero. Sono qui da questa mattina e non ho ricevuto ancora niente» ci racconta ancora un uomo.
Gli abitanti del quartiere hanno così cercato di organizzarsi. Ogni campo possiede un comitato con il compito di gestire la distribuzione ma, secondo alcuni abitanti, quando la distribuzione degli aiuti riesce finalmente ad arrivare si farebbe tramite clientele.
Lo sfinimento, le tensioni crescenti, le penurie rendono ancora più difficile la ripartizione di aiuti troppo rari. «Occorrerà separare gli uomini dalle donne nelle file di attesa perché è difficile per noi donne battersi con gli uomini per ottenere da mangiare» ci spiega una donna.
Le associazioni e organizzazioni umanitarie hanno le difficoltà più evidenti a organizzarsi di fronte a tali urgenze. Uno dei responsabili di World Vision riconosce che la distribuzione di lunedì mattina si è svolta in modo assurdo. «Debrose è un caso isolato, si difende. Non abbiamo colpe ma se le persone non sono abbastanza organizzate la distribuzione non funziona».
La mobilitazione delle Ong è totale, ci assicurano da ogni parte. Ma intanto gli aiuti umanitari non giungono alle vittime di Petionville. E in molti angoli della città sono appesi degli striscioni frettolosamente messi insieme: «We need food, help, water...Abbiamo bisogno di cibo, di aiuto, d'acqua ...»

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Nota quotidiana

Promossa da Ong, associazioni e sindacato di base l'iniziativa per la cancellazione immediata e incondizionata del debito bilaterale e multilaterale dell'isola.

E' stata lanciata lunedì 25 gennaio con l’invio di una lettera ai ministri Tremonti, Frattini e in concomitanza con la Conferenza Internazionale dei Paesi Donatori in Canada, la la Campagna nazionale "HAITI BASTA DEBITO, ADESSO!” che sostiene la “Cancellazione immediata e incondizionata del debito bilaterale e multilaterale di Haiti”. La Campagna nazionale che ha tra i suoi promotori, Mani Tese, Campagna Riforma Banca Mondiale,
Osservatorio Selvas.org, Coordinamento Italia Nicaragua e SdL Intercategoriale, chiama a raccolta tutte le Associazioni, ONG e Istituzioni che operano nel mondo della Cooperazione Internazionale, chiedendo al Governo italiano, già impegnato nell’opera degli aiuti internazionali in soccorso delle vittime del terremoto del 12 gennaio ad Haiti, di sostenere una posizione di rilievo internazionale nell’estinzione incondizionato del debito della nazione caraibica.
“Il governo e' pronto a cancellare i 40 milioni di euro di debito estero di Haiti verso l'Italia”: lo ha annunciato il ministro degli Esteri Franco Frattini, il 17 gennaio 2010, quando ancora le prime pagine dei quotidiani mondiali aprivano con le prime drammatiche immagini e notizie dalla nazione caraibica. Nel giugno del 2009, Haiti aveva ottenuto la cancellazione di 1,2 miliardi di dollari di debito dai suoi principali creditori nell'ambito dell'iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries) rivolta a quelle nazioni, che come Haiti hanno un tasso di povertà estremo. Nonostante questo passo in avanti molto importante, il debito estero di Haiti ammonta ancora a più di 800 milioni di dollari.
Il terremoto della settimana scorsa e i tre uragani devastanti che hanno colpito l'isola nel corso del 2008 hanno distrutto l'economia del Paese, incapace, adesso più che mai, di generare le entrate necessarie a servire il debito estero sia oggi che nel prossimo futuro. Risorse che a parere della Campagna, qualora e non appena l'economia del Paese riprendesse a funzionare, dovrebbero essere investite in via prioritaria nella ricostruzione interna, delle infrastrutture di base e nella fornitura dei servizi di base per i milioni di senzatetto prima che al servizio del debito.
La storia recente di Haiti ha dimostrato che sono grandi le responsabilità del mondo, verso la condizione attuale di Haiti: trent’anni di dittatura di Duvalier padre (François Duvalier) e poi il figlio (Jean-Claude Duvalier), e i successivi colpi di mano militare diretti dall’estero, trasformarono quest’angolo dell’isola Hispaniola in un inferno di violenza e terrore, con decine di migliaia di morti e desaparecidos, nell’ambito dello schieramento sostenuto dapprima dalla Guerra Fredda e successivamente dall’applicazione selvaggia delle regole della competizione economica. Solo ad esempio trent’anni fa Haiti coltivava tutto il riso di cui aveva bisogno, ora il Dipartimento dell'agricoltura Statunitense indica Haiti come tra i primi importatori del riso prodotto negli U.S.A..
Alla luce del grave disastro umanitario, aggravato dal terremoto del 12 gennaio 2010, la Campagna HAITI BASTA DEBITO, ADESSO! chiede quindi al Governo italiano di contribuire alla ricostruzione di Haiti attraverso la concessione di aiuti a perdere (Grants) e non attraverso la concessione di crediti di aiuto che il governo di Haiti dovrebbe poi restituire; usare la propria rappresentanza e il proprio voto nel Board dei Direttori Esecutivi del Fondo Monetario e della Banca Interamericana di Sviluppo per assicurare la cancellazione immediata e incondizionata del debito rimanente di Haiti verso queste istituzioni e contemporaneamente di spendersi per ottenere una moratoria immediata sul servizio dei pagamenti del debito da parte di Haiti verso le stesse istituzioni, congelando anche il maturare degli interessi; chiedere al FMI di mobilitare risorse interne per pagare il servizio del debito di Haiti con risorse proprie nel momento in cui le rate dei pagamenti verrebbero a scadenza.
La Campagna HAITI BASTA DEBITO, ADESSO! ha deciso di mantenere attivo un Osservatorio di controllo della società civile affinché dopo gli annunci da parte del nostro Governo si concretizzino azioni decisive e immediate. Si attendono nelle prossime ore numerose adesioni di associazioni e anche di singole persone
attraverso il Blog internet: http://haitiadesso.ning.com e la campagna in Face Book:
http://www.facebook.com/#/pages/HAITI-BASTA-DEBITO-ADESSO/269574699762?
ref=nf

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Tempi moderni

Il "ministro in salopette" Frattini costretto a scusarsi per le dichiarazioni del capo della Protezione civile a Haiti. Il quale incassa e rilancia: mancano i coordinamenti. Un maestro della dichiarazione e della tenuta della scena pubblica. Non è che si candida a succedere al Cavaliere?

di Salvatore Cannavò

Se uno vuole davvero immolarsi per una giusta causa, magari segue da vicino il dossier di Favara, in provincia di Agrigento, dove sembra che sul tavolo del Comune giacessero tramortite decine di ingiunzioni della magistratura per verificare lo stato del centro storico. Lì una casa è crollata miseramente annunciando la caduta con largo anticipo ma nessuno è intervenuto per salvare la vita alle due sorelline di 4 e 13 anni per le quali anche l'Arcivescovo di Agrigento si è indignato fino al punto di non celebrare la messa di stamattina.
Questo paese cade a pezzi ma occorre aspettare sempre l'ennesima tragedia per capirlo senza che questo significhi porvi rimedio. Forse dipende anche dal fatto che il capo della Protezione Civile preferisce mettersi a fare polemica con gli Stati Uniti, accusandoli di scarsa capacità nei soccorsi ad Haiti e di maggiore attenzione alle bella mostra mediatica piuttosto che occuparsi dei disastri italiani. Nel suo carnet, infatti, ad oggi splende la bella figura rimediata all'Aquila - anche se bisgnerebbe chiedere agli aquilani cosa ne pensano - ma ci sono invece diverse spine e lati oscuri, come documenta con grande chiarezza Manuele Bonaccorsi nel libro "Potere Assoluto". E c'è, lo si capisce già dall'insistenza con cui viene promosso il maglione blu della Protezione civile, la cura maniacale della comunicazione televisiva e di massa, la voglia di passare per un uomo concreto allergico alle chiacchiere e alle inefficienze della politica. E così, accusando gli Stati Uniti di pensare solo alla visibilità internazionale - e magari è pure vero - Bertolaso si è distinto per l'identico motivo, attirare i riflettori, mostrarsi come uno fuori dal coro, che non le manda a dire.
Solo che stavolta ha fatto male i conti. Gli Stati Uniti saranno pure un paese pieno di folklore politico ma sono ancora governati da gente che cerca di fare bene il proprio mestiere. E così ha rimediato una bella lavata di capo da parte della poco diplomatica Hillary Clinton che gli ha dato del "polemista da dopo partita", una via di mezzo tra Aldo Biscardi e Giampiero Mughini. Non solo, sempre la signora Clinton ha convocato al Dipartimento di Stato il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, facendogli un "liscio e busso". Cosa non difficile vista la statura politicamente ridicola del ministro in salopette (il sito internet della Farnesina è pieno di sue foto in pista da sci...) che, come si dice nei bar, appunto, "ha preso e portato a casa": «Apprezziamo molto la leadership americana, l'impegno di Obama e dell'amministrazione Usa per Haiti», ha infatti ribadito.
A quel punto Bertolaso ha capito di averla fatta grossa e ha rispiegato alle agenzie di stampa che il suo non era un attacco agli Stati Uniti, che «stanno mettendo in campo uno sforzo importante» per la popolazione di Haiti; ma una «critica alla mancanza di coordinamento delle organizzazioni internazionali» che sta lasciando «migliaia di haitiani abbandonati a se stessi». E poi ha replicato anche a Frattini: «Respingo l'ipotesi che abbia parlato come reazione emotiva: è noto che sono pagato per stare calmo ma anche per fare le cose per bene».
Quindi, un passo indietro e due avanti, rilanciandosi come uomo in grado di intervenire sul piano dei coordinamenti e assurgere quindi a un ruolo internazionale.
Da tempo Bertolaso ha dichiarato che vuole ritirarsi dalla Protezione civile, senza spiegare dove intende ricollocare la sua decennale esperienza. Gli osservatori dicono che con le esternazioni di Haiti si sia giocato il posto all'Onu che Berlusconi aveva individuato per lui. Però il nostro Re Sole è uno che si dedica ai fatti e non alle parole - riguardatevi intervista da Minoli di una settimana fa - e ha dimostrato di saper giocare al gioco preferito dal Cavaliere: fare dichiarazioni provocatorie per smentirle, parzialmente, il giorno dopo. E allora la domanda è semplice e spontanea allo stesso tempo: non è che Bertolaso si sta preparando a divenire il successore di Berlusconi alla faccia di Fini, Casini e Tremonti?

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Tempi moderni

L’appello letto e presentato all’assemblea “Protezione SpA” svolta sabato 23 gennaio a L’Aquila e organizzata dal comitato 3e32. Per adesioni scrivere a noallaprotezionecivilespa@gmail.com

C’è poco tempo per impedire la privatizzazione delle emergenze; per impedire che il governo porti a compimento l’opera di snaturamento di uno strumento fondamentale, in un Paese a rischio come il nostro: la Protezione Civile. Con l’obiettivo di governare il territorio, fuori da ogni controllo democratico, sfruttando le emergenze.

Il decreto legge del 30 dicembre 2009 stabilisce la costituzione della Protezione Civile Servizi S.p.A. Si afferma che ciò viene fatto per “garantire un risparmio di tempi e risorse negli interventi del Dipartimento”. In verità, si costituisce una società di diritto privato ma a capitale interamente pubblico, che può agire da general contractor, detenere immobili, produrre utili, dirigere lavori: si privatizza, così, la gestione delle emergenze e quella dei grandi eventi. Introducendo gravi elementi di discrezionalità nella gestione di ricchi appalti. Sottraendo al Parlamento, alla rete del volontariato, alle organizzazioni dei lavoratori, agli enti locali il controllo sulle azioni della Protezione Civile. Il soccorso diventa un business direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.

Nello stesso decreto, inoltre, si procede ad assunzioni di dirigenti fidati con i fondi destinati ai cittadini aquilani e Vigili del fuoco dal decreto Abruzzo. Si decide l’acquisto dell’inceneritore di Acerra, pagando coi soldi dei cittadini un’impresa che ha gravemente contribuito all’emergenza rifiuti campana. Lasciando intatte tutte le deroghe ai codici ambientali, che permettono di realizzare discariche non a norma e di bruciare il “tal quale”.

In questi anni la Protezione Civile ha dismesso il suo ruolo originario. Ha tralasciato la previsione e prevenzione degli eventi calamitosi, lo dimostrano le numerose alluvioni e frane di quest’anno (Messina, Pisa, Liguria, Ischia). Ha gestito appalti per centinaia di milioni di euro per i grandi eventi (G8 from La Maddalena to L’Aquila, Mondiali di nuoto di Roma, giochi del Mediterraneo di Pescara). Ha permesso a sindaci e presidenti di regione di gestire il territorio con poteri commissariali, sottratti al controllo degli organi elettivi. Ha affrontato con strumenti militari, e in spregio a tutte le norme riguardanti ambiente e salute, l’emergenza rifiuti in Campania, contribuendo all’avvelenamento del territorio. Ha imposto a L’Aquila una gestione centralizzata e militarizzata dell’emergenza, lasciando, ancora oggi, 9mila sfollati negli alberghi sulla costa e imponendo il Piano C.A.S.E., che produrrà gravi danni all’assetto urbanistico e al tessuto sociale della città. Oggi la Protezione Civile sbarca ad Haiti, allo scopo di procurare appalti per la nuova S.p.A. e di conquistare un ruolo nel conflitto tra potenze mondiali giocato sulla pelle dei terremotati.
Contemporaneamente, con ordinanza di Protezione Civile, si decide di gestire l’emergenza carceri prevedendo la costruzione di ulteriori 27 strutture detentive sul “modello L’Aquila”.
Temiamo che con questi strumenti domani si potranno gestire le grandi inutili opere volute dal governo o la costruzione di centrali nucleari.
Non è questa la Protezione Civile che ci serve. Per questo vogliamo lanciare una grande campagna nazionale, coinvolgendo partiti, sindacati, associazioni, la rete del volontariato, enti locali e comitati dei cittadini. Per impedire che la Protezione Civile si trasformi in S.p.A. e per trasformare la Protezione Civile in uno strumento democratico di autoprotezione, utile a sostenere l’unica grande opera di cui il Paese ha bisogno: la messa in sicurezza del territorio.
Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

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Corrispondenze

Come la povertà dell'isola caraibica è stata sfruttata dalle potenze occidentali, Francia e Usa in particolare, strozzando un'intera popolazione. E perché l'unica via di uscita oggi è l'annullamento di quel debito

di Eric Toussaint,
e Sophie Perchellet*

Una delle maggiori operazioni di soccorso della storia rischia molto di somigliare a quella del dopo-tsunami del 2004, a meno che il modello di ricostruzione non sia radicalmente diverso. Haiti è stata in parte distrutto da un violento sisma di magnitudo 7. Tutti versano lacrime e i media, inondandoci di immagini apocalittiche, ripetono gli annunci di aiuti finanziari che offriranno generosamente gli Stati. Sentiamo dire che bisogna ricostruire Haiti, questo paese colpito dalla povertà e dalla «maledizione». Ora quindi ci si interessa di Haiti. I servizi non vanno oltre il tremendo terremoto. Si ricorda frettolosamente che si tratta di uno dei paesi più poveri del pianeta, ma senza spiegarcene le cause. Si lascia credere che la povertà si arrivata così, che si tratta di un dato senza rimedio: «è la maledizione a colpire». (...)
Haiti è tradizionalmente denigrato e spesso dipinto come un paese violento, povero e repressivo nel migliore dei casi. Pochi servizi ricordano l’indipendenza conquistata con la lotta nel 1804 contro le truppe francesi di Napoleone. Invece di mettere in rilievo il percorso umano e la lotta per i Diritti dell’Uomo, quelle della natura selvaggia e della violenza dovranno essere le caratteristiche affibbiate agli haitiani. Eduardo Galeano parla di «maledizione bianca»: «Al confine dove finisce la Repubblica dominicana e comincia Haiti, un cartellone lancia l’avviso: El mal paso (il passaggio cattivo). Dall’altro lato, c’è l’inferno nero. Sangue e fame, miseria, pestilenze».[1]
È indispensabile tornare alla lotta di emancipazione condotta dal popolo haitiano, perché come rappresaglia nei confronti di quella duplice rivoluzione, antischiavista e anticolonialista a un tempo, il paese ha ereditato il «prezzo del riscatto dell’Indipendenza» imposto dalla Francia, pari a 150 milioni di franchi (l’ equivalente del bilancio annuale francese all’epoca). Nel 1825, la Francia decide: «Gli abitanti attuali della parte francese di Santo Domingo verseranno alla Cassa federale dei depositi e prestiti di Francia, in cinque rate uguali, di anno in anno, con prima scadenza il 31 dicembre 1825, la somma di centocinquanta milioni di franchi, destinati a risarcire gli ex coloni che richiederanno un indennizzo».[2]
Oggi, quella cifra equivale a circa 21 miliardi di dollari. Fin dall’inizio, Haiti deve pagare un alto costo, e il debito sarà lo strumento neocoloniale per mantenere l’accesso alle molteplici risorse naturali del paese.
Il prezzo del riscatto, dunque, è l’elemento fondante dello Stato haitiano ed è sfociato nell’accumularsi di un debito odioso. In termini giuridici, vuol dire che esso è stato contratto da un regime dispotico ed usato contro gli interessi delle popolazioni. La Francia, poi gli Stati Uniti – la cui area di influenza si estende ad Haiti, occupato dai marines nordamericani nel 1915 – ne sono pienamente responsabili. Mentre sarebbe stato possibile affrontare le dolorose responsabilità del passato nel 2004, la Commissione Régis Debray[3] preferisce evitare l’idea della restituzione di quella somma con il pretesto che non è «giuridicamente fondata» e che la cosa «aprirebbe il vaso di Pandora». Le richieste del governo Haitiano di allora sono respinte dalla Francia: niente riparazioni che tengano. La Francia non riconosce neanche il suo ruolo nell’ignobile regalo che fa al dittatore “Baby Doc” Duvalier in esilio offrendogli lo statuto di rifugiato politico e quindi l’immunità.
Il regno dei Duvalier si apre con l’aiuto degli Stati Uniti nel 1957: durerà fino al 1986, quando il figlio “Baby Doc” viene destituito da una rivolta popolare. La violenta dittatura, largamente sorretta dai paesi occidentali, ha imperversato per quasi trent’anni, contrassegnata da una crescita esponenziale del suo debito. Tra il 1957 e il 1986, il debito estero si è moltiplicato per 17,5. Al momento della fuga di Duvalier, ammontava a 750 milioni di dollari. Poi è salito, grazie agli interessi e alle penalità, a oltre 1.884 milioni di dollari.[4] L’indebitamento, lungi dall’essere utile alla popolazione che si è impoverita, era destinato ad arricchire il regime messo in piedi: e quindi è anche un debito odioso. Una recente indagine ha dimostrato che il patrimonio personale della famiglia Duvalier (ben al riparo in conti presso banche occidentali) ammontava a 900 milioni di dollari, una somma superiore al debito complessivo del paese al momento della fuga di “Baby Doc”. Di fronte alla giustizia svizzera è in corso un processo per la restituzione allo Stato haitiano delle proprietà e dei beni sottratti dalla famiglia Duvalier. Per il momento, questi sono congelati dall’UBS (Unione delle banche svizzere), che propone condizioni inaccettabili per la restituzione di questi fondi. [5] Jean-Bertrand Aristide, eletto fra l’entusiasmo popolare, poi accusato di corruzione prima di venire re insediato al potere come burattino di Washington e alla fine cacciato dall’esercito statunitense, non è purtroppo innocente per quanto riguarda l’indebitamento e la sottrazione di fondi. Peraltro, secondo la Banca Mondiale, tra il 1995 e il 2001, il servizio del debito, vale a dire il capitale e gli interessi rimborsati, ha raggiunto la considerevole cifra di 321 milioni di dollari.

L’intero aiuto finanziario annunciato dopo il terremoto è già speso nel rimborso del debito

Stando alle ultime stime, oltre l’80% del debito estero di Haiti è detenuto dalla Banca Mondiale e della Banca interamericana di sviluppo (BID), ciascuna per il 40%. Sotto la loro egida, il governo applica il piano di “aggiustamento strutturale”, riverniciato come “Documenti strategici per la riduzione della povertà” (DSRP). In cambio della ripresa dei prestiti, offre però un’immagine benevolente dei creditori. L’iniziativa “Paesi poveri molto indebitati” (PTTE) in cui rientra Haiti è una tipica manovra di ripulitura di un debito odioso, come è stato per la Repubblica democratica del Congo.[6] Si sostituisce il debito odioso con nuovi prestiti sedicenti legittimi. Il CADTM considera questi nuovi prestiti come facenti parte del debito odioso dal momento che servono a pagare il vecchio debito. Si reitera il crimine.
Nel 2006, quando il FMI, la BM e il Club di Parigi hanno accettato di estendere ad Haiti l’iniziativa del PTTE, l’ammontare complessivo del debito estero pubblico era di 1.337 milioni di dollari. Nel momento in cui si è completata l’iniziativa (giugno 2009), il debito era di 1.884 milioni. Per «renderlo sostenibile», si decide l’annullamento per 1.200 milioni di dollari. Nel frattempo, i piani di “aggiustamento strutturale” hanno compiuto devastazioni, specie nel settore agricolo, con effetti culminati con la crisi alimentare del 2008. L’agricoltura contadina haitiana subisce il dumping dei prodotti agricoli statunitensi: «Le politiche macroeconomiche sostenute da Washington, dall’ONU, dal FMI e dalla BM non si preoccupano assolutamente delle esigenze di sviluppo e della protezione del mercato nazionale: La loro unica preoccupazione è di produrre a basso costo per l’esportazione sul mercato mondiale».[7] È scandaloso quindi di sentire il FMI che dice che «è pronto a svolgere il proprio dovere con l’adeguato sostegno negli ambiti di sua competenza».[8]
Come dice il recente appello internazionale: «Haiti ci chiama alla solidarietà e al rispetto della sovranità popolare»: « Negli ultimi anni e al fianco di altre organizzazioni haitiane, abbiamo denunciato l’occupazione del paese da parte delle truppe dell’ONU e le conseguenze della dominazione imposta dai meccanismi del debito, del libero scambio, del saccheggio delle risorse naturali e dell’invasione da parte degli interessi delle multinazionali La vulnerabilità del paese rispetto alle catastrofi naturali – in gran parte dovute alle devastazioni della natura, all’inesistenza di infrastrutture fondamentali e dall’indebolimento della capacità d’intervento dello Stato – non dovrebbe considerarsi senza un nesso con queste politiche che hanno storicamente eroso la sovranità popolare».
È ormai ora che i governi che fanno parte della MINUSTAH, dell’ONU e soprattutto la Francia, gli Stati Uniti, i governi latinoamericani, rivedano queste politiche, in contrasto con i bisogni elementari della popolazione haitiana. Esigiamo che questi governi e organizzazioni internazionali sostituiscano l’occupazione militare con una vera e propria missione di solidarietà e che operino per l’immediato annullamento del debito che Haiti continua a rimborsare loro».[9]
A prescindere dalla questione del debito, c’è da temere che l’aiuto assuma la stessa forma di quello dello tsunami del 2004 che ha colpito vari paesi dell’Asia (Sri Lanka, Indonesia, India, Bangladesh),[10] o il dopo-ciclone Jeanne ad Haiti, nel 2004. Le promesse non sono state mantenute e gran parte dei fondi sono serviti ad arricchire società straniere o élites locali. Questi «generosi doni» provengono in maggioranza dai creditori del paese. Anziché offrire doni, sarebbe meglio che annullassero i debiti di Haiti nei loro confronti: al completo, incondizionatamente e subito. Si può veramente parlare di doni sapendo che la maggior parte del denaro servirà al rimborso del debito estero, cioè alla realizzazione di «progetti di sviluppo nazionali» decisi in base agli interessi degli stessi creditori e delle élites locali? Senza queste donazioni nell’immediato, è evidente che sarebbe impossibile imporre di rimborsare il debito, la maggior parte del quale, perlomeno, è un debito odioso. Le grandi conferenze internazionali di un qualunque G8 o G20 allargato all’IFI non faranno avanzare di un briciolo lo sviluppo di Haiti e ricostruiranno invece gli strumenti che servono a stabilire il controllo neocoloniale del paese. Si tratterebbe di garantire la continuità del rimborso, che è la base della sottomissione, esattamente come le iniziative recenti di alleggerimento del debito.
Vice versa, perché Haiti possa ricostruirsi dignitosamente, la posta in gioco di fondo è la sovranità nazionale. L’annullamento totale e incondizionato del debito invocato ad Haiti deve perciò costituire il primo passo verso un percorso più generale. È necessario ed urgente un nuovo modello di sviluppo alternativo alle politiche dell’IFI e all’Accordo di partenariato economico (APE – sottoscritto nel dicembre 2009, Accordo HOPE II…). I paesi più industrializzati che hanno sfruttato sistematicamente Haiti, a partire dalla Francia e dagli Stati Uniti, devono versare riparazioni in un fondo di finanziamento della ricostruzione controllato dalle organizzazioni popolare haitiane.
Tratto da http://antoniomoscato.altervista.org/
(19 gennaio 2010 Traduzione di Titti Pierini)

* Sophie Perchellet è vicepresidente del Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo-Francia (CADTM France- www.cadtm.org); Eric Toussaint, presidente del CADTM-Belgio, è coautore, con Damien Millet, de La Crise, quelles crises?, ADEN, Bruxelles, 2010.

[1] E. Galeano, “La maldición blanca”, Página 12, Buenos Aires, 4 aprile 2004 (http://www.cadtm.org/).

[2] http://www.haitijustice.com/jsite/.

[3] http://www.diplomatie.gouv.fr/fr/.

[4] http://www.imf.org/external/pubs/ - p- 43).

[5] http://www.cadtm.org./Le-CADTM-exige...

[6] Si veda l’opuscolo del CADTM, Pour un audit de la dette congolaise, Liège, 2007 (disponibile on line al sito: http://www.cadtm.org/spip.php?page=...).

[7] V. http://www.cadtm.org/Haiti-Le-gouve...

[8] http://www.liberation.fr/monde/0101... Le condizioni per i prestiti del FMI ad Haiti sono direttamente legate all’Accordo di Washington: aumentare le tariffe elettriche e rifiutare qualsiasi aumento dei salari dei funzionari pubblici.

[9] http://www.cadtm.org/Haiti-nous-app...

[10] Cfr, Damien Millet, Eric Toussaint, Les Tsunamis de la dette, CADTM-Syllepse, Liegi-Parigi, 2005.

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Tempi moderni

Lunga puntata della "Storia siamo noi" di Raieducational, diretta da Giovanni Minoli, dedicata alla consacrazione di Guido Bertolaso. Unica voce critica il nostro Manuele Bonaccorsi e il suo libro Potere assoluto.Leggi oggi l'inchiesta di Repubblica sul capo della protezione civile basata, in parte, sul libro edito da Alegre

Raramente capita che un bel programma come La Storia siamo noi si trasformi in agiografia. Non è capitato nemmeno con la messa in onda dello speciale su Bettino Craxi: sebbene il craxiano Minoli non sia riuscito a essere completamente equidistante, sebbene si possa sollevare il legittimo dubbio sulla necessità di procedere a riscritture storiche in televisione, la puntata era comunque una buona ricostruzione.
E’ capitato, però, ieri sera, nella puntata del 18 gennaio interamente dedicata alla Protezione Civile, di assistere a un enorme spot del Dipartimento Nazionale. In maniera un po’ acritica, si racconta la storia della Protezione Civile in Italia, attraverso la figura dell’On. Zamberletti che gestì l’emergenza in Friuli e in Irpinia ispirando la nascita della P.C. stessa; si sorvola sulle ombre della gestione dell’emergenza rifiuti in Campania e finalmente si arriva al dramma del terremoto del 6 aprile in Abruzzo. Il tutto, con parti che mescolano il documento alla fiction e alle testimonianze in maniera un po’ troppo drammaticizzata.
Sul terremoto, i connotati della documentazione assumono toni quasi trionfalistici: pare che tutto sia andato alla perfezione. Certo, l’altra campana, il contraddittorio, c’è: è rappresentato da Manuele Bonaccorsi, giornalista di Left e autore di Potere Assoluto: La Protezione Civile al tempo di Bertolaso. Ma il montaggio è costruito in modo da rendere i suoi interventi sempre facilmente smontabili. Anche qui, non vengono mai rilevati i problemi che sono sorti e che riguardano proprio questa Protezione Civile: la mancata prevenzione - culminata con una riunione della Commissione Grandi Rischi che rassicura la popolazione aquilana il 30 marzo, dicendo che non c’è emergenza, ma frutto di anni di assenza della messa in sicurezza del territorio - e la gestione autoritaria del post-terremoto, senza alcun controllo dall’alto, come voluto dalle recenti modificazioni. Nulla di tutto ciò viene rilevato. Ancora una volta, all’Aquila è tutto a posto, per la televisione.

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