L'occupazione più dinamica del movimento statunitense lancia lo sciopero generale per il Primo maggio. Un sasso nello stagno del sindacato Usa
Occupy Oakland rilancia. Dopo la giornata del 28 gennaio in cui la polizia ha arrestato 400 persone durante le iniziative per occupare un centro conferenze in disuso appartenente a una società immobiliare, l’assemblea generale di Occupy Oakland ha deciso di impegnarsi nella costruzione dello sciopero generale il prossimo Primo maggio.
Negli Stati Uniti il Primo maggio è un giorno lavorativo come gli altri nonostante faccia riferimento alle lotte e ai massacri della polizia avvenuti a Chicago nel 1886 e al valore non solo simbolico che riveste in molti Paesi. Da alcune settimane il movimento Occupy sta discutendo della possibilità di lanciare uno sciopero generale nazionale il Primo di maggio, costituendo anche dei gruppi di lavoro, com’è il caso di Occupy Wall Street a New York e di Occupy Portland. Il riferimento è soprattutto alla grande mobilitazione del Primo maggio del 2006 che aveva visto nelle piazze di molte città americane milioni di migranti, soprattutto latinos, con lo slogan “Sì, se puede! “. E l’immaginario del movimento americano corre verso la possibilità di un “giorno senza il 99%”. Un obiettivo ambizioso che però si colloca in un percorso che ha visto lo sciopero generale di Oakland, dopo 65 anni, del 2 novembre scorso, il blocco di alcuni porti della West Coast del 12 dicembre ed è in campo la mobilitazione nazionale degli studenti del prossimo primo marzo.
L’assemblea generale di Occupy Oakland, che non si è limitata a lanciare la mobilitazione, ha elaborato una mozione finale in cui si intravvedono alcuni elementi che rompono con una pratica ormai obsoleta e cristallizzata di una certa sinistra americana anche radicale. Non c’è alcuna subordinazione alle organizzazioni sindacali esistenti anzi si mette in risalto come la politica di queste organizzazioni sia completamente autoreferenziale e piegata solo al riconoscimento da parte del governo e delle imprese. E come l’attuale tasso di sindacalizzazione del 12% circa – che vuol dire il 20% nel settore pubblico e il 7% nel settore privato – non comprenda la grande maggioranza del lavoratori, dei precari, dei migranti. Non si tratta di fare una battaglia per estendere la sindacalizzazione dei lavoratori che oggi sono esclusi per portarli all’interno di organizzazioni che hanno più a cuore l’andamento in borsa dei prodotti finanziari su cui hanno investito i fondi pensione che i diritti dei lavoratori. Si deve re-immaginare, per citare la mozione di Occupy Oakland, uno sciopero generale in un’epoca in cui la maggior parte dei lavoratori non appartiene ai sindacati. In cui i processi di soggettivazione individuale e collettiva seguono percorsi non più dettati dall’appartenenza a grandi organizzazioni che fanno della rappresentanza uno strumento per imbrigliare una composizione sociale politica di classe all’interno di una vuota retorica su diritti molto astratti e la riproduzione di gerarchie molto concrete. Re-immaginare lo sciopero generale significa individuare durante lo svolgimento dello stesso le possibili soluzioni, anche con azioni dirette, di una condizione sociale colpita dai pesanti tagli di bilancio e dalla continua repressione della polizia al di là del colore del governo centrale. Uno sciopero che si ponga come obiettivo di incidere sia sulla produzione che sulla circolazione del capitale, che tenga insieme dal momento della proclamazione, alla costruzione e allo svolgimento la radicalità dei contenuti con la radicalità delle forme di democrazia. Non è più tempo di scioperi in cui ci sia una scissione tra soggetti che partecipano e organizzazioni non permeabili che li indicono.
Lo stesso slogan di indizione dello sciopero ribalta una tradizione che ha fatto molti danni nel movimento operaio novecentesco: al posto del “dobbiamo lavorare per vivere” a Oakland si risponde “If we can’t live, we won’t work”, se non possiamo vivere non lavoriamo
Dopo “Marx a Detroit”, titolo di un famoso saggio di Tronti degli anni ’60 del secolo scorso, è arrivato il tempo in cui Marx si aggira tra le parti di Oakland? Le esperienze dei movimenti e una specifica composizione di classe non sono meccanicamente riproducibili in altri contesti tuttavia aprono spazi interessanti di riflessione e sollecitano punti di vista non scontati.
Alle elezioni danesi sconfitta della destra, compresa quella xenofoba, e balzo dell'Alleanza rosso-verde (sinistra anticapitalista) che triplica voti e seggi. La formazione guidata da una ragazza di 27 anni farà nascere il governo ma non ne appoggerà la linea politica
La Danimarca mette fine a 10 anni di governo di centrodestra dopo le elezioni politiche del 15 settembre. Nascerà infatto un nuovo governo sotto la leadership di Helle Thorning-Schmidt, leader del Partito socialdemocratico e prima donna a capo di un governo danese. Il suo governo vedrà l’appoggio del Partito socialista popolare (Sf), la formazione della sinistra "radicale" che ha avuto un calo nei voti ma che per la prima volta accede al governo. Che però non si annuncia particolarmente stabile.
La coalizione vincente, infatti, raggiunge 89 seggi contro gli 86 dei partiti di destra. Ci sono poi 4 seggi che saranno destinati alle regioni autonome di Groenlandia e Isole Faroe. Inoltre, i due principali partiti della nuova coalizione di governo perdono entrambi dei seggi: scendono da 45 a 44 seggi i Socialdemocratici, con il 24,9 per cento, il peggior risultato negli ultimi 100 anni; Si ferma a 16 seggi il Sf, perdendone 7, con il 9,2 per cento dei voti rispetto al 13 per cento precedente. Il governo avrà dunque bisogno del sostegno dei Liberaldemocratici (Rv) che sono tra i vincitori di queste elezioni guadagnando 17 seggi (un aumento di 8) e passando dal 5,1 al 9,5 per cento. Ma ancora non basterà, la coalizione avrà bisogno anche del sostegno del partito della sinistra anticapitalista Alleanza rosso-verde (Arv) che è uno dei principali vincitori della competizione. Sale dal 2,2 al 6,7 per cento e triplica i seggi passando da 4 a 12. L’Arv ha già dichiarato che farà nascere il governo “anche se non ne condivide le linee politiche” e quindi manterrà una sua autonomia. L’Arv ha posizioni molto nette: difesa dei diritti sociali, opposizione alla riduzione delle pensioni e dei sussidi per i disoccupati, piano per il lavoro in progetti ecologisti, diritto all’asilo per gli immigrati. Anche i Liberaldemocratici hanno idee progressiste su immigrati e rifugiati –il Danish People’s Party, il partito dei estrema destra xenofoba perde tre seggi e scende al 12,3 per cento dimostrando che con la crisi la questione “immigrati” perde di peso – ma in politica economica non si discostano dal centrodestra.
Il cambio politico è certamente frutto della crisi e mostra una tendenza in corso in Europa: Angela Merkel perde qualsiasi elezione locale in Germania – a Berlino ha rivinto la Spd ma è impressionante il successo del “Piratenpartei” il partito dei Pirati mentre la sinistra di Die Linke paga la gestione governativa nella capitale tedesca scendendo dal 13 all'11 per cento – i socialisti francesi si preparano alla vittoria in Francia e qualcuno inizia a sperare anche in Italia. La crisi mette in difficoltà i governi – non a caso si profila la debacle anche del partito socialista di Spagna – e genera nuove aspettative che rischiano di essere ancora disilluse.
L’Alleanza rosso-verde danese che è stata guidata in questa campagna da una ragazza di 27 anni, Johannne Schmidt-Nielsen (nella foto), grande rivelazione della politica danese, ha deciso di tenere un atteggiamento equilibrato sapendo che una parte del successo dipende non solo dalla radicalità delle proposte ma anche dalla subordinazione del Sf – lo storico partito della sinistra radicale danese – ai socialdemocratici. Dopo dieci anni di destra al potere la scelta di far nascere il governo socialdemocratico è probabilmente obbligata ma se i suoi voti dovessero essere decisivi per appoggiare misure impopolari si tratterebbe della riedizione di un film che abbiamo già visto.
Si è chiuso a Foligno il seminario di Sinistra Critica. Duecento partecipanti per tre giorni di workshop, assemblee, incontri, festa. Obiettivi: costruire un movimento per annullare il debito e rilanciare il progetto della sinistra anticapitalista
Si è chiuso il seminario nazionale di Sinistra Critica che si è svolto dal 15 al 18 settembre. Circa duecento i partecipanti, tutti autopaganti, che per tre giorni hanno affollato – insieme alla federazione degli arbitri – l’hotel Della Torre di Trevi, a pochi chilometri da Foligno; una ventina di workshop e quattro assemblee plenarie due delle quali dedicate all'approfondimento di due temi di grande attualità: l’analisi dei movimenti sociali in Italia e in Europa con la partecipazione di Miguel Romero, direttore della rivista spagnola Viento Sur nonché membro di Izquierda Anticapitalista e attivista nel movimento dei cosiddetti indignados. La seconda assemblea tematica è stata dedicata al debito e al suo annullamento. Eric Toussaint, presidente del Cadtm – una Ong internazionale presente ormai in 30 paesi che si occupa da decenni dell’annullamento del debito al terzo mondo e che ormai si sta occupando a tempo pieno dell’Euoropa – ha fatto una “lezione” sulla crisi attuale del capitalismo, su come i debiti privati siano diventati pubblici e scaricati direttamente nelle tasche di milioni di lavoratori e lavoratrici. Un debito “illegittimo” che si può ridurre e non pagare come propone il Cadtm e ormai buona parte della sinistra anticapitalista in Europa.
Venerdì sera si è svolta invece l’assemblea femminista che per un’organizzazione “ecologista, comunista e femminista” è ormai un passaggio obbligato mentre domenica la plenaria con le conclusioni.
Oltre ad aver discusso di un nuovo progetto di informazione, dell'ipotesi di un'associazione di sostegno alle rivolte arabe e dell'ipotesi di costituire, nel movimento in forma aperta, dei Collettivi precari, nelle conslusioni del seminario è stato rilanciato l’appello promosso dal cartello “Dobbiamo fermarli!” e che vedrà una assemblea nazionale a Roma (Teatro Ambra Jovinelli) il 1 ottobre. L’indicazione emersa dal dibattito è che il 1 ottobre ci sia una grande partecipazione per costruire al meglio la manifestazione del 15 ottobre a Roma. E che quella dell’Ambra Jovinellli sia in particolare un’assemblea vera, con interventi dai territori, dai luoghi del conflitto e non una semplice autorappresentazione di soggetti politici o sindacali. Sinistra Critica proporrà agli aderenti all’appello “Dobbiamo fermarli” che in quella manifestazione viva uno spezzone dedicato proprio alla parola d’ordine “Non paghiamo il loro debito” per far vivere non solo uno schieramento unitario ma anche un contenuto forte rispetto alla gravità della crisi.
La tematica del debito è quindi il nodo centrale dell’autunno e Sinistra Critica proporrà ai suoi interlocutori, l’avvio di una campagna di massa che faccia discutere nei luoghi di lavoro, di studio, promuova iniziative dirette e manifestazioni visibili. Una campagna nazionale e internazionale in grado di invertire la logica, imposta da Bce, Unione europea ma anche dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dei sacrifici a ogni costo.
Dopo il 15 ottobre e dopo aver ribadito la volontà di farne una scadenza non rituale, l’attenzione si sposterà a Nizza, il 1 novembre, quando si terrà la manifestazione europea contro il vertice dei G20. Anche in quella occasione l’ipotesi è di promuovere, attorno alla parola d’ordine dell’annullamento del debito, uno spezzone il più grande possibile e in grado di unire forze tra loro diverse.
Il seminario di Sinistra Critica ha rappresentato l’occasione per avviare un primo dibattito in vista della scadenza congressuale di questa organizzazione che si terrà probabilmente in primavera 2012. Un dibattito che ha messo al centro dell’attenzione la necessità di relazionarsi ai nuovi processi di radicalizzazione politica, di rilanciare l’ispirazione originale di Sinistra Critica, vale a dire la costruzione di un nuovo soggetto della sinistra anticapitalista ma anche di affrontare con più determinazione il tema dell’identità politica e programmatica. Se ne discuterà già a partire dall’autunno.
Davanti ai cancelli Turigliatto va ogni venerdì davanti ai cancelli della Fiat: voglio che esploda un altro '68. Un'intervista dal Corriere della Sera del 15 agosto
di Monica Guerzoni
ROMA - Coltiva sempre i pomodori, le melanzane e le sue amate rose inglesi di inizio ' 800. Come nei giorni in cui, stufo di «ingoiare rospi» grandi quanto la guerra in Afghanistan, contribuì ad affossare il governo Prodi. Era il 24 gennaio del 2008 e l' ex senatore trotzkista Franco Turigliatto, 63 anni portati alla grande «grazie all' attività fisica nell' orto», non si è pentito. Risponde al telefono dalla sua casa di Rivara in Piemonte, dove è nato il 13 dicembre 1946, e ride di gusto al paragone con i finiani che tengono in pugno la maggioranza: «Se le sorti della democrazia e del movimento operaio sono affidate a Fini... Il livello dello scontro a destra è rivoltante». Quando a Palazzo Chigi c' era Prodi, Turigliatto aveva nelle sue mani il destino politico del Paese: «Anche quello era un governo debole, perché non ha saputo rispondere alle attese dei lavoratori». Dispensare premonizioni è un suo pallino, un po' come le rose. Nel marzo del 2007, cacciato dal Prc perché si ostinava a votare secondo coscienza sulle missioni militari, consegnò ai giornalisti una previsione che per metà è diventata storia: «Il governo cadrà e non so se, tra due anni, Rifondazione ci sarà ancora». Il governo Prodi è caduto e il suo ex partito c' è ancora, mutilato però da una dolorosa scissione. Lui ha fondato Sinistra critica, un movimento che vale lo 0,5 per cento. Abita sempre a Torino e non si è stancato di farsi trovare, ogni venerdì al cambio turno, ai cancelli della Fiat. «Vado a parlare, ad ascoltare, a distribuire volantini - racconta al telefono -. Uno che non accetta questa società si dà da fare perché esploda un altro 68. La lotta di classe può tornare e io non perdo la speranza, perché la storia ha spesso mostrato cambiamenti improvvisi. Solo un movimento di massa può battere la destra e non è escluso che anche i qualunquisti prendano coscienza». Dopo una vita da precario, nel 2005 ha firmato il suo primo contratto al consiglio regionale del Piemonte, dove si guadagna il pane come funzionario del settore Studi e documentazione. Sul suo tavolo sono passate le Finanziarie degli ultimi due anni, dossier sul federalismo fiscale e su quello demaniale. «Tremonti? - ride amaro Turigliatto -. La sua politica è filopadronale, disastrosa, un' aggressione sociale al mondo del lavoro». Le cronache ricordano una memorabile uscita di scena dal salotto tv di Porta a Porta, con Bruno Vespa viola in viso che gli gridava «senatore, questa sceneggiata non le fa onore!». E lui che, in punta dei piedi, lasciava lo studio in diretta, perché sulla poltroncina bianca si era accomodato Roberto Fiore, il leader della neofascista Forza nuova. A colpi di voti contro Prodi era diventato una celebrità. Insulti ne ha ricevuti tanti, ma anche complimenti. E ancora oggi, racconta, qualcuno lo riconosce e si ferma a dirgliene quattro, oppure a stringergli la mano: «Se ho retto agli attacchi è perché familiari e amici hanno capito e mi hanno sostenuto». E ora che è tornato nell' ombra, il bolscevico «mite» non rinnega i suoi giorni da parlamentare: «Un' esperienza importante. Sono stato coerente e mi sento a posto con la coscienza e con la politica».
Un appello trasversale a Rifondazione, Sel, manifesto e altre associazioni chiede di privilegiare le convergenze sulle divergenze. Lo firmano Grassi e Deiana, Parlato e Tortorella, Vinci e Ferrajoli. Mancano però le firme di Vendola e Ferrero. Il quale potrebbe essere finito in minoranza nel suo stesso partito
Un appello per unire la sinistra dopo la sua sconfitta. Lo firmano alcuni e alcune dirigenti di vari partiti, associazioni e giornali in un'iniziativa che smuove un po' le acque e, se progredisse, potrebbe cambiare le carte in tavola. L'appello, che dovrebbe apparire domani su Liberazione e manifesto, è firmato da un numero significativo di personalità e, come spesso capita, colpisce per l'assenza di alcuni nomi. In particolare per quella del segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero - mentre il Prc è ampiamente rappresentato - e del presidente della regione Puglia, Nichi Vendola. Ci sono invece Claudio Grassi, Alberto Burgio, Alessandro Valentini e Luigi Vinci di Rifondazione comunista, Licandro e Pagliarini del Pdci, Elettra Deiana, Alfonso Gianni, Patrizia Sentinelli di Sinistra, Ecologia e Libertà ma anche Valentino Parlato e Loris Campetti del manifesto, Aldo Tortorella e Marcello Cini, Giorgio Lunghini e Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli e Massimo Villone. Insomme, uno spaccato della sinistra, a volte minoranza nei partiti di riferimento, in gran parte ex Rifondazione e riconducibile a una visione "continuista", legata alla storia del Pci - sia pure con l'eresia manifestina - ma anche a gran parte del percorso compiuto dal Prc.
"Siamo donne e uomini di sinistra che hanno preso parte alle tormentate vicissitudini culminate nella disfatta del 2008", dice il documento e " siamo diversi ma anche uguali, accomunati dall’appartenenza a una stessa storia e cultura politica". I punti di convergenza sono semplici per quanto generici: "i diritti del lavoro, l’occupazione e il reddito delle classi lavoratrici; l’inalienabile titolarità collettiva dei beni primari, a cominciare dall’acqua, dalla conoscenza e dall’ambiente; la democrazia partecipativa, garantita dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista".
"Sulla base di queste opzioni condivise, l’attuale situazione sociale e politica del Paese ci appare grave e densa di pericoli" Si fa riferimento alla crisi economica, agli attacchi al lavoro, ma anche al diffondersi della corruzione fino al "rischio di svolte autoritarie in un contesto segnato dalla rottura della coesione sociale e dalla recrudescenza di pulsioni razziste".
E' per questo, dicono i promotori dell'appello, che "pensiamo che quanto ci unisce debba prevalere su quanto ci ha sin qui diviso e tuttora ci separa". Insomma, è venuto il momento della "inderogabile necessità di puntare sulle convergenze e affinità e di privilegiare le importanti battaglie comuni che insieme possiamo combattere e vincere: innanzitutto quella, cruciale, per il rilancio del sistema elettorale proporzionale per tutte le assemblee elettive, a cominciare dal Parlamento nazionale".
Un nuovo partito, una nuova organizzazione, magari un'associazione? Niente di tutto questo. Per ora, l'appello chiede alle varie componenti di far affermare, ciascuna in casa propria, "una volontà unitaria, indispensabile a far sì che la sinistra torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana". Poi si vedrà. Al momento non c'è nessuna iniziativa convocata ma solo il desiderio di verificare l'impatto dell'appello stesso.
Certo, non sfuggono alcune conseguenze politiche. Come dicevamo, l'appello non vede, tra i suoi promotori, alcuni personaggi significativi. Non c'è Vendola, proiettato sempre più in un'altra direzione, alla conquista dell'intero centrosinistra - e con lui manca qualsiasi figura riconducibile alla sinistra ex diessina di Mussi e Fava - mentre da Rifondazione e dalla Federazione della sinistra, non c'è il segretario Ferrero. Solo che i componenti della Federazione, o di Rifondazione, che firmano l'appello, messi insieme fanno la maggioranza di entrambe quelle due organizzazioni. E se la mancata adesione di Ferrero rappresentasse una divergenza reale, questo vuol dire che è finito in minoranza nel suo stesso partito.
Il presidente della Puglia incontra riservatamente l'ambasciatore americano a Roma, Thorne, e viene riempito di elogi per come ha condotto la campagna elettorale: quasi come Obama. E il diplomatico Usa lo andrà a trovare in Puglia
Dopo la nuova vittoria elettorale il caso viene studiato attentamente. L’ambasciatore Usa verrà in Puglia. Non è un’investitura ma l’interesse quantomeno c’è. A furia di ripeterlo negli ultimi due anni la voce è arrivata anche all’orecchio del vero Barack Obama, 44esimo presidente degli Stati Uniti, al punto che la popolarità del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, è approdata oltre oceano.
(F.A.) - Forse come ha rilevato qualche giorno fa Massimo D’Alema non sarà l’Obama bianco capace di rilanciare la sinistra italiana ma insomma all’amministrazione Usa non è sfuggita la performance elettorale del confermato presidente della Puglia.
E così mentre nel centrosinistra a livello nazionale ci si pone il problema della leadership, ovvero di chi nel 2013, se il governo Berlusconi non cade prima, dovrà condurlo contro il presidente del Consiglio dei ministri uscente o eventualmente un leghista, e Antonio Di Pietro ancora ieri è tornato a sbarrare la strada proprio a Vendola («Persone che rappresentano un'identità ben strutturata come posso essere io o Vendola debbono avere il coraggio e l'umiltà di guardare oltre se stessi e a candidature che non provengano da strutture di partito. Vendola è il governatore della Puglia, è stato appena eletto e deve governare per cinque anni la Puglia. Noi dell'Idv non lo abbiamo mandato in Puglia per dargli il trampolino di lancio per altre realtà») a Washington si prendono informazioni su questo leader, ancora piccolo, ma che promette bene.
Nell'incontro privato a Villa Taverna, l'ambasciatore Usa a Roma, David H. Thorne, lunedì scorso, ha sottolineato di essere rimasto colpito dagli strumenti utilizzati in campagna elettorale da Vendola: dalla posta elettronica a Internet, dai video messaggi alla mobilitazione dei volontari. Una scelta di mezzi e un'intuizione politica, ha fatto notare l'ambasciatore al leader di Sinistra ecologia libertà, non molto diverse da quelle che hanno consentito allo stesso Obama di concludere con successo la sua scalata alla Casa Bianca, dalle primarie alle presidenziali. Un "feeling", quello tra l'ambasciatore del primo "Presidente nero" degli Usa e il governatore Vendola, che potrà presto consolidarsi, quando nelle prossime settimane il rappresentante dell'amministrazione Usa si recherà proprio in Puglia per un periodo di vacanze.
E Vendola? Oramai non si ferma più. Ieri, ad esempio, era a Rimini, al congresso della Cgil. “Se il lavoro non torna al centro della scena politica - ha detto - la sinistra non potrà ricostruire la propria capacità di egemonia, non potrà rimettere in piedi il cantiere dell’alternativa e rimettere in piedi un’alternativa al berlusconismo che ha trionfato in questi anni”.
Mentre la Federazione della sinistra decide la fusione per rilanciare su Vendola e trattare con il centrosinistra, a sinistra si discute anche di "fatti nuovi". L'articolo di Piero Maestri, portavoce di Sinistra Critica, apparso oggi sul "manifesto" lombardo, si riferisce al dibattito milanese ma allude a qualcosa di più ampio. (A seguire gli articoli di commento sulle varie regioni. Buona Pasqua).
Il risultato negativo delle sinistre in Lombardia non è evidentemente frutto di errori fatti durante la campagna elettorale, ma viene da lontano, è legato alla generale incapacità della sinistra di stare nei luoghi del conflitto e del disagio sociale, provando a fare proposte e organizzare quel conflitto, senza scorciatoie istituzionaliste o, peggio ancora, governiste.
Questa assenza della sinistra produce il voto alla Lega e a liste civiche più o meno dignitose e un forte astensionismo. Un dato che consideriamo estremamente negativo, di cui portano la responsabilità le forze politiche – di centrodestra e di centrosinistra – che hanno prodotto una politica non partecipativa, espropriando i luoghi della rappresentanza formalmente democratica e concentrando i poteri negli esecutivi e in enti non eleggibili e non controllabili democraticamente. Ma in generale, visto che colpisce soprattutto a sinistra, è frutto di una generale disillusione e demoralizzazione che trova fondamento nell'assoluta inconsistenza dell'alternativa politica e in una prospettiva credibile che faccia da contraltare al berlusconismo ma anche all'attuale crisi.
Alla Federazione della Sinistra, che perde quasi un terzo dei voti rispetto allo scorso anno, non è bastata in Lombardia la collocazione (subita e non scelta) fuori dal centrosinistra e un’immagine “movimentista” che contrasta con la realtà di un partito sempre più chiuso e incapace di radicarsi nel tessuto sociale: non si può fare gli alternativi cercando di allearsi al PD, non affermando un’identità forte, alternativa, navigando a vista dentro e fuori dal centrosinistra.
Non siamo naturalmente così sciocchi da pensare che una lista di sinistra anticapitalista, alternativa al centrodestra e al centrosinistra, capace di essere riferimento ed espressione delle lotte sociali, della protesta antirazzista e di un’idea innovativa della politica avrebbe rappresentato già oggi un’alternativa elettoralmente credibile e quindi avrebbe avuto risultati significativi. Crediamo però, e riaffermiamo, che questa sia l’unica strada praticabile e che deve essere perseguita già nei prossimi mesi.
Il “fatto nuovo a sinistra” che auspica Luciano Muhlbauer – e che ci sembra necessario - non potrà però essere una riaggregazione delle forze esistenti, frutto dell’accordo tra gruppi dirigenti, o l’invenzione di un “modello Vendola” che riattacchi i cocci di un centrosinistra inservibile; nemmeno crediamo che quel fatto nuovo possa ricercarsi prevalentemente sul terreno elettorale. Non va quindi certamente nella direzione auspicata e necessaria la proposta ribadita dal segretario milanese del Prc di una piattaforma della sinistra verso le prossime elezioni comunali utile ad un’alleanza più larga … con il PD – cercando di “cooptare” i movimenti in questo progetto.
Oggi non è il momento per discutere contenitori o processi di riunificazione delle forze esistenti. Partiamo da quello che siamo e mettiamoci a disposizione per condividere iniziative e conflitto.
Serve oggi uno "spazio comune", anticapitalista, ecologista, femminista che provi a sperimentare forme nuove di iniziativa sociali. Serve a Milano organizzare e mettere in rete l’opposizione alle politiche sicuritarie di De Corato e Lega e alla chiusura degli spazi e della socialità nei quartieri; serve garantire la riuscita della campagna referendaria contro la privatizzazione dell’acqua; serve rilanciare la difesa del territorio a partire dal No Expo; serve uno sforzo cosciente e generoso per sostenere le lotte di lavoratrici e lavoratori contro la crisi e aiutare la loro unificazione – non lasciandole alla mercè delle sortite di Salvini e Lega.
Senza questo la sinistra non potrà più uscire dalla sua inefficacia e inutilità politica e sociale, prima ancora che elettorale.
"Rai per una notte", la trasmissione che ha sostituito Annozero fuori dagli schermi Rai è stata un successo pieno. Migliaia e migliaia le persone in piazza, in streeming, davanti alle radio e alle tv che hanno rilanciato l'evento. Tra antiberlusconismo e spettacolo, anche le voci del lavoro. E pure un appello molto applaudito: "ci vorrebbe una rivoluzione"
La rivincita è stata piena e intensamente goduta. Trasudava gioia da tutti i pori Michele Santoro nel trasmettere il suo programma fuori dagli schermi della Rai, dalle regole, dai bilancini chissà quante volte trattati. Fuori dalle mediazioni con il Belpietro o il pidiellino di turno, fuori anche dalle liturgie noiose del Pd. E' stata una manifestazione-spettacolo che nulla aveva a che vedere con Annozero conclusasi con un giuramento ironico al grido di "la faremo ancora fuori dal vaso". L'unica concessione al giornalismo, la trascrizione, con recitazione, delle intercettazioni di Berlusconi, ri-raccontate per chi le avesse perse da Sandro Ruotolo. Per il resto è stata una chiamata di solidarietà generale per affermare il diritto a esserci, il diritto a trasmettere in nome di un pubblico che chiede di essere rappresentato. E che si è manifestato con migliaia e migliaia di persone. Nel PalaDozza ne sono state contate 5700, diverse migliaia erano fuori ad ascoltare su un maxischermo. E poi le venti piazze, tra cui piazza Navona, le 40 emittenti locali, le decine di radio locali e infine i siti - tra cui, modestamente, anche il nostro. Si sono sommati 120 mila contatti unici in contemporanea che sembra sia il più grande risultato mai avuto sul web. Insomma, un successo. Ritmato dagli articoli letti da Marco Travaglio, accolti da veri boati, dal ritorno di Daniele Luttazzi - «l'uso che della Rai fa il Direttore generale Masi è criminoso» ha detto senza però rinunciare alle tradizionali battute al limite del maschilismo - dall'omaggio prestigioso di Roberto Benigni - «sono qui con un milione di persone (piazzetta vuota, ndr) per la Questura, 12 per Verdini» - dalle parodie monarchiche di Elio e le Storie tese. E poi i giornalisti invitati: Gad Lerner, Riccardo Iacona, Norma Rangeri, Floris - imbarazzante, lui che ha istituzionalizzato la "compagnia di giro" fatta sempre delle stesse facce a prescindere dagli argomenti - Milena Gabanelli, intervenuta da fuori e, ancora, Morgan un po' spaesato a parlare di poesia e Dante (dopo essersi fatto conoscere con la poco poetica XFactor).
Insomma, il mondo di Santoro e della sua redazione che, come si ricordavano nelle intercettazioni trasmesse Diego Masi e il commissario dell'Agcom agli ordini di Berlusconi, Innocenzi, è in Rai da venticinque anni (forse un po' meno, ma siamo lì). Un mondo che è fatto di cose mescolate, a volte esaltanti altre irritanti. E' fatto di giornalismo, innanzitutto: i servizi di Annozero, e prima ancora del Raggio Verde o di Samarcanda, sono sempre stati molto belli. Lo stesso Riccardo Iacona, che oggi forse offre il meglio dal punto di vista del reportage giornalistico - ma anche Report non scherza - viene da quella scuola. E' quella cifra giornalistica che permette di trovare nelle seguitissime trasmissioni anche la voce del lavoro, il racconto di una vertenza, una lotta, una fabbrica in agitazione. Ieri sera c'erano le operaie dell'Omsa o i precari dell'Ispra in grado di poter esprimere a un pubblico più ampio la loro lotta. E anche di ascoltare l'invito fatto da Gad Lerner a organizzare trasmissioni di questo tipo con al centro il lavoro e la condizione di chi non ce la fa.
Ma Santoro è soprattutto l'antenato, e quindi il miglior interprete, dell'ormai non più nuova "vague" che attraversa la sinistra, quella che chiede innanzitutto regole, onestà, rispetto della Costituzione. Rispetto di una convivenza democratica di base che in fondo viene continuamente stressata dagli assalti berlusconiani. Un'onda, una corrente molto forte che aveva già costituito la base del movimento dei Girotondi nel 2002, che poi ha trovato in Grillo un interprete efficace, e poi si è riversata nel Popolo viola o ha votato in massa l'Italia dei Valori. Ieri sera si è messa davanti a uno schermo internet oppure ha acceso una radio, una tv satellitare o digitale, ha cercato di esserci approfittando dell'occasione di essere protagonista e non solo spettatore-spettatrice del giovedì sera. Non è un caso se a Bologna si è allestita una sorta di assemblea in piazza. Insomma un'onda indistinta, fatta di molti anonimi, individui o collettivi locali e che si riconosce in nomi noti, soprattutto dell'informazione, come Santoro o Travaglio.
Una corrente che è disposta a raccogliere anche il concetto di "rivoluzione". "Ci vorrebbe una rivoluzione" ha infatti declamato alla telecamera il regista Mario Monicelli, mostro sacro del cinema italiano. E alla "rivoluzione" si sono poi rifatti sul palco Riccardo Iacona e lo stesso Michele Santoro, raccogliendo un applauso convinto, quasi un boato. E in effetti la situazione italiana è riassumbile in questa sintesi e nel suo paradosso. "Ci vorrebbe una rivoluzione" per finirla con la cialtroneria della destra e l'ignavia del centrosinistra; una rivoluzione per restituire dignità a chi lavora, per finirla con l'arroganza dei padroni, con le prebende, i privilegi, le ingiustizie; ci vorrebbe una rivoluzione per riuscire a non soccombere all'intreccio mortale di crisi economica e sociale e crisi democratica. Una rivoluzione, il cui suono rischia di essere ascoltato molto più delle voci disposte a emetterlo.
I "rinnovatori" comunisti lasciano un partito che considerano superato. A capeggiarli l'ex sindaco di Seine-Saint-Denis, Brazouec insieme a intellettuali come Roger Martelli. Il risultato delle regionali non riesce a occulare una crisi di fondo. Ma è tutta la "gauche" a discutere e a interrogarsi su come utilizzare la vittoria alle Regionali per costruire la sfida a Sarkozy nel 2010
Che farà la sinistra francese della vittoria ottenuta alle Regionali della scorsa settimana? Difficile dirlo soprattutto perché è la stessa sinistra, composta da socialisti, ecologisti e comunisti del Front de gauche, a non saperlo ancora. In realtà, l'idea che tutti insieme si possa concorrere alla vittoria nell'elezione-madre del 2012, le presidenziali, è saldamente ancorata nei progetti e nelle strategie di ogni formazione. Però è anche bene presente la realtà del 2007 quando, dopo la schiacciante vittoria alle regionali del 2004, la sinistra fu comunque terremotata da Nicolas Sarkozy. Oggi il presidente francese è in forte difficoltà, due francesi su tre vorrebbero che non si ripresentasse e all'interno del suo partito, l'Ump, sono già cominciate le fronde. Epperò non c'è nessun trionfalismo e nessuna sicumera negli atteggiamenti della "gauche". Che pure ha contraddizioni e problemi interni. Come quelli del Pcf la cui crisi è tutt'altro che superata ma solo nascosta dall'invenzione del FdG. E' di oggi la notizia che uno dei suoi dirigenti storici, Patrick Braouzec, deputato e già sindaco di Seine-Saint-Denis - fu lui a garantire l'organizzazione del Forum sociale europeo a Parigi nel 2003 - ha deciso di lasciare il partito in aperto scontro con il gruppo dirigente. «In quanto membro del Pcf, io considero che la forma del mio partito è ormai superata e morta. Ma è una questione che si pone per l'insieme dei partiti» dice in un'intervista a Le Monde - vedi allegato - annunciando che il saluto definitivo sarà dato domani venerdì. A seguirlo, altri dirigenti storici del Pcf come lo storico Roger Martelli o l'ex direttore dell'Humanité Pierre Zarka. La questione imputata ai vertici comunisti è il livello di rinnovamento e il modo in cui si sta assemblando una nuova "sinistra critica" che, a giudizio di Brazouezec dovrebbe tenere in maggiore considerazione le istanze sociali e di movimento. Il dirigente comunista è membro della Federazione per un'alternativa sociale e ecologica che costituisce quanto rimasto dall'esperienza dei collettivi unitari contro la Costituzione europea - vincitori nel referendum del 2006 - dopo il tentativo del Pcf di aggregarli nella propria campagna per le presidenziali.
Nel Front de Gauche non è questa la sola spina. Pesa anche il rapporto tra Pcf e i socialisti di Jean Luc Melenchon, il quale non fa mistero della sua volontà di candidarsi alle presidenziali del 2012 a capo di una coalizione di sinistra. Per questo è da molto tempo che l'ex deputato socialista fa molteplici aperture al Npa di Besancenot provando a proporsi come uomo di collegamento. Nel Npa si discuterà dei risultati sabato e domenica, nel Comitato politico nazionale convocato a Parigi, e si preannuncia un po' di maretta anche se il risultato, alla base, non è apparso particolarmente negativo nel contesto in cui si è sviluppato. Dal canto suo il Pcf inizia a vedere di buon occhio l'ipotesi ,che i socialisti stanno vagliando, di primarie interne a tutta la sinistra per scegliere un candidato, o una candidata, unica alle Presidenziali. In questo modo si potrebbe evitare l'ormai tradizionale figuraccia che il Pcf rimedia in quell'elezione e concorrere alla vittoria della Gauche. Melenchon, dal canto suo, non vuole primarie e tesse la sua tela.
Anche la leader dei Verdi, Cecile Duflot - i verdi sono un'organizzazione interna a Europe ecologie - vuole una candidatura ecologista alle presidenziali mentre Daniel Cohn-Bendit, che di Europe ecologie è stato l'inventore, punta a una candidatura unica fortemente caratterizzata in senso ecologista (ma ha escluso ripetutamente di essere candidato).
Infine i socialisti. Per il momento si godono la vittoria. Dopo le Europee del 2009, in cui erano rimasti al 16%, erano dati per moribondi. Martine Aubry sa che se vuole essere candidata non deve fare mosse avventate.
Quello che ancora però è del tutto inesistente è il "progetto" con cui la sinistra può candidarsi a sfidare Sarkozy. Che idea di futuro, di società, di risposta alla crisi? Nessuno ha finora avanzato proposte interessanti e mobilitanti e non è un caso se il dibattito si svolge nel vuoto pneumatico creato da un astensionismo record che ormai interessa la metà dei francesi. La discussione interessante potrebbe essere questa ma al momento nessuno vi fa cenno.
Nella sinistra Usa non sono poche le voci che contestano la validità della riforma sanitaria voluta da Obama. «Non riduce i costi, è una concessione alla destra del partito». Il prestigioso settimanale The Nation la appoggia ma non esita a definirla «sbagliata». E rilancia il suo slogan: "Medicare" per tutti
La riforma «storica» della sanità statunitense, varata dalla presidenza Obama e dal Congresso Usa, è davvero una riforma così profonda sul piano sociale? A guardarla più da vicino, leggendo anche alcuni commenti della sinistra Usa, le cose stanno un po' diversamente da come le leggiamo sui principali quotidiani. Scrive Il Socialist Worker, settimanale di una delle organizzazioni della sinistra Usa l'International socialist organisation, che in realtà si tratta di una «riforma del tutto sbagliata». Infatti nella legge è contenuto «l'obbligo per la gente di comprare le polizze degli assicuratori privati, senza alcuna garanzia di premi accessibili o una copertura adeguata. E soprattutto non c'è alcuna «opzione pubblica» Anzi, la spesa per l'unico programma di assistenza pubblica esistente negli Usa, Medicare - che copre statalmente le persone sopra i 65 anni prive di copertura assicurativa - sarà ridotto. Inoltre ci saranno nuove tasse alle assicurazioni fornite dai datori di lavoro che colpiranno non solo le grandi prestazioni ma anche le assicurazioni decenti».
La "riforma" sostiene quindi il Socialist Worker «è piuttosto il prezzo pagato alla destra del partito, ai cosiddetti Blue Dog che vogliono sempre più concessioni verso destra». Come, del resto, appare la concesssione in extremis fatta al gruppo antiabortista che ha imposto a Obama di negare i fondi presidenziali in cambio del voto favorevole sulla sanità.
Molto netto è anche il settimanale The Nation, prestigiosa voce della sinistra liberal statunitense il quale nel cogliere la vittoria di Obama e il successo realizzato dalla sua presidenza e sostenendo comunque la riforma sostiene anche che «non vi può essere alcun dubbio che è profondamente sbagliata».
The Nation ricorda di aver sempre sostenuto uno slogan semplice ed efficace «Medicare for all», l'assistenza sanitaria per tutti: «Questa legge è molto lontana da questa visione. Esso codifica anche le restrizioni sulla copertura per l'aborto che costituiscono una grande sconfitta per il movimento Pro-choice». «Inoltre, aggiunge The Nation, non è chiaro se le sovvenzioni dei consumatori saranno sufficienti a coprire i costi dei piani offerti che possono includere franchigie alte, co-tasse di assicurazione e oneri di premio. In tale contesto, l'obbligo a comprare l'assicurazione potrebbe creare seri contraccolpi politici».
Il settimanale newyorkese non tralascia gli aspetti positivi del disegno di legge che «prevede protezioni contro gli abusi del settore assicurativo, tra cui l'odiosa pratica di impedire l'accesso ai pazienti con patologie preesistenti, e mette in atto un quadro di ulteriore regolamentazione del settore». Un altro elemento positivo è l'espansione del Medicaid - l'assicurazione pubblica per persone a basso reddito - che porta da 12 a 14 milioni le persone coperte. «E il senatore Bernie Sanders ha introdotto un provvedimento che raddoppia il numero dei Centri di salute, che forniranno assistenza primaria, dentistica e di farmaci a basso costo per ben 16 milioni di nuovi pazienti, stanziando per loro 10 miliardi di dollari di nuovi fondi».
«Per tutte queste ragioni, conclude The Nation, sosteniamo il passaggio del disegno di legge, e allo stesso tempo chiediamo alla comunità progressista di iniziare immediatamente una lotta per correggere i suoi molti difetti e migliorare le sue protezioni». «In definitiva, il nostro messaggio deve essere che una riforma vera e propria ha inizio, e comincia solo, con il passaggio della legislazione vigente. Si conclude con la realizzazione dell'obiettivo che dovrebbe essere il nostro grido di battaglia nuova: Medicare per tutti».