Dopo la deportazione da Rosarno circa duecento immigrati sono a Roma. Abbandonati al loro destino, molti dormono nei pressi della stazione. Una ventina di loro da qualche giorno è ospite di un Centro sociale. La solidarietà di un territorio ha permesso loro di iniziare ad organizzarsi, per essere trattati come persone e lavorare dignitosamente
Il 2010 è iniziato con la rivolta sacrosanta dei lavoratori tra i più sfruttati nel nostro paese. Lavoravano con una paga da fame e dormivano in condizioni disumane in una fabbrica in disuso, nei silos o nelle tende senza acqua potabile né cibo.
Li abbiamo visti poche settimane fa, gli immigrati che lavoravano a Rosarno, li abbiamo visti scendere per le strade di quel paesino della Calabria e manifestare con rabbia contro l'ennesima aggressione subita.
Quasi tutti irregolari o richiedenti asilo, condizione ottima per essere sfruttati nei campi di raccolta della penisola.
Raccoglievano le arance che troviamo sulle nostre tavole. 20-25 cassette al giorno per 20 euro, quando andava bene e quando venivano pagati.
In cambio nessun diritto. Anzi, al ritorno dal lavoro erano costretti a subire ricatti, aggressioni e linciaggi.
Chissà a chi facevano paura questi africani diventati facili bersagli, spesso vittime per strada, per gioco o per interesse di qualcuno, di aggressioni con armi da fuoco, l’ultima delle quali risale allo scorso 7 gennaio quando è scoppiata la rivolta in cui tre di loro sono stati colpiti alle gambe con pallini da caccia.
Dopo quelle giornate l'ordine sconvolto di Rosarno è stato ristabilito dal governo del nostro paese con la solita maestria mediatica: li hanno deportati tutti.
Alcuni di loro li abbiamo visti salire sui pullman che li hanno letteralmente scaricati nel CIE di Bari, altri sono partiti con biglietti di sola andata verso varie destinazioni, abbandonati al loro destino.
In duecento circa si sono ritrovati a Roma senza un tetto, senza un lavoro e senza aiuto. Hanno dormito (e molti ancora dormono) nei pressi della stazione Termini e sono ormai tre settimane che vivono per strada, con temperature che nel mese di gennaio sono oscillate tra gli 0°C e 10°C. Da qualche giorno circa venti di loro, provenienti da paesi come la Costa d'Avorio, il Mali o la Guinea, sono stati accolti nel centro sociale ex-snia sulla Prenestina. Grazie alle diverse realtà che operano sul territorio si è improvvisato un luogo di prima accoglienza nel centro sociale e si è attivata una rete spontanea di solidarietà che nel giro di pochi giorni ha messo in campo tutte le risorse per garantire una risposta immediata ai bisogni primari; e così sono stati raccolti materassi, vestiti, coperte e sono stati garantiti loro sia il supporto legale necessario per il riconoscimento dei permessi di soggiorno sia l'assistenza sanitaria gratuita di Medicina solidale.
I ragazzi senegalesi del quartiere che, a loro volta, lo scorso 5 ottobre avevano subito la caccia al negro da parte della guardia di finanza, con conseguente processo ancora in corso, si sono mostrati subito disponibili e li hanno aiutati con lezioni di italiano e cucinando per loro i piatti tipici della loro terra d'origine.
Piccoli esempi di solidarietà umana, quella a cui non siamo più abituati.
Dopo i primi giorni, in cui la capacità di comunicare dei ragazzi arrivati dalla Calabria è stata difficile perché animata dal sospetto e dalla paura, sono cominciati i racconti, su quello che è successo a Rosarno ma anche sul dopo. E ci hanno raccontato per esempio che gli altri (quelli ancora accampati nei pressi della stazione) non vogliono entrare in luoghi chiusi per paura di essere sorpresi dalla polizia e rinchiusi in qualche lager all'italiana. Tanti dei circa duemila deportati si sono dispersi in alcune città del sud, alcuni sono ritornati in Africa, altri hanno preferito tornare a Rosarno piuttosto che mendicare.
Quello che vogliono tutti, indipendentemente da quello che hanno fatto dopo essere fuggiti da Rosarno, è avere un permesso di soggiorno per lavorare dignitosamente, perchè il loro primo pensiero va alle famiglie lontane a cui nelle attuali condizioni non possono mandare nemmeno quei pochi spiccioli che prima guadagnavano.
Ieri pomeriggio ai venti ragazzi già sistematisi alla ex-snia se ne sono aggiunti molti altri per discutere tra loro ed iniziare ad organizzarsi. E' nata così l'assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma. Hanno scritto un comunicato in cui raccontano la loro condizione e parlano di come vivevano e come lavoravano.
Vogliono essere trattati come persone, “human being” come spesso ripetono ai pochi giornalisti che li intervistano. Vogliono che il permesso di soggiorno per motivi umanitari, già concesso agli undici aggrediti a Rosarno, sia esteso a tutti, vogliono che il governo non li abbandoni per strada come ha fatto fino ad ora.
Nei giorni della rivolta chiedevano questo, chiedevano diritti e li chiedono ancora e con la stessa determinazione perchè si sentono “degli attori della vita economica di questo paese”, come del resto loro stessi dicono nel comunicato che hanno scritto: “I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono”.
il comunicato in francese e italiano che hanno scritto ieri pomeriggio i lavoratori africani di Rosarno arrivati a Roma.
“Les mandarines et les olives ne tombent pas du ciel”
En ce jour, 31 janvier 2010, nous nous sommes reunìs pour constituire l’ l’Assemblèe des Travailleurs Africains de Rosarno à Rome.
Nous sommes les travailleurs qui ont été obligè de quitter Rosarno, après avoir revendiqué leurs droits. Nous travaillions dans des conditions inhumaines.
On vivait dans des usines abandonnèes sans eau nì electricité.
Notre travail ètait mal payé.
On quittait les lieux où on dormait chaque matin à 6 heures pour ne rentrer que le soir à 20 heures pour 25 euro que ne finissaient pas tous dans nos poches.
Dès fois on ne reusissait meme pas après une journée de dur labeur à nous faire payer .
On rentrait les mains vides, le corps plié par la fatigue.
Nous etions depuis plusieurs annèes, objects de discriminations , d’exploitations et de harcélements de tous genres.
Nous etions exploitès le jour et chassès la nuit par les enfants de nos exploiteurs.
Nous ètions bastonès, harcelès, braquès comme des bêtes….enlevès, quelqu’un de nous est à jamais disparu.
On nous a tirè dessus, par jeu ou pour l’interèt de quelqu’un- nous avons continuèà travailler-
Avec le temps nous ètions devenus des cibles faciles. On en pouvait plus. Ceux qui n’ètaient pas blèssaient par des coups de feu ètaient blessès dans leur humaine dignitèe, dans leur orguiel d’ètre humain.
On en pouvait plus d’attendre une aide qui ne serait jamais arrivèe parce que nous sommes invisibles, on n’existe pas pour les autoritèe de ce pays.
Nous nous sommes fait voir, nous sommes descendus dans la rue pour crier notre existence.
Les gens ne voulaient pas nous voir. Comment quelqu’un qui n’existe pas peut manifester?
Les autoritès et les forces de l’ordre sont arrivèes et ils nous ont dèportè de la ville parce que nous n’ètions plus en securitè. Les gens de Rosarno se sont mis à nous chasser, à nous lyncher cette fois-çi organisès en vraies et propres èquipes de chasse à l’homme.
Nous avons été enfermès dans des centres de detention pour immigrès. Beaucoup y sont encore, d’autres sont retournès en Afrique, autres èparpillès dans certaines villes du Sud.
Nous, nous sommes à Rome. Aujourd’hui nous sommes sans travail, sans un lieu où dormir, sans nos bagages, nos salaries encore impayès entre les mains de nos exploiteurs.
Nous disons que nous sommes des acteurs del a vie èconomique de ce pays duquel les autoritèes ne veulent ni nous voir ni nous entendre. Les mandarines , les olives et les oranges ne tombent pas du ciel. Ce sont des mains qui les cueillent.
Nous avions rèussi à trouver un travail qu’on a perdu parce que tout simplement on a demandè d’ètre traitè comme des ètres humains. Nous ne sommes pas venus en Italie pour faire les touristes. Notre travail et notre sueur servent à l’Italie comme ils servent à nos familles qui ont placè beaucoup d’espoir en nous.
On demande aux autoritès de ce pays de nous voir et d’entendre nos requètes:
Nous demandons que le permis de sèjour pour motif humanitaire concèdè aux 11 africains blessès a Rosarno soit conceder aussi à nous tous victimes d’exploitations et de notre condition irrèguliere qui nous a laissè sans travail, abandonnès et oubliès dans la rue.
-Nous voulons que le gouvernement de ce pays prenne ses responsabilitèes et nous garantisse la possibiltè de travailler dignement.
l’Assemblèe des travailleurs africains de Rosarno à Roma
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“I mandarini e le olive non cadono dal cielo”
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma.
Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane.
Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità.
Il nostro lavoro era sottopagato.
Lasciavamo I luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche.
A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare.
Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica.
Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi.
Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori.
Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie…prelevati, qualcuno è sparito per sempre.
Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare.
Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani.
Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese.
Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.
La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste?
Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo.
Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud.
Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza I nostri bagagli e con I salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori.
Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.
Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze.
Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:
- domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motivi umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada.
Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.
L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma
il comunicato della rete territoriale del pigneto
“Non abbiamo da perdere che le nostre catene”
A Rosarno l’ordine è stato ristabilito. Il dispiegamento militare dello Stato ha risolto in quella terra il problema della situazione da guerra civile seguita alla giusta rivolta dei braccianti immigrati, privati dei più elementari diritti.
Le stesse persone costrette a fuggire dalla guerra e dalla devastazione che il grande capitale e i governi occidentali portano nei loro paesi, vengono esposte nella democratica e civile Italia all'asservimento, alla segregazione e al linciaggio, fino alla reclusione nei campi d'internamento chiamati ora CIE, già CPT. Questo è l'esito del cosiddetto “controllo dei flussi” realizzato da Schenghen in poi, con leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, il Pacchetto Sicurezza. A cui oggi, dopo Rosarno, si aggiunge un nuovo strumento: la deportazione.
Questo è il sistema che consente alla grande distribuzione dei generi alimentari di lucrare, nel quadro delle direttive dell'UE: a Rosarno come nel casertano, nel foggiano, nell’Agro Pontino, nel “ricco nord est” tutti sanno che le maggiori produzioni agricole di questo paese si arricchiscono grazie all’abbattimento del costo della manodopera. Arance, pomodori, fagiolini e tutti i gloriosi prodotti dell’industria alimentare italiana raggiungono le tavole di mezzo mondo grazie al bisogno estremo di lavoro delle masse di giovani immigrati.
Da Bari a Roma, con un biglietto di sola andata. Così circa duecento di questi lavoratori si sono ritrovati nella capitale senza alcun punto di riferimento. Dalle baracche e dagli accampamenti della piana di Gioia Tauro ai portici di via Marsala, a far compagnia alle altre migliaia di persone che già pagano il prezzo del generale impoverimento della popolazione.
La Roma delle istituzioni ha guardato altrove, impegnata com’è a costruire centri commerciali, a fantasticare circuiti di formula 1, a rappresentarsi tristemente nell’ennesimo teatrino elettorale.
La rete di realtà autorganizzate del Pigneto invece ha aperto le porte ad una parte di questi lavoratori, improvvisando un luogo di prima ospitalità all’interno del Centro Sociale ex SNIA, in via Prenestina. Il centro sociale, l’Osservatorio Antirazzista Territoriale, il Comitato di Quartiere, l'associazione Progetto Diritti, l’Assemblea delle donne del consultorio, e tanti altri hanno messo in campo tutte le risorse per garantire una risposta immediata ai bisogni primari attivando, come già accaduto in passato, una rete spontanea di solidarietà che ha coinvolto tutto il territorio.
Lo Sportello legale attivo nel territorio sta lavorando per il riconoscimento dei permessi di soggiorno, Medicina solidale si sta occupando dell'assistenza sanitaria. Questo contesto di solidarietà attiva ha permesso che cominciasse un percorso di autorganizzazione, concretizzatosi nella prima ASSEMBLEA DEI LAVORATORI AFRICANI DI ROSARNO A ROMA, che da questo momento diventa il luogo centrale delle prossime mobilitazioni.
Ma non basta. Bisogna denunciare i responsabili politici di questa vergogna. Lo stesso governo che ha deliberatamente lasciato migliaia di lavoratori nelle inumane condizioni delle tante Rosarno d'Italia, oggi ignora la condizione di profughi che ha creato con la deportazione. Senza casa, senza lavoro, senza reddito alcuno. Le istituzioni avrebbero poteri, responsabilità e risorse per garantire il diritto di questi lavoratori ad un'ospitalità degna.
Le azioni di solidarietà vanno tradotte immediatamente in percorsi di lotta. I lavoratori africani di Rosarno hanno alzato la testa, tra i pochi in questo paese narcotizzato. Insieme a loro intendiamo porre il problema alla città ed alle sue istituzioni per rivendicare quello che spetta loro di diritto:
PERMESSI DI SOGGIORNO, ALLOGGI DIGNITOSI, ASSISTENZA SANITARIA, UN LAVORO REGOLARE PER TUTTE LE VITTIME DELLA “CACCIA AL NEGRO” E DELLA DEPORTAZIONE DI ROSARNO.
C.S.O.A. eXSniaViscosa
Osservatorio Antirazzista Territoriale Pigneto - Tor Pignattara
Comitato di Quartiere Pigneto Prenestino
Assemblea delle Donne del consultorio del Pigneto
Associazione Progetto Diritti
Sinistra Critica - Pigneto
L'assemblea nazionale dei migranti e delle associazioni antirazziste lancia un'agenda di iniziative in cui il primo marzo diventa giornata di mobilitazione. Scioperi reali dove questo possibile; in altre zone assemblee e dibattiti. E Per i deportati di Rosarno chiesto il permesso di soggiorno per motivi umanitari
Non mancano argomenti su cui confrontarsi agli oltre 200 migranti e antirazzisti che si sono incontrati oggi a Roma. Convocata già dal mese scorso, la precipitazione degli eventi delle ultime settimane ha chiamato l'assemble nazionale a confrontarsi con urgenza in un quadro totalmente cambiato. «Rosarno parla del futuro non del passato nel nostro paese». Parla del precipitare della crisi e di dove condurrà la crescente disoccupazione e l’imbarbarimento delle relazioni sociali. Ma impone anche un confronto sul che fare. E in quest’ottica le numerose valutazioni rispetto alla giornata del primo marzo si confrontano tra loro. La proposta nata in Francia e rimbalzata in Italia attraverso la rete, come una pallina su un piano inclinato assume velocità, ma non per forza consistenza, senza che i sindacati, le realtà antirazziste e i lavoratori e le lavoratrici migranti riescano a stargli dietro. L’assemblea dunque si conclude con un’agenda fitta di impegni e di appuntamenti, ma dove il primo marzo è segnato come giorno di mobilitazione nazionale contro il razzismo e sulle questioni del lavoro. La giornata di lotta vedrà lo sciopero nelle realtà dove questo è possibile, come nel nord Italia, ed altre iniziative in tutto il resto del paese. Insomma, anche per quanto riguarda la questione dei migranti l’Italia va a diverse velocità. Le realtà lavorative, seppure in crisi, del nord costruiscono comitati per lo sciopero, incalzando anche i sindacati, quelle del sud rispondono con un assemblea da tenersi nei “luoghi della contraddizione”.
La piattaforma è ancora quella del 17 ottobre, che rivendica una sanatoria reale (non truffa come l’ultima) e generalizzata, la chiusura dei Cie, ma nuova centralità acquista la questione del lavoro: la rottura del rapporto tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro è solo uno di questi aspetti. Più volte è stata richiamata la necessità di supportare con la concessione del permesso di soggiorno gli immigrati che dichiarano di lavorare in nero. Uno strumento concreto contro lo sfruttamento, ma anche contro le mafie e il capolarato, che non è solo un fenomeno delle piantagioni del sud Italia.
La centralità delle questioni del lavoro ha posto con una certa insistenza richieste precise al mondo del sindacato presente, sindacati di base, Fiom e CGIL. A fronte dei 900 mila lavoratori migranti iscritti ai sindacati si è riusciti a strappare solo la promessa di sostenere lo sciopero a partire dai luoghi di lavoro dove sarà auto-convocato, e la promessa di uno sciopero generale un giorno che verrà ancora da costruire. Una nota è quella del Comitato migranti che invece convoca per il 24 e il 25 aprile un Congresso dei lavoratori migranti.
Intanto la solidarietà alla lotta dei migranti di Rosarno arriva con un impegno un po’ tardivo per una campagna che chieda il riconoscimento per tutti i profughi della concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari e non solo ai refertati , come invece proponeva Maroni. Durante l’assemblea si è trovata anche ospitalità a parte dei 100 deportati da Rosarno che ancora dormono alla stazione di Roma Termini.
Infine, una buona notizia: mentre a Roma si parlava… lo Zeta lab a Palermo veniva ri-liberato!
Ripristinato il controllo del territorio i riflettori si spengono e gli affari continuano. La proposta di tenere l’assemblea nazionale della Rete Antirazzista il 24 gennaio a Riace può segnare una prima risposta collettiva. Il primo marzo Rosarno potrebbe essere la città adatta ad ospitare lo sciopero degli immigrati
Dopo i pogrom di Rosarno e la successiva manifestazione dell’11 gennaio - che ha visto coinvolti circa 2000 cittadini - alcune riflessioni sono opportune per provare a fare luce su alcuni eventi che solo apparentemente sembrano marginali.
Le politiche securitarie del centrosinistra unite al clima d’odio razzista portato avanti dal governo Berlusconi ha completamente distrutto e reso minimale quella che in passato era riconosciuta come la capacità del Sud ad accogliere il “diverso”. La crisi economica, come ben sappiamo, ha fatto il resto. I primi ad essere colpiti sono stati i migranti che sono stati sbattuti fuori dalle fabbriche e da posti di lavoro dove un minimo di diritti esistevano. Non a caso, a Rosarno si trovavano lavoratori migranti regolari (circa il 60%), più coscienti dei propri diritti e non più disponibili a farsi calpestare.
Così, quasi all’improvviso, un intero paese si scopre razzista ed invece di solidarizzare con le lotte migranti, con chi in questi anni ha garantito il lavoro nelle campagne della piana di Gioia Tauro, con chi 40 anni dopo rivive le stesse vicissitudini ed angherie che un'intera generazione del Mezzogiorno d’Italia ha vissuto sulla propria pelle, si lascia coinvolgere in barricate reazionarie e contromanifestazioni capeggiate dall’ex assessore comunale Mimmo Ventre (An) e da Domenico Romeo, fratello di Alfredo ex assessore comunale di Forza Italia, arrestato, proprio all’indomani della stessa manifestazione cittadina, insieme ad altre 16 persone appartenenti al clan dei Bellocco che di fatto controllavano una catena di supermercati nella Piana.
Nel 2008 la giunta di centrodestra è stata sciolta per infiltrazione mafiosa e così a governare la città c’è una terna commissariale che per sua natura non va oltre l’ordinaria amministrazione.
La ‘ndrangheta quindi ha dispiegato la sua potenza e, cavalcando il malcontento cittadino, ha colto l’occasione per cacciare dalla città coloro che hanno osato sfidare l’ordine malavitoso, coloro che esattamente un anno fa avevano avuto il coraggio di sfidare i mafiosi e denunciarli.
Si è trattata, con tutta evidenza, di una vera e propria vendetta, un modo per segnare una egemonia territoriale, mandare un chiaro messaggio a tutti coloro che, seguendo l’esempio dei neri, volessero iniziare a lottare e denunciare sfruttamento ed oppressione. Non a caso durante la manifestazione cittadina è apparso uno striscione che chiedeva la libertà per Andrea Fortugno, arrestato grazie alle denunce di un gruppo di lavoratori migranti o ancora quando i promotori del “corteo dell’autodifesa” hanno costretto gli studenti del liceo scientifico Piria di Rosarno a rimuovere lo striscione contro la mafia (“speriamo di poter dire un giorno: c’era una volta la mafia”) con banali motivazioni di carattere organizzativo. Cosa ancora più strana è che lo stesso fantomatico comitato promotore del corteo si sia sciolto all’indomani della stessa manifestazione, come a voler dire: allontanati “gli sporchi negri”, ringraziato il ministro Maroni, tutto deve rientrare nella assoluta normalità quotidiana.
Duemila migranti impegnati nella raccolta degli agrumi sono stati deportati o rinchiusi nel Cie di Crotone e Bari, molti sono scappati autonomamente per cercare lidi migliori. Era quasi tutta la forza lavoro impegnata nella Piana di Gioia Tauro con salari da fame. Fra l’altro molti, a causa di questa fuga, hanno dovuto lasciare il poco di salario che avevano guadagnato.
Eppure imprenditori agricoli e ‘ndrangheta hanno fatto affari d’oro con le sovvenzioni comunitarie erogate a pioggia dall’UE e dalla Regione Calabria e che avrebbero dovuto creare nuovi posti di lavoro. Solo nel 2007, una mega truffa ha coinvolto 49 aziende agricole per un ammontare di 44 milioni di euro di finanziamenti comunitari.
Questo sistema ha portato profitti da capogiro alla borghesia mafiosa calabrese a fronte di salari conferiti ai “lavoratori neri” che nella migliore delle ipotesi raggiungono i 20 euro giornalieri.
Ma le condizioni di sfruttamento dei migranti a Rosarno erano note a tutti, istituzioni, forze politiche e sindacati: durante il suo mandato elettorale l’ex ministro Ferrero ignorò completamente le condizioni del Rognetta e dell’ex Cartiera e poi, va sottolineata la completa assenza della sinistra di governo (perché in Calabria Rifondazione e Pdci governano…) e della giunta Loiero tuttora operante che, nell’arco della legislatura salvo proclami e convegni, non è riuscita a dare un minimo di sollievo alla situazione degradante in cui si trovavano i migranti. Il silenzio assordante nei giorni della contestazione migrante, ha completato il quadro di desolazione sociale in Calabria.
Ma questi giorni di lotta hanno evidenziato anche la debolezza del movimento antirazzista calabrese: a distanza di una settimana dagli scontri è stata del tutto insufficiente la risposta organizzativa. A tutt’oggi soltanto un sit-in a Cosenza e la visita al Cie di Crotone, alcune assemblee spontanee e partecipate a Cosenza e Reggio, ma niente nell’immediato a Rosarno.
Il clima creatosi a Rosarno è molto pesante. Ricreare una rete di collegamenti per riflettere su quanto accaduto, per avviare una mobilitazione che faccia emergere una Calabria antirazzista con una grande manifestazione davanti alla Regione crediamo sia un percorso da seguire. Ma è importante cosa si farà a livello nazionale ed internazionale.
La proposta da parte della rete reggina di tenere l’assemblea nazionale della Rete Antirazzista il 24 gennaio a Riace (città che in questi anni si è distinta - insieme a Caulonia e Badolato - per l’accoglienze di decine e decine di migranti) tutta da verificare nella reale fattibilità, può segnare un primo momento di riflessione e di risposta collettiva, ad una situazione che oggi si è determinata nella Piana di Gioia Tauro, ma che, con tutta evidenza, coinvolge l’Italia intera.
Il primo marzo Rosarno potrebbe essere la città adatta ad ospitare lo sciopero degli immigrati, il jour sans immigrè, che dalla Francia sta contaminando l’Italia. Un'occasione per contrastare le politiche securitarie del Governo e lo strapotere mafioso.
Appello della rete migranti reggina che fa il punto dopo i fatti di Rosarno e si rivolge ad associazioni e organizzazioni nazionali: venite tutti in Calabria "l'emergenza ventennale non è ancora finita»
Le compagne e i compagni della Rete Migranti di Reggio Calabria, alla luce di quanto accaduto e continua ad accadere, chiedono alla Rete Antirazzista di dare un forte segnale di solidarietà a questo territorio ed a quanti in questi anni si sono battuti, e continuano a farlo, contro l’arroganza mafiosa, xenofoba e fascista.
Dopo le pesanti giornate di Rosarno la situazione non è migliorata. Quella che è stata definita la “deportazione degli africani” è stata da noi intesa come estrema e necessaria soluzione, al fine di tutelare i nostri fratelli africani che hanno rischiato, fino al momento della loro presenza, il linciaggio a causa della violenta “caccia al negro” scatenatasi.
La questione dei migranti nel nostro Paese, e non solo in Calabria, diviene oggi ancora più grave e pericolosa, alla luce soprattutto delle ultime prese di posizione del Ministro Maroni che annuncia, senza mezzi termini, vere e proprie esportazioni di massa.
Temiamo fortemente il rischio che il “metodo Rosarno” diventi un precedente per consentire, o peggio ancora legittimare, ulteriori derive populiste con altre provocazioni e conseguenti “ripristini della normalità con ogni mezzo”.
Questa circostanza, inoltre, sta costituendo un’apertura per le culture e le forze xenofobe e fasciste che si stanno facendo spazio tentando di cavalcare l’ondata di malessere e panico che si è creata.
Oggi che la “caccia al negro” è finita, considerato che gli unici stranieri rimasti a Rosarno sono di “razza bianca”, si è aperta una nuova ondata di “caccia all’amico dei negri”. La posizione della cittadinanza, dichiarata anche con l’ultima manifestazione spontanea, non è altro che un ribadire il NO all’etichettamento di Rosarno città mafiosa e fascista. Cosa ben diversa dal prendere posizione in favore di una politica dell’accoglienza, della tolleranza e dell’integrazione.
Siamo certi, purtroppo, che in questo momento non ci siano le condizioni per effettuare qualunque tipo di iniziativa pubblica a Rosarno che non sia, invece, vissuta dalla popolazione come un intervento estraneo al territorio ed alla sua cittadinanza. Anzi, siamo convinti che una qualunque forzatura in questo senso possa seriamente compromettere una ripresa del lavoro in questo territorio.
Non senza rabbia, ma dopo una seria riflessione su quanto vissuto, siamo arrivati alla conclusione che sia giunto il momento di mettere da parte le “nostre esigenze” in favore di quelle dei migranti africani e del territorio stesso.
È per tutti questi motivi che chiediamo alla Rete Antirazzista lo sforzo di dare un segnale forte e, consapevoli delle grandi difficoltà logistiche che si incontrano nel raggiungere il nostro territorio, di spostare l’assemblea nazionale del 24 gennaio da Roma a Riace. Data la disponibilità del Sindaco Lucano ma, soprattutto, dato il grande significato che questa esperienza rappresenta per tutto il movimento antirazzista. Ricordiamo che proprio qui sono stati accolti, o lo saranno non appena dimessi, i pochi superstiti della mattanza di Rosarno.
Scegliere la Calabria, in questo momento di seria difficoltà per le nostre realtà, consentirebbe oltretutto un’occasione per partecipare in modo ampio ad un confronto e ad una riflessione collettiva.
Reggio Calabria 11.01.2010
Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia
Qualche giorno fa noi, migranti e italiani, uomini e donne appartenenti ai coordinamenti, collettivi e reti di Bari, Bologna, Brescia, Mantova e basso mantovano, Milano, Padova, Roma, Torino abbiamo dichiarato di sostenere nei prossimi mesi la campagna politica per l’organizzazione anche in Italia dello sciopero delle migranti e dei migranti.
Negli stessi giorni nella Piana di Gioia Tauro è diventato realtà il sogno del leghista Gentilini di fare dei migranti “lepri a cui sparare”. La strage di Castel Volturno del settembre 2008 ci ricorda che non è la prima volta. Allora come oggi i migranti non hanno ceduto al ricatto e alla minaccia, ma di fronte alla violenza armata è stata loro offerta solo la fuga. Chi ha invocato l’intervento dello Stato ha avuto una risposta pronta: i migranti di Rosarno sono stati deportati in massa, mentre un ministro razzista, “cattivo” e coerente ora organizza l’espulsione degli sfruttati.
Nell’era del “pacchetto sicurezza”, in Italia si è aperta la caccia al migrante che alza la voce. Rosarno non è un puro frutto della criminalità: la violenza della ‘ndrangheta si è nutrita negli anni della legge Bossi-Fini e delle connivenze dello Stato. A tutto questo, il razzismo ormai diffuso ha fatto da perfetta cornice. Un razzismo istituzionale coltivato nel tempo e che oggi esplode di fronte alla crisi. Ma non dovrebbero essere necessari i morti ammazzati di Castel Volturno e i feriti di Rosarno per vedere che in Italia vige una forma di sfruttamento totale del lavoro favorita dalla legge Bossi-Fini, che autorizza a espellere i lavoratori quando non servono più o alzano la voce. La “fabbrica verde” del sud d’Italia, quella dove sono rifluiti i lavoratori espulsi dalle fabbriche in crisi del nord, non potrebbe funzionare senza quelli che accettano qualsiasi lavoro per mantenere il permesso e sono regolari persino secondo le leggi di questo Stato, senza quelli che aspettano per mesi un rinnovo, senza quelli che un permesso di soggiorno lo perdono o non lo avranno mai perché vige l’assurdo sistema delle quote, senza quelli che attendono il diritto d’asilo, senza quelli che sono criminalizzati e bollati dell’infamia (reale o meno, poco importa, purché giustifichi le “misure di sicurezza”) della clandestinità.
Diciamolo chiaro: Rosarno è l’Italia. Non solo l’Italia della Lega, ma quella delle leggi di uno Stato razzista e quella dei padroni che, nel sud come al nord, che siano o meno affiliati alla criminalità organizzata, sono disposti a tutto pur di pagare il salario più basso possibile.
La misura è colma da parecchio tempo. Ben vengano le testimonianze di civiltà, ma è necessario decidere davvero da che parte stare. La risposta a ciò che è successo non può risolversi in un presidio e in una festa. È necessario che la solidarietà vada oltre se stessa e si esprima dentro ai percorsi organizzativi che coinvolgono lavoratori e lavoratrici, migranti e italiani, nella preparazione dello sciopero del lavoro migrante in Italia, che non sarà solo lo sciopero dei migranti, ma di tutti coloro che si oppongono al modo in cui vengono trattati. Il ministro Calderoli ha deriso il progetto di uno sciopero affermando che i regolari non lo faranno mai, e che gli irregolari saranno espulsi. È necessario mostrare a tutti quelli come lui la forza che i migranti sono in grado di mettere in campo come protagonisti delle loro lotte. Protagonisti insieme a quegli uomini e a quelle donne che rifiutano il razzismo come pratica quotidiana di sfruttamento. Lo sciopero è la vera forza che oggi l’antirazzismo può mettere in campo.
Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia
Per partecipare, sostenere, diffondere la campagna per lo sciopero del
lavoro migrante in Italia: coordinamentosciopero@gmail.com
Nostro servizio
Che i migranti fossero i primi a pagare la crisi era cosa nota, ma a Rosarno gli si chiede anche il resto. Condizioni di vita disumane, salari da fame non corrisposti, la puliza etnica e la deportazione di massa. L'odio esplode nell'Italia dell'apartheid di Stato
Arriviamo nelle prime ore del giorno e ad accoglierci in lontananza spari, a ricordare, come una minaccia, quell'ordine che per qualche ora è stato sovvertito a Rosarno. Le storie che raccontano quegli uomini corrispondono più o meno alla cronaca di questi giorni, ma la verità puzza di gomme bruciate e di stalla. Il resoconto di quanto accaduto è noto: sei immigrati sono stati colpiti con armi da fuoco mentre tornavano dai campi. Questa non è una novità. Molti di quelli che lavorano qui hanno memoria di episodi del genere negli anni passati, possono farne una lunga lista mentre continuano a chiedere se il colore della pelle può essere un buon motivo per prendersi un colpo di fucile. Ma il razzismo non è solo odio per il colore della pelle, la verità sta nei campi, nei pochi frutti rimasti ormai troppo maturi sugli alberi di una stagione di raccolta ormai agli sgoccioli. Stagione di miseria, di mesi interi in condizioni disumane e rare giornate di lavoro non ancora pagate. È accaduto così anche gli altri anni; le minacce cominciavano alla fine del raccolto, intimorire, mettere in fuga prima che tutte le “giornate” siano riscosse. Valore delle parole e del tempo per un bracciante in nero: “giornata” è un unità di misura non di 24 ore, ma di 25 euro, stagione non è caldo e freddo, piogge e sereno, autunno e primavera. Le stagioni hanno il nome di ciò che si raccoglie, qui a Gioia, si chiama arance e mandarini. Una stagione è composta da diversi mesi di sveglie all'alba a sperare di esser chiamato per faticare e da rari giorni li lavoro effettivo, pagati molto spesso, o non pagati altrettanto,a fine mese. E questa potrebbe anche essere un'usualità nelle terre di 'ndrangheta, dove l'economia gira anche con la paura.
Quest'anno però le cose sono andate diversamente. Le condizioni di vita nettamente peggiorate e le giornate di lavoro nettamente diminuite, un pò per la crisi che affronta anche il settore agricolo, ma anche perché proprio per la crisi quest'anno c'erano molta più forza lavoro disponibile. La maggior parte di questi lavoratori provenivano dalle fabbriche del nord, a Torino Piacenza Padova erano stati i primi a pagare la crisi, e qui a Rosarno gli si chiedeva anche il resto. Ciò che realmente è cambiata quest'anno è la reazione, il furore la rabbia e l'indisponibilità a subire ancora l'ennesima. Queste non sono congetture e ricostruzioni, questa è al verità raccontata, urlata a Rosarno, che solo una sacrosanta esplosione di rabbia ha reso visibile al paese intero. Questa la verità che puzza peggio di una stalla, delle fabbriche dismesse, di persone che dormono stipati fin dentro i silos e le cisterne, senza niente, perfino l'acqua, in cui condizioni igieniche sono termini radical chic, in cui non c'è nulla di umano. Sommato a tutto ciò le condizioni di lavoro, Auschwitz non è un paragone esagerato. È la verità che sbattono in faccia i lavoratori di Rosarno, la stessa di Castelvolturno, San Nicola Varco e dei campi in Puglia.
Abbiamo poi percorso appena trecento metri alla ricerca dell'altra verità, quella che puzza della gomma bruciata al presidio contro gli immigrati, tutta da ricostruire fatta di controllo del territorio, di 'ndirne e inceneritore, che non va urlata, ma praticata con fucili e bastoni dai penultimi sugli ultimi. Vivere nella Piana di Gioia Tauro non è facile per nessuno, dove il diritto è favore e il pane per molti è il sussidio per la disoccupazione nel settore agricolo. Questo l'ordine insovvertibile che questi uomini devono immediatamente ristabilire con una reazione esemplare. Raggiungere fin l'ultimo nero per infliggergli con pallini e bastoni la lezione per tutti, e dimostrare che a Rosarno tutto è calmo, tutto sotto controllo. È così che ci siamo ritrovati a girare per casolari dove vivevano altri immigrati, dove abbiamo assistito alle minacce e le aggressioni che sarebbero continuate finchè l'ultimo africano non avesse lasciato la Piana ed effettivamente gli spari, i pestaggi e gli incendi sono continuati per tutto il giorno.
E dove non arrivano le ronde di pochi Rosarnesi, arriva in grande stile lo Stato con il migliore dispiegamento di forze. Migliaia di immigrati, molti dei quali con regolare permesso di soggiorno e molti altri rifugiati, sono stati condotti i pochissime ore verso Crotone dove qualcuno ha scelto di rimanere nel CPA e altri sono partiti coi treni e altri mezzi di fortuna per una nuova odissea. Decine di autobus, riempiti fino all'ultimo posto da persone la cui totalità degli averi era al massimo uno zainetto. Lo sforzo massimo di mediazione culturale durante l'operazione condotta dalle stesse forze dell'ordine era il continuo “camòn lezgò” di un poliziotto che dava sfoggio delle lingue davnti alle telecamere. Abbiamo visto partire senza meta, scortate, stipate all'inversomile, auto che non avremmo scommesso neanche che potessero partire.
La pulizia etnica e la deportazione di massa fatta coi mezzi della polizia e dei carabinieri è proprio la lezione che Maroni e questo Governo danno a chi per poche ore sovverte l'ordine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, della totale assenza di diritti per una parte della popolazione, dell'apartheid di Stato.