Topic “Rifondazione”

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Nota quotidiana

Riproposta la strategia di sempre: alleanza e patto di legislatura con l'Ulivo; unità con Vendola (che però snobba). E unificazione di Prc e Pdci per ritornare di nuovo "a un unico partito comunista". Ma non c'è entusiasmo

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Il congresso di fondazione della Federazione della Sinistra una possibilità ce l'aveva. Avviare la formazione di un polo della sinistra, anticapitalista, di classe, ecologista, alternativo al centrodestra e al centrosinistra con l'obiettivo di rifondare una nuova proposta politica capace di dare una sponda a quella voglia di cambiamento che pure esiste in questo paese. Non l'ha fatto, in nessun modo. Anzi, ha riproposto la solita strategia, già vista, già fallita, senza nemmeno l'entusiasmo di una volta.

Le "tre unità" che sono emerse dal congresso, infatti, non hanno nulla di nuovo ma ci consegnano una formazione stanca, con la testa girata all'indietro e con lo sguardo corrucciato fissato sulla possibilità o meno di rientrare in Parlamento.

La prima unità, quella strategica, è stata declinata in forme diverse ma che non cambiano la sostanza: "l'Alleanza costituzionale" con il Pd, come dice Salvi, il più concreto, e ben definito, "Patto di legislatura" di Diliberto - basato su obbligo scolastico a 18 anni, lotta alla precarietà e fisco - il "Fronte democratico aperto all'Udc" di cui ha parlato Ferrero. Per quanto corretta dalla non partecipazione a un eventuale governo di centrosinistra, questa posizione mette la Fds pienamente nell'alveo del nuovo Ulivo di Bersani - con l'attuale legge elettorale si convergerà su un unico candidato premier e quello farà la campagna elettorale - e riduce ai minimi termini le differenze con Sinistra, Ecologia e libertà. Che, a differenza di Fds, produce una dinamica molto più mobilitante. Accettando di stare dentro l'alleanza a testa alta, anzi candidandosi a guidarla, Vendola attira su di se una speranza, un movimento e questo è visibile nei sondaggi e nella crescita di popolarità che non sono il frutto solo di un carisma "narrativo" ma anche l'effetto di una politica di critica da sinistra del Pd che appare efficace.
Con la sua proposta, la Fds è dentro ma vorrebbe stare fuori senza il coraggio di restare fuori. Un'incertezza che ne offusca il profilo e l'interesse.

Non solo, e qui veniamo alla "seconda unità". Ribadire il corteggiamento a Vendola e a Sel - che nel suo Tg7, Mentana ha definito "un'alleanza necessaria per tornare a vivere" - contribuisce a ridurre il profilo di formazione alternativa con un vantaggio esplicito per la "concorrenza" vendoliana. Che, ovviamente consapevole di questo vantaggio, non ci pensa proprio a rispondere ai ripetuti appelli all'unità elettorale o politica, ben sapendo che le serve solo attendere un momento più favorevole, magari per un'annessione.
Infine, la "terza unità", quelle delle forze costituenti la Fds. Inutile far finta di non aver ascoltato gli interventi. Nel congresso è andata in scena un remake del '98 - quanti sanno che la sala congressuale è la stessa in cui si consumò la rottura tra Bertinotti e Cossutta sul governo Prodi con il cambio di maggioranza in Cpn? - con l'abbraccio tra Claudio Grassi e Oliviero Diliberto all'insegna del "i due partiti comunisti si devono unificare". Progetto legittimo, e comprensibile, ma che ripropone sempre lo stesso adagio, un'identità ideologica con la quale fare poi qualsiasi scelta - accordi di legislatura, di governo, unità spurie, etc. La casuale nomina di Diliberto a portavoce della Fds contribuisce a dare questa fisionomia alle conclusioni del congresso.
Un congresso che non cambia granché nei rapporti a sinistra, che ribadisce una linea stanca e rivolta al passato e contribuisce a bloccare delle forze che pure potrebbero essere utili per costruire una vera ripartenza per una sinistra anticapitalista e di classe, quale quella che serve al conflitto sociale. Ma per una vera ripartenza occorre cambiare il tavolo di gioco, non basta ripetere all'infinito sempre la stessa partita.

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Accade a sinistra

Una recensione del libro di Salvatore Cannavò sulla storia del Prc e la crisi della sinistra radicale, uscita su "il manifesto" nel giorno del congresso della Federazione della sinistra

Franco Russo

Che fine ha fatto il progetto della rifondazione comunista? Negli anni ci sono state scissioni, distacchi di singole persone dovute a scelte drammatiche sul governo Dini e su quello di D'Alema fino alle esperienze dei governi Prodi. Sembrerebbe che la questione del governo sia stata la causa delle fratture di questa sinistra. Ancora oggi, è su questo tema che si palesano divergenze, insieme a quello di come, e se, riunificare la sinistra radicale, avendo SeL scelto con nettezza la via della riproposizione del centrosinistra.
Utile per comprendere il retroterra dell'attuale situazione di questa parte della sinistra è il volume di Salvatore Cannavò - Rifondazione mancata (Edizioni Alegre, 2009). Ripercorre la vicenda specificamente di Rc, ne analizza i passaggi, dalla sua nascita a ridosso del Congresso di Rimini del 1991 - nacque il Pds e contemporaneamente il Movimento per la Rifondazione comunista - fino alle esperienze del secondo governo Prodi nel 2006, poi della lista Arcobaleno (2008, la sinistra fuori dal Parlamento), e del congresso di Chianciano con l'ultima e più pesante scissione. La frammentazione di Rc - la rottura con Lucio Magri nel 1995 e quella con Cossutta nel 1998, le divisioni prima e dopo il congresso di Chianciano che hanno dato vita a ben tre formazioni - rinvia alla più generale questione dello scissionismo che ha segnato la storia della comunità politica comunista. Di certo, il centralismo democratico, non tollerando per costituzione il dissenso, ha continuamente causato il fenomeno dei "fuoriusciti", tacciati di tradimento. Per questo Aldo Natoli, nel Comitato centrale che decretò l'espulsione dei membri de il manifesto, volle sottolineare che si poteva essere comunisti, anche senza avere la tessera del Pci: una lezione da tenere a mente.
Si è sempre sostenuto che questi ricorrenti episodi di fuoriusciti ed espulsi erano dovuti ai tempi di ferro e fuoco; nella vicenda di Rc, dove non vige il centralismo democratico, lo scontro interno e le scissioni continue sono state causate - questa mi pare la spiegazione di Cannavò - più che dalla disomogenea cultura dei gruppi dirigenti (dal cossuttismo filosovietico al femminismo passando per l'ingraismo), dalla mancata elaborazione del lutto per la fine del Pci. Il significato profondo di questo irrisolto rapporto sta nel fatto che in Rc si è riproposto come modello di riferimento il togliattismo, declinato ora come capacità di "fare politica" ora come base di una "terza via", percepito comunque sempre come la più raffinata delle esperienze del movimento comunista. Rc, e ora la federazione della Sinistra, vede nel vecchio Pci e nella Cgil gli unici possibili orizzonti della sinistra: oltre quelle colonne sarebbe impossibile avventurarsi.
Bertinotti ha condotto una lotta culturale contro lo stalinismo: nella sinistra italiana non è questo il problema, è il togliattismo. Il continuo riaffiorare della nostalgia per il "popolo di sinistra" è il sintomo di questo inestricabile legame con il Pci. Che si ripropone anche con il Pd, considerato comunque componente moderata del "popolo di sinistra", mentre esso ha come riferimento un composto di nuovismo di ascendenza craxiana e di culto della mediazione e del perbenismo della vecchia Dc.
Rc si è divisa sempre sulle due questioni del governo e dell'unità, e sembrerebbe che nella Federazione della Sinistra serpeggino le inquietudini proprio su questi stessi problemi. È possibile ricomporre oggi le fratture che si determinarono intorno al sostegno al governo Dini nel 1995 e poi nei travagli del primo governo Prodi? Oggi la linea della Federazione della Sinistra di proporre un'alleanza elettorale con il Pd senza partecipare al governo sembra più un espediente per tenere uniti i pezzi che non una prospettiva di costruzione di un'alternativa di sinistra al berlusconismo e al consociativismo. Su questi temi si è misurato Bertinotti. Con la linea di "svolta o rottura" (1998), facendo cadere Prodi, compì una scelta dirompente rivendicando autonomia dall'Ulivo e soprattutto abbandonando la politica dei compromessi in nome dell'unità e responsabilità nazionali di ispirazione togliattiana. È stata la sfida di Bertinotti: andare oltre il Pci, pensando che un'altra sinistra, non compromessa con il centrismo, fosse possibile - un progetto portato avanti non scomponendo e ricomponendo vecchi quanto esausti gruppi dirigenti. La Rifondazione comunista della segreteria Bertinotti si è letteralmente gettata nel movimento di Genova 2001 e si è prodigata perché emergesse una coalizione sociale anticapitalistica sulla base delle intuizioni della cultura no global - critica al potere e all'avanguardismo come la strada verso la democrazia partecipata, centralità dei movimenti sociali, fine del primato del partito per costruire nuove forme della rappresentanza sociale e politica; e, altro elemento rilevante di cultura politica, al mercato capitalistico non venne più contrapposto l'autoritarismo della pianificazione centralizzata, bensì la lotta per la gestione democratica dei commons contro la mercificazione dell'esistenza umana.
Cannavò parla degli anni 2001-2004 - come di una sorta di "biennio rosso". Cosa ha portato Bertinotti al di qua dei 10 milioni di voti del referendum e del movimento no global? Non punta il dito accusatore, lasciando che sia lo stesso Bertinotti a dirci che troppo ardua era l'impresa che «ci portasse all'organizzazione della politica al di là della tradizione comunista». Il compito è ancora davanti a noi.

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Accade a sinistra

Dura lettera di dimissioni di Sergio Boccadutri: «Siamo ormai un partito non utile, dilaniato dal frazionismo in un delicato quanto nauseante equilibrio interno»

12 ottobre 2010
Al segretario nazionale del Prc
Alla segreteria nazionale del Prc
Ai compagni e alle compagne del Comitato politico nazionale del Prc
Ai compagni e alle compagne della Direzione nazionale del Prc
Ai compagni e alle compagne di Rifondazione comunista
e p. c.
Alle lavoratrici e ai lavoratori di Liberazione

Care compagne e cari compagni,
ho deciso di lasciare il nostro partito e quindi di conseguenza rassegno le dimissioni da tesoriere del Partito della Rifondazione comunista.
Sento il dovere di comunicarvelo per rispetto del nostro Partito, nel quale sono cresciuto, umanamente prima ancora che politicamente, moltissimo. Nel corso di questi anni ho sempre sentito le responsabilità che mi avete affidato come un impegno etico e politico verso l'organizzazione che, insieme a tante altre e altri, abbiamo generosamente provato a costruire. Per me è sempre stato un onore poter essere utile al partito che, ancora diciottenne, scelsi per la mia militanza politica. Nel corso degli anni ho dato tutto me stesso per corrispondere alla fiducia che mi avevate accordato, in particolare negli anni in cui ho svolto il ruolo di tesoriere del partito. Dopo la sconfitta del 2008 e la conseguente uscita dal Parlamento delle nostre rappresentanze, ho moltiplicato ogni sforzo per far vivere, non solo sopravvivere, la nostra organizzazione autonomamente, come è necessario e giusto che viva un'organizzazione di comuniste e comunisti. Ogni mia scelta, sempre operata di concerto con i gruppi dirigenti, ha avuto come unica finalità quella di rendere più autonoma e forte la voce di Rifondazione comunista. Ho trovato la generosità antica di chi condivide un vincolo forte di appartenenza e, quindi, il mio primo ringraziamento e saluto va a tutte e tutti quelli che lavorano quotidianamente per far funzionare il partito. Un saluto particolare lo riservo a chi, con me, ha condiviso la fatica e lo stress di trovare le risorse umane ed economiche per continuare. Per la pazienza con la quale hanno dovuto sopportare anche i miei ritmi, va a Licia e a Mauro - per me fonti inesuribili di confronto e arricchimento di idee - ad Alessandra e a Alberto - che con pazienza hanno spesso sopportato le mie intemperanze - a Lucia e a Marco dell’amministrazione del giornale che ho purtroppo conosciuto tardi, tutto l’affetto e la riconoscenza per un lavoro che non avrei potuto altrimenti realizzare. C'è un saluto che non posso più fare, quello alla carissima e dolcissima Barbara Giadresco, che fu insostituibile motore del nostro collettivo, forte nella sua fragilità, capace di infondere in tutti noi una fiducia nel futuro che spero mi accompagni tutta la vita.

È proprio il grande legame che ho conservato verso le donne e gli uomini del nostro partito che mi ha fatto scegliere di continuare la militanza pur quando non condividevo alcune scelte del gruppo dirigente. E non ho mai sentito come impedente, né per la mia militanza né per la mia responsabilità di tesoriere, l'avere opinioni anche radicalmente difformi dalla linea maggioritaria legittimamente sostenuta dal segreteria nazionale. Ho, piuttosto, sempre interpretato la delicatezza del mio ruolo come un punto di esposizione forte, sia internamente che esternamente, dal quale non potesse mai venire una propensione partigiana. Ogni volta che effettuavo una scelta, la mia unica preoccupazione è stata quella di garantire il bene del partito, e attraverso questo la garanzia che ogni sua parte, sia stata un territorio o piuttosto un'articolazione politica interna, se ne sentisse garantita. Posso dirvi, in tutta coscienza, che è sempre stato così. Anche, nella delicatissima responsabilità di amministratore unico di Liberazione, tendendo ad un risanamento che tenesse conto delle professionalità presenti nel giornale e del diritto dei lettori a poter avere una fonte di informazione non omologata, nonostante le politiche di taglio di fondi pubblici, liberticide quante altre mai, decise dal governo più antisociale della storia repubblicana del nostro paese.

So di averci messo, da amministratore del partito, il massimo impegno fino all’ultimo giorno, con tutti i miei limiti, provando sempre a dare una risposta ai problemi e alle questioni delle compagne, dei compagni e dei territori. Ho poi scelto di non indugiare oltre nella riflessione e di dare seguito ai miei intendimenti oggi, senza ulteriori rinvii, anche per tutelare il partito, che tra breve avrà un Cpn: la sede statutaria dove potere eleggere il nuovo tesoriere, al quale sin d'ora porto i miei auguri di buon lavoro e per il quale mi rendo disponibile in ogni momento al passaggio di consegne.

E’ l’onestà intellettuale ad impormi le dimissioni. Se infatti non condivido più nulla del partito non posso più continuare a svolgere serenamente il mio ruolo. Specularmene lo stesso vale per il partito che non può consentirsi di far rivestire un ruolo chiave come il mio a chi non sia più convinto della sua utilità politica.
Il deficit di linea politica è dovuto senza dubbio alcuno al frazionismo. Non più soltanto un fenomeno della vita politica del nostro partito, ma addirittura come metodo della sua gestione, “dal centro alla periferia”. Dopo un gran parlare di “gestione unitaria”, dopo l’allargamento della segreteria oltre la maggioranza congressuale di Chianciano, dopo ancora le relazioni e i documenti sul superamento delle aree, ancora il partito non è condotto da una linea unitaria, ma da un delicato quanto nauseante equilibrio interno. E dato che ormai tante compagne e tanti compagni lo sostengono candidamente dietro al triste motto “primum vivere deinde filosofare”, penso che sia davvero la morte (della politica) pensare che è importante “eleggere una truppa di parlamentari e poi si vedrà”, che “l’obiettivo è il 2,1%”, una ben misera prospettiva. E’ forse proprio questa tenue speranza che tiene in piedi quell’equilibrio, forse la speranza che sia il gruppo dirigente a riempire quelle caselle. Non posso che augurare a chi la pensa così buona fortuna, esattamente come la si augura a chi gioca al lotto.

Anche se non credo che quel poco di partito che ancora vive – e si affatica - sui territori consentirà la meccanica autopromozione di chi ha grandi responsabilità nell’aver devastato una delle più grandi esperienze politiche della sinistra degli ultimi quindici anni.
Alle compagne e ai compagni convinti che rimanendo nel partito sia possibile fare una battaglia politica e cambiare le cose, rispondo che non ne ho voglia. Per me politica significa battaglia di idee per cambiare la società. Se devo usare le mie energie preferisco farlo per una esperienza politica tesa a modificare qualcosa di più che il gruppo dirigente di un partito smarrito. Il gruppo dirigente si è dimostrato completamente inadeguato nella gestione del partito. La modalità assunta di concentrare e sottoporre al controllo minuzioso da parte della segreteria nazionale ogni aspetto della vita interna del partito, è soltanto il segno dell’incapacità di fare e proporre iniziativa politica come leva del rafforzamento e della costruzione del partito stesso. Se ciò produce risultati neutri il più delle volte, con l’unica frustrazione dell’autonomia e della responsabilità di ciascuno verso il proprio incarico, in un caso ha prodotto e produrrà risultati disastrosi che metteranno in gravissima difficoltà – nonostante gli sforzi fatti in questi anni di contenimento assoluto della spesa – il partito stesso. Sto parlando della vicenda Liberazione.

Complice anche la Direzione nazionale che non ha voluto guardare i numeri, la gravità è stata nella superbia e nell'approccio così superficiale tenuti in una situazione economica tanto delicata, anzi disastrosa per il partito, a tutti nota dopo la sconfitta del 2008. Se prima si è trattato di un errore, dopo i risultati delle elezioni europee e poi ancora di quelle regionali è stato diabolico perseverare.
Prima tra tutte la responsabilità è del Direttore e poi del Segretario nazionale che lo ha voluto assecondare in tutto e per tutto, quindi anche della segreteria che non ha saputo o voluto intervenire. Era già evidente alla fine del 2008 – e lo dissi - che non tenere strette le redini del bilancio di Liberazione, avrebbe significato condannare il Partito ad un lento, inesorabile dissanguamento economico. Assistere da tesoriere a questa idiozia è troppo, davvero. Soprattutto quando – in nome della continuità della rifondazione comunista – ci sono oltre 70 dipendenti del partito in cassa integrazione e si tagliano completamente le risorse per l’attività politica sui territori.

La motivazione del disastro economico fu una delle leve contro il precedente direttore e la precedente gestione, ma esattamente oggi come allora si fa ciò che si rimproverava agli altri. Esattamente, perché farsi vanto di una riduzione della perdita dovuta in grandissima parte al dimezzamento del costo del lavoro per mezzo degli ammortizzatori sociali, è un grave errore di prospettiva. Significa essere miopi. Peggio: ha significato sprecare per due anni l’occasione dello stato di crisi per avviare una profonda modificazione del giornale, per portarlo a dei livelli di compatibilità economica. Ribadire ancora che il generoso sforzo che in questi ultimi mesi hanno compiuto decine e decine di compagni in sostegno al giornale possa risollevare le sorti del giornale è il frutto di una manifesta incompetenza, per carità nella massima buona fede.

Anche la federazione della sinistra, se in un primo tempo aveva l’ambizione di rappresentare un processo verso la riunificazione della sinistra, oggi non è più che un mini cartello elettorale, un involucro protettivo (che però non produce neppure questo effetto per lo scarso interesse che suscita nel paese) che un luogo dove investire energie. Inoltre, la forma della federazione fa inevitabilmente contare di più i gruppi dirigenti delle singole parti che la base e gli iscritti, che mi paiono destinati ad assumere l'ingiusto ruolo di spettatori, in una fase che, al contrario, necessiterebbe la piena partecipazione di tutte e tutti. Divisioni, spaccature sono all’ordine del giorno, alla vigilia di un congresso che si annuncia ancora come un’altra falsa partenza. Il tempo è scaduto e continuare con riposizionamenti e giochetti tattici è dannoso oltre che senza alcun senso, se non quello di garantirsi un piccolo, quanto illusorio, spazio personale.

Mi piacerebbe approfondire qualche argomento di più squisita natura politica, politica "alta", intendo, cosa che nelle mie vesti ho spesso tralasciato in luogo pubblico per occuparmi con maggiore impegno dei compiti che mi sono stati assegnati, e forse anche per un certo pudore, o per la consapevolezza dei miei limiti. E mi piacerebbe farlo anche in virtù del momento così delicato per tutta la sinistra, dove ogni scelta può determinarne la scomparsa definitiva per un lunghissimo periodo, o la sua incredibile (e forse persino insperata) rinascita.
Ma, come si sarà inteso, io di politica alta, dalle nostre parti, non ne vedo più. Anzi, faccio fatica a volte persino a scorgere la politica terra terra. Spero sia per mio difetto.
E' invece impossibile nascondere, a me stesso per primo, l'enorme carico di emotività che ogni rottura porta con sé. Sono riuscito nel tempo a tenere distinto il giudizio politico da quello personale, e non sarà certo adesso che cambierò.
Per questo chiudo queste poche righe come ho cominciato, di nuovo salutando con sincero affetto tutte le compagne e i compagni coi quali ho lavorato fianco a fianco in Direzione nazionale, e quelli che ho incontrato nelle federazioni e nei circoli. A tutte e tutti loro, a partire da quelli di Palermo, con cui ho passato la parte più importante della mia vita politica, rimarrò sempre legato da un affetto che supera le diverse opinioni politiche. E’ tutto questo che soprattutto mi mancherà.
Con la speranza, essendo la politica fatta anche di corsi e ricorsi, di incontrarsi nuovamente.
Fraternamente,
Sergio Boccadutri

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Accade a sinistra

La storia del Psi e quella del Prc sono incomparabili, eppure si tratta di due partiti che in soli quindici anni sono passati dall'altare alla polvere. Come la politica della tattica e della mossa del cavallo ha dissolto un intero gruppo dirigente. Dal libro "La Rifondazione mancata"

di Salvatore Cannavò

(...) Si è corso molto con Rifondazione, di emergenza in emergenza, di elezione in elezione, di svolta in svolta, senza fermarsi mai a guardare chi fosssimo davvero, da dove venissimo, cosa eravamo stati e cosa avremmo voluto diventare. Una politica da bere, un po' come quella Milano degli anni 80 di craxiana memoria. Del resto, sia pure nell'incomparabilità di storie, percorsi e moventi all'agire, il crollo improvviso di Rifondazione e della sinistra radicale assomiglia in modo impressionante al dissolvimento di quell'esperienza. Nessun altro partito in Italia è passato così repentinamente dall'altare alla polvere; nessun gruppo dirigente è caduto così velocemente e irrimediabilmente nell'oblio. Tranne, appunto, il Psi che per primo ha fatto della tattica e della manovra un perno obbligato della propria politica. Forse perché, al netto di differenze nemmeno comparabili, entrambi i progetti politici hanno dovuto fare i conti con un sistema politico dominato da due grandi blocchi, la Dc e il Pci per Craxi, il Polo e l'Ulivo per Rifondazione, dovendo gestire la difficile condizione del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Una condizione che ha giustificato, ancora al netto dei contenuti, una politica "corsara", audace, veloce. Bertinotti ha gestito Rifondazione comunista nell'era del bipolarismo italiano dove la forza dei due ex partiti di massa è stata surrogata da una legge elettorale che ha realizzato un finto bipartitismo e che ha costretto il Prc a dover fare i conti con un alleato obbligato, il centrosinistra, l'Ulivo o il Pd, ma comunque scomodo e ingombrante e del tutto innaturale rispetto alla propria storia e vocazione. Da qui, la necessità di una tattica rapida e disorientante, spregiudicata e abile: l'alleanza con il primo Prodi e poi la rottura; la svolta movimentista e poi di nuovo il governo; l'antistalinismo e la non violenza. Un collage di tentativi finalizzati a far uscire quel partito dal minoritarismo e dalla tutela della frazione maggioritaria del Pci che ha dato vita ai Ds e poi al Pd. Così come Craxi aveva bisogno di passare dal 10% del Psi di De Martino ad almeno il 16-18%, percentuale mai raggiunta, così il Prc aveva bisogno del passaggio dal 5-6% storicamente detenuto a una percentuale a due cifre. Anche per questo si spiega il progetto affastellato e confuso dell'Arcobaleno, la coalizione elettorale con cui tutta la sinistra di governo si è presentata alle elezioni politiche del 2008. Un modo per provare a reggere rispetto al bi-partitismo imperfetto cui puntavano, e puntano, Berlusconi e il Pd; una tappa per limitare i danni e provare a reimpostare una strategia vincente. Una necessità vitale che ha alimentato fretta e improvvisazione, politica «acrobatica» a velocità inaudite. L'analogia potrebbe finire qui, avendo già più volte ribadita la non assimilabilità di due fenomeni così diversi. Eppure c'è ancora qualcosa che connette i due fenomeni sia pure in tempi diversi: parliamo del processo di scomposizione del movimento operaio italiano che il processo degenerativo del Partito socialista ha contribuito a avviare e che la vicenda della Rifondazione comunista ha afferrato per coda mancando la presa. Craxi e il Psi agirono con voracità e velocità in un contesto in cui, la sconfitte maturate negli anni 70, dal compromesso storico fino al vero e proprio tradimento dei 35 giorni alla Fiat, modificarono il movimento operaio producendo un arretramento ideologico dal punto di vista marxiano della «classe per sé» e una adesione sbarazzina al liberismo selvaggio che si stava sprigionando sotto le insegne del duo Thatcher-Reagan. Con gli anni 80 si apre la fase del ripiegamento, della diminuzione della forza lavoro concentrata nella grande fabbrica, della esternalizzazione che significa innanzitutto divisione e mancanza di autoriconoscimento, quindi organizzazione, e si comincia ad affermare il fenomeno della precarizzazione e della flessibilità. Il Psi agisce la propria strategia in un contesto in cui l'infiacchirsi della forza operaia e proletaria organizzata permettono ai suoi dirigenti di lanciare la parola d'ordine dell'“arrangiatevi” rivolta a giovani generazioni alle prese con l'università e un mondo del lavoro in rapido mutamento. L'indebolimento, organizzativo e strutturale, e la crisi ideologica complessiva permettono a Craxi di surfare su quel soggetto intervenendo negativamente sulla sua trasformazione oggettiva. Craxi sfrutta e alimenta la disgregazione del movimento operaio italiano per la sua impresa rivelatasi fallimentare. Questa crisi sfocerà poi, in forma molto più imponente, seria e devastante, nella crisi e nel cambiamento di nome del Pci che, dieci anni dopo, assume di fatto le indicazioni del Psi e si lancia nella propria mutazione genetica. Lo fa con lo stile e la boria di un gruppo dirigente cresciuto a “pane e Togliatti”; lo fa con il rito dovuto alla propria vicenda, con le lacrime dal palco e con gli scontri interni sottaciuti. Lo fa per il bene del paese e del partito, lo fa per la democrazia, lo fa meglio di chiunque altro. Ma lo fa. Esattamente come, senza i riti e le pantomime dell'89, aveva fatto più prosaicamente e pragmaticamente Craxi alla fine degli anni 70 con il celebre congresso del Midas o, ancora, nel 1990 cambiando nel corso di una riunione di segreteria nome allo stesso Psi trasformato in Unità socialista. Il Psi è la sentinella di uno smottamento che diverrà valanga nel corso degli anni 90 e nel primo decennio del terzo millennio. La “classe operaia” continua ad arretrare e dividersi, si smarrisce nei suoi ultimi riferimenti ideali, perde il senso di sé e della propria missione. La post-ideologia prende lo spazio della lotta di classe che invece continua dal lato della borghesia che non smette di agire per i propri interessi a colpi di ristrutturazioni, licenziamenti, controriforme pensionistiche e del lavoro, precarietà dilagante. Il soggetto sociale di riferimento nel corso degli anni 90 diventa irriconoscibile, introvabile, non agguantabile. Rifondazione comunista è costretta a subire questo processo di scomposizione restando per molti di quei settori l'ultimo baluardo, l'ultimo vascello, anche se malconcio, in un mare infestato da squali e pirati oltre che da navi nemiche. Ma, ecco che torna l'analogia, il Prc non sa affrontare questa difficoltà, non la mette nemmeno in agenda. Preferisce vivere della rendita elettorale, istituzionale e di apparato che il simbolo comunista le concede, alimentando una piccola schiera di burocrati e istituzionali che non hanno la testa e gli occhi rivolti a quel disastro sociale ma piuttosto al quadro politico, in cui devono cercare di sopravvivere. Se il Psi ha contribuito a produrre le macerie del movimento operaio, agendo al di fuori dei suoi legami, Rifondazione le rimuove o, meglio, inizia a surfarci sopra. Adotta la “mossa del cavallo” invece di dedicarsi alla “lenta impazienza” necessaria a ricostruire davvero. Sceglie tatticismi ed eclettismo per cercare di sopravvivere alla crisi che le consegna il proprio passato. Dà fondo a tutto il proprio patrimonio consumandolo improduttivamente invece di reinvestire nel sociale per cercare di far fruttare una forza nuova. La controprova è il progressivo affievolimento del suo insediamento sociale, la perdita costante di legami con la scoietà, la marginalizzazione all'interno di tutti i sindacati, il rinsecchimento dei propri circoli e della propria vitalità politica, un turnover gigantesco che vedrà centinaia di migliaia di uomini e donne aderire a Rifondazione per poi lasciarla subito dopo. A poco a poco, lo vedremo meglio con il passare degli anni e l'esplosione di contraddizioni e antagonismi interni, Rifondazione comincia a perdere il senso stesso della propria esistenza e della propria sfida, la rifondazione appunto. E diventa l'appendice stanca di una storia giunta al termine, la “gloriosa” storia del Pci italiano che scompare dalla scena lasciando sul terreno un partito all'americana e una manciata di detriti. Ma una soggettività che non riesce a congiungersi con le proprie radici può veleggiare nella politica per molti anni, può anche avere successi parziali ma alla fine soccombe con una rapidità inaspettata e improvvisa. Può sparire da un giorno all'altro e lasciare un vago ricordo di sé.

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Accade a sinistra

il settimanale Panorama riporta uno stralcio "piccante" del libro "La rifondazione mancata" di Salvatore Cannavò

(da dagospia) Una «bomba a orologeria» sotto la poltrona di Romano Prodi ? Secondo Salvatore Cannavò, ex di Rifondazione, era già stata collocata la sera del 14 ottobre 2007, subito dopo l'incoronazione di Walter Veltroni alla segreteria del Pd con le primarie. Cannavò lo svela nel libro "La Rifondazione mancata" (Alegre). Dove riferisce il racconto fattogli da un cronista: «Fassino va da Veltroni e gli chiede: che facciamo? La risposta è secca: si va a votare». (P.S.)

La rifondazione mancata

1991-2008, una storia del Prc
di:
Salvatore Cannavò
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