Topic “rifiuti”

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Tempi moderni

Tre attivisti del coordinamento contro l'inceneritore ai Castelli romani sono stati perquisiti dalla digos nelle proprie abitazioni con accuse infondate. Un tentativo di intimidazione contro i movimenti ambientalisti a pochi giorni dal referendum e dalla manifestazione del 18 ad Albano

Marco Santopadre
(Radio città aperta)

“Stamattina è scattato un blitz della Digos e della Questura nei confronti di 3 attivisti del Coordinamento contro l’Inceneritore di Albano” – raccontava ieri a fine mattinata dai microfoni di Radio Città Aperta Emiliano Viti, del Coordinamento No Inc dei Castelli Romani.
“Alle cinque e mezza del mattino, quando gli agenti si sono presentati a casa dei tre compagni per effettuare le perquisizioni, l’accusa nei nostri confronti era di aver danneggiato e manomesso in passato alcuni automezzi che la Pontina Ambiente srl utilizzava per allargare la discarica di Roncigliano. Ma naturalmente, nonostante la lunga e accurata perquisizione non è emerso nessun elemento in qualche modo ricollegabile a episodi di danneggiamento nei confronti dei macchinari utilizzati all’interno della discarica. Come al solito è stato alzato un polverone con il solo scopo di criminalizzare una battaglia che in questo territorio ha avuto sempre un carattere fortemente popolare, un forte consenso e radicamento non solo ad Albano ma tra le popolazioni di tutti i Castelli Romani. Anche questa volta il Coordinamento, che già purtroppo in passato ha dovuto subire intimidazioni di vario tipo e operazione di discredito nei suoi confronti, saprà rispondere come ha sempre fatto. Per sabato 18 giugno confermiamo una grande manifestazione popolare che partirà alle 15.30 da Piazza Mazzini ad Albano e che sfilerà fino a Piazza di Corte ad Ariccia”.
All’indomani del blitz realizzato ieri all’alba dalla Digos su mandato del sostituto procuratore di Velletri Taglialatela i comitati della zona che si battono contro le devastazioni ambientali annunciano azioni di protesta contro le indebite intimidazioni già nei prossimi giorni. I danneggiamenti contestati ai tre – ma finora senza nessun riscontro – sarebbero quelli ai danni di alcune ruspe utilizzate nel movimento terro dalla Pontina Ambiente srl e dalla ditta Trasca srl avvenuto lo scorso aprile. Erano indumenti simili a quelli usati nel ‘sabotaggio’ che gli agenti cercavano nelle case perquisite ma che non hanno trovato.
I No Inc hanno sempre negato ogni legame con quell’episodio mentre in un comunicato diffuso ieri ricordano anzi che in precedente atto intimidatorio ad uno degli attivisti perquisiti ieri era stato dato alle fiamme un trattore. Che le perquisizioni di ieri siano una provocazione bella e buona proprio a pochi giorni dai referendum e dalla manifestazione già programmata per il 18 i No Inc lo mettono nero su bianco: "La mobilitazione contro l’inceneritore e per la chiusura della discarica di Albano è un grande ostacolo agli interessi e agli affari del sig. Cerroni che da decenni lucra sulla salute della popolazione con le sue discariche ed i suoi inceneritori laziali. Padroni e padroncini mettono in campo tutte le loro armi per fermarla e diffamarla. Per prime sono arrivate le minacce personali a carattere mafioso alle quali hanno fatto seguito l’ incendio del trattore ed ora le perquisizioni a casa di membri del comitato. Cos’altro si inventeranno Cerroni ed i suoi servi per fermare la volontà popolare?" ci chiedono i No Inc nel comunicato che poi prosegue: "E’ scontato che queste miserabili provocazioni - conclude il coordinamento del comitato No Inc - non fermeranno nemmeno per un attimo la mobilitazione popolare sia contro l’inceneritore momentaneamente bloccato dal TAR, sia contro l’infame ampliamento della discarica di Roncigliano, dove Pontina Ambiente srl sta completando un nuovo invaso, il VII, praticamente a ridosso del centro abitato".
E mentre a Napoli il nuovo sindaco De Magistris annuncia che si batterà contro l’inceneritore previsto in provincia – ma senza scatenare un braccio di ferro col presidente della Regione Caldoro che invece lo approva – una notizia ai quali i media non hanno dato nessuno spazio ci ricorda i rischi che i cosiddetti ‘termovalorizzatori’ comportano: rifiuti, anche pericolosi, usati al posto della lolla di riso e di altre biomasse nell'impianto di incenerimento Riso Scotti Energia, per fornire al Gestore dei Servizi Energetici di Roma, usufruendo di sovvenzioni pubbliche e quindi ad un prezzo superiore a quello di mercato, energia elettrica falsamente qualificata come derivante da fonti rinnovabili di biomasse. Su disposizione del giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Milano, Stefania Donadeo, gli uomini del corpo forestale dello Stato hanno eseguito stamattina le misure di custodia cautelare in carcere nei confronti di Franco Centili, funzionario del Gestore dei Servizi Energetici, (G.S.E.) di Roma, mentre ai domiciliari sono finiti Angelo Dario Scotti, vice presidente del Cda di Riso Scotti Energia - R.S.E. , nonché presidente del Cda e amministratore delegato di Riso Scotti S.p.A., società proprietaria di fatto di R.S.E, Andrea Raffaelli, funzionario del G.S.E. di Roma, Elio Nicola Ostellino, consulente esterno di Assoelettrica e Nicola Farina, commercialista di fiducia del Gruppo Scotti. Nel novembre 2010 erano già stati decisi gli arresti domiciliari nei confronti di 7 indagati e disposto il sequestro preventivo dell'impianto di coincenerimento di R.S.E. Ora, da nuove intercettazioni è emerso, spiega la Forestale, il tentativo della R.S.E., "avallato e sostenuto dalla proprietà, di risolvere in modo favorevole alla società il contenzioso maturato con il G.S.E. attraverso l'intervento di persone amiche, dipendenti e/o collaboratori della P.A., in grado di modificare e/o annullare le determinazioni sfavorevoli assunte dal G.S.E".

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Tempi moderni

Ecco come il governo ha derogato le leggi per gestire e non risolvere l’emergenza monnezza. Il caso del mezzo collaudo dell’inceneritore di Acerra. I nomi dei responsabili e degli uomini fidati di Bertolaso

Manuele Bonaccorsi (Da Left)

La discarica di cava Vitiello è contenuta in una legge dello Stato», ripetono il governo, Guido Bertolaso, i dirigenti delle forze dell’ordine che la scorsa settimana hanno imposto con la violenza il passaggio degli autocompattatori diretti alla discarica Sari di Terzigno. E la legge, dicono, va fatta rispettare. La legge in questione è la 123 del 2008, ossia la conversione del decreto 90 del 2008 recante “Misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e ulteriori disposizioni di protezione civile”. È il decreto varato nel primo Consiglio dei ministri dell’attuale governo Berlusconi, che nomina Guido Bertolaso commissario straordinario. Ed è un decreto la cui sostanza. è un lasciapassare alla violazione della legge. Ha permesso per due anni – e permette tuttora secondo il governo - alla Protezione civile di sospendere l’applicazione di molte importanti leggi dello Stato. A rileggerlo, alla luce di quanto avvenuto in questi giorni, si ha la sensazione di trovarsi in un mondo al contrario, dove chi protesta contro lo Stato chiede solo e semplicemente il rispetto della legge, e le forze dell’ordine arrivano sul territorio come fossero scagnozzi armati di un boss, per permettere allo Stato di versare rifiuti dove e come li versava in questi territori la camorra. È la stessa logica che la Protezione civile ha applicato in questi anni nei grandi eventi, quelli della “cricca” smascherata dalla magistratura, o sul terremoto de L’Aquila. Leggi sospese e superpoteri all’uomo della provvidenza. Che incurante di inchieste giudiziarie e ombre, torna in Campania come salvatore della patria. Portando con sé anche alcuni uomini che furono al suo fianco nei più “chiacchierati” affari della Protezione civile: le new town de L’Aquila e il G8 della Maddalena. Solo che in questo caso si rischia di avvelenare un’intera regione, un parco naturale, zone densamente abitate. Lo Stato avvelena come faceva la camorra. Lo Stato sospende l’applicazione delle leggi, proprio come ha sempre fatto l’antistato della criminalità organizzata. Chi a Boscoreale, la scorsa settimana, ha bruciato una bandiera italiana suscitando lo sdegno dei telegiornali di regime, non ha fatto altro che dare sostanza a quanto avviene da anni in Campania.

DEROGHE
Il decreto 90 del 2008, all’articolo 18, contiene un lungo elenco di 43 leggi e decreti regionali e nazionali la cui applicazione è sospesa. Elenco che vale - dice il decreto - «in via non esclusiva». Poiché «il Sottosegretario di Stato (cioè Bertolaso, ndr) e i capi missione sono autorizzati a derogare alle specifiche disposizioni in materia ambientale, igienico sanitaria, prevenzione incendi, sicurezza sul lavoro, urbanistica, paesaggio e beni culturali». Nel lungo elenco saltano la legge Bucalossi sull’edificabilità dei suoli; i poteri assegnati nel lontano 1977 agli enti locali (dpr 6161/1977); la legge Galasso, che nel 1985 introduce nell’ordinamento italiano i vincoli paesaggistici e include tra questi «i parchi e le riserve nazionali o regionali». Buona parte delle dieci discariche previste dal decreto 90 si trovano infatti in zone sottoposte a vincoli naturalistici. Il decreto quindi si premura di tagliare con un colpo d’accetta buona parte della legge quadro sulle aree protette (394/1991) compreso l’articolo 3 che vieta «qualsiasi mutamento dell’utilizzazione dei terreni e quant’altro possa incidere sulla morfologia del territorio, sugli equilibri ecologici, idraulici e idrogeotermici e sulle finalità istitutive delle aree protette». Vengono sospesi i regolamenti degli Enti parchi con tutte le loro prescrizioni e l’obbligo di chiedere loro i nulla osta per ogni intervento. Salta anche la legge quadro sulle aree protette, del 1991, e il dpr del 5 giugno 1995 che istituisce il Parco nazionale del Vesuvio, il quale all’articolo 4 vieta «l’apertura di nuove miniere e discariche per rifiuti solidi urbani ed inerti». Poi viene cancellato ogni controllo sulle decisioni del supercommissario: con la deroga alla legge 481 del 1995 s’imbavagliano le authority che sorvegliano i servizi di pubblica utilità. Viene sospesa la legge sulla trasparenza (n. 241/90) che sancisce il diritto di accesso agli atti della pubblica amministrazione. Sospensione che si somma con l’apposizione del marchio di «sito di interesse strategico militare» in tutte le discariche e sull’inceneritore di Acerra. Ai siti non possono accedere neanche i sindaci. Cancellate con un colpo di penna le più importanti norme in tema di salute e ambiente, gran parte delle quali nascono come applicazione di precise direttive dell’Unione europea. Il decreto legislativo del 13 gennaio 2003, n. 36, applicativo della legge Ronchi sui rifiuti, ad esempio. Compreso l’articolo 7, il quale recita: «I rifiuti possono essere collocati in discarica solo dopo trattamento (…). Nelle discariche per rifiuti non pericolosi possono essere ammessi i seguenti tipi di rifiuti: rifiuti urbani, rifiuti non pericolosi che soddisfino i criteri di ammissione previsti dalla normativa vigente». Cancellato anche il decreto del ministero dell’Ambiente del 3 agosto 2005 recante «criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica», compreso l’obbligo per i gestori della discarica stessa di «sottoporre ogni carico di rifiuti a ispezione prima e dopo lo scarico e controllare la documentazione attestante che il rifiuto è conforme ai criteri di ammissibilità» (articolo 4); e l’articolo 6 che impone, per i rifiuti conferiti in discarica, «una concentrazione di sostanza secca non inferiore al 25 per cento».
E ancora, spariscono le «norme in materia ambientale» (decreto legislativo 152/2006), compreso l’articolo 178 («i rifiuti devono essere recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente»); il 182 («lo smaltimento dei rifiuti è effettuato in condizioni di sicurezza e costituisce la fase residuale della gestione dei rifiuti») e il 208 che impone l’autorizzazione della Regione per la costruzione di nuove discariche.
Saltano poi il Codice dei beni culturali e del paesaggio, compreso l’articolo 20, il quale prevede che «i beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati o danneggiati», e il decreto 81 del 2008 su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, nella parte che specifica gli «obblighi dei datori di lavoro». Nelle dieci discariche previste dal decreto, inoltre, è indicato «alla stregua delle previsioni derogatorie» che si possano smaltire rifiuti caratterizzati da alcuni codici europei di identificazione dei rifiuti. Val la pena controllarli sul formulario: tra quelli non pericolosi ci sono: 19.12.12 (altri rifiuti derivanti dal trattamento meccanico), 19.05.01 (parte di rifiuti urbani e simili non compostata), 19.05.03 (compost fuori specifica), 20.03.01 (rifiuti urbani non differenziati), 19.01.12 (ceneri pesanti e scorie), 19.01.14 (ceneri leggere), 19.02.06 (fanghi prodotti da trattamenti chimico- fisici). Poi quelli “pericolosi”: 19.01.11 (ceneri pesanti e scorie, contenenti sostanze pericolose), 19.01.13 (ceneri leggere, contenenti sostanze pericolose), 19.02.05 (fanghi prodotti da trattamenti chimico-fisici, contenenti sostanze pericolose), 19.12.11 (altri rifiuti compresi materiali misti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti, contenenti sostanze pericolose).I rifiuti 19.01.12 sono tra quelli prodotti dai camini dell’inceneritore di Acerra. Voi, se abitaste a Terzigno o a Boscoreale, o a Savignano Irpino, a Santa Maria La Fossa, a Serre, davanti agli splendidi panorami di valle della Masseria o Macchia Soprana, vi sentireste sicuri?

COLLAUDI
Quanto rende avvelenare un’intera regione, producendo 6 milioni di finte ecoballe da oltre una tonnellata l’una e da anni “provvisoriamente” stoccate in 40mila metri quadri di territorio inquinato, contenenti spazzatura “tal quale” pressata a forma di cubo? Quanto vale costruire un inceneritore pieno di difetti e carente di numerosissimi strumenti di controllo? Trecentocinquantacinque milioni di euro. Come prevede la legge (il decreto 195, proprio quello che istituiva la Protezione civile spa, poi stralciata), lo Stato li verserà nelle casse della Impresilo, società del gruppo Impregilo, come pagamento della costruzione dell’inceneritore di Acerra. La multinazionale (proprietà dei gruppi Gavio, Benetton e Ligresti) li ha già messi in bilancio. Si legge nella semestrale del gruppo che «in relazione alla valorizzazione del termovalorizzatore di Acerra, esso è determinato in euro 355 milioni. Il trasferimento della proprietà dell’impianto di Acerra dal gruppo Impresilo alla Regione Campania (o alla Presidenza del consiglio dipartimento di Protezione civile o a soggetto privato) dovrà avvenire entro il 31 dicembre 2011. Fino a tale momento, all’ex affidatario, competerà un canone di affitto determinato in euro 2,5 milioni al mese per una durata di 15 anni». Continua la relazione di Impregilo: «Merita opportuna evidenza il positivo collaudo definitivo del termovalorizzatore di Acerra, datato 15 luglio 2010». Impregilo è sotto processo al Tribunale di Napoli, insieme con Antonio Bassolino. L’ex governatore campano nel 2002 firmò il contrattocapestro che assegnava al colosso delle costruzioni l’intero ciclo dei rifiuti (due termovalorizzatori e sette impianti di produzione di combustibile derivato dai rifiuti, il cosiddetto cdr). Il cdr doveva essere ricavato solo dal 32 per cento della spazzatura, la parte con maggiore potere calorifero e non inquinante. Ma siccome quelle balle erano, per la società privata, vero e proprio oro, una specie di conto in banca - bruciarle permette di intascare i contributi ecologici Cip6 - Impregilo preferì metterci dentro di tutto, anche i rifiuti “tal quale”. A causa della decisione di costruire l’inceneritore in una delle aree più inquinate al mondo, ad Acerra, i lavori del termovalorizzatore ritardano e tra il 2006 e il 2008 il sistema va in tilt. Gli impianti di cdr fanno milioni di finte ecoballe di “tal quale”, che vanno a finire in depositi temporanei mentre la spazzatura si accumula nelle strade. Nel 2008 arriva Bertolaso e con la bacchetta magica risolve il problema. Mette, in deroga alla legge, in funzione l’inceneritore, nonostante l’assenza di un collaudo definivo.
E nello stesso decreto 90 scrive: «È autorizzato presso il termovalorizzatore di Acerra il conferimento ed il trattamento dei rifiuti aventi i seguenti codici: 19.05.01 parte di rifiuti urbani e simili non compostata; 19.05.03 compost fuori specifica; 19.12.10 rifiuti combustibili (Cdr: combustibile derivato da rifiuti); 19.12.12 altri rifiuti (compresi materiali misti) prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti, non contenenti sostanze pericolose; 20.03.01 rifiuti urbani non differenziati; 20.03.99 rifiuti urbani non specificati altrimenti». Tutto ciò in deroga alla Via, Valutazione di impatto ambientale, del 2005 che imponeva di bruciare solo il “vero” cdr. La gestione del termovalorizzatore viene affidata alla Partenope ambiente, controllata dalla lombarda A2a. Spiega il sindaco di Acerra, Tommaso Esposito: «L’impianto nasce per bruciare il cdr e nel corso degli anni con le ordinanze in deroga del presidente del Consiglio finisce per bruciare un’altra cosa: brucia tritovagliato, spazzatura con due o tre giorni di vita. È come mettere il diesel in una macchina a benzina». Succede che il motore si rompe. E se ne accorgono anche i fidati collaudatori nominati da Bertolaso per dare il via libera definitivo all’impianto e sbloccare così i fondi di Impregilo. Nella relazione di collaudo del 16 luglio 2010 si legge che «l’originario sistema di evacuazione scorie si è rivelato inadeguato ad assicurare la continuità di funzionamento del forno (…) per la presenza di percentuali di ferro a volte di notevole dimensione», a causa del fatto che il progetto originario prevedeva di bruciare «cdr senza contenuti ferrosi». Nei verbali di marzo la commissione rileva che il sistema di monitoraggio delle emissioni, in particolare «il valore relativo alla portata di fumi al camino», non funziona correttamente. A maggio, durante una verifica dei collaudatori salta la rete elettrica, bloccando il ventilatore di estrazione dei fumi. A febbraio del 2010 i commissari notano che «in alcuni conferimenti il rifiuto risultava visibilmente bagnato» e chiedono alla Protezione civile di «conferire all’impianto un rifiuto con minore umidità». Poi, il 4 febbraio 2010, il gestore della rete elettrica, Terna, sospende l’acquisizione di energia dal termovalorizzatore: le reti ad alta tensione non reggono e il guaio si ripete anche il 6 e il 7 febbraio. Nel gennaio 2010 invece, salta una guarnizione sulle linee del vapore, bloccando l’impianto. Nel corso del collaudo i problemi si sprecano: capita persino «la foratura» di alcuni tubi dei surriscaldatori. Eppure, nella relazione conclusiva i collaudatori danno il via libera all’impianto. Ma sono costretti ad ammettere che «l’attività della commissione non può contemplare verifiche di durabilità di lungo termine». E che alcuni degli obblighi imposti nel 2005 dalla commissione Via non sono stati espletati dall’impresa: tra questi, «l’installazione di un portale di rilevamento radioattività», la «duplicazione del sistema di monitoraggio fumi al camino», l’«installazione di un sistema di monitoraggio in continuo del mercurio» e di un «sistema di prelievo in continuo dei microinquinanti organici». Questioni che, scrivono i tecnici, «saranno oggetto di collaudo separato». Un mezzo collaudo, dunque. La faccenda ha convinto Tommaso Sodano, consigliere provinciale del Prc-Fds, a presentare un esposto alla magistratura. Denuncia il mancato rispetto di molte prescrizioni, i frequenti blocchi degli impianti (gli ultimi risalenti a poche settimane fa) e chiede il sequestro dell’inceneritore. Ma chi sono gli uomini che hanno dato il via libera all’impianto? C’è il presidente, Gennaro Volpicelli, responsabile dell’Arpac, l’Azienda ambientale regionale che dovrebbe monitorare ordinariamente l’impianto. Scelta che, secondo il geologo Franco Ortolani, dimostra un evidente conflitto di interessi. Se Volpicelli, come capo dell’Arpac, notasse irregolarità non rilevate dal collaudo, dovrebbe quindi sanzionare se stesso. Ci sono poi uomini fidati della Protezione civile: Gian Michele Calvi è il capo del consorzio For case, il costruttore delle new town aquilane. Indagato dalla Procura della Repubblica aquilana per il mancato allarme della commissione Grandi rischi del 30 marzo 2009, è stato - dopo la promozione del re della cricca Angelo Balducci a presidente del Consiglio superiore delle opere pubbliche - mandato sui cantieri del G8 alla Maddalena a controllare che tutto fosse a posto. Presidente della fondazione Eucentre di Pavia, Calvi è un esperto non di rifiuti ma di ingegneria sismica. Tra i collaudatori c’è anche Marcello Fiori, dirigente della Protezione civile, ex commissario nominato da Bertolaso alla gestione dei beni archeologici di Napoli e Pompei, su cui ha aperto un fascicolo di indagini la Procura di Torre Annunziata in seguito a un esposto della Uil. Fiori è laureato in lettere. Ha invece la laurea in giurisprudenza un altro funzionario della Protezione civile inviato al collaudo di Acerra, Isabella Annibaldi, capo dell’ufficio del contenzioso. Tre dipendenti del commissario che ha fatto edificare l’inceneritore, Guido Bertolaso. Cui fanno da contraltare solo altri due esperti, Carlo Botti, ingegnere dell’emiliana Hera, e Giuseppe Viviano, collaboratore dell’Istituto superiore di sanità. Anche il segretario della commissione, un geologo, Roberto Pizzi, ha spesso lavorato con la Protezione civile, ad esempio a L’Aquila nell’emergenza del fiume Aterno. «Dobbiamo essere vigili, perché quando l’inceneritore andrà a pieno regime potrebbero crearsi nuovi problemi», conferma il sindaco di Acerra, Esposito. Il quale deve sopportare sul suo territorio, a pochi passi dall’inceneritore, anche un deposito di ecoballe. «Ci avevano promesso 3 milioni all’anno di compensazioni e la bonifica dell’area. Lo prevede un verbale di intesa con la Protezione civile. Non abbiamo visto un euro. Pacta sunt servanda, dicevano gli antichi». Ma i romani, inventori del diritto, come potevano immaginare l’arrivo, duemila anni dopo, del messia Guido Bertolaso?

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Tempi moderni

Il recente provvedimento varato dal governo che privatizza la gestione dell'acqua facilita, con l'articolo 17, anche la raccolta privata dei rifiuti. Uno scadimento del servizio, come dimostra l'esperienza, e un favore alla criminalità diffusa. Un nuovo orizzonte per i movimenti territoriali

di Marco Bersani

Mentre si è diffusamente parlato degli effetti dell’approvazione, lo scorso novembre, dell’art.15, sulla gestione dell’acqua, attraverso le forte proteste promosse in tutto il Paese dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, quasi nulla si è detto sulle gravissime conseguenze che il medesimo provvedimento provocherà sulla gestione dei rifiuti.
Un settore già da sempre impostato sullo smaltimento attraverso impianti di incenerimento –grazie al CIP 6, ovvero al finanziamento pagato in tariffa da tutti i cittadini per favorire le energie rinnovabili e “assimilabili”- e da sempre controllato da potenti interessi mafiosi, con l’approvazione dell’art. 17 verrà definitivamente consegnato ai privati.
Alcuni numeri per capire : ad oggi, le SpA a totale controllo pubblico gestiscono il 59,2% dei rifiuti e servono il 46% della popolazione, un altro 19,1% dei rifiuti -10,1% della popolazione è gestito direttamente dai Comuni. Solo un terzo della popolazione è di conseguenza servito da imprese private.
Si tratta di un business che vale 7,6 miliardi di euro all’anno, pari allo 0,47% del PIL.
E le grandi lobbies sono tutte ai blocchi di partenza : dalle multiutility italiane (Hera, Enia, A2A, Ama etc.) alle aziende straniere : le francesi Veolia e Cnim, la belga Electrabel, la spagnola Urbaser, la tedesca Remondis (quella che ha smaltito la spazzatura di Napoli nella scorsa emergenza).
Si consegna la gestione dei rifiuti al privato per aumentare l’efficienza? Non si direbbe, guardando la realtà. Le molte gestioni pubbliche del centro-nord hanno dimostrato ottime capacità di gestione, a differenza del meridione, dove la gestione affidata alle gare e al mercato ha prodotto emergenze, commissariamenti straordinari, spese fuori controllo e la totale infiltrazione dei poteri criminali.
Ma “business is business” e i servizi pubblici locali vanno consegnati agli appetiti finanziari, che da sempre chiedono profitti sicuri e garantiti dallo Stato.
Basti tenere conto del fatto che, nonostante i consumi siano in diminuzione per effetto della crisi economica, i costi di gestione negli ultimi anni sono saliti alle stelle, come documenta il Green BooK, rapporto annuale di Federambiente.
E la strategia “rifiuti zero”, ovvero la raccolta differenziata, il riuso, il recupero e il riciclaggio sono costantemente boicottati : pur producendo rifiuti nella media europea (troppi comunque!), la quota parte che in Italia viene trattata in impianti di selezione e compostaggio è inferiore del 30% alla media europea, e mentre in Europa finiscono in discarica e all’incenerimento il 35% dei rifiuti prodotto, nel nostro Paese questa cifra supera il 50%.
Che effetto farà su questi allarmanti dati la privatizzazione delle gestioni dei rifiuti? Non potrà che innalzare gli indici sopra descritti, aumentare la produzione di rifiuti e le conseguenti tariffe.
E, diminuendo il già scarso controllo pubblico, aprirà le forte ad una ancora più consistente penetrazione mafiosa.
Forse sarebbe il caso che i moltissimi movimenti territoriali che da sempre lottano contro gli inceneritori e che hanno fatto della lotta alle nocività il giusto asse della loro mobilitazione provassero ad assumere anche la questione del “pubblico/privato” come ulteriore asse della loro battaglia. In questo, trovando forti sinergie con i movimenti per la ripubblicizzazione dell’acqua.

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In movimento

di Giulia Heredia
Presidio presso Roncigliano dove ai cittadini è vietato il sopralluogo al sito. Intanto si terrà oggi l'incontro con l'assessore regionale ai Rifiuti: i comitati chiedono la sospensione dell'iter per la costruzione dell'inceneritore

All'alba di mercoledi 9 dicembre circa 150 cittadini dei Castelli romani hanno dato vita ad un presidio presso l'ingresso principale della discarica di Cerroni a Roncigliano, nel comune di Albano Laziale.
I manifestanti hanno bloccato l'accesso ai compattatori per il versamento quotidiano dei rifiuti avanzando le richieste di un sopralluogo all'interno della discarica e di un incontro tecnico- politico presso la regione che chieda la sospensiva dell'autorizzazione di impatto ambientale almeno fino al 24 marzo, quando il Tar prenderà una decisione sul ricorso. Il sopralluogo, svoltosi in tarda mattinata, non ha di fatto consentito alla delegazione di accedere concretamente al sito, come spiegano i manifestanti, che avevano chiesto di poter verificare sia lo stato di avanzamento del cantiere, sia la situazione degli invasi ormai esauriti e sovrastoccati.
Per oggi, 10 dicembre è stato invece concordato l'incontro
tecnico-politico alla Pisana (sede del Consiglio regionale del Lazio) con alcuni dei firmatari dell'Aia (Autorizzazione impatto ambientale), tra i quali l'Assessore regionale ai Rifiuti.
Il coordinamento contro l'inceneritore sottoporrà nuovamente una richiesta di sospensiva cautelare di 90 giorni degli effetti dell'Aia e
chiederà al dirigente regionale dott. Fegatelli la firma di questo atto. Gli obiettivi della mobilitazione, che dura da piu di due anni,
ribadiscono i cittadini, sono quelli di arrivare all annullamento dell'intero inter autorizzativo dell impianto di incenerimento, alla chiusura immediata della discarica, e alla messa in discussione dell'intero piano regionale dei rifiuti.

La guerra dei rifiuti

Da Korogocho a Napoli
di:
Maurizio Montalto
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