Il ragazzo poteva essere salvato se solo non fosse stato ricoverato nel "repartino" del Pertini. L'inchiesta dei periti del pm mette sullo sfondo le percosse ricevute e di fatto assolve carabinieri e guardie carcerarie. Ma, proprio per questo, non convince i familiari di Stefano
Non era disidratato e poteva essere salvato. Se solo, Stefano Cucchi, non fosse stato ricoverato nel “repartino” del Pertini e gli fosse stata somministrata una terapia idonea. Scienza o fantascienza? Paolo Arbarello, direttore dell'istituto di Medicina legale della Sapienza ha illustrato in una conferenza stampa le conclusioni della consulenza elaborata da un pool di esperti incaricati dai pm che conducono l’inchiesta sull’omicidio del trentunenne romano morto a sei giorni dall’interrogatorio e dall’arresto.
Da parte dell'ospedale ci sarebbe stata dunque omissione e negligenza: «In ospedale non è stata colta la gravità della situazione e determinante per la morte è stata l'omissione di un piano terapeutico adeguato. Il pestaggio, se c’è stato, non avrebbe legami con la morte e, certamente, per Albarello, la disidratazione non c’entra. Stefano aveva la vescica piena perché la sera prima di morire aveva bevuto tre bicchieri di acqua. Così i pm della procura di Roma entrano in rotta di collisione con la relazione della commissione Marino, l’inchiesta del Senato sul Ssn, e provano a spegnere i deboli fari ancora accesi sulle zone di questa storia che vedono protagoniste le divise dei carabinieri e della polizia penitenziaria. Rispunta esplicitamente la principale causa di malesseri delle persone “contenute”: la caduta. Delle due fratture alle vertebre solo una sarebbe recente e a determinarla sarebbe stata una caduta di sedere, si dice podalica. L’altra chissà. E chissà cosa abbia ridotto in quello stato la faccia del ragazzo. Non ci sarebbero segni di pugni o di colpi diretti ma anche il pool ammette che avrebbe potuto essere stato spinto violentemente contro un muro o sul pavimento, tanto da provocare la frattura.I periti del pm comunque rinunciano a interpretare quei segni concentrandosi su un quadro clinico (hanno scavato molto sulla storia del paziente riscontrando dal 2000 17 ricoveri al pronto soccorso ma senza trovare fratture) composto da alcune patologie croniche di Stefano – al fegato, ad esempio – e dalla sua magrezza eccessiva che si sarebbero combinate con una brachicardia indotta dallo stress determinato dal suo arresto. Non avrebbe perso molto peso, solo 4 chili e non 10 come aveva detto Marino, ma il suo cuore batteva solo 42 volte al minuto.
La malasanità è una versione che non convince affatto i familiari del ragazzo i cui periti sabato mattina presenteranno tutt’altre conclusioni nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio.
Per la Corte di Appello sono 44 i colpevoli degli orrori di Bolzaneto. A nove anni dai fatti la maggior parte dei reati è prescritta, ma i responsabili pagheranno comunque risarcendo le vittime - per dieci milioni di euro - e con loro dovranno rispondere anche i ministeri di Giustizia, Interno, Difesa. Soddisfazione del Comitato Verità e Giustizia
La tortura ci fu e sono colpevoli in 44 per gli orrori di Bolzaneto. E lo Stato dovrà risarcire le vittime per oltre dieci milioni di euro. La lettura della sentenza d’appello ha visto il ribaltamento del verdetto di primo grado. Anche in quella serata del luglio 2008 il responso fu atteso per una decina di ore e lasciò l’amaro in bocca, alla vigilia del settimo anniversario, l’assoluzione di ben 30 dei 45 imputati. Il reato di "tortura", non previsto dal nostro codice penale, era stato indirettamente riconosciuto con la condanna a 5 anni per Biagio Antonio Gugliotta, sottufficiale della polizia penitenziaria. Ma dei 76 anni di prigione chiesti dalla procura ne era stato riconosciuto meno di un terzo. A nove anni dai fatti la maggior parte dei reati è prescritta, ma i responsabili pagheranno comunque risarcendo le vittime e con loro dovranno rispondere anche i ministeri di Giustizia, Interno, Difesa. Perché i “torturatori” di Bolzaneto sono poliziotti, ufficiali e carabinieri semplici, generali e guardie penitenziarie, medici e sanitari dell’amministrazione carceraria.
In appello, dunque, sono state inflitte sette condanne a complessivi dieci anni di reclusione nei confronti di quattro guardie carcerarie responsabili di falso - non prescritto - e di tre poliziotti che avevano rinunciato alla prescrizione. I sette condannati sono: il poliziotto, assistente capo, Massimo Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) che divaricò le dita di una mano, strappandone i legamenti, a uno dei fermati, gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra (2 anni e 2 mesi). Pene confermate a 1 anno per gli ispettori della Polizia di Stato Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco che, al termine della lettura, ha inveito contro i giudici ed è stato accompagnato fuori dall’aula: «È una vergogna. Questa non è giustizia». «Hanno messo tutti nel calderone - ha continuato fuori dall'aula - senza considerare le singole posizioni che erano ben distinte e identificabili nel processo». Turco non ha nascosto le lacrime dopo la conferma della condanna ad un anno di reclusione. «Abbiamo rinunciato alla prescrizione forti della nostra innocenza e alla fine paghiamo per tutti».
Soddisfatti stavolta Haidi e Giuliano Giuliani, Amnesty International e i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati per i quali la sentenza potrebbe valere da deterrente in futuro. In aula era presente anche il procuratore generale Luciano Di Noto, ma anche altri pm della procura come Francesco Cardona Albini, Sabrina Monteverde e Gabriella Marino. «Un atto di sostegno - hanno detto - per i nostri colleghi, per tutto il loro lavoro di questi anni». Alla lettura della sentenza avrebbe dovuto essere presente anche l'avvocato Enzo Fragalà, il legale ucciso a colpi di bastone la settimana scorsa all'uscita del suo studio di Palermo. Il legale difendeva due imputati nel processo, due agenti dell'ufficio matricola.
Il comitato "Verità e giustizia", animato anche dalle vittime delle violenze di quei luglio 2001, ha chiesto la sospensione per tutti gli imputati: "Il messaggio dei giudici d'appello è chiarissimo e dev'essere colto immediatamente dalle istituzioni. Tutti i condannati nelle forze dell'ordine devono essere immediatamente sospesi dagli incarichi, in modo che non abbiano contatti diretti con i cittadini; gli Ordini professionali devono agire sui propri iscritti con la sospensione: non è più possibile restare nel terreno dell'ambiguità. Se buona parte delle pene è caduta in prescrizione è solo perché in Italia non ha una legge sulla tortura (reato che per la sua gravità non prevede prescrizione), nonostante l'Italia si sia impegnata oltre vent'anni fa ad approvarne una. Il Parlamento ora non ha più scuse: la sentenza dimostra che abbiamo assoluto bisogno di quella legge".
Prossima fermata: la sentenza d’appello per la Diaz. Anche in questo processo la procura ha chiesto condanne per tutti i 27 poliziotti coinvolti nella mattanza. Compresi i pezzi da 90.
Tre anni e tre anni e mezzo le pene suggerite dalla Procura contro i manifestanti del controvertice del 2001, quello gestito dall'Ulivo. Tra di loro anche Francesco Caruso. E intanto scattano le denunce per oltraggio contro i manifestanti che il 16 gennaio a Livorno chiedevano giustizia per Marcello Lonzi
Dai tre anni e mezzo ai tre anni di prigione per gli scontri del 17 marzo 2001 al Global forum di Napoli, le prove generali del G8 curate, per contro del governo dell’Ulivo, dall’allora ministro Bianco: incredibili le richieste di pena formulate dalla pm Paola Correra per nove attivisti napoletani accusati di "resistenza a pubblico ufficiale". Accuse assurde e sproporzionate contro le quali i centri sociali annunciano una campagna di mobilitazione e di controinformazione per denunciare il carattere repressivo e persecutorio di questa inchiesta.
Alfonso De Vito, uno dei 9 imputati, ricorda quello che successe in piazza Municipio davanti alle telecamere di tutto il mondo: «Di fronte a un corteo che si proponeva di arrivare in piazza del Plebiscito con strumenti solo difensivi (schermi e gomma) si scatenò una rappresaglia spropositata a ogni banale considerazione di ordine pubblico, con piazza Municipio chiusa totalmente e trasformata in una tonnara e tantissimi manifestanti massacrati senza pietà. Una prova generale, davanti agli occhi di tutti, di quello che avremmo visto poi al G8 di Genova».
All’epoca, portavoce della rete noglobal era Francesco Caruso, anch'egli imputato: «E’ davvero singolare ipotizzare che siano stati i manifestanti ad aver commesso un reato di resistenza nel tentativo di proteggersi in qualche modo da quella furia, mentre nessuno dei poliziotti e dei funzionari che parteciparono o ordinarono quelle cariche violente e selvagge è stato anche solo indagato».
Infatti, la recente condanna di alcuni funzionari di polizia, in servizio quel giorno, si riferisce ai sequestri di persona operati dopo il corteo quando furono prelevati anche negli ospedali alcuni manifestanti poi deportati nella famigerata caserma Raniero. «Il sospetto - aggiunge l'ex parlamentare del Prc - è che noi imputati siamo vittima di un assurdo meccanismo "compensativo" di controbilanciamento delle condanne inflitte ai vertici della squadra mobile per le violenze all'interno della Raniero". Entro il 28 aprile 2010, giorno della sentenza, i centri sociali napoletani promuoveranno una mobilitazione pubblica coinvolgendo associazioni e giuristi nella battaglia per verità e giustizia.
Il bollettino della repressione si arricchisce con la notizia di quattro denunce – tre contro attivisti milanesi, una contro un livornese – relative a presunti oltraggi che si sarebbero verificati il 16 gennaio scorso a Livorno nel corso del corteo promosso dalla madre di Marcello Lonzi, ucciso in carcere nel 2003, e da altri familiari di vittime delle forze dell’ordine.
Sgomberata l'occupazione abitativa di Centocelle, proprio poche ore prima della discussione del Piano casa di Alemanno
Roma. Dopo l’idroscalo di Ostia, con l’abbattimento di case e baracche, il quartiere di Centocelle è stato scenario questa mattina del secondo sgombero in soli due giorni. Sono quasi le dieci quando decine di agenti fanno irruzione nell’ex scuola Tommaso Grassi nel VII Municipio, occupata venerdì scorso da famiglie in emergenza abitativa. «Un primo gruppo di carabinieri ha sfondato il cancello di entrata» racconta una donna all’interno della struttura al momento dell’irruzione «per poi spintonare le persone che hanno provato a resistere pacificamente allo sgombero». E il tentativo di difendere l’occupazione da parte di una decina di attivisti saliti sul tetto è stato represso da una cinquantina di agenti che hanno trascinato fuori dalla scuola coloro che provavano a resistere, tentando inutilmente di dividere i migranti dagli italiani. E’ così che a meno di 24 ore dalla discussione in aula consiliare del Piano Casa della giunta Alemanno l’emergenza abitativa romana viene trasformata per l’ennesima volta in problema di ordine pubblico. Un modo per «avvelenare l’aria e disegnare le prove generali per un piano casa che non fornisce risposte adeguate all’emergenza abitativa di questa città» commentano i movimenti di lotta per il diritto all’abitare durante una conferenza stampa tenutasi, nel pomeriggio, in piazza del Campidoglio. «Attaccare in questo modo, dopo le cariche sotto la prefettura, i movimenti per il diritto all’abitare aumenta la tensione in maniera irresponsabile. Questo avviene perché la politica sta abdicando al suo ruolo consegnando le conseguenze della crisi e i conflitti inevitabili al prefetto e al questore di Roma».
Per nulla convinto dalle dichiarazioni del capo della polizia Manganelli, il procuratore generale di Genova ha chiesto centodieci anni di carcere per i 27, tra agenti e funzionari, imputati per la macelleria messicana alla scuola Diaz nel 2001. La sentenza verrà pronunciata ad aprile.
«Non si possono dimenticare le terribili ferite inferte a persone inermi. La premeditazione, i volti coperti. La falsificazione del verbale di arresto dei 93 no-global. Le bugie circa la presunta resistenza dei no-global. La sistematica ed indiscriminata aggressione. L’attribuzione a tutti gli arrestati di due molotov che erano state portate nella scuola dagli stessi poliziotti».
Prende atto delle prescrizioni intervenute ma anche di ciò che resta in piedi delle accuse: il falso ideologico, le lesioni personali gravi ed un caso di peculato. E non vuole siano concesse agli imputati le attenuanti generiche. Così, poco fa, il procuratore generale di Genova ha chiesto centodieci anni di carcere per i 27, tra agenti e funzionari, imputati per la macelleria messicana alla scuola Diaz. La sentenza verrà pronunciata ad aprile. Il primo grado aveva registrato 13 condanne di celerini, per lo più (quattro anni per Canterini e due per il suo braccio destro, Fournier che confessò di aver visto episodi da ”macelleria messicana, quattro anni anche per Pietro Troiani, il vice-questore che materialmente aveva portato le molotov dalla questura), e 16 assoluzioni di alti papaveri nel frattempo tutti convolati a nuovi e prestigiosi incarichi. Un ironico applaso, quella sera di novembre di due anni fa, accolse la stupefacente sentenza. Qualcuno scandì la parola «vergogna».
La pubblica accusa, stavolta, è tornata a chiedere 4 anni e 10 mesi per Francesco Gratteri, attuale capo dell’Antiterrorismo, e per Giovanni Luperi, oggi responsabile dell’Aisi (l’Agenzia informazioni e sicurezza interna), l’ex Sisde; quattro anni e 6 mesi per Gilberto Caldarozzi, che fu tra gli investigatori che catturarono Provenzano e che oggi dirige il Servizio centrale operativo; stessa richiesta di pena per Spartaco Mortola, nove anni fa capo della Digos genovese e ora a caccia di No Tav a Torino; quattro anni e dieci mesi per Vincenzo Canterini, che era il numero uno della Celere romana e del disciolto Nucleo Anti-Sommossa sperimentato nel G8 2001 e celebre per l’irruzione nella scuola che divenne dormitorio per i manifestanti sfollati dal nubifragio di qualche giorno prima.
Il 21 luglio 2001, poco prima della mezzanotte, i poliziotti circondarono la strada dove, una d fronte all’altra, stanno due scuole, l’una dormitorio, l’altra quartier generale del Genoa social forum. Gli agenti sfondarono entrambi i portoni alla ricerca di fantomatici black bloc, trovarono persone inermi a braccia alzate o cronisti, infermieri e legali dall’altra parte della strada. In cinque ragazzi finirono in prognosi riservata, decine gli altri feriti e furono 93 gli arresti illegali con prove fasulle. La requisitoria di ieri ribadisce che tutti erano partecipi e consapevoli. Per capire quanto sia difficile questo processo è utile tenere a mente le parole con cui esordirono i pm Zucca e Cardona Albini all’inizio della lunghissima requisitoria (poi raccolta in un libro “Scuola Diaz, vergogna di Stato” edito da Alegre pochi mesi fa): processare un poliziotto è come portare alla sbarra uno stupratore o un mafioso. Nel primo caso scatta la colpevolizzazione della vittima (si veda il monte di prigione affibbiata ai 25 manifestanti condannati per devastazione e saccheggio), nel secondo gli imputati sono circondati da un muro di omertà. «Che queste persone abbiano compiuto atti anche terribili o siano responsabili del fatto di averli lasciati compiere è ormai una verità storica. E’ importante che sia la giustizia a ratificarlo. Questo certo e’ molto importante - commenta a caldo Haidi Giuliani, la mamma di Carlo per il cui omicidio è stato negato un pubblico processo - non dimentico mai che alcuni dei manifestanti condannati in secondo grado anche a dieci, undici anni di reclusione, non hanno ammazzato nessuno. I quattro poliziotti, invece, che a Ferrara hanno ammazzato Federico Aldovrandi hanno avuto una condanna a dodici anni tutti e quattro insieme».
Questa mattina la polizia perquisisce Radio Blackout di Torino, sequestra gli hardisk e il telefono cellulare. Per più di un'ora viene oscurato anche il segnale radio. «Una operazione di polizia inconsistente volta a criminalizzare l'Assemblea Antirazzista Torinese che da mesi protesta contro i Cie», dice la redazione
Nel pieno della campagna «spegni la censura, accendi blackout!», ad un mese dalla scadenza prevista del contratto d’affitto con cui Chiamparino cerca di mettere a tacere una storica voce libera e indipendente della città, Radio Blackout subisce questa mattina un nuovo attacco censorio e intimidatorio.
Con la scusa di un’operazione di polizia inconsistente, volta a criminalizzare l’Assemblea Antirazzista Torinese, che da mesi organizza appuntamenti pubblici di protesta contro l’orrore dei centri di identificazione ed espulsione, la radio viene di fatto sequestrata per più di 6 ore, impedendoci di andare in onda con il nostro consueto palinsesto di quotidiana contro-informazione. Per più di un’ora è stato anche staccato il segnale radio. Messi sotto sequestro apparecchiature informatiche fondamentali per la quotidiana attività della radio.
La nuova «grande operazione», fatta di 23 perquisizioni, 3 arresti «cautelari» in carcere e altre 3 custodie ai domiciliari è costruita, ancora una volta, su reati di scarsissima rilevanza penale: insulti, reati contro il patrimonio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale e una generica associazione a delinquere. Tre dei colpiti da questi provvedimenti sono nostri redattori.
A ordire la trama contro i «nemici pubblici», il sostituto Pm Andrea Padalino, già salito agli onori delle cronache per la proposta razzista di rendere obbligatorie le impronte digitali per gli/le immigrati/e.
Radio Blackout non si è mai sottratta dal denunciare pubblicamente con la propria attività informativa le ossessioni xenofobe di questo pubblico ministero. Non ci stupisce che con la dilatata perquisizione mattutina della nostra sede èe con l’operazione tutta] il Pm in odore di carriera cerchi anche una personale vendetta.
L’indagine si sgonfierà presto, il tutto si risolverà ancora una volta in un nulla di fatto. Ma intanto, attraverso la scusa di misure «cautelari», s’imprigionano e zittiscono le voci scomode. Per parte nostra diamo tutta la nostra solidarietà agli arresati e denunciati. Come mezzo di comunicazione libero e indipendente denunciamo la pretestuosità di un attacco che giudichiamo censorio e intimidatorio. Un attacco che, guarda caso, cade in un momento particolare della vita di Radio blackout e della stessa città di Torino.
Mentre si preparano le elezioni regionali e l’ostensione della sindone, le contraddizioni che attraversano la città e il territorio circostante restano tutte aperte: crisi, disoccupazione, casse integrazione che volgono al termine, l’opposizione popolare all’Alta Velocità, le ribellioni dentro i Cie, il massacro della scuola pubblica. Si cerca insomma di normalizzare una delle poche voci libere della città.
Ma Radio Blackout non si fa intimidire e rilancia: la data di scadenza sul tappo continuiamo a non vederla… Spegni la censura, accendi Blackout!
Affollata conferenza stampa oggi a Roma per sostenere Checchino Antonini e Piero Sansonetti condannati a 8 mesi di carcere per diffamazione. Il sindacato giornalisti, l'associazione Articolo 21, la sinistra extraparlamentare ma anche un pezzo di quella in Parlamento. E il sindacato promette: non abbasseremo la guardia
Si è svolta oggi la conferenza stampa per denunciare la "spropositata" condanna inflitta dal Tribunale di Roma a Checchino Antonini e Piero Sansonetti - 8 mesi di carcere - accusati di diffamazione del sindacato di polizia Sap. La conferenza, ospitata nella sede di Stampa Romana e presieduta dal segretario Paolo Butturini, oltre che esprimere solidarietà ai due colleghi, entrambi presenti, è servita anche per fare il punto della situazione su libertà di stampa, stato dell'informazione, leggi in discussione che ne limitano l'esercizio. E' stato lo stesso Butturini a inquadrare il caso in un contesto più ampio in cui si notano restrizioni alla editoria indipendente, con l'eliminazione del diritto soggettivo che strangola cooperative e giornali di partito, in cui si attacca l'informazione su Internet oppure in cui si prevede una nuova stretta sulle intercettazioni. L'impegno del sindacato, ha quindi spiegato, non è formale ma vuole essere continuativo e puntuale. Su questa falsa riga si sono mossi gli interventi dell'attuale direttore di Liberazione, Dino Greco, che ha ricordato come Antonini sia impegnato in un giornalismo che fa informazione controcorrente così come il giornale in cui lavora mentre il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, ha messo l'accento sulla "restrizione autoritaria" che viviamo e ha sottolineato il legame che esiste tra l'informazione fatta a Genova nel 2001 e quella, necessaria ma assente, che servirebbe oggi in Val di Susa dove la mobilitazione popolare è etichettata come "anarchico-insurrezionalista". Salvatore Cannavò ha ringraziato il segretario di Stampa romana per l'impegno profuso e ha invitato il sindacato a stare su questa vicenda anche come occasione per rappresentare il giornalismo "dei mille occhi di Genova" e della nuova informazione in rete ma ha anche invitato a "non dimenticare Genova" e a rifletteree su come quella vicenda sia stata integrata negli attuali assetti politici e istituzionali dello Stato. Infine Giuseppe Giulietti ha portato l'adesione e la solidarietà di Checchino Antonini facendo un appello all'informazione televisiva costretta al "bavaglio" imposto dal nuovo regolamento della Vigilanza Rai: "Non invitate i politici in campagna elettorale ma finalmente accendete i riflettori su ciò che è rimasto oscuro, la libertà di stampa come anche i morti sul lavoro". Vincenzo Vita, senatore Pd, ha rimarcato invece la legittima battaglia per i fondi all'editoria indipendente, cooperativa o di partito annunciando anche la volontà di far sottoscrivere l'appello di solidarietà a Antonini e Sansonetti anche in Parlamento. Intanto va registrato che il gruppo di solidarietà nato su Facebook ha raggiunto le 2000 adesioni mentre diverse iniziative sono state già preparate in giro per l'Italia. Alla Conferenza stampa è stato presentato anche l'appello con le prime, significative, adesioni: tra loro gran parte dei protagonisti del Genoa social forum (da Agnoletto a Casarini, da Bernocchi a Bolini), settori importanti dell'informazione come appunto Giulietti ma anche Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale e altri ancora. L'appello, che pubblichiamo di seguito, con l'indicazione delle prime adesioni, è sottoscrivibile con una mail al nostro giornale oppure a liberalacronaca@gmail.com
L'appello di solidarietà con Checchino Antonini e Piero Sansonetti che sarà presentato venerdì prossimo alla sede della Fnsi, il sindacato dei giornalisti
Martedì 10 febbraio, il tribunale di Roma ha condannato per diffamazione, a otto mesi, il cronista di Liberazione, Checchino Antonini, e il suo ex direttore, Piero Sansonetti. I fatti risalgono al 2005 quando l’allora capo della polizia, De Gennaro, attribuì ottimi voti, relativi al 2001, a due funzionari coinvolti nelle violenze di quell’anno al G8 di Genova. Gigi Malabarba, allora capogruppo al Senato di Rifondazione, denunciò quei criteri di valutazione e di selezione dei quadri di Ps ma fu a sua volta attaccato dalle dichiarazioni dei segretari di alcuni sindacati di polizia che facevano quadrato attorno al Viminale. Liberazione raccontò di quello scontro, tutto interno alla battaglia per verità e giustizia sui fatti di Genova. E per quel racconto si è trovata sulle spalle una denuncia, e poi una condanna. Dopo quasi dieci anni, guai a toccare Genova 2001.
Checchino Antonini e Piero Sansonetti sono stati condannati per aver svolto il proprio lavoro come hanno sempre fatto, senza mai aver derogato alla propria serietà professionale.
La solidarietà con i due cronisti ci sembra doverosa. Perché serve oggi a tenere aperti gli spazi per il conflitto sociale, per il diritto di cronaca, per tutte le battaglie di verità e giustizia in quello che, il familiare di una vittima della strage di Brescia, chiama il Paese dei comitati. Doverosa anche per non smettere mai di ricordare cosa è stato il G8 di Genova 2001, quali libertà fondamentali sono state violate e quali ragioni di libertà sono state gridate. Da tutti noi.
Solidarietà con Piero Sansonetti e Checchino Antonini, giornalisti condannati per aver denunciato gli orrori del G8.
Riapriamo gli spazi per il diritto di cronaca, torniamo a parlare di Genova 2001
venerdì 19 febbraio, ore 12, conferenza stampa nella sede di Stampa Romana di via Torretta 36
con
Paolo Butturini, segretario dell'Associazione Stampa Romana
Dino Greco, direttore di Liberazione
Salvatore Cannavò, direttore de ilmegafonoquotidiano.it
Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra
Vincenzo Vita, Pd, fondatore di Articolo 21
info: 3294110752
per adesioni
liberalacronaca@gmail.com
Conferenza stampa organizzata dal Coordinamento di lotta per la casa, Blocchi metropolitani, Rete Anticris, Rdb, Acrobax e migranti rosarnesi. Mostrate le foto delle cariche ingiustificate e le testimonianze delle persone colpite. Liberato il giovane arrestato ieri e scagionato dall'accusa di detenzione di esplosivi (era un fumone)
Marco, il ragazzo arrestato e malmenato durante le cariche di ieri pomeriggio di fronte alla Prefettura di Roma, è stato liberato. Per lui non è stato confermato l'arresto e non è stato nemmeno confermato il reato di detenzione di esplosivi - come si sono affrettati a titolare oggi i quotidiani - ma solo il più scontato resistenza e lesioni. E' la prima notizia che gli organizzatori della manifestazione di ieri - Blocchi metropolitani, Coordinamento cittadino per la casa, Rete AntiCrisi, la delegazione dei migranti rosarnesi a Roma e Rdb- hanno dato alla conferenza stampa indetta ieri a caldo dopo le cariche. Una conferenza per rilanciare l'iniziativa e non indietreggiare rispetto alla durezza che la polizia ha voluto mostrare ieri. E quindi ci sarà un'assemblea cittadina martedì prossimo - il luogo va ancora definito - per fare i punto sulle vertenze e raccogliere le risposte delle varie istituzioni. Ha già annunciato la sua presenza il senatore dell'Italia dei Valori, Pancho Pardi.
Nel corso della conferenza stampa sono state mostrate le foto scattate ieri in cui si vedono immagini molto eloquenti. E poi le testimonianze dirette: una signora del coordinamento lotta per la casa ha sventato una manganellata contro il proprio bambino; un lavoratore Eutelia ha mostrato evidenti segni di contusione in testa e un referto ospedaliero; un altro che cercava di difendere una donna dalle botte della polizia è stato buttato per terra e manganellato a sua volta.
Gli interventi hanno sottolineato tutti questo aspetto: c'è la crisi, ci sono i posti di lavoro persi, le persone si mobilitano semplicemente per essere ascoltate e invece vengonno duramente colpite. Luca Faggiano, del coordinamento di lotta per la casa punta il dito contro Alemanno: invece di affrontare la crisi ha preso per buona la versione della questura che parlava di tentativi di sfondamento. Condanne netta dell'operato della polizia da parte del consigliere regionale di Rifondazione, Ivano Peduzzi e di quello provinciale di Sel, Gianluca Peciola. Fabio Nobile a nome della Rete anticrisi ha ribadito invece la pacificità del presidio mentre Paolo Divetta, dei Blocchi metropolitani, ha rilanciato l'assemblea di martedì prossimo. Presente anche Roberto Rossetti di Sinistra Critica: «Il messaggio è abbastanza chiaro: hai perso il lavoro? sei precario?, sei senza casa? reclami diritti e dignità? hai l’audacia di protestare e prendere la parola a un tavolo dove tutti parlano in tuo nome ? la risposta è botte e repressione. I lavoratori chiedevano giustamente di essere ascoltati in prima persona; la Rete contro la crisi ha elaborato da tempo una piattaforma che chiede di dimezzare bollette dell’utenze (gas, luce, tarsu, etc.), riduzioni sui trasporti pubblici, un vero Piano Casa. E invece le cariche. Ma non ci dobbiamo fermare, le nostre vite valgono più dei loro profitti».
Intervento anche degli immigrati rosarnesi presente a Roma, che sono proprio oggi in sit-in, per dire una cosa semplice e universale: ci devono essere restituiti i diritti e la dignità