Topic “regionali”

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Nota quotidiana

Astensione e grande successo della lista Grillo, che arriva al 10% nei quartieri popolari e "rossi", dimostra una volontà di sottrarsi all'assalto culturale delle destre

Tiziano Loreti
Alessandro Bernardi

“Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è quindi eccellente” (Mao Ze Dong)

A Bologna città i dati ci forniscono già alcuni importanti elementi di valutazione.
Raffrontandoli con quelli delle elezioni comunali del Giugno scorso (quelle di Delbono per capirci) – uniche elezioni in cui gli attori principali erano tutti presenti - si nota che:
* il PD perde ancora oltre 13.000 voti assoluti (e alle comunali 2009 aveva già perso un altro 9%!);
* la FdS riesce a perdere altri 300 voti circa, collocandosi al livello della “odiata” Bologna Città Libera;
* SEL e VERDI (presentatisi assieme) ne perdono oltre 350;
* l'IDV ne “conquista” oltre 4.100 in più;
* il Movimento di Grillo ne guadagna quasi 12.000 e Favia sia in città che nella provincia di Bologna supera di molto la percentuale del 7% presa nell'intera regione;
* l'astensione cresce del 10% (è da notare che già alle Comunali 2009 c'era stato un aumento del non voto del 4,5% rispetto a quelle di Cofferati) che in termini assoluti significa oltre 29.000 non votanti in più;
* la Lega aumenta pescando però – in questa occasione – voti dal PDL che cala e indicando uno spostamento in senso “estremista” interno alle destre;
* nella Provincia
* in città, il voto – al contrario di quanto molti dicono – si distribuisce punendo la Lega nei quartieri popolari e premiandola in quelli tradizionalmente “borghesi”, al contrario dei 5 Stelle che raggiungono il massimo della percentuale (il 10%) proprio a Santa Viola (ilo storico quartiere operaio e rosso della città);
* il voto nei comuni della Provincia – rispetto a quello in città – assume un carattere leggermente più “tradizionale” sia in termini di affluenza (un 2% in più) che di distribuzione del voto (il PD cresce di un 2%, l' IdV e Grillini calano complessivamente di ca. l'1%, la FdS aumenta dello 0,22%, SeL e i Verdi calano di oltre l'1%);
* l'aumento dell'astensionismo dimezza le schede bianche e nulle (dal 4,4% a ca. il 2%), ma non elimina il fenomeno.

Da questo sommario elenco di informazioni si nota che si rivela, anche sul terreno elettorale, una necessità di “rendere pubblica” la volontà di sottrarsi al gioco truccato del bipolarismo Pd/Pdl sia con uno spostamento massiccio di voti (se si fa la somma dei voti acquisiti da IdV e Mov. 5 Stelle si vede che coincide quasi esattamente con la somma dei voti persi da Pd e Sinistra “di governo”), sia con la scelta massiccia dell'astensionismo. Certo dentro l'astensione – per la quale noi ci eravamo pubblicamente dichiarati – ci sta anche quello moderato e/o qualunquista, ma pensiamo si possa dire che da noi (ma crediamo anche a livello nazionale) sia largamente attribuibile alla sinistra.
Su altri due aspetti ci interessa aprire una riflessione.
C'è una differenza, anche nei comportamenti elettorali, tra le grandi città e la Provincia. E' una differenza che si riscontra anche in altri casi nazionali e che ci pare indichi che nei luoghi in cui in qualche modo la resistenza alla crisi e il conflitto sociale si sono espressi in questi anni in modo significativo, la destra fatica di più a fare breccia anche tra i “disillusi” della politica e della sinistra istituzionale. Ad esempio a Bologna la Lega pur raddoppiando i consensi (però con le modalità che indicavamo sopra), si colloca attorno all'8% contro il 13,1% regionale e non essendo più l'espressione “della protesta”, ma rappresentando piuttosto l'anima peggiore del centrodestra portando così via i voti al PdL.
L'IdV e i 5 Stelle sono i catalizzatori del dissenso partecipativo, l'astensionismo lo è di quello più radicale.
Per l'IdV la crescita – seppur in questa occasione più contenuta – è figlia del crollo della “diversità amministrativa” piddina nella crisi disvelatasi con il “caso Delbono” (anche se i dirigenti del Pd continuano autisticamente a dire che non ha pesato sul voto!), mentre per il movimento di Grillo si tratta della capacità di coniugare l'immagine di “novità dal basso” (la rete dei cittadini) con l'evidenziare in campagna elettorale alcuni punti (difesa dell'ambiente, no al nucleare, difesa della scuola pubblica, ecc.) patrimonio “storico” della sinistra alternativa ed ecologista e di saperli “rappresentare” al di fuori degli apparati della sinistra ex-parlamentare, percepita come un apparato di zombie impegnati oramai esclusivamente alla propria auto-conservazione. E questo in un territorio come Bologna e Provincia che, non dobbiamo dimenticarlo, è collocato percentualmente nei primi posti di tutte le graduatorie che riguardano la cassa integrazione, i licenziamenti, gli sfratti, la devastazione ambientale delle Grandi Opere.

Il voto ha anche decretato la fine del “mito della frammentazione” della sinistra come causa principale del calo di voti. Infatti si può notare che alle precedenti elezioni regionali – sempre in coalizione con il Pd – c'erano 3 liste distinte di “sinistra” (Prc, Pdci e Verdi) che raccoglievano complessivamente oltre il 12% dei voti, ora con 2 sole liste (FdS e Sel+Verdi) il voto che raccolgono è attorno al 4,5%.
Crediamo che si possa indicare una fascia del 20/25% di donne e uomini in città che esprimono – con diverse modalità – la volontà di indicare la propria resistenza all'assalto culturale e politico della destra e agli effetti della crisi sociale, la necessità della ricostruzione di una sinistra anticapitalista combattiva e coerente, capace di ritrovare la propria identità – plurale ma ben definita – a partire dallo sviluppo della critica sociale, dell'opposizione, della difesa e dell'allargamento dei diritti, del conflitto sociale e fuori dagli schemi elettoralisti.
Che lavori alla crescita e all'unificazione delle resistenze dei soggetti sociali vecchi e nuovi che costituiscono la nuova composizione di classe dentro alla crisi su questioni quali il lavoro, l'ambiente e il ciclo della formazione.
Che sviluppi auto-rappresentanza scegliendo di volta in volta – ma solo se utile alla crescita dell'alternativa al dominio del mercato sulle vite – di compiere anche incursioni nel campo avverso della democrazia rappresentativa per portare la voce degli esclusi.

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Nota quotidiana

I dati definitivi dimostrano che perdono tutti compreso il Carroccio anche se meno di altri. La finanza milanese si interroga sul ruolo in Unicredit mentre Berlusconi rilancia il profilo istituzionale. Napolitano gli dà una mano e inguaia Bersani. Vendola e Di Pietro pensano alla nuova alleanza per contenderne la leadership. Ma chi lavorerà sul dato dell'astensione?

Salvatore Cannavò

Il sentimento prevalente, ascoltando commenti di amici, compagni e parenti, o magari facendo un giro su facebook, è che in fondo conviene espatriare. Berlusconi, nel giro di un anno e mezzo, ha avuto solo scandali, ha portato le prostitute a palazzo Chigi, fatto affari tramite la Protezione civile, massacrato la Rai e, soprattutto, non ha fatto nulla per tamponare la crisi economica eppure...Eppure stasera può ergersi a vincitore, diramare un comunicato-beffa in cui scrivere «l'amore vince sull'odio», prepararsi a una nuova fase politica con il timone saldamente in mano. Anche se ha vinto solo per difetto dell'avversario.

L'astensione colpisce anche la Lega
I dati reali, infatti, parlano di una flessione del Pdl solo parzialmente compensata dalla Lega - ovviamente facendo un paragone con le due ultime elezioni e lasciando sullo sfondo l'ormai lontanissima campagna elettorale del 2005 (basti pensare che allora c'era una Rifondazione unita e piuttosto forte). L'astensione colpisce a destra, anche la grande vincitrice politica della tornata elettorale, la Lega nord. Che lascia in Piemonte più di 60 mila voti e circa 150 mila nelle varie regioni del Nord (solo in Emilia avanza di 10 mila voti). Insomma, in giro non ci sono più elettori leghisti, ma meno; e non ci sono più elettori berlusconiani ma meno, molti meno. E infatti il Pdl ottiene una media del 26% di pochissimi decimali superiore a quella del Pd e la Lega, con il suo 12,9% avanza rispetto alle europee "solo" dello 0,9%. Poca cosa, appunto. Ma che diventa molto se paragonata alle perdite degli altri. L'Istituto di sondaggi Swg, infatti, calcola che se il centrodestra ha mantenuto, rispetto all'astensione, solo il 64% dei voti delle europee la percentuale per il centrosinistra scende al 60% anche se questo si rivela più capace di riprendersi voti astenutisi l'anno scorso. In realtà, il povero Bersani ha ragione quando dice che il Pd ha invertito la tendenza perché rispetto al 26% nazionale ottenuto l'anno scorso il 26% ottenuto nelle tredici regioni in cui si è votato, ad esempio con l'esclusione di regioni sfavorevoli come la Sicilia, è un piccolo successo. Ma non sufficiente a invertire davvero la tendenza. Tutti perdono voti ma le varie sinistre ne perdono di più della Lega che con la sua "tenuta" - «siamo stati fortunati» ha detto Bossi l'altra sera a caldo - compensa l'arretramento del Pdl. Che comunque c'è stato e darà vita a una "resa dei conti" interna. La prima vittima è il ministro Fitto, dimessosi dopo la sconfitta pugliese data la sua caparbietà a insistere su un candidato debole come Palese (ma le dimissioni del centrodestra rientrano nel giro di qualche ora). C'è poi la vittima eccellente Brunetta, sconfitto di brutto a Venezia con "goduria" di tanti "fannulloni" ma anche del suo collega Tremonti che si bea della rinnovata centralità nordica del centrodestra e della sua collocazione di cerniera tra Lega e Pdl. La centralità del Carroccio, tra l'altro, sbarca anche nel mondo economico-finanziario se addirittura un manager come Profumo, di Unicredit, è costretto a diramare un comunicato per precisare che il voto non avrà ricadute sulla propria banca. Il riferimento è al peso che la Lega avrà d'ora in poi proprio sulle due principali azioniste di Unicredit, la fondazione Crt, che è piemontese, e Carimonte, che dipende dal Veneto, le due regioni appena conquistate dal Carroccio.

Lo statista Berlusconi?
Berlusconi per ora ha l'interesse a non strafare e a non scontentare nessuno anche se qualche sassolino dalle scarpe con Gianfranco Fini se lo toglierà. Per il momento sembra prevalere l'invito a fare le riforme provando a recuperare il profilo da statista che nessuno riesce a ricordare di avergli mai visto addosso. Una mano gliel'ha data il presidente della Repubblica con il suo invito a «riforme condivise» che sembra una polpetta avvelenata per un Pd in cerca di un suo equilibrio. Bersani ha detto oggi di essere «pronto» a sedersi a un tavolo che sia comprensibile agli italiani e che si occupi dei loro problemi. E questa è una posizione che troverà diversi sostenitori nel Pd, l'ala più moderata e istituzionale che secondo alcuni commentatori potrebbe anche pensare a una scissione. Ma non appena si sarà seduto al tavolo di Berlusconi avrà chiuso i ponti con Di Pietro e con parte della sinistra. Quindi ha bisogno di stare molto attento. Anche perché all'interno del Pd è partito il tiro al piccione. Franceschini finora non ha parlato ma parlerà al coordinamento politico che si tiene nella serata di martedì. Come al solito ha attaccato Parisi ma anche Ignazio Marini e le agenzie hanno fatto a gara a battere il post lanciato via Facebook dalla figlia di Veltroni: «Voglio vedere se c'è qualcuno che ora si dimette...». Insomma, sembra che il gioco preferito del Partito democratico, spararsi l'un l'altro, sia già ripreso.

La grande alleanza di Bersani
Eppure Bersani sta cercando di realizzare l'unica strategia che quel partito ha a disposizione e che il segretario Pd ha cercato di riassumere con il "modello Liguria": un'alleanza che comprenda, sulla destra, l'Udc e a sinistra anche Rifondazione.
Cosa farà Casini è tutto da vedere. La sua linea "centrista", al di là di un po' di propaganda, non ha pagato: il partito non è cresciuto e se entra in qualche giunta è solo in posizione subordinata vuoi del Pdl - Campania - o del Pd - Marche o la stessa Liguria. Per come si sono messe le cose la sua collocazione più "redditizia" potrebbe essere al fianco di Bersani ma non è escluso che dal centrodestra, per esempio da Fini, possano arrivare offerte di contrappeso politico allo strapotere nordista.
Chi si prepara a questa nuova alleanza con una certa determinazione è l'Idv di Di Pietro ma anche lo stesso Vendola, forte di un successo personale molto netto. Entrambi hanno voluto insistere sulla «sconfitta» del centrosinistra per rimarcarne le necessità di rinnovamento e l'esigenza di ridefinirne gli equilibri interni. Vendola è un possibile candidato alla leadership - «non abbiamo preclusioni ha ammesso Bersani - ma è difficile che questo possa essere lo sbocco. Sinistra e Libertà, del resto, non ha beneficiato più di tanto dell'effetto Vendola che non travalica la Puglia. Qui Sel ottiene 11 consiglieri regionali, più di quanti ne ottenga nel resto d'Italia.
Dal canto suo, chi non scioglie un'ambiguità di fondo che potrebbe falcidiarla è la Federazione della Sinistra. Con il 2,7% nazionale - che con il peso di regioni sfavorevoli come la Sicilia, il Molise, l'Abruzzo, il Friuli, potrebbe ridursi al 2% - elegge 12 consiglieri regionali. Non elegge in Lombardia, in Campania, in Puglia e in Basilicata ma soprattutto vede premiata solo la linea dell'alleanza con il Pd se si fa eccezione delle Marche dove la corsa solitaria è stata condotta insieme a Sel (e che quindi costituisce, appunto, un'eccezione). La spinta a stare dentro l'alleanza si farà sentire ed è abbastanza prevedibile che la FdS farà parte dell'alleanza che Bersani proverà a disegnare a meno di veti opposti da partiti come l'Udc. Ed è ance probabile che lo scenario sia tutto sommato accettato all'interno del Prc che di questa Federazione è l'unica forza viva. Allo stesso tempo, la spinta a ricercare una nuova unità con SeL sembra già avviata e sarà al centro del dibattito nei prossimi mesi (il manifesto si è già preparato a essere il luogo di questo confronto).
Quanto tutto questo proverà a capire il significato di questa astensione ma anche di segnali come quelli dati dal successo dei "grillini" - che superano il 20% in Val di Susa e sfondano davvero nella "rossa" Emilia - non è dato sapere anche se non è difficile prevedere che l'astensione sarà dimenticata presto. Eppure è lì dentro che oggi affoga il senso dominante di questo paese, una disillusione diffusa, una perdita di prospettive e una speranza dimenticata. Chi riuscirà, anche solo parzialmente, a offrire una risposta a questo sentimento potrà dire di aver avviato un processo di ricostruzione politica.

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Nota quotidiana

L'astensione batte tutti, Formigoni resta in sella, Penati, purtroppo, pure.

Piero Maestri

MILANO - I risultati delle elezioni regionali in Lombardia forniscono un quadro allineato con quello generale.
Anche qui aumenta l’astensionismo (circa 400 mila elettori delle elezioni europee 2009 quest’anno non sono andati ai seggi) che colpisce un po’ tutti i partiti.
Infatti, se guardiamo i voti assoluti, il PDL perde circa 50 mila voti (anche se in parte vengono intercettati dal voto al solo presidente Formigoni); la Lega Nord circa 10 mila voti; il PD 170 mila; la Federazione della sinistra 35 mila… e così via.
Questo significa che anche i “vincitori” non fanno passi avanti, non consolidano il loro consenso anche se riescono a frenarne l’erosione.
Naturalmente il presidente Formigoni può cantar vittoria e inaugurare il suo quarto mandato che lo porterà negli uffici a 160 metri di altezza del suo “Palazzo Lombardia”, voluto proprio per celebrare il suo potere e quello della sua Compagnia delle Opere che potrà continuare a occupare i posti chiave di alcuni settori economici importanti (formazione, sanità ecc…).
La sola opposizione in Consiglio che rimane in campo è quella della… Lega Nord. Naturalmente è un paradosso, perché la Lega è un buon alleato di Formigoni, ma con il suo 26%, anche se non riesce nel sorpasso del 31% del PDL, porrà sempre più forte la sua ipoteca sulle politiche regionali (territoriali in particolare, grazie all’assessorato del leghista Boni).
La Lega farà valere questo risultato anche in vista delle comunali di Milano del prossimo anno. Rimasta con il solo Salvini a rappresentarla in Consiglio, ha già candidato Bossi alla carica ora della Moratti. Il leader leghista sa bene che avendo preso il 15% a Milano non potrà davvero sperare in quella candidatura, ma ci si può fare un’idea di cosa saranno i prossimi 12 mesi in città: una gara a chi chiederà (e farà) più sgomberi, a chi la spara più grossa, a proposte amministrative sempre più demenziali e pericolose (come il coprifuoco di viale Padova), al razzismo dispiegato a piene mani.
Il candidato Penati riesce invece nell’impresa più difficile: prendere con il suo 33% una percentuale di dieci punti inferiore del suo predecessore, l’allora sconosciuto signor Sarfatti. Purtroppo ha già dichiarato che non andrà in pensione, il che dovrebbe sinceramente preoccupare il suo partito e il segretario che l’ha voluto al fianco fin dalle primarie. E in Regione il PD continuerà a fare la stampella del formigonismo, votando gran parte delle leggi del centrodestra.
La sinistra nel suo insieme non esce bene da questa tornata elettorale. SEL beneficia della sua internità all’alleanza e riesce a eleggere una consigliera con il suo “misero” 1,3%. La Federazione della Sinistra – dopo aver tentato in tutti i modi l’alleanza programmatica o almeno “tattica” con un Penati che l’ha scaricata immediatamente – non riesce a convincere nemmeno chi l’aveva votata lo scorso anno (oltre 30 mila voti in meno) anche se candida Agnoletto e con un consigliere uscente come Luciano Muhlbauer sempre presente nelle vertenze territoriali e unico punto di riferimento in Consiglio per un’area di movimento. Non sono bastati perché il partito (il PRC) non c’è più, non solo non ha un minimo di radicamento sociale (non basta avere dirigenti sindacali grazie all’alleanza con Epifani al congresso della CGIL) e di capacità almeno di agitazione politica, ma non ha nemmeno fatto una campagna elettorale degna di questo nome.
Un pur minimo successo può rivendicarlo la lista “5 stelle” dei grillino, che raggiunge il 3% solamente con il candidato presidente ma non con la lista, non eleggendo nessun consigliere. Guardando ai suoi risultati locali si capisce che, malgrado le sue caratteristiche ambigue e populiste, la lista riesce a convincere anche settori di popolazione impegnata nelle vertenze territoriali e/o nelle iniziativa “antiberlusconi” – con tutti i loro limiti. Non sfonda invece l’IDV, che sembrava dover approfittare delle incapacità della sinistra e che rimane ferma al suo 6,5%.

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Nota quotidiana

L'esponente radicale in sciopero della fame e della sete per la mancanza di visibilità della sua lista. La denuncia viene fatta a Milano dove è candidata contro Pd e sinistra. Mentre a Roma capeggia l'intera coalizione. C'è chi si chiede se vuole perdere. Noi chiediamo alla sinistra che l'appoggia: ne vale la pena?

di Salvatore Cannavò

Emma Bonino prende per un giorno la ribalta politica non grazie a qualche proposta particolarmente pungente per la Regione Lazio ma in virtù di una storica battaglia radicale, quella per la «pluralità e correttezza delle informazioni» per far sì che la campagna elettorale costituisca davvero una «competizione repubblicana degna di questo nome». Insomma, i radicali protestano per le scarse apparizioni televisive - e hanno ragione - in genere dedicate solo a quattro o cinque partiti, quelli che poi hanno la reale rappresentanza istituzionale (Pdl, Pd, Lega, Idv, Udc). Per dare corpo a questa iniziativa la candidata alla presidenza del Lazio ha quindi deciso di praticare uno sciopero della fame e della sete rivolgendo un appello «alle alte cariche istituzionali», leggi il Presidente della Repubblica. La cosa non costituisce una particolare novità se non per la concomitanza di due fatti: il primo, visibile ai più, è che la protesta dell'esponente radicale coincide con la sua autorevole candidatura alla Regione Lazio; il secondo è che l'annuncio è stato dato a Milano in una conferenza stampa convocata assieme a Marco Cappato, candidato radicale alla presidenza della Lombardia - in alternativa al Pd con cui invece si è fatta l'alleanza nel Lazio - a nome di una lista Bonino-Pannella in cui la stessa Emma Bonino è candidata. Candidata alla presidenza nel Lazio, quindi, a nome di tutto il centrosinistra; candidata nella lista radicale in Lombardia contro l'alleanza capeggiata da Penati e contro la stessa lista di sinistra, capeggiata da Vittorio Agnoletto che pure è nella sua coalizione a Roma. Un pasticcio evidente, che fa torto all'intelligenza dei protagonisti ma soprattutto a quella di tanti elettori e elettrici della sinistra variamente collocata.
Di fronte a questo metodo e a questa modalità di condurre la battaglia politica la domanda a noi sembra d'obbligo: a Emma Bonino interessa davvero vincere la sfida per il Lazio contro Renata Polverini? O interessa di più la sopravvivenza della propria lista, del proprio partito, della propria "famiglia" politica, quei radicali che da circa quarant'anni riescono ad avere un ruolo, spesso di primo piano?
Astrattamente, nulla vieta a una candidata alla Presidenza di regione di condurre una propria battaglia specifica, per quanto la richiesta di legalità abbia caratteristiche generali. Ma qui c'è un punto delicatissimo che probabilmente sta facendo sudare freddo lo stato maggiore del Pd. Se la denuncia di Bonino, e di Pannella, è seria e fondata e se a questa denuncia non seguirà una qualche soluzione accettabile, la leader radicale dovrebbe ritirare la propria candidatura al servizio della coalizione di centrosinistra. L'ipotesi è stata anche fatta circolare tanto che il segretario Pd, Bersani, a domanda specifica ha dovuto rispondere: «A me non risulta». E comunque, con l'iniziativa eclatante annunciata oggi Emma Bonino sveste i panni della candidata di tutti e si ritaglia quelli di candidata di bandiera, rendendo chiaramente più difficile la propria affermazione.
Ovviamente, non ce ne scandalizziamo. La candidatura di Bonino nel Lazio non incontra il nostro favore e l'abbiamo già scritto. Facciamo notare però che spesso le alleanze elettorali sono giustificate - a sinistra è un refrain costante - in nome del fronte comune contro gli avversari e quindi come necessità che si impone. E chi accetta questo gioco in genere fa di tutto per rappresentare la propria alleanza, non solo per correttezza ma anche per maggiore efficacia. Da quando è candidata, invece, Emma Bonino non ha mai voluto nascondere il vincolo che la lega al proprio partito e a questo ha sempre ricondotto qualsiasi iniziativa pubblica e qualsiasi intervento. Una donna coerente, certamente, profondamente radicale, non c'è dubbio; ma talmente attaccata alla propria storia, alle proprie origini, alla sopravvivenza della propria componente da mettere a repentaglio l'obiettivo più alto che si è dato. E se finora non ci convinceva per il merito e il senso della sua proposta - legittima e coerente, certamente, ma non rappresentabile una battaglia di sinistra, per quanto edulcorata - oggi inizia a contrariarci anche sul piano del metodo e dell'eleganza politica. Crediamo che la sinistra che, per calcolo e opportunità, si riconosce nella sua candidatura, dovrebbe chiedersi con serietà: ma ne vale davvero la pena?

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Accade a sinistra

Verrà annunciato domani l'intesa tra la candidata alla presidenza del Lazio e la Federazione della sinistra. Che non parteciperà al governo della Regione in caso di vittoria ma che proverà a indicare un suo candidato nel listino. E spunta il nome di Dante De Angelis

s.c.

Sarà annunciato domani, venerdì 5 febbraio, l'accordo elettorale raggiunto tra Rifondazione comunista, e la Federazione della sinistra, e la candidata alla presidenza del Lazio, Emma Bonino. Un accordo che non prevede l'ingresso al governo del Prc ma che comunque ipotizza l'indicazione di un suo candidato per il listino del presidente. E Rifondazione pensa per questa designazione a una figura emblematica del mondo del lavoro, come Dante De Angelis, il ferroviere licenziato dalle Fs con ingiustificato motivo e reintegrato dai giudici al suo posto di lavoro.
L'accordo è fatto soprattutto, come ci spiega il commissario della Federazione romana del Prc, Alfio Nicotra, «a causa della legge elettorale a turno unico» e serve a «contrastare una destra insidiosa, pericolosa che, non a caso, inaugura la propria campagna elettorale a Fondi», comune laziale infiltrato dalla mafia e che il governo non vuole decidersi a commissariare. Dunque un'alleanza pensata "contro" ma che contiene anche alcuni "per". Nicotra ne cita quattro: «Ci unisce a Bonino l'anima libertaria ma anche la sua figura, trasparente, onesta e, ancora, il fatto che non è legata e non fa parte di poteri o potentati economici. Il quarto motivo positivo è la battaglia ambientalista con le sue posizioni antinucleariste e un impegno a rivisitare la politica di incenerimento».
Ma Nicotra non può nascondere il livello di sofferenza che provocano le posizioni liberiste di Bonino in tema di politiche sociali e del lavoro. «C'è una sofferenza evidente e ci incaricheremo di vigilare che questo accordo non spiani la strada a politiche liberiste».
Rifondazione comunque non sarà presente nel governo della Regione qualora Bonino vincesse: «Non ci sono le condizioni e i rapporti di forza che lo consentono». Per quanto riguarda il dibattito interno al Prc è chiaro che questa scelta provocherà delle forti obiezioni «è inutile negare le difficoltà del mondo della sinistra più politicizzata» ma in fondo, osserva ancora Nicotra «non vedo poi così grandi differenze tra Bonino e, ad esempio, Burlando in Liguria». E in effetti l'osservazione è corretta: il problema di fondo è proprio il Pd che costituisce il nerbo delle alleanze per le regionali e il cuore dei futuri governi. Certo, nel Lazio questo nerbo si veste del volto "trasparente" di Emma Bonino ma anche di idee di liberismo insidioso che hanno comunque trovato altri esponenti nel Partito democratico laziale, compreso l'ex presidente Marrazzo. Anche per questo, Rifondazione cercherà di tutelarsi tramite una candidatura simbolicamente efficace nel listino. «Qualcuno che è stato reintegrato sul posto di lavoro grazie all'articolo 18». Circola il nome di Dante De Angelis, ma non è sicuro che l'interessato sia disposto ad accettare.

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Accade a sinistra

Si chiama "Per un'altra Toscana", è un appello per partecipare alle elezioni regionali fuori dal centrosinistra e dal centrodestra e terrà domenica 17 gennaio un'assemblea regionale per discutere di programma ma soprattutto della possibilità reale di cimentarsi con una difficile campagna elettorale. Moltissime le prime adesioni

Uscire dalla crisi verso un nuovo modello di sviluppo
Oggi la nostra vita è più difficile e meno soddisfacente rispetto a 20 anni fa: la precarietà è l’elemento costante della nostra vita; incertezza nel lavoro, crisi sociali e economica, guerre, cataclismi naturali, perdita di identità, il tutto con il tempo che scorre inesorabile, e non basta mai, sia nel quotidiano sia nelle decisioni politiche, creando ansia e pessimismo.
Di fronte a tutto questo proponiamo di difendere il valore delle economie locali, quelle in grado di preservare i territori, l’occupazione e le comunità che li abitano dalle distorsioni della globalizzazione. I saperi tradizionali, la socialità, la memoria storica, la manualità, le buone pratiche agricole e l’ecologia dell’economia, a servizio degli uomini, sono sacrificate ad un’idea di crescita senza limiti del mercato che ha già dimostrato la sua crisi.
Sacrificato è anche il nostro territorio che non ci appartiene più perché sempre in continuo mutamento, costruzione, allargamento.
I governi, tanto di centrodestra che di centrosinistra, ancora oggi inseguono e propongono un modello di società che sprofonda nell’individualismo, nel rifiuto della pianificazione per ottenere tutto e subito, nella prevalenza dei diritti sui doveri e sul rispetto, nell’illusione della libertà. Da troppo tempo aspettiamo una politica in grado di appropriarsi delle istanze ecologiste, della richiesta di partecipazione, dell’attenzione ai posti di lavoro e ai diritti di tutti, ma né il centrodestra né il centrosinistra hanno voluto e saputo cogliere queste urgenze.
Cambia il linguaggio, cambia la forma, ma la sostanza rimane.
Per questo sentiamo il bisogno in Toscana di dare vita a una lista per le prossime elezioni regionali che sia indipendente dai poteri forti, economici e politici, rappresentati da centrodestra e centrosinistra, che sia capace di costituire un punto di riferimento per una proposta di chi non si riconosce nella logica del bipolarismo italiano.
Tanto più che proprio la Toscana ha rappresentato, con i governi del centrosinistra guidati dal PD, un laboratorio per speculazioni e privatizzazioni che hanno ignorato le esigenze e i diritti della popolazione e la tutela dell’ambiente.
Crediamo in uno spazio politico che faccia emergere diritti e bisogni, dove i territori ritornano protagonisti di una democrazia partecipativa.
E’ un nostro dovere dare risposte alla grave crisi del lavoro attraverso soluzioni che rispettino l’ambiente. Il cambiamento non è più rinviabile.
Una Lista per un’Altra Toscana che difenda il territorio e i servizi sociali come un Bene comune indisponibile alla logica del profitto; che rimetta al centro della politica i bisogni e le esigenze del lavoro, la sua difesa dalle ristrutturazioni aziendali, la difesa del salario e del reddito disponibile per disoccupati e precari. Una lista che si batta contro la privatizzazione dell’acqua, il dissesto del territorio e l’inquinamento indiscriminato. Una lista che difenda e allarghi i diritti civili e democratici, la libertà degli orientamenti sessuali, la sovranità delle donne sul proprio corpo, la libertà di espressione del dissenso, la laicità delle istituzioni pubbliche, a partire dalla scuola
Una aggregazione fondata sulla politica come servizio e non come professione. Una lista di cittadinanza fondata sui valori dell’ecologismo, della democrazia partecipativa, del lavoro, della difesa dei diritti di tutti e tutte, a partire dai migranti. Una lista fatta di uomini e donne impegnate in prima persona che attueranno la rotazione degli incarichi, un tetto agli emolumenti percepiti dagli eletti (limitato agli stipendi medi). Con la possibilità di utilizzare i fondi raccolti, sotto la supervisione di un Comitato etico, per sostenere campagne pubbliche di informazione e iniziative per la difesa dei territori e per un altro modello di sviluppo.
A tutti coloro che condividono questo sentire chiediamo di sottoscrivere questo documento perché possa diventare il punto di partenza di un percorso verso le prossime elezioni Regionali.
Prime adesioni:
Abate Maria Giuseppina (Lucca)
Agati Claudia (Firenze)
Agostini Fabrizio (Pistoia)
Allegri Marcello (Livorno)
Bartolini Matteo (Massa Carrara)
Bastianoni Fabrizio (Prato)
Berti Antonio (Firenze)
Boriosi Adele (Siena)
Brandinelli Stefania (Lucca)
Buonaiuti Riccardo (Prato)
Calossi Enrico (Grosseto)
Cannito Marco (Livorno)
Cicali Luciano (Siena)
Coletti Fabien (Firenze)
Crapuzzo Michele (Firenze)
Dal Conte Massimo (Firenze)
Del Rosso Renzo (Pisa)
Del Sarto Angela (Firenze)
Di Lillo Giacomo (Pisa)
Ercolini Rossano (Lucca)
Felicioli Antonio (Pisa)
Fiorenzani Antonio (Siena)
Fusani Ildo (Massa Carrara)
Gamberini Giovanni (Siena)
Gatto Fabio (Livorno)
Giacomelli Gisberto (Pistoia)
Giannelli Mario (Lucca)
Lenelli GianMaria (Massa Carrara)
Lenzetti Mariella (Massa Carrara)
Liuti Cecilia (Grosseto)
Lucchesi Fabio (Lucca)
Madrignani Luca (Massa Carrara)
Marzini Lorena (Livorno)
Meschini Enrico (Livorno)
Monducci Leonardo (Firenze)
Monterisi Ignazio (Livorno)
Morandi Daria (Firenze)
Moretti Carlo (Massa Carrara)
Morra Daniela (Prato)
Nosi Lanfranco (Prato)
Orlandi Paolo (Massa Carrara)
Palombo Marco (Portoferraio)
Pampaloni Leonardo (Prato)
Pappalardo Patrizia (Lucca)
Parodi Giuliano (Livorno)
Pascaretta Carmine (Pistoia)
Pasini Daniela (Grosseto)
Pazzagli Rossano (Livorno)
Pecchioli Luca (Pistoia)
Pelosi Danila (Grosseto)
Piagentini Massimiliano (Lucca)
Ribechini Maurizio (Pisa)
Romboli Stefano (Livorno)
Ronchieri Cristina (Massa Carrara)
Rossi Sascha (Firenze)
Sabatino Luca (Massa Carrara)
Salvati Claudio (Firenze)
Sorgente Stella (Livorno)
Sturnmann Lina (Livorno)
Tamanti Paola (Grosseto)
Tessitori Andrea (Pisa)
Turchi Giuliano (Livorno)
Vannini Giampaolo (Pistoia)
Viliani Maurizio (S.Vincenzo)
Vitaliano Mario (Lucca)
Volpi Gabriele (Livorno)
Volpi Rosalba (Livorno)
Zanotti Donatella (Lucca)

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Accade a sinistra

Maltrattata, messa da parte, subordinata alle scelte che Pd e Udc prendono in altre stanze ha solo una possibilità per riemergere: lasciare il Pd al suo destino, presentare liste omogenee in tutta Italia alternative a centrodestra e centrosinistra. E provare così a risorgere

di Salvatore Cannavò

Tutto qui? Il meglio che ci possa capitare è dunque Emma Bonino o Nichi Vendola? E' questa la bandiera che la sinistra variamente organizzata è in grado di presentare e offire alle prossime elezioni Regionali? E' chiaro che lo smottamento e la destrutturazione del concetto stesso di sinistra sono piena fase avanzata.
La situazione rischia di essere comica. Intanto per lo spettacolo che il Pd ha offerto di sé al Paese e ai suoi elettori. L'eterna oscillazione, l'eterna sindrome morettiana (quello di Palombella Rossa) del "fare finta di tirare a destra per poi tirare a sinistra" con il portiere avversario che para; l'eterno opportunismo e burocratismo pallido. Come nelle primarie. Prima vengono esaltate e mitizzate come lavacro democratico e palingenesi della politica. Poi, quando davvero servono, in Puglia nell'affaire Vendola, nel Lazio, oppure in Umbria dove si fanno la guerra veltroniani e dalemiani, vengono scansate come un ingombro. Da non credere. La comica diventa drammatica e si avvia a trasformarsi in tragedia all'uscita del responso elettorale.
Ma il problema più grave riguarda la cosiddetta sinistra. Che, a parte il caso Vendola (ma come finirà?) non tocca palla. Non viene consultata nella scelta delle candidature commentandole il giorno dopo, ripagata così nel peggiore dei modi nella sua totale subordinazione alle scelte Pd. Poi, per peggiorare la situazione, cerca di divincolarsi da questa condizione supina cercando di fare asse con Di Pietro e l'Idv il quale però, a sua volta, cerca solo di alzare il prezzo della propria alleanza con il Pd. E il quadro si fa sempre più desolante. Intanto perché un bilancio serio sull'attività di governo che ha visto, negli ultimi cinque anni, le due principali forze di sinistra, Federazione e Sel, governare in dieci regioni, non viene fatto. Anche perché è un bilancio del tutto negativo. Il Lazio è finito sommerso dalla vicenda Marrazzo che si è portata via il buco della Sanità e la politica antipopolare in tema di inceneritori e discariche: la Toscana è un capitolo fatto di privatizzazione dell'acqua, scempio edilizio e abuso ecologico; la Campania, un buco nero che compete in opacità, malaffare e corruzione solo con la Calabria; la "Puglia migliore" ha dovuto cambiare mezza giunta regionale per motivi giudiziari e solo a fine legislatura ha chiesto scusa, nei fatti, a quel Riccardo Petrella defenestrato dalla presidenza dell'Acquedotto pugliese. Insomma, inaugurata nel 2005 dall'allora Prc, nel pieno della svolta di governo, delle primarie pugliesi e della, allora, futura e annunciata vittoria dell'Unione contro le destre, il governo del centrosinistra naufraga nelle Regioni come è naufragato a livello nazionale.
Però viene reiterato. Al di là delle chiacchiere, ad oggi sia Federazione che Sel vogliono siglare gli accordi ovunque (e si parla anche di un accordo tra le due forze per superare eventuali sbarramenti del 4%). In Lombardia la Federazione farebbe l'accordo anche con Penati dopo aver subito da quest'ultimo la cacciata dalle provinciali in campagna elettorale. Nei siti web e nei blog di sinistra Emma Bonino viene definita potabile e ormai già digerita - oggi ha ricevuto un implicito endorsement dal manifesto - mentre sulle altre candidature non si è neanche alzata un'obiezione. E' stato un disastro il governo Prodi nel 2006, non è difficile prevedere un'altra disfatta quest'anno. A partire dalla Puglia dove ormai a Vendola, incaponito a presentarsi con il Pd, restano tre soluzioni tutte perdenti: vedersi sostituito da Boccia, correre e essere accusato della sconfitta; essere accettato dal Pd, correre contro Pdl e Udc, ed essere accusato della sconfitta; ritirarsi, e quindi perdere (certo, gli resta la possibilità di correre e vincere, come l'altra volta, ma dovrà farlo con quel Pd che oggi lo odia....auguri).
E invece la situazione lascia spazio all'unica strada utile da percorrere. Una sinistra che si sganci programmaticamente e politicamente dal Pd - quindi dappertutto, in forma organica - , che si riapra al mondo e alla vita, che provi a definire un proprio programma contro la crisi, che si dia un profilo anticapitalista, ecologista, femminista, attento ai diritti (come invece riescono a fare solo i radicali) e in grado di presentare una sua proposta autonoma, con proprie candidature regionali e con un progetto di medio-lungo respiro, un'ipotesi di ricostruzione di una soggettività critica e alternativa all'esistente. Lasciando il Pd al suo destino e non rincorrendolo fin dentro le stanze di Casini e dell'Udc (ricordate? quella di Cuffaro e soci). Si corre il rischio di far vincere la destra? La destra ha già vinto grazie agli errori della sinistra. Facendo altri errori e condannandosi alla scomparsa, la destra sarà solo più forte.

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Accade a sinistra

L'assemblea del Pd, che doveva designare il candidato a presidente della Regione, viene sospesa tra contestazioni e schiamazzi. Dietro lo scontro in atto si nascondono politiche simili, un Pd allo sbando e una sinistra pugliese incapace di guadagnare autonomia

di Gianni De Giglio

E’ il primo luglio del 2009. A meno di un anno dalle elezioni regionali, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, decide di azzerare la propria giunta di centrosinistra. Le ragioni sono la questione morale e la voglia di
allargare i perimetri della coalizione (Udc e IDV). La scelta è arrivata a seguito delle inchieste sulla sanità regionale, definita da Vendola “permeabile agli interessi delle lobby”; un’inchiesta su presunti tangenti e voti di
scambio per agevolare determinate imprese private nella fornitura di servizi e prodotti in ambito sanitario, che nel mese di febbraio aveva già portato alle dimissioni dell’assessore, Alberto Tedesco (attualmente senatore del PD). Solo dopo pochi giorni, è il 6 luglio, Vendola vara una nuova giunta con cinque nuovi assessori. Tra questi, scegliendo Dario Stefàno, il Presidente tende la mano ai centristi nonostante l’Udc continui a dichiarare che il suo partito non sosterrà il governo regionale e non prenderà accordi, a maggior ragione con Vendola presidente intenzionato a ricandidarsi nella primavera prossima.
Nel frattempo arriva l’appoggio dal segretario regionale del Pd, Michele Emiliano, riconfermato alla guida del Comune di Bari: ''Pieno sostegno'' a Vendola che affronta la questione morale. Non è che l’inizio di un cammino nuovo che sicuramente riserverà altre sorprese!
Ed ecco che a pochi mesi dall’elezioni arrivano le sorprese. Emiliano, diventato nell’ottobre scorso presidente del PD, dopo essere stato sconfitto alle primarie del partito dal candidato segretario della mozione Bersani, accetta la proposta e l’invito del PD a candidarsi alla presidenza della Regione Puglia. E’ l’ultimo atto di un deterioramento del centrosinistra pugliese che nel 2005 aveva intrapreso quella che in molti hanno battezzato la “Rivoluzione gentile” di Vendola, funzionale alla politica di “lotta e di governo” che il PRC di Bertinotti si apprestava, invece, a sperimentare col governo Prodi. Esperimento che poi si è scontrato con l’impossibilità da parte della Sinistra di stare al governo con chi (Ds e Margherita) rappresentava i maggiori esponenti del capitalismo italiano. Solo ieri, infatti, l’assemblea regionale del Pd è stata annullata per “mancanza di condizioni minime”. Cosa significa tutto questo? Quanto la protesta di un folto gruppo di sostenitori di Vendola, tra cui anche iscritti/e al PD, ha inciso sulla decisione di rinviare l’assemblea oppure c’è il rischio che tra i 126 delegati non ci fossero i numeri per ufficializzare la candidatura di Emiliano, appoggiato senza condizioni anche dall’Udc e dall’Idv?
Ancora una volta il Pd dimostra la mancanza di un profilo politico programmatico lineare. Al suo interno, da una parte c’è chi vuole avviare un percorso di alleanze con il centro di Casini a discapito della ricandidatura di Vendola; dall’altra, un’influente parte del partito, che non vuole né rinunciare all’Udc, ma nemmeno alla candidatura di Vendola, è rappresentata soprattutto da quegli assessori della giunta attuale che rivendicano molte delle politiche sociali messe in atto negli ultimi mesi dal governo regionale; politiche che, tuttavia paiono, non essere sufficienti a tenere insieme l’ esigenza di nuovi orizzonti elettorali con la ricandidatura di Vendola.
La Sinistra, o quel poco che ne è rimasto a livello istituzionale, sembra non aver tratto nessuna lezione dalle esperienze del passato recente. Continua a soccombere nel momento in cui non decide da che parte stare. O sceglie la via delle alleanze di governo (aggrappandosi alle primarie di coalizione), a tal punto da chiedere anche all’Udc di far parte del centrosinistra, oppure inizia ad assumere una posizione autonoma ed indipendente dal PD per avviare un percorso che riparti dalla necessità dell’auto organizzazione dei soggetti
sociali colpiti dalla crisi; che supporti il coordinamento delle lotte sui posti di lavoro, contro la privatizzazione dei beni comuni; che avvii la definizione di un programma ecologico slegato dagli interessi dei profitti delle imprese in cui si concili il diritto al lavoro con quello alla salute e alla salvaguardia delle risorse ambientali; che lanci un piano democratico finalizzato a smontare il razzismo istituzionale presente anche in qualsiasi
livello governativo. Vendola, ma più in particolare tutti i frammenti della sinistra, o decidono di intraprendere una strada strettamente connessa alle esigenze, ai bisogni e ai diritti delle persone che quotidianamente subiscono gli effetti sociali della crisi economica, amplificata non solo della destra di Berlusconi, ma anche delle politiche neo-liberiste avanzate dai governi di centrosinistra, oppure continuerà a subire una politica di palazzo e di giochi di potere che non fanno altro che agevolare la vittoria delle destre e rafforzare il social liberismo e il razzismo “democratico” insito nelle idee e nelle politiche del Pd.
degiglio.g@libero.it

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