Un intervento di Angela Davis sul rifiuto di Judith Butler del premio per il coraggio civile al pride di Berlino.
Spero davvero che il rifiuto di Judith Butler del premio per il coraggio civile serva come spunto per una discussione maggiore riguardo l'impatto del razzismo, anche nei gruppi considerati 'progressisti'. L'assunto che, in qualche modo, gli abitanti del sud del mondo, le persone di colore siano più omofobe, è una considerazione razzista. Se si considera la portata con la quale le strutture ideologiche dell'omofobia, della transfobia o dell'eteropatriarcato sono radicate nelle nostre istituzioni, l'assunto che un gruppo di persone possa essere più omofobo di un altro manca il punto centrale della questione. Perchè noi non dobbiamo semplicemente evidenziare determinati tipi di atteggiamenti, ma dobbiamo indirizzare le istituzioni che perpetuano quegli atteggiamenti e che causano, infliggono la violenza reale agli esseri umani.
E vorrei rispondere riguardo l'ultima domanda su l'urgenza negli ultimi anni '60 che in realtà le persone non hanno agito dietro quell'urgenza; che probabilmente noi non avremmo avuto la ampia nozione di giustizia sociale che abbiamo oggi, che forse non avremmo avuto un certo vocabolario, che c'è sempre stata una battaglia sul linguaggio, sui termini.
E credo che, quando raggiungiamo delle vittorie nei movimenti e nelle specifiche lotte, quello che facciamo è cambiare il terreno piu' generale delle lotte stesse. Quello che facciamo non è semplicemente agire per addizione. Sommare i diritti delle donne a quelle dei neri, sommare le persone lgbt alle donne e ai neri, sommare a questi anche la battaglia delle transessuali, e così via... Ogni volta che otteniamo una vittoria significativa c'è la necessità di rivedere l'intera geometria delle rivendicazioni e delle lotte. Per questo dobbiamo interrogarci sull'impatto che il razzismo ha sui movimenti di gay e lesbiche, su quelli delle donne, interrogarci sull'impatto del sessismo o della misoginia o dell'omofobia nelle comunità nere ma non solo. Questo concetto di intersezione o incrocio o stratificazione delle categorie dell'oppressione è uno tra quelli che ci arrivano grazie alle esperienze e al lavoro delle donne femministe di colore.
Alle municipali olandesi, forte crescita del Pvv olandese, xenofobo e antislamico, guidato da Gert Wilders (nella foto). Scendono i conservatori e i laburisti e salgono anche i liberali. Netta sconfitta per la sinistra radicale del Partito socialista. Il presidente Napolitano si dice «preoccupato». E ha ragione
Le elezioni locali in Olanda mai come questa volta hanno avuto un significato nazionale e indicato una prospettiva che proprio stamattina il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha definito «preoccupante». Il partito della Libertà (Pvv) dello xenofobo e anti-islam Gert Wilder è il vincitore delle elezioni piazzandosi al terzo posto, in netta risalita dal quinto, e in grado di insidiare a due grandi partiti olandesi in forte calo di consensi. Accanto al Pvv di Wilders, emergono come vincitori di queste consultazioni i due partiti liberali Vvd e il piccolo D66, mentre i laburisti PdvA di Wouter Bos, sono intorno al 16% dei suffragi, contro il 23,45% delle precedenti amministrative, circa sei punti in meno. In calo di due punti anche il partito dei cristiano-democratici (Cda) del premier Jan Peter Balkenende. Disastroso il risultato per il Partito socialista - di origine maoista, inserito nell'ambito della sinistra radicale europea - che è sceso da 25 a 11 seggi conquistati.
Non sono state quindi confermate le previsioni della vigilia che volevano una sia pur timida rimonta dei laburisti, dopo la loro scelta di abbandonare il governo perchè contrari al prolungamento della missione militare olandese in Afghanistan. Il partito di Wilders si afferma come primo partito nella città dormitorio di Almere, ad est di Amsterdam, e si ferma a secondo partito alle elezioni municipali dell'Aja, dietro al Partito laburista. I laburisti perdono consensi anche in città tradizionalmente della sinistra come Amsterdam dove guadagnano invece i liberali del D66.
Le elezioni, che hanno segnato un ulteriore leggero calo nell'affluenza alle urne, tranne all'Aja e a Almere, dove si sono candidati gli uomini di Wilders, rendono ancora più frammentario il panorama politico olandese. Dalle prime indicazioni emerge, infatti, che con i dati delle proiezioni per fare una coalizione di governo, dopo quella di centrosinistra di Jan Peter Balkenende, crollata sulla missione militare in Afghanistan, ci vorrebbero generalmente quattro forze politiche. Nelle simulazioni effettuale da Nos Tv solo la coalizione composta da cristianodemocratici, laburisti i liberali pro europeisti e anti Wilders di D66 e la sinistra verde totalizzerebbero 83 seggi su 150. Le altre varianti di centrodestra e di centrosinistra avrebbero maggioranze assai risicate.
«Quello che è stato possibile a l'Aja sarà possibile in tutto il paese. E' un trampolino di lancio per la nostra vittoria» ha affermato Wilders aggiungendo che il suo partito vuole «battersi contro l'islamizzazione del paese».
Nel suo piccolo, il voto municipale olandese rischia di rappresentare una spia per l'intera Europa: razzismo in crescita che si mescola agli effetti della crisi economica; crisi dei principali partiti, sia di centrodestra che di centrosinistra, incapaci di offrire soluzioni credibili; forte impasse di una sinistra che si dice estrema ma che in fondo si dà la prospettiva di governo insieme alla socialdemocrazia e forte ascesa dei partiti di destra xenofoba. Fa bene Napolitano a dirsi preoccupato.
Diecimila in corteo a Brescia, ventimila a Napoli, diecimila a Bologna e Genova, ma anche a Torino e poi Roma, Verona, Livorno Milano. Una giornata riuscita tra boicottaggi e scetticismo. La cronaca realizzata con i "corrispondenti" del Megafono
I dati sono arrivati un po' alla volta, uniformi e chiari da tutta Italia. La "giornata senza di noi", il primo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici migranti è stata un successo. Cortei, manifestazioni, azioni simboliche si sono svolte praticamente dappertutto. E migliaia e migliaia di migranti sono scesi in piazza ma, soprattutto, hanno realmente scioperato. In particolare nel Nord, nell'area compresa tra Brescia, Milano e il Nordest ma interessante è stato anche lo sciopero di Porta Palazzo a Torino, dove la stragrande maggioranza dei banchi gestiti dagli immigrati è rimasto chiuso. Si è avuto un sussulto, quindi, una risposta coordinata e, per la prima volta, non solo emotiva o "democratica" ma sociale e in grado di mettere in risalto la reale natura del lavoro migrante. Lavoro sottopagato, sfruttato, eppure così importante e utilizzato a piene mani da padroni e padroncini. Che si sia trattato di un successo lo dimostra l'adesione dell'ultimo momento del Pd con l'ex segretario Franceschini che si è affacciato alla manifestazione romana. E addirittura Renata Polverini, candidata per la destra alla presidenza del Lazio ha sentito il bisogno di solidarizzare con lo sciopero. Ci sarà il tempo per fare il conto reale delle iniziative e tirare un bilancio più completo. Ma ci sembra già chiaro che il 1 marzo 2010, nonostante le reticenze, le diserzioni - evidente l'assenza di gran parte della sinistra istituzionale tutta presa con la partita elettorale - alcuni veri e propri boicottaggi segnerà la qualità e le dinamiche del movimento dei-delle migranti in Italia.
La cronaca della giornata
«Scioperi in oltre 50 aziende, di cui la metà metalmeccaniche, in decine di cooperative di servizi, in tutti gli istituti professionali frequentati da studenti migranti di seconda generazione e negli uffici pubblici in cui lavoratori e lavoratrici italiani antirazzisti si sono astenuti dal lavoro». Questo il 1°marzo a Brescia secondo il Comitato Primo Marzo che ha promosso la giornata in città. Un corteo di 10 mila persone in grandissima maggioranza di migranti ha sfilato per le vie del centro storico. Lavoratori, studenti e famiglie migranti hanno parlato della loro condizione sociale e delle discriminazioni che sono costretti a subire. Crisi e razzismo : le due parole che hanno continuamente attraversato il corteo. «Oggi a Brescia - recita il comunicato del Comitato - in piazza della Loggia, come nella manifestazione di varie migliaia di migranti del 6 febbraio, c’era la consapevolezza che l’attacco ai diritti e alla libertà di circolazione dei migranti riguarda tutti. Nativi e migranti».
In ventimila, secondo gli organizzatori, le presenze stimate al corteo antirazzista di Napoli. Il corteo, partito da piazza Garibaldi, ha raggiunto piazza del Plebiscito dove, per l'intero pomeriggio si sono svolte esibizioni di musicisti e attori. Presenti tutte le comunità presenti sul territorio campano, dal Burkina Faso al Ghana, dalla Nigeria al Marocco, dal Bangladesh al Senegal.
In migliaia in piazza anche a Torino con una forte presenza migrante, la maggioranza visibile del corteo con donne e bambini. Il fatto politico più rilevante è stato lo sciopero che si è verificato al grande mercato di Porta Palazzo. L'80% dei venditori di frutta e verdura e il 60% degli ambulanti di abbigliamento non hanno aperto i loro banchi aderendo così allo sciopero. «Un fatto di grande rilievo che dà il segno alla giornata» ci dice con molta soddisfazione Franco Turigliatto, portavoce di Sinistra Critica, praticamente la sola organizzazione politica in piazza. La manifestazione, pacifica e tranquilla, è stata però messa in tensione dalla polizia ferroviaria che ha arrestato uno dei manifestanti, alla stazione, trovandolo senza permesso di soggiorno e preparandogli il foglio di via. Finita la manifestazione si è così fermato un presidio in prefettura per chiedere la liberazione del fermato.
A Genova, invece, il sindacato ci ha messo le bandiere ma non ha indetto lo sciopero. Solo due Rsu, Selex (gruppo Finmeccanica) e Brignole (assistenza agli anziani) hanno dato segnali. Così s’è dovuto aspettare che tutti tornassero dal lavoro per muoversi appresso a un corteo che però, così grande, Genova non lo vedeva da un pezzo. Diecimila in strada ma non chiamatelo (ancora) sciopero. E’ cominciata con le lezioni del mattino che il comitato promotore (80 sigle da Sinistra Critica a Sant’Egidio) ha tenuto in scuole elementari e medie ad alta contaminazione a Ponente e nel centro storico per spiegare il ruolo degli stranieri e l’orrore del razzismo. E’ andata avanti con alcuni sociologi dell’università che hanno spiegato il razzismo istituzionale in una lezione all’aperto alla Commenda, crocevia tra levante e ponente ai bordi dei carrugi. Centinaia le maschere bianche seminate lungo il corteo e identiche a quella ritrovata sulla «montagnola di merda» trovata qualche ora prima di fronte a una sede della Lega. Ci sarà un collegamento? Parrebbe una firma. Duglas, edile 28 anni, con i suoi hermanitos Netas, dice al cronista che lo sciopero migrante è proprio una bella idea, ma lui ha lavorato su una delle tante facciate dei palazzi genovesi. Le proposte genovesi per la piattaforma nazionale sono l’abolizione dei Cie e della Bossi-Fini, la riduzione dei costi dei permessi e poterli rinnovare in comune anziché in questura, lo ius solis e il permesso di soggiorno a chi denuncia il lavoro nero.
A Verona, diverse centinaia, in grande maggioranza migranti, hanno preso parte alla manifestazione di questo pomeriggio nella centrale piazza Brà. Promossa dal Coordinamento Migranti e fortemente appoggiata dalle forze politiche e sociali della sinistra cittadina (Attac, Sinistra Critica, Circolo Pink, collettivo La Chimica), si può dire che quella di oggi sia stata una prima fondamentale prova per proseguire nella mobilitazione per i diritti dei migranti e di tutti i lavoratori, contro la crisi ed il razzismo.Si è registrata anche qualche ora di sciopero effettivo in alcune aziende, dove è presente la Fiom Cgil.
In 10 mila, secondo gli organizzatori, hanno partecipato allo sciopero dei migranti a Bologna. Tra di loro anche operati della Ducati e della Bonfiglioli, ma la mobilitazione si è estesa anche ad altre aziende della zona. La manifestazione è iniziata alle 15 con un presidio molto affollato in piazza Nettuno. Poi alle 17.30 è partito il corteo che si è prima fermato davanti alla prefettura e ha poi percorso le vie del centro storico per concludersi da dove era partito. È stata una protesta colorata e allegra, scandita dalla musica e dai diversi accenti degli interventi al microfono. Molti i cartelli e gli slogan contro la legge Bossi-Fini e il pacchetto sicurezza: «Abbiamo sempre sognato una giornata così, oggi possiamo essere felici», ha esultato la portavoce, Cecile Kyenge Keshetu. In corteo anche le bandiere di sindacati, partiti e degli studenti medi e dell'Onda, oltre a comitati e associazioni attivi nel mondo dell'immigrazione provenienti da tutta la regione. A chiudere la sfilata è stata la musica della Banda Roncati, mentre in testa ha svettato per tutto il tempo una bandiera anarchica.
A Liivorno diverse centinaia di persone, all'80% migranti, hanno partecipato alla manifestazione. Il soggetto che si è mosso nell'iniziale indifferenza e solitudine per costruire la giornata è stato il comitato per il diritto al lavoro (struttura di precari , lavoratori, cassantigrati). Dopo una buona assemblea dei migranti (per la situazione di livorno) sabato, stamattina incontro con sindaco, prefetto e questore e poi il presidio-manifestazione. Presenti SdL, Unicobas, movimento antagonista livornese, Fai, Sinistra Critica, Unione Inquilini, Rifondazione, Verdi livornesi (contro l'accordo con Rossi). Da sottolineare la completa assenza di Cgil e Arci.
A Roma, il corteo si è mosso intorno alle 18 con in testa gli immigrati di Rosarno che dopo la caccia all'uomo subita in Calabria si sono rifugiati nella capitale. Dietro il camion della rete romana antirazzista - formata dai centri sociali romani, Sinistra Critica e Prc - hanno partecipato 5.000 persone. Partecipazione soprattutto spontanea, con piccoli gruppi organizzati di migranti, studenti, associazioni. Durante il corteo è giunta dal Pigneto la notizia di un nuovo raid dei Carabinieri contro i senegalesi residenti a via Campobasso, esattamente come successo lo scorso 5 ottobre. I residenti del palazzo di via Campobasso sono entrati infatti nel mirino delle forze dell'ordine per la forte pressione dei proprietari del palazzo che vorrebbero sfrattarli per affittare a ben altri prezzi gli appartamenti dove da ventanni risiedono i senegalesi. Otto di loro sono stati trattenuti, ma dopo la minaccia del corteo di spostarsi in massa sotto il commissariato, sono stati rilasciati pur con denuncia per contraffazione.
Successo anche per la mobilitazione di stamattina a Milano. Il corteo ha visto infatti oltre 2000 persone con molti migranti, molti di più di quanti se ne aspettavamo i promotori. Tra i quali vanno notati l'Sdl, la Fiom, il Coordinamento anticrisi, fabbriche in lotta come la Maflow, e poi Sinistra critica e altri ancora.
Nel pomeriggio il Coordinamento per lo sciopero migrante ha emesso un primo comunicato per fare il punto sullo sciopero vero e proprio: "Da quanto sappiamo, fino a ora, oggi primo marzo 2010, l’impossibile
sciopero ha coinvolto oltre 50 aziende a Brescia, 4 a Bologna, 10 a Reggio Emilia, 7 a Parma, 3 a Suzzara nel basso mantonvano. Si tratta di fabbriche metalmeccaniche, cantieri edili, cooperative di servizi. Non ci sono solo numeri importanti, ma anche presenze rilevanti. Nei prossimi giorni aggiorneremo questo elenco, perché giungono notizie di fermate spontanee e di altri scioperi. Sarà necessario di analizzare con attenzione la composizione di questo sciopero, rendendo pubblici i nomi di tutte le aziende coinvolte. E non possiamo dimenticare le centinaia di migranti che individualmente stanno godendo della loro libertà di sciopero, anche se la loro Rsu non c’è o non ha dichiarato lo sciopero.
Intanto in mattinata, a Roma, gli studenti dei Colletivi e di Ateneinrivolta hanno realizzato un "blitz" al Ministero dell'Istruzione «per denunciare il "divieto d'accesso" che questo governo impone a studenti e studentesse stranieri (o nati in italia ma figli di migranti) alle scuole primarie, secondarie e all'istruzione superiore».
Oggetto della contestazione «il vergognoso decreto che impone un tetto del 30% di ragazzi stranieri negli istituti scolastici» e con esso «la follia razzista delle classi differenziali nelle scuole primarie». L'iniziativa di protesta si è svolta con un enorme Divieto di Accesso - eccetto per bianchi/ricchi/italiani - a simboleggiare il divieto che il governo vuole imporre ai ragazzi migranti.
Il 1 marzo si realizzerà "un giorno senza di noi", primo sciopero migrante in Italia. La presa di posizione del Coordinamento italiano
Si è cominciato a parlare di 1° marzo e di sciopero dei migranti grazie al coraggio delle donne che hanno lanciato la campagna su Facebook. Poi hanno cominciato a parlarne anche i migranti e le migranti nei posti di lavoro, nelle RSU, nei coordinamenti e nei luoghi di aggregazione. Allora molti si sono affrettati a dare lezioni e a cercare di correggere il tiro. Uno sciopero sarebbe destinato a fallire, si è detto. Sarebbe uno sciopero etnico che dividerà i lavoratori, si è accusato. Si afferma che è uno sciopero che non si può fare, perché la precarietà e il lavoro nero innalzano barriere insormontabili. Vi sono però lavoratori e lavoratrici che cocciutamente, ignorando le lezioni e superando le barriere, lo sciopero lo stanno costruendo sul serio. Andando verso il 1° marzo la parola sciopero ha unificato non solo un grande movimento di solidarietà verso i migranti, ma anche i lavoratori, e non solo quelli migranti. Il 1° marzo lo sciopero si può fare e si farà, e coloro che si asterranno dal lavoro, dicendo no alla legge Bossi-Fini e al pacchetto sicurezza, parleranno anche di chi è già precario perché la sua permanenza in questo paese è legata a doppio filo a un contratto di lavoro. Parleranno di chi il permesso di soggiorno non l’ha mai nemmeno visto, proprio a causa della clandestinità che la Bossi-Fini produce e il pacchetto sicurezza criminalizza. Parleranno anche di chi è precario e sottopagato pur essendo italiano.
Il 6 febbraio, a Brescia, una grande manifestazione contro il razzismo istituzionale che i governi locali stanno applicando con ferocia ha coinvolto 20mila uomini e donne di diverse generazioni, nella maggioranza migranti. La parola d’ordine dello sciopero si è amplificata costantemente durante quella manifestazione e in conclusione sono stati pubblicamente fatti i nomi delle aziende nelle quali lo sciopero il 1° marzo ci sarà. Il 7 febbraio a Suzzara, nel Basso Mantovano, decine di lavoratori migranti si sono incontrati per discutere degli effetti della crisi nell’era della Bossi-Fini, individuando i luoghi di lavoro nei quali lo sciopero può essere preteso. In almeno tre aziende nel Basso Mantovano, per almeno un’ora in ogni turno, lo sciopero il 1° marzo ci sarà. Il 14 febbraio a Bologna oltre un centinaio di lavoratori e lavoratrici ha preso parte a una grande assemblea nella quale alcuni delegati, italiani e migranti, hanno dichiarato il loro sostegno allo sciopero. Assieme lavoreranno a partire dalle RSU, ma anche interpellando i loro sindacati per dichiarare lo sciopero. Possiamo dire con ragionevole fiducia e cocciutaggine che anche nella provincia di Bologna 1° marzo lo sciopero ci sarà.
Sappiamo che in altre province, come Reggio Emilia e Parma, lavoratori migranti e italiani stanno andando nella stessa direzione. Si tratta di percorsi importanti e la loro forza non può essere messa a tacere né dal governo né da quanti ritengono che, quando i migranti parlano, il lavoro si divide. Questo percorso afferma chiaramente che lottare insieme ai migranti è necessario per affermare i diritti di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Per il primo marzo si stanno preparando moltissime mobilitazioni nel segno della lotta contro il razzismo. Noi sosterremo e contribuiremo a organizzare queste manifestazioni. Il 1° marzo però sarà soprattutto nel segno dei migranti e di tutti coloro che si assumeranno con loro il rischio della libertà di sciopero, dicendo no allo sfruttamento e alle gerarchie imposti dalla legge Bossi-Fini. Appena lo sciopero del lavoro migrante sarà realtà, smettendo di essere un mito o un’eterna promessa, la differenza dei migranti dentro al lavoro e nella vita quotidiana sarà meno terribile. Il 1° marzo dalle parole si può passare ai fatti.
Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia
coordinamento sciopero@gmail.com
La “rivolta” di via Padova, a Milano, è stata l’ennesima occasione per la destra al governo di tutte le istituzioni milanesi di soffiare sul fuoco della propaganda razzista e delle loro inutili e dannose politiche sicuritarie. Ora costruiamo lo sciopero del 1 marzo
La “rivolta” di via Padova, a Milano, è stata l’ennesima occasione per la destra al governo di tutte le istituzioni milanesi di soffiare sul fuoco della propaganda razzista e delle loro inutili e dannose politiche sicuritarie.
Le proposte che si sono sentite fare dai vari esponenti leghisti e post-fascisti – rastrellamenti casa per casa, espulsioni in massa, divieto agli stranieri di acquisti di case e negozi nella zona per un anno… - sono naturalmente impraticabili e persino i loro sodali al governo hanno abbassato i toni: servono comunque a creare una coscienza negativa nelle/nei cittadine/i, a continuare la politica della paura e della falsa sicurezza, a rendere sempre più difficile ogni tentativo di costruzione di una diversa atmosfera in città.
Gli aspetti negativi di quartieri “abbandonati”, dove italianissimi proprietari di immobili fatiscenti di cui evitano da decenni ogni manutenzione speculano sulla pelle degli abitanti (migranti e non), li conosciamo. Quartieri dove ogni socialità è resa quasi impossibile da politiche culturali inesistenti o indirizzate alla “salvaguardia delle identità” (non a caso a Milano esiste un assessore al “Turismo, Marketing Territoriale, Identità” e in regione Lombardia un omologo alle “Culture Identità e Autonomie della Lombardia”…).
Quartieri dove il disagio della metropoli è reso più profondo da condizioni di vita rese precarie dalle leggi sul soggiorno e dai vari pacchetti-sicurezza.
La rabbia degli egiziani e il rischio di scontri “etnici” sono il segnale di una metropoli che davvero rischia di esplodere in mille pezzi e in tanti fortini non comunicanti, se non si consolidano tutte le esperienze in controtendenza –associazionismo migrante e solidale, reti di cultura e socialità, movimenti di lotta per gli spazi e la difesa territoriale.
Per questo occorre impegnarci in iniziative antirazziste, a partire da quelle che si stanno organizzando e dalla riuscita della giornata del 1° marzo – “sciopero delle/dei migranti” – appuntamento ancora più importante per rendere più salde le reti che si oppongono alle divisioni (tra migranti e tra lavoratori) e allo scontro “etnico” e alle politiche di razzismo istituzionale diffuse a piene mani dalla destra (e da una sinistra incapace di alternativa).
Una grande giornata di lotta in preparazione del 1 marzo. Dal palco è stato fatto un primo elenco delle aziende, in cui lavorano molti migranti, che scenderanno in sciopero su iniziativa delle Rsu
Venti mila migranti in piazza a Brescia contro il razzismo istituzionale e per non pagare la crisi. Tanti, tantissimi come non si vedevano da anni sono scesi nelle strade in un corteo che ha bloccato il centro della città per concludersi sotto il palazzo comunale. Una manifestazione organizzata dalle associazioni dei migranti e dai gruppi antirazzisti con l’obiettivo di dare una risposta forte al razzismo delle leggi e dei provvedimenti del Governo e di molti comuni della provincia di Brescia. Molte le comunità migranti presenti con cartelli e striscioni che esprimevano la volontà di non subire passivamente il razzismo che proviene da una miriade di ordinanze e delibere di comuni amministrati dalla Lega ma non solo. Una mobilitazione che è partita dal basso su una piattaforma che aveva al centro il ritiro dei provvedimenti del governo contenuti nel pacchetto sicurezza e dell’odioso permesso di soggiorno a punti, la nuova trovata razzista del ministro dell’Interno. Senza dimenticare, come invece molti spesso si dimenticano, che la legge Bossi-Fini continua a produrre effetti devastanti. In tempo di crisi la precarietà dei migranti si amplifica. Perdendo il posto di lavoro, si perde il permesso di soggiorno con il rischio di finire in un Centro di identificazione ed Espulsione. Una doppia precarietà che incide pesantemente sulle condizioni di vita e sui diritti dei migranti. Per combattere il razzismo, la precarietà, la marginalizzazione sociale negli slogan, nelle frasi dei migranti una parola era ricorrente: sciopero. La manifestazione di Brescia è stata concepita e organizzata anche come una tappa verso il 1° marzo : un giorno senza di noi. L’iniziativa nata in Francia che ha trovato sostegno anche in Italia fino a diventare un percorso che sta coinvolgendo molte associazioni e coordinamenti di migranti. Di fronte alla brutalità del razzismo ed alla durezza della crisi sta crescendo la consapevolezza che lo sciopero, a partire dai luoghi di lavoro, sia lo strumento più incisivo per non tornare invisibili e clandestini. Tanto è vero che dal palco è stato fatto un primo elenco delle aziende, in cui lavorano molti migranti, che il 1° marzo scenderanno in sciopero soprattutto su iniziativa delle Rsu composte in maggioranza o in parte da migranti. Una giornata, quella di oggi a Brescia, che potrebbe essere il segno di un nuovo protagonismo dei migranti sui luoghi di lavoro e nella società.
I "pogrom" contro gli accampamenti nomadi nel quartiere di Napoli del maggio 2008 hanno facilitato l'aggiudicazione degli appalti per un progetto di "riqualificazione urbana". L'impresa appaltatrice ha aumentato misteriosamente il proprio capitale grazie a una vincita al gioco.
Il 13 maggio 2008 furono scacciati col fuoco i rom dei campi di Ponticelli (Na), con un clamoroso pogrom seguito al presunto tentativo di rapimento di un neonato da parte di una ragazzina rom minorenne ( Dragan Maria). Per questa accusa Maria, su una base indiziaria a dir poco "discutibile", ossia la "percezione" della madre del bambino che "non avrebbe motivo di mentire", è stata pesantemente condannata a sei anni e mezzo con sentenza già passata in appello.
Da due anni nel carcere minorile di Nisida, le è stato negato l'annullamento della misura cautelare in carcere, con una sentenza che ha fatto scalpore, perché motivata dalla "persistente organicità" di Maria con la cultura rom che è una cultura "portata a violare le regole". Maria per altro è una minore in stato di abbandono, dal momento che i suoi genitori sono scappati in seguito al pogrom. Eppure le è sempre stato negato il gratuito patrocinio, perché "potrebbe avere ingenti risorse" a "casa sua", cioè nella ex-Jugoslavia.
Nell'incendio dei campi si distinse la funzione di comitati civici anti-rom dalla spiccata sperimentazione leghista e securitaria. Alcuni di questi molto vicini al Pd di Ponticelli, che affisse anche un manifesto a sostegno di questa campagna anti-rom. Manifesto poi parzialmente rinnegato quando gli eventi assunsero una piega particolarmente "imbarazzante", con l'incendio dei campi davanti alle telecamere de "La vita in diretta". La sperimentazione, però, ebbe altri passaggi pubblici con un convegno dei comitati anti-rom di Ponticelli insieme ad altri comitati civici dall'analogo tenore securitario. Forse va tenuto presente che, per la prima volta, alle precedenti elezioni politiche, il Pd non era stato il primo partito nello storico quartiere "rosso" di Napoli.
Fin da subito, come denuncia ad esempio un comunicato del consigliere comunale Raffaele Carotenuto, si seppe che curiosamente i due campi rom bruciati (sul totale di dieci insediamenti presenti) erano proprio quelli che insistevano nell'area delimitata tra Via Argine (antistante ARIN) e Via San Michele, fino alla chiesa SS. Pietro e Paolo. In pratica l'area interessata da un importante intervento di "riqualificazione urbana" diviso in quattro parti. In particolare l'area corrispondeva a quella denominata "sub-ambito 2".
Le gare d'appalto sono andate a lungo deserte finché, con procedure anch'esse molto discutibili, è stata ampliata la percentuale di edilizia privata prevista dal piano regolatore. Alla fine viene fuori un piano che prevede di convogliare interventi nell'area indicata per 49 milioni di euro (34 messi da privati e 15 provenienti da finanziamenti pubblici).
I lavori dovevano partire il 4 agosto del 2008, ma solo tre mesi prima i terreni erano stati occupati dai campi rom, almeno fino alla fatidica data del 13 maggio, giorno del pogrom.
I lavori però non sono partiti, fin quando, alcuni mesi dopo, si è saputo che l'aggiudicataria dell'appalto è la ditta "Fontana costruzioni s.p.a.", con sede legale a San Cipriano di Aversa (Ce).
Il primo colpo di scena arriva nel luglio 2009: alla Fontana costruzioni s.p.a., (vincitrice di molti altri appalti tra la Campania e l'Emilia e che si era forse spinta troppo in là aggiudicandosi un maxi-appalto nella ricostruzione in Abruzzo), viene ritirato il certificato antimafia dalla Prefettura di Caserta.
Secondo una serie di relazioni del Gico, della Digos e dei Carabinieri, questa ditta sarebbe fortemente indiziata di essere uno strumento di riciclaggio nell'orbita del potente clan Zagaria. In effetti è quanto meno sospetto il passaggio del 16 gennaio 2007, in cui la ditta facente capo al giovane Nicola Fontana passava da S.r.l. a S.p.a., con un aumento del capitale sociale da diecimila euro a un milione di euro. Una cifra spropositata rispetto alle risorse patrimoniali della famiglia Fontana della quale non si capiva la provenienza. La Famiglia Fontana l'ha poi giustificata con una vincita al lotto. Intanto un membro del collegio dei sindaci dell'azienda risultava essere già oggetto di un rinvio a giudizio per riciclaggio con pesanti aggravanti.
Il padre di Nicola Fontana, Luigi, risulta invece essere componente del consiglio di amministrazione della Co.GE.IM.TEC, unitamente al cognato di un membro acclarato del clan Zagaria. Lo stesso Nicola, tramite la Fontana costruzioni, è socio della Az Leasing S.p.a., di cui un altro socio consigliere, Ferriero Lorenzo è a sua volta coinvolto nella Co.Ge.Fer. che ha già ricevuto l'interdittiva antimafia, così come è stata interdetta la "Energia Pulita Pietramelara" facente capo a Giuseppe Laudante, più volte denunciato e al quale Ferriero si accompagna spesso. Le relazioni di polizia e carabinieri accreditano fortemente l'ipotesi che la famiglia Fontana faccia da prestanome per il riciclaggio del clan Zagaria, segnalando anche una serie di frequentazioni vicine al clan.
Il secondo colpo di scena arriva però con la sentenza del TAR del 8 gennaio 2010, che annulla l'interdittiva antimafia della prefettura di Caserta.
Per il Tar resta certo la bizzarria dell'improvviso e inspiegato aumento di capitale, ma l'unico dato oggettivo, la presenza di un membro del collegio dei sindaci già rinviato a giudizio per riciclaggio, riguarda per l'appunto un organo di controllo e non amministrativo della società. I rapporti di parentela, le "frequentazioni inopportune" e la condivisione di altre aziende con persone a loro volta socie in aziende che hanno già ricevuto l'interdittiva antimafia, costituirebbero un quadro indiziario non ancora abbastanza preciso e solido da giustificare l'interdittiva sulla Fontana Costruzioni. Questo almeno nella valutazione del Tar.
E quindi ogni problema è risolto e l'appalto per il sub-ambito 2 del piano di recupero urbano di Ponticelli, chiaramente inficiato dalla precedente interdittiva, può ripartire gloriosamente.
Si capisce quindi che il titolo che ho scelto è evidentemente provocatorio e non probatorio. Eppure mi chiedo, in tanti ci chiediamo, se esistano ancora le condizioni di opportunità perché, con tante zone d'ombra che ancora evidentemente permangono, la Fontana Costruzioni gestisca questo appalto.
E se non sarebbe il caso di unirci e far sentire la nostra voce per pretendere che si guardi meglio in queste zone d'ombra. Per dissipare la nebbia ed avere un po' di verità sulle ragioni che hanno portato al più vergognoso pogrom che Napoli ricordi, con centinaia di persone che hanno rischiato di essere bruciate vive! E perché magari la verità ridarebbe forse un pò di giustizia a una ragazzina rinchiusa da due anni nel carcere di Nisida, dopo che i suoi genitori sono stati violentemente scacciati.
P.s. I più curiosi possono verificare che la sede legale della "Fontana Costruzioni" a San Cipriano D'Aversa è in via Salvatore Vitale, dove un tempo risultava domiciliato l'attuale boss latitante Michele Zagaria, a capo del clan omonimo. Ma naturalmente è un'osservazione del tutto tendenziosa, perché la suddetta via è lunga 3 Km...
Chi vuole può approfondire recuperando le sentenze del Tar e i vari comunicati dal blog di Emiliano di Marco: http://emilianodimarco.splinder.com/post/22154269#more-22154269
E' la denuncia della Comunità di Sant'Egidio a proposito del trasferimento dei Rom da Casilino 900. La comunità esce così dal Tavolo Rom istituito dal Comune di Roma per discutere il piano Nomadi con le associazioni cattoliche
Trasferiti contro la loro volontà e minacciati. Questo è la denuncia della Comunità di Sant'Egidio a proposito dei trasferimenti dei nomadi di via di Salone che hanno dato il via al piano nomadi del Campidoglio. «Al contrario di ciò che è stato affermato dal Prefetto, il trasferimento al Centro di Accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto non è avvenuto in accordo con i Rom, i quali sono stati minacciati di esecuzione forzata, tanto che hanno fatto ricorso ai loro avvocati», si precisa nella nota. «In particolare il dissenso con i soggetti attuatori del Piano è dovuto ad alcune operazioni nel campo di Salone in cui sono state allontanate famiglie con bambini nati in Italia. Si tratta di persone che abitavano in un campo attrezzato, controllato con telecamere e sorveglianza 24h al giorno -si legge nella nota della Comunità di Sant'Egidio- Quindi non c'è nessun motivo reale di trasferimento al Centro di Accoglienza per richiedenti asilo (CARA), struttura pensata per accogliere profughi giunti in condizioni precarie in Italia». «Queste famiglie rom potevano rimanere nel Campo e attendere l'esito della Commissione per la richiesta d'Asilo, continuando a vivere nella normalità e a mandare i loro figli a scuola. Bambini inseriti felicemente nelle strutture scolastiche di zona si vedono allontanati dalla propria casa e dalla scuola senza fondati motivi -continua la nota- La Comunità di Sant'Egidio è convinta che la vera integrazione passi per il rispetto dei bambini e la loro educazione». «Si segnala inoltre che il trasferimento al CARA fa passare i Rom, che nel campo pagavano le utenze e il loro sostentamento, a totale carico dello Stato -aggiunge la Comunità- Dei 128 Rom di Salone che si vogliono inviare al CARA 74 sono bambini nati in Italia».
«Temiamo che quello che sta accadendo in queste ore - aggiunge la Comunità - diventi un triste gioco dell'oca ai danni dei Rom: per dare condizioni di vita degne ad alcuni, si rende la vita impossibile ad altri. Inoltre l'assoluta non considerazione per lungo tempo di una serie di proposte sul Piano Nomadi fatte dalla Comunità e frutto di un'esperienza di più di trenta anni a fianco dei Rom della capitale, fa mancare i presupposti di un dialogo con il Commissario straordinario per l'emergenza nomadi, prefetto Pecoraro, e il Comune di Roma che ne è il soggetto attuatore. Per questi motivi la Comunità di Sant'Egidio esce dal Tavolo Rom istituito dal Comune di Roma per discutere il piano Nomadi con le associazioni cattoliche. La Comunità di Sant'Egidio continuerà a dare il suo contributo all'integrazione dei Rom nella città di Roma, a partire dai bambini, disponibile come sempre a collaborare con chi, nel rispetto di ogni persona, vuole costruire una città umana per tutti».
Diverso, ovviamente, il giudizio del sindaco e della sua maggioranza per un'operazione che verrà presentata certamente come "storica". Intorno alle 10 di questa mattina, infatti, una ruspa ha demolito la prima baracca al campo nomadi Casilino 900, uno tra i più grandi insediamenti d'Europa, dando ufficialmente il via all'operazione di trasferimento. Il primo pullman della Croce Rossa, con a bordo 11 adulti e 9 bambini, ha lasciato intorno alle 12:30 il campo nomadi. In totale, secondo quanto riferisce la Cri che sta coordinando le attività di trasferimento, saranno 47 le persone che oggi verranno portate via e appartengono tutti ad un unico nucleo familiare che proviene dalla Bosnia.
«L'obiettivo é che a Roma i campi nomadi non esistano più» è stato quindi il commento del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ha partecipato direttamente alle operazioni. «Per fare ció servono dei passaggi: il primo è cancellare le vergogne come i campi senza acqua, luce e pieni di rifiuti come era questo un anno e mezzo fa. Il secondo passo è stato quello di fornire un documento, il Dast, che riconosce identità e diritti nei campi autorizzati e lavorare con queste famiglie per trovare spazi di lavoro e condizioni di vita migliore. Vogliamo che entro quest'anno non esistano più campi nomadi abusivi e tollerati ed entro qualche anno neanche tutti gli altri perché tutti dovranno essere integrati e avere una casa».
Parole che esprimono buoni propositi ma che devono fare i conti con la denuncia, secca e circostanziata, della Comunità di Sant'Egidio, un'organizzazione che difficilmente può essere fatta passare per estremista.
Ripristinato il controllo del territorio i riflettori si spengono e gli affari continuano. La proposta di tenere l’assemblea nazionale della Rete Antirazzista il 24 gennaio a Riace può segnare una prima risposta collettiva. Il primo marzo Rosarno potrebbe essere la città adatta ad ospitare lo sciopero degli immigrati
Dopo i pogrom di Rosarno e la successiva manifestazione dell’11 gennaio - che ha visto coinvolti circa 2000 cittadini - alcune riflessioni sono opportune per provare a fare luce su alcuni eventi che solo apparentemente sembrano marginali.
Le politiche securitarie del centrosinistra unite al clima d’odio razzista portato avanti dal governo Berlusconi ha completamente distrutto e reso minimale quella che in passato era riconosciuta come la capacità del Sud ad accogliere il “diverso”. La crisi economica, come ben sappiamo, ha fatto il resto. I primi ad essere colpiti sono stati i migranti che sono stati sbattuti fuori dalle fabbriche e da posti di lavoro dove un minimo di diritti esistevano. Non a caso, a Rosarno si trovavano lavoratori migranti regolari (circa il 60%), più coscienti dei propri diritti e non più disponibili a farsi calpestare.
Così, quasi all’improvviso, un intero paese si scopre razzista ed invece di solidarizzare con le lotte migranti, con chi in questi anni ha garantito il lavoro nelle campagne della piana di Gioia Tauro, con chi 40 anni dopo rivive le stesse vicissitudini ed angherie che un'intera generazione del Mezzogiorno d’Italia ha vissuto sulla propria pelle, si lascia coinvolgere in barricate reazionarie e contromanifestazioni capeggiate dall’ex assessore comunale Mimmo Ventre (An) e da Domenico Romeo, fratello di Alfredo ex assessore comunale di Forza Italia, arrestato, proprio all’indomani della stessa manifestazione cittadina, insieme ad altre 16 persone appartenenti al clan dei Bellocco che di fatto controllavano una catena di supermercati nella Piana.
Nel 2008 la giunta di centrodestra è stata sciolta per infiltrazione mafiosa e così a governare la città c’è una terna commissariale che per sua natura non va oltre l’ordinaria amministrazione.
La ‘ndrangheta quindi ha dispiegato la sua potenza e, cavalcando il malcontento cittadino, ha colto l’occasione per cacciare dalla città coloro che hanno osato sfidare l’ordine malavitoso, coloro che esattamente un anno fa avevano avuto il coraggio di sfidare i mafiosi e denunciarli.
Si è trattata, con tutta evidenza, di una vera e propria vendetta, un modo per segnare una egemonia territoriale, mandare un chiaro messaggio a tutti coloro che, seguendo l’esempio dei neri, volessero iniziare a lottare e denunciare sfruttamento ed oppressione. Non a caso durante la manifestazione cittadina è apparso uno striscione che chiedeva la libertà per Andrea Fortugno, arrestato grazie alle denunce di un gruppo di lavoratori migranti o ancora quando i promotori del “corteo dell’autodifesa” hanno costretto gli studenti del liceo scientifico Piria di Rosarno a rimuovere lo striscione contro la mafia (“speriamo di poter dire un giorno: c’era una volta la mafia”) con banali motivazioni di carattere organizzativo. Cosa ancora più strana è che lo stesso fantomatico comitato promotore del corteo si sia sciolto all’indomani della stessa manifestazione, come a voler dire: allontanati “gli sporchi negri”, ringraziato il ministro Maroni, tutto deve rientrare nella assoluta normalità quotidiana.
Duemila migranti impegnati nella raccolta degli agrumi sono stati deportati o rinchiusi nel Cie di Crotone e Bari, molti sono scappati autonomamente per cercare lidi migliori. Era quasi tutta la forza lavoro impegnata nella Piana di Gioia Tauro con salari da fame. Fra l’altro molti, a causa di questa fuga, hanno dovuto lasciare il poco di salario che avevano guadagnato.
Eppure imprenditori agricoli e ‘ndrangheta hanno fatto affari d’oro con le sovvenzioni comunitarie erogate a pioggia dall’UE e dalla Regione Calabria e che avrebbero dovuto creare nuovi posti di lavoro. Solo nel 2007, una mega truffa ha coinvolto 49 aziende agricole per un ammontare di 44 milioni di euro di finanziamenti comunitari.
Questo sistema ha portato profitti da capogiro alla borghesia mafiosa calabrese a fronte di salari conferiti ai “lavoratori neri” che nella migliore delle ipotesi raggiungono i 20 euro giornalieri.
Ma le condizioni di sfruttamento dei migranti a Rosarno erano note a tutti, istituzioni, forze politiche e sindacati: durante il suo mandato elettorale l’ex ministro Ferrero ignorò completamente le condizioni del Rognetta e dell’ex Cartiera e poi, va sottolineata la completa assenza della sinistra di governo (perché in Calabria Rifondazione e Pdci governano…) e della giunta Loiero tuttora operante che, nell’arco della legislatura salvo proclami e convegni, non è riuscita a dare un minimo di sollievo alla situazione degradante in cui si trovavano i migranti. Il silenzio assordante nei giorni della contestazione migrante, ha completato il quadro di desolazione sociale in Calabria.
Ma questi giorni di lotta hanno evidenziato anche la debolezza del movimento antirazzista calabrese: a distanza di una settimana dagli scontri è stata del tutto insufficiente la risposta organizzativa. A tutt’oggi soltanto un sit-in a Cosenza e la visita al Cie di Crotone, alcune assemblee spontanee e partecipate a Cosenza e Reggio, ma niente nell’immediato a Rosarno.
Il clima creatosi a Rosarno è molto pesante. Ricreare una rete di collegamenti per riflettere su quanto accaduto, per avviare una mobilitazione che faccia emergere una Calabria antirazzista con una grande manifestazione davanti alla Regione crediamo sia un percorso da seguire. Ma è importante cosa si farà a livello nazionale ed internazionale.
La proposta da parte della rete reggina di tenere l’assemblea nazionale della Rete Antirazzista il 24 gennaio a Riace (città che in questi anni si è distinta - insieme a Caulonia e Badolato - per l’accoglienze di decine e decine di migranti) tutta da verificare nella reale fattibilità, può segnare un primo momento di riflessione e di risposta collettiva, ad una situazione che oggi si è determinata nella Piana di Gioia Tauro, ma che, con tutta evidenza, coinvolge l’Italia intera.
Il primo marzo Rosarno potrebbe essere la città adatta ad ospitare lo sciopero degli immigrati, il jour sans immigrè, che dalla Francia sta contaminando l’Italia. Un'occasione per contrastare le politiche securitarie del Governo e lo strapotere mafioso.
Appello della rete migranti reggina che fa il punto dopo i fatti di Rosarno e si rivolge ad associazioni e organizzazioni nazionali: venite tutti in Calabria "l'emergenza ventennale non è ancora finita»
Le compagne e i compagni della Rete Migranti di Reggio Calabria, alla luce di quanto accaduto e continua ad accadere, chiedono alla Rete Antirazzista di dare un forte segnale di solidarietà a questo territorio ed a quanti in questi anni si sono battuti, e continuano a farlo, contro l’arroganza mafiosa, xenofoba e fascista.
Dopo le pesanti giornate di Rosarno la situazione non è migliorata. Quella che è stata definita la “deportazione degli africani” è stata da noi intesa come estrema e necessaria soluzione, al fine di tutelare i nostri fratelli africani che hanno rischiato, fino al momento della loro presenza, il linciaggio a causa della violenta “caccia al negro” scatenatasi.
La questione dei migranti nel nostro Paese, e non solo in Calabria, diviene oggi ancora più grave e pericolosa, alla luce soprattutto delle ultime prese di posizione del Ministro Maroni che annuncia, senza mezzi termini, vere e proprie esportazioni di massa.
Temiamo fortemente il rischio che il “metodo Rosarno” diventi un precedente per consentire, o peggio ancora legittimare, ulteriori derive populiste con altre provocazioni e conseguenti “ripristini della normalità con ogni mezzo”.
Questa circostanza, inoltre, sta costituendo un’apertura per le culture e le forze xenofobe e fasciste che si stanno facendo spazio tentando di cavalcare l’ondata di malessere e panico che si è creata.
Oggi che la “caccia al negro” è finita, considerato che gli unici stranieri rimasti a Rosarno sono di “razza bianca”, si è aperta una nuova ondata di “caccia all’amico dei negri”. La posizione della cittadinanza, dichiarata anche con l’ultima manifestazione spontanea, non è altro che un ribadire il NO all’etichettamento di Rosarno città mafiosa e fascista. Cosa ben diversa dal prendere posizione in favore di una politica dell’accoglienza, della tolleranza e dell’integrazione.
Siamo certi, purtroppo, che in questo momento non ci siano le condizioni per effettuare qualunque tipo di iniziativa pubblica a Rosarno che non sia, invece, vissuta dalla popolazione come un intervento estraneo al territorio ed alla sua cittadinanza. Anzi, siamo convinti che una qualunque forzatura in questo senso possa seriamente compromettere una ripresa del lavoro in questo territorio.
Non senza rabbia, ma dopo una seria riflessione su quanto vissuto, siamo arrivati alla conclusione che sia giunto il momento di mettere da parte le “nostre esigenze” in favore di quelle dei migranti africani e del territorio stesso.
È per tutti questi motivi che chiediamo alla Rete Antirazzista lo sforzo di dare un segnale forte e, consapevoli delle grandi difficoltà logistiche che si incontrano nel raggiungere il nostro territorio, di spostare l’assemblea nazionale del 24 gennaio da Roma a Riace. Data la disponibilità del Sindaco Lucano ma, soprattutto, dato il grande significato che questa esperienza rappresenta per tutto il movimento antirazzista. Ricordiamo che proprio qui sono stati accolti, o lo saranno non appena dimessi, i pochi superstiti della mattanza di Rosarno.
Scegliere la Calabria, in questo momento di seria difficoltà per le nostre realtà, consentirebbe oltretutto un’occasione per partecipare in modo ampio ad un confronto e ad una riflessione collettiva.
Reggio Calabria 11.01.2010
Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia
Qualche giorno fa noi, migranti e italiani, uomini e donne appartenenti ai coordinamenti, collettivi e reti di Bari, Bologna, Brescia, Mantova e basso mantovano, Milano, Padova, Roma, Torino abbiamo dichiarato di sostenere nei prossimi mesi la campagna politica per l’organizzazione anche in Italia dello sciopero delle migranti e dei migranti.
Negli stessi giorni nella Piana di Gioia Tauro è diventato realtà il sogno del leghista Gentilini di fare dei migranti “lepri a cui sparare”. La strage di Castel Volturno del settembre 2008 ci ricorda che non è la prima volta. Allora come oggi i migranti non hanno ceduto al ricatto e alla minaccia, ma di fronte alla violenza armata è stata loro offerta solo la fuga. Chi ha invocato l’intervento dello Stato ha avuto una risposta pronta: i migranti di Rosarno sono stati deportati in massa, mentre un ministro razzista, “cattivo” e coerente ora organizza l’espulsione degli sfruttati.
Nell’era del “pacchetto sicurezza”, in Italia si è aperta la caccia al migrante che alza la voce. Rosarno non è un puro frutto della criminalità: la violenza della ‘ndrangheta si è nutrita negli anni della legge Bossi-Fini e delle connivenze dello Stato. A tutto questo, il razzismo ormai diffuso ha fatto da perfetta cornice. Un razzismo istituzionale coltivato nel tempo e che oggi esplode di fronte alla crisi. Ma non dovrebbero essere necessari i morti ammazzati di Castel Volturno e i feriti di Rosarno per vedere che in Italia vige una forma di sfruttamento totale del lavoro favorita dalla legge Bossi-Fini, che autorizza a espellere i lavoratori quando non servono più o alzano la voce. La “fabbrica verde” del sud d’Italia, quella dove sono rifluiti i lavoratori espulsi dalle fabbriche in crisi del nord, non potrebbe funzionare senza quelli che accettano qualsiasi lavoro per mantenere il permesso e sono regolari persino secondo le leggi di questo Stato, senza quelli che aspettano per mesi un rinnovo, senza quelli che un permesso di soggiorno lo perdono o non lo avranno mai perché vige l’assurdo sistema delle quote, senza quelli che attendono il diritto d’asilo, senza quelli che sono criminalizzati e bollati dell’infamia (reale o meno, poco importa, purché giustifichi le “misure di sicurezza”) della clandestinità.
Diciamolo chiaro: Rosarno è l’Italia. Non solo l’Italia della Lega, ma quella delle leggi di uno Stato razzista e quella dei padroni che, nel sud come al nord, che siano o meno affiliati alla criminalità organizzata, sono disposti a tutto pur di pagare il salario più basso possibile.
La misura è colma da parecchio tempo. Ben vengano le testimonianze di civiltà, ma è necessario decidere davvero da che parte stare. La risposta a ciò che è successo non può risolversi in un presidio e in una festa. È necessario che la solidarietà vada oltre se stessa e si esprima dentro ai percorsi organizzativi che coinvolgono lavoratori e lavoratrici, migranti e italiani, nella preparazione dello sciopero del lavoro migrante in Italia, che non sarà solo lo sciopero dei migranti, ma di tutti coloro che si oppongono al modo in cui vengono trattati. Il ministro Calderoli ha deriso il progetto di uno sciopero affermando che i regolari non lo faranno mai, e che gli irregolari saranno espulsi. È necessario mostrare a tutti quelli come lui la forza che i migranti sono in grado di mettere in campo come protagonisti delle loro lotte. Protagonisti insieme a quegli uomini e a quelle donne che rifiutano il razzismo come pratica quotidiana di sfruttamento. Lo sciopero è la vera forza che oggi l’antirazzismo può mettere in campo.
Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia
Per partecipare, sostenere, diffondere la campagna per lo sciopero del
lavoro migrante in Italia: coordinamentosciopero@gmail.com