Il segretario del Prc decide a metterci la faccia e si lancia nella corsa alla presidenza della Campania contro Vincenzo De Luca sostenuto da Pd e Di Pietro. Ma in Piemonte e Liguria si allea all'Udc e in Calabria governa con Loiero.
Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc e portavoce della Federazione della sinistra è il candidato presidente della federazione stessa alla guida della Regione Campania. A dare l'ufficializzazione è lo stesso Paolo Ferrero appena arrivato al convegno della federazione in corso a Napoli. «De Luca non è un candidato di sinistra - ha detto Ferrero - invece in Campania c'è bisogno di sinistra». «Le critiche e la discontinuità che abbiamo chiesto spesso a Bassolino - ha concluso - non si risolvono tornando ad Achille Lauro, ma guardando al meglio di ciò che la sinistra ha prodotto in Campania e quindi guardando a Maurizio Valenzi». Il segretario del Prc, quindi, ci mette la faccia - e questa è una novità - ma non spiega come farà a gestire una campagna elettorale antiPd (e antiDiPietro) in Campania mentre in Calabria intende allearsi con Loiero e in Liguria e Piemonte ha già stipulato alleanze elettorali con l'Udc.
Di Pietro ritorna moderato, De Magistris resta appeso, Bertinotti propone una "sola grande sinistra" e trova sponda nel Pd. La situazione è in movimento tra scontri per le liste (Lazio) mini-scissioni (Campania) e alleanze à la carte. Martedì dibattito Bertinotti, Ferrero e Occhetto
Martedì 9 febbraio si terrà un dibattito curioso a Roma in occasione della presentazione del libro di Alessandro Valentini - già dirigente cossuttiano del Prc oggi membro dell'area "bertinottiana" che è restata in Rifondazione - "Per il socialismo". La presentazione vedrà dietro lo stesso tavolo Fausto Bertinotti, Achille Occhetto e Paolo Ferrero, attuale segretario del Prc. L’intento di Valentini è quello di «contribuire a una discussione vera sulle prospettive della sinistra, di una sinistra che vuole continuare a svolgere una critica anticapitalistica». E non c'è dubbio che di questo si discuterà nell'incontro con argomentazioni e bilanci in parte già scontati, in parte forse nuovi. Ma certamente i vari dirigenti della sinistra non potranno eludere il tema del proprio futuro, cioè del futuro delle rispettive organizzazioni o della sinistra più in generale, alla luce del micro-terremoto che sta smuovendo certezze e prospettive apparentemente consolidate.
Le novità dell'ultima fase non sono poche. La prima, la più voluminosa riguarda la crisi strisciante del Pd e i differenti casi di Puglia e Lazio, dove due forti personalità di una sinistra contigua al Pd hanno strappato a quest'ultimo la leadership imponendosi anche agli occhi dei suoi elettori. La vittoria di Vendola alle primarie pugliesi, in particolare, ha fatto allusione a uno scenario nuovo, quello di una sinistra interna-esterna al partito democratico in grado di condizionarne le scelte. Così come il caso Bonino nel Lazio con la leader radicale in grado di risolvere, almeno in superficie, la crisi del Pd laziale dopo il caso Marrazzo. Ma anche di aprire una discussione nuova all'interno dello stesso partito. Prima è stato Luigi Manconi - già portavoce dei Verdi, membro del Pd e attivo nel campo delle carceri e della repressione - dalle colonne dell'Unità a proporre l'ingresso di Bonino e Vendola nel Pd per costruire un nuovo grande partito della sinistra italiana. Poi, sabato scorso, è stato Ignazio Marino, già candidato alla segreteria, a sostenere la necessità di fare del Lazio «il vero laboratorio politico della sinistra». «Crediamo - ha detto Marino concludendo i lavori della convention della propria area "Cambia l'Italia"- che vadano recuperate le molte forze di sinistra che oggi non sono rappresentate in Parlamento e credo che, insieme all'Idv possono contribuire non solo a fare opposizione al governo Berlusconi ma anche costruire una valida e concreta alternativa per il futuro del nostro paese». Anche qui, l'ipotesi di un Pd grande o, se si preferisce, del "grande Ulivo, che inizia a essere ribadita da diversi dirigenti piddini e che trova orecchie attente a sinistra. Ad esempio in Fausto Bertinotti, anche lui intervenuto nel fine settimana, questa volta dagli schermi di "Che tempo che fa" di Fabio Fazio, dove ha avanzato una proposta tipicamente "bertinottiana", con l'idea che dopo le elezioni venga indetta un'assemblea nazionale per costruire «una sola grande sinistra italiana». Chi può indire una simile assemblea non è chiaro ma la prospettiva è chiaramente segnata e punta a risolvere nella riunificazione di tutti i pezzi che popolano l'attuale centrosinistra - ad eccezione di Rutelli e Casini - la crisi attuale.
La prospettiva "unitaria" ovviamente muove il dibattito di Sinistra, Ecologia e Libertà, la formazione più contigua all'ex presidente della Camera e quella il cui portavoce è proprio Nichi Vendola. Ora, è chiaro che Sel punta a ottenere un buon risultato elettorale alle Regionali per aumentare il proprio peso, anche se la dialettica interna è piuttosto accesa. Nel Lazio, ad esempio, è già guerra per le candidature con l'assessore uscente, Zaratti (ex verde) che ha già fatto affiggere i manifesti 6X3 (con il simbolo non aggiornato, cioè senza l'aggiunta "Con Vendola"), con l'altro assessore Nieri che vorrebbe riconosciuta la testa di lista e con Sinistra Democratica che rivendica spazi per sé, addirittura lanciando, e poi ritirando, la proposta di Claudio Fava come capolista nel Lazio. Nonostante i successi di Vendola, Sel non trova pace al suo interno segno non solo di una dirigenza rissosa e litigiosa ma anche di un non trovato equilibrio, di una transitorietà destinata a risolversi con il tempo. La prospettiva di "una sola sinistra" trova molti consensi ma la sua probabilità è ancora incerta e quindi non è chiaro quale debba essere il baricentro attuale (un partito nuovo, un'alleanza elettorale, altro?).
Un disagio analogo si respira ancora più a sinistra, dalle parti della Federazione della sinistra. Qui brucia lo schiaffo rimediato nel week-end da Antonio Di Pietro. Nella crisi dell'ultimo anno Ferrero e soci avevano individuato nell'ex pm un punto di riferimento per cercare di non restare isolati rispetto al Pd. Con Di Pietro, lo stesso Ferrero aveva indetto una conferenza stampa per lanciare la manifestazione "viola" dello scorso 5 dicembre e poi era stata annunciata un'intesa per la raccolta firme su tre referendum abrogativi (acqua, nucleare, legge 30). Oggi, l'amarezza del Prc è chiaramente espressa dalle dichiarazioni che il suo segretario ha fatto subito dopo la conclusione del congresso Idv: «Nel congresso dell’Italia dei Valori prevale nettamente la scelta di un accordo organico con il PD ed esce sconfitta la linea di costruire un polo politico della sinistra. La svolta fatta da Di Pietro mi pare fortemente negativa». In realtà, se a Di Pietro si fosse applicata un'analisi rigorosa e non puramente tattica, la svolta moderata sarebbe stata annusata in anticipo, perché Di Pietro è esattamente quello che si è visto al congresso: un politico abile, istrionico e populista e, soprattutto, moderato nei contenuti di fondo e quindi adeguato strutturalmente a un'alleanza organica con il Pd. Stupirsene in ritardo è solo il segno di una debolezza così come è sintomo di fragilità pensare a "un polo di sinistra" con lui.
Quello che brucia di più, però, è il caso Campania. Di Pietro ha compiuto una vera e propria "rodomontata" inventandosi l'appoggio plateale a Vincenzo De Luca, sindaco-sceriffo di Salerno. E facendolo ha messo in un angolo Luigi De Magistris, indicato alla vigilia come alter ego dell'ex magistrato e possibile nuovo leader dell'Idv ma uscito piuttosto emarginato dall'assise dipietrista. Non solo, ha spaccato anche la sinistra. La prima reazione da registrare è ancora un'altra scissione, stavolta campana, del Prc con l'assessore Corrado Gabriele che, dimessosi da Rifondazione, ha annunciato la formazione di una lista civica "Campania solidale" alleata a De Luca. Poi, i consiglieri comunali napoletani Raffaele Carotenuto (Prc), Salvatore Parisi e Ciro Borriello (Sel) hanno redatto una nota congiunta in cui chiedono alle forze di sinistra della Campania di sostenere De Luca.
Rifondazione, inoltre, ha difficoltà a mantenere una linea unitaria sulle elezioni. Nonostante fosse intenzionata a siglare accordi ovunque con il Pd è stata costretta a correre da sola in Lombardia, dopo aver a lungo supplicato Penati di stringere l'accordo, è stata esclusa dagli accordi nelle Marche, è costretta a subire un contraccolpo in Campania essendo saltata l'alleanza con Di Pietro e, forse, si deciderà a correre da sola anche in Toscana. In compenso si allea nel Lazio con Bonino e in Piemonte e Liguria stringe accordi elettorali anche con l'Udc. Insomma un puzzle poco coerente.
Si discute, quindi, di come uscire dalla crisi della sinistra ma la discussione è gestita dalle forze moderate, grazie agli evidenti rapporti di forza, con una sinistra che non riesce a afferrare il bandolo della matassa e che, con l'acqua allo gola, aspetta solo che le venga lanciato il salvagente giusto.
Verrà annunciato domani l'intesa tra la candidata alla presidenza del Lazio e la Federazione della sinistra. Che non parteciperà al governo della Regione in caso di vittoria ma che proverà a indicare un suo candidato nel listino. E spunta il nome di Dante De Angelis
Sarà annunciato domani, venerdì 5 febbraio, l'accordo elettorale raggiunto tra Rifondazione comunista, e la Federazione della sinistra, e la candidata alla presidenza del Lazio, Emma Bonino. Un accordo che non prevede l'ingresso al governo del Prc ma che comunque ipotizza l'indicazione di un suo candidato per il listino del presidente. E Rifondazione pensa per questa designazione a una figura emblematica del mondo del lavoro, come Dante De Angelis, il ferroviere licenziato dalle Fs con ingiustificato motivo e reintegrato dai giudici al suo posto di lavoro.
L'accordo è fatto soprattutto, come ci spiega il commissario della Federazione romana del Prc, Alfio Nicotra, «a causa della legge elettorale a turno unico» e serve a «contrastare una destra insidiosa, pericolosa che, non a caso, inaugura la propria campagna elettorale a Fondi», comune laziale infiltrato dalla mafia e che il governo non vuole decidersi a commissariare. Dunque un'alleanza pensata "contro" ma che contiene anche alcuni "per". Nicotra ne cita quattro: «Ci unisce a Bonino l'anima libertaria ma anche la sua figura, trasparente, onesta e, ancora, il fatto che non è legata e non fa parte di poteri o potentati economici. Il quarto motivo positivo è la battaglia ambientalista con le sue posizioni antinucleariste e un impegno a rivisitare la politica di incenerimento».
Ma Nicotra non può nascondere il livello di sofferenza che provocano le posizioni liberiste di Bonino in tema di politiche sociali e del lavoro. «C'è una sofferenza evidente e ci incaricheremo di vigilare che questo accordo non spiani la strada a politiche liberiste».
Rifondazione comunque non sarà presente nel governo della Regione qualora Bonino vincesse: «Non ci sono le condizioni e i rapporti di forza che lo consentono». Per quanto riguarda il dibattito interno al Prc è chiaro che questa scelta provocherà delle forti obiezioni «è inutile negare le difficoltà del mondo della sinistra più politicizzata» ma in fondo, osserva ancora Nicotra «non vedo poi così grandi differenze tra Bonino e, ad esempio, Burlando in Liguria». E in effetti l'osservazione è corretta: il problema di fondo è proprio il Pd che costituisce il nerbo delle alleanze per le regionali e il cuore dei futuri governi. Certo, nel Lazio questo nerbo si veste del volto "trasparente" di Emma Bonino ma anche di idee di liberismo insidioso che hanno comunque trovato altri esponenti nel Partito democratico laziale, compreso l'ex presidente Marrazzo. Anche per questo, Rifondazione cercherà di tutelarsi tramite una candidatura simbolicamente efficace nel listino. «Qualcuno che è stato reintegrato sul posto di lavoro grazie all'articolo 18». Circola il nome di Dante De Angelis, ma non è sicuro che l'interessato sia disposto ad accettare.
Il portavoce di Lavoro e Solidarietà, Gianpaolo Patta, riferimento dell'area Lavoro e Società in Cgil si sospende dall'organismo unitario. "Attaccate i nostri compagni e siete di fatto schierati contro Epifani". La posizione equilibrista del Prc delude entrambi gli schieramenti e crea una grande confusione interna
La Federazione della Sinistra, nata poco più di un mese fa su iniziativa di Rifondazione comunista, Pdci, Socialismo 2000 di Salvi e Lavoro e Società del sindacalista Gianpaolo Patta, perde un pezzo importante. Esattamente quest’ultimo, tra i quattro “leader” della neonata formazione, che con una lettera a Ferrero, Diliberto e Salvi annuncia la propria sospensione dalla Federazione stessa. Motivo scatenante della decisione, un insieme di fattori tra cui lo svolgimento della Conferenza nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici Prc che si è svolta sabato scorso a Torino, un presunto attacco del quotidiano Liberazione all’area sindacale, Lavoro e Società, di cui Patta è il riferimento politico ma anche uno scarso impegno del Prc a promuovere la stessa Federazione.
“Cari compagni – si legge nella lettera che il megafono quotidiano ha potuto visionare - alla conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici del PRC tenutasi a Torino sono rimasto molto sorpreso nel constatare l'assenza di qualsiasi riferimento alla Federazione della Sinistra. Non ne erano visibili in sala neanche i simboli nonostante manchino poche settimane a elezioni regionali per noi assolutamente vitali. Tutti i compagni hanno parlato dei problemi del mondo del lavoro, della situazione politica generale come se il progetto della Federazione non fosse in campo”. Insomma, una lamentela per l’assoluta marginalità che questo progetto politico troverebbe nell’agenda di Rifondazione comunista in particolare. Ma il cuore della vicenda è ovviamente un altro e riguarda l’atteggiamento relativo al prossimo congresso Cgil, i cui congressi locali si stanno completando in questi giorni. Dal dibattito che il Prc ha svolto nella propria conferenza, spiega Patta, “in tutta evidenza emerge che il Prc condivide le posizioni della mozione Moccia”. E in effetti, nel dibattito interno al Prc sono emerse anche con forza le posizioni di chi non capisce perché un partito da sempre schierato con le minoranze della Cgil stavolta abbia deciso salomonicamente di non prendere parte alla contesa interna, avallando di fatto la convinta adesione di Lavoro e Società a fianco del segretario generale Epifani. In realtà Patta ha dato un’interpretazione opposta della situazione, imputando al Prc di aver voluto, di fatto, appoggiare il documento alternativo come dimostrerebbe un altro episodio: “Liberazione ha accreditato le posizioni di Carlo Podda circa presunti brogli nel congresso della Cgil; sempre Liberazione riporta gli attacchi del medesimo compagno nei confronti di Nicola Nicolosi senza che di quest'ultimo, da sempre iscritto a Rifondazione Comunista, ne venga riportato per esteso il pensiero. Il compagno Paolo Ferrero, nelle sue conclusioni, fa sue le critiche, ingiuste, alla Cgil di non lottare, mentre si prepara un difficilissimo sciopero generale di questa sola confederazione (chissà quali grandi lotte sta producendo la sinistra), riferisce che il comitato politico nazionale del PRC ha deciso di non pronunciarsi nel
merito delle posizioni interne al congresso della Cgil e che comunque se lui partecipasse al congresso era chiaro a tutti a quale mozione avrebbe dato il proprio voto”.
Il dado è dunque tratto. “La somma dell'attacco di Liberazione nei confronti della Cgil e del coordinatore di Lavoro Società, quanto espresso dal compagno Ferrero chiariscono che, in un congresso che è prevalentemente scontro di gruppi dirigenti per la definizione dei nuovi pluralismi, il PRC darebbe una mano a coloro che vorrebbero ridimensionare o eliminare Lavoro Società”.
Patta, nella sua lettera, si lancia poi in un attacco alle posizioni della minoranza Cgil ricordando che, con il suo appoggio implicito, Rifondazione si pone al fianco di persone come “Carlo Podda il quale da iscritto al Pd ha votato insieme a Paolo Nerozzi e
Sergio Cofferati per Franceschini”, o di Rinaldini, segretario Fiom che, spiega Patta “ha sostenuto decisamente la Bolognina e l'accordo del 23 luglio fino a quando ha terminato di produrre suoi effetti e che oggi non partecipa certo al processo di costituzione della Federazione della Sinistra”.
“È assolutamente evidente – conclude Patta - che in questo quadro non c’è tra noi quel rispetto minimo e quella solidarietà indispensabili per concludere positivamente l'avvio della Federazione della Sinistra”.
Come dicevamo, dunque, un colpo per un progetto, la Federazione, che era partito con grandi difficoltà di rapporti interni e che comunque è individuato come l’ambito in cui affrontare la difficile fase attuale soprattutto dal punto di vista elettorale. Ovviamente a Liberazione respingono le accuse: “Abbiamo fatto un’inchiesta sul congresso Cgil e abbiamo ascoltato tutte le voci” dicono dalla redazione; “Lavoro e Società chiedeva una controreplica e questo non era previsto”. Ma il punto non è certamente il lavoro di un giornale, per quanto organo politico; rompere dei rapporti importanti come quelli costruiti per degli articoli di un organo di informazione, nel 2010, appare se non strumentale piuttosto retrò. Il punto è un altro: alla Conferenza della scorsa settimana a Torino è apparsa chiara una forte propensione a sostenere il documento 2 della Cgil nonostante l’equilibrismo del gruppo dirigente che ha garantito un non schieramento. Eppure questo non è bastato a Lavoro e Società e a Patta che ha dato il benservito sia pure subordinato a un chiarimento interno. E così Rifondazione per non aver voluto scegliere tra i due documenti della Cgil si trova oggi abbandonata dai pasdarn di Epifani senza aver coltivato il consenso e il rapporto con le minoranze.