Oltre 700 persone sono scese in piazza a Napoli a quarant'anni dalla strage di piazza Fontana!
Comunicato Stampa
Oltre 700 persone sono scese in piazza a Napoli a quarant'anni dalla strage di piazza Fontana! Una strage rimasta praticamente impunita come molte delle stragi che successivamente hanno insanguinato il paese. Rimasta impunita perchè, come ha ormai carattere di evidenza storica, chi avrebbe dovuto condannarsi era lo stesso che quelle bombe le aveva messe. Gli apparati della sicurezza del nostro paese, impropriamente definiti deviati, ma in realtà pienamente iscritti nella sanguinosa guerra fredda, e che hanno armato gruppi neofascisti per fermare i movimenti degli operai e degli studenti e indurre una stabilizzazione reazionaria.
A quarant'anni di distanza vediamo gli effetti di quella strategia, con i piduisti al governo, con la retorica della sicurezza usata come una clava contro i movimenti sociali e contro i più deboli a partire dai migranti, con gruppi di neofascisti e razzisti finanziati e sostenuti dai partiti di governo e dai loro esponenti anche a Napoli. Con gli apparati che continuano clamorosamente ad autoassolversi (se non a premiarsi.) come è accaduto con le sentenze del G8 di Genova.
Il corteo è stato aperto da uno striscione che diceva: "1969 piazza fontana: la mano è fascista la strage è di stato! Basta repressione contro i movimenti". Naturalmente slogans e striscioni hanno ricordato la lunga lotta contro il tentativo di insediare anche a Napoli una di queste organizzazioni dichiaratamente neofasciste come Casapound. Ma soprattutto tanti i riferimenti alle politiche raziste e al pacchetto sicurezza. In particolare dai gruppi femministi è stato aperto uno striscione: "LA POLIZIA STUPRA NEI CIE" che ormai è diventato simbolico in tutta Italia, perchè simile a quello strappato con le cariche della polizia alle femministe a Milano due mesi fà. E che ricordava le ormai innumerevoli segnalazioni e denunce di abusi e violenze contro le immigrate in attesa di espulsione nel CIE di via Corelli a Milano e non solo.
In via Medina, sotto la sede dell'ex-commissariato ai rifiuti, attuale sede del "commissariato liquidatore" dei tanti denari regalati con lo scandalo rifiuti agli speculatori, un gruppo di attivisti ha attaccato uno striscione al palazzo accendendo fumogeni verdi, per denuncare la politica degli inceneritori e solidarizzare con le manifestazioni di Copenaghen cui partecipano circa 50 attivisti napoletani e nelle quali già oggi si registrano cariche e centinaia di fermi. Lo striscione dice "COP15: contro la distruzione ambientale - Resistenza Globale".
Ricordiamo su questo che martedi pomeriggio ci sarà un'assemblea all'Università Orientale "Che tempo che farà.." con collegamento in diretta con gli attivisti napoletani a Copenaghen.
Infine il corteo ha toccato Questura e Prefettura, palazzi simbolo delle Istituzioni e, per quanto riguarda la questura, anche palazzo simbolo per ricordare il "malore attivo" che "suicidò" il ferroviere anrchico Giuseppe Pinelli dopo la strage di Piazza Fontana. A lui va la nostra memoria.
Rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo, il sessismo
Tre quarti degli studenti milanesi, già una decina d’anni fa, risposero a un sondaggio che Piazza Fontana fu opera delle Brigate rosse. Anche i loro padri, probabilmente, non avrebbero saputo ricordare meglio.
Tre quarti degli studenti milanesi, già una decina d’anni fa, risposero a un sondaggio che Piazza Fontana fu opera delle Brigate rosse. Anche i loro padri, probabilmente, non avrebbero saputo ricordare meglio. Ovvio che nel 2005, il 3 maggio, quando la Cassazione mise la parola fine confermando le assoluzioni dei neofascisti non ci fu alcuna sollevazione di piazza. Se un effetto è stato ottenuto dalla strategia della tensione è proprio l’interiorizzazione da parte di settori di massa dell’impotenza di fronte allo stragismo, della connivenza tra fascisti e polizie, dell’inestricabilità di vicende come quella che, alle 16.37 del 12 dicembre ’69, vide la morte di 17 persone, il ferimento di altre 80, nello scoppio di una bomba nel salone della Banca nazionale dell’Agricoltura. Seguirono depistaggi e altre violenze di Stato. La polizia si fiondò sulla pista anarchica. Dal quarto piano della questura, tre giorni dopo, precipitò un anarchico, Giuseppe Pinelli. Sia la strage, sia l’omicidio resteranno sostanzialmente impuniti segnando però la capacità del movimento di massa di costruire una controinchiesta che rivelerà la consistenza di una pista nera le cui tracce verranno riscontrate in altri episodi a Brescia, Bologna ecc…
«Piazza Fontana non è una storia: è un groviglio inestricabile di storie, un intreccio informe e debordante di uomini e cose», scrive Aldo Giannuli, consulente di procure a Bari e Milano, Pavia e Brescia, Roma e Palermo, esperto di stragi. In quel groviglio di storie cerca di fornire strumenti utili una graphic novel. “Piazza Fontana” (Becco giallo, 16 euro, pagg. 192), disegnata dal torinese Matteo Fenoglio, 32 anni, e scritta da Francesco Barilli, per tutti Baro. Mediattivista lodigiano, 44 anni, Baro è attivo con Haidi Giuliani e Gigi Malabarba, tra gli altri nella tessitura delle “reti-meno-invisibili” (www.reti-invisibili.net) che dovevano connettere parenti di vittime di mafia, Stato, fascisti e polizie. Operazione riuscita solo in parte. Qualcuno ebbe a dire che il suo parente stava solo aspettando un treno o un aereo mentre i parenti di qualcun altro magari se la sono cercata sfidando le guardie in una piazza. Restano il sito, prezioso per la memoria, e un bisogno di rete nel “Paese dei Comitati” (definizione del presidente dei familiari delle vittime della strage di Brescia) ancora inevaso. Barilli e Fenoglio innestano la passione civile della controinchiesta (si veda il volume collettivo La strage di Stato) sulla capacità evocativa di un romanzo grafico, la nuova frontiera del fumetto. Tavole in bianco e nero, personalissimo stile di “linea chiara”, riferimenti letterari possenti a sorreggere l’impalcatura del romanzo costruito sulla mole di carte prodotte dai vari processi e dall’incessante scavo di memoria di Barilli (autore con Dario Rossi e il rubrichista di una rilettura della requisitoria del processo Diaz da poco uscita per le edizioni Alegre). A corredo delle tavole, una cronologia, un’intervista collettiva ad alcuni parenti di vittime, prefazione di Giannuli e postfazione di Fedrico Sinicato, legale di parte civile. Ce n’è sia per dipanare la matassa di processi infiniti e scandalosi, sia per ragionare sulla rimozione della memoria collettiva e sugli effetti della strategia della tensione sulla società odierna. I parenti delle vittime si sono sentiti sempre più soli dopo la «fiammata d’orgoglio dei funerali». Ora hanno messo in piedi un centro studi sulle stragi e girano per le scuole. Magari questo libro li aiuterà. Ma, a pensare che il fumetto sia un modo più celere per informarsi, o un trastullo giovanile, è restato forse solo uno statista del calibro di Gasparri. Il medium s’è affrancato da tempo dal ruolo ancillare cui era stato relegato. E Barilli e Fenoglio sono sulla scia della novelle vague di una letteratura disegnata che produce nuovo immaginario.