Topic “Palestina”

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Corrispondenze

In cambio della scarcerazione di un migliaio di detenuti politici palestinesi, verrà liberato il caporale israeliano Ghilad Shalit (nella foto). Invece rimarranno in prigione il leader di Fatah Marwan Barghouti e il segretario generale del Fronte Popolare Ahmed Sadat.

da Nenanews

Gerusalemme, 12 ottobre 2011, Nena News (nella foto dal sito haaretz.com il leader di Hamas Mashaal, il soldato Shalit e il premier israeliano Netanyahu) -Il governo Netanyahu ha approvato la scorsa notte (tre i voti contrari) l’accordo raggiunto con il movimento islamico Hamas che, in cambio della scarcerazone di poco più di mille detenuti politici palestinesi, vedrà la liberazione del caporale israeliano Ghilad Shalit, catturato da un commando palestinese nel 2006 nei pressi del valico di confine di Kerem Shalom e da allora prigioniero a Gaza. L’improvvisa accelerazione, dopo un lungo silenzio, è stata annunciata ieri nel tardo pomeriggio dalla televisione satellitare saudita al Arabiya e confermata poco dopo dai leader di Hamas e dallo stesso Netanyahu che ha telefonato ai genitori di Shalit per comunicare l’accordo raggiunto. Lo scambio avverrà in più fasi. Lasceranno le carceri israeliane anche palestinesi condannati all’ergastolo per attentati, ma non i due prigionieri politici più noti: il dirigente più carismatico e stimato del movimento Fatah Marwan Barghouti e il segretario generale del Fronte Popolare Ahmad Sadat. Alcuni dei rilasciati torneranno nei Territori palestinesi occupati mentre altri sembrano destinati all’esilio, almeno per ora. Ghilad Shalit invece sarà consegnato all’Egitto, per essere poi restituito a Israele in un secondo momento.
La scorsa notte migliaia di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania hanno festeggiato l’accordo centinaia di famiglie attendono il ritorno dei detenuti a casa. La svolta improvvisa, un vero fulmine a ciel sereno, senza dubbio è frutto di un incrocio di interessi. Su Hamas ha pesato la necessità di recuperare terreno di fronte al calo del consenso interno a Gaza e di rispondere con un “successo” dal forte impatto popolare alle recenti iniziative diplomatiche del rivale presidente dell’Olp Abu Mazen. Ieri sera i dirigenti del movimento islamico descrivevano l’intesa come una “vittoria” sorvolando sul punto che prevede l’esilio per un certo numero di prigionieri che verranno scarcerati. Senza contare la mancata liberazione di Sadat e Barghouti. Soddisfatto anche Netanyahu che recupera consensi in casa, dopo una estate di manifestazioni popolari contro la politica economica del suo governo. Il premier israeliano grazie alla visibilità internazionale che gli darà l’intesa su Shalit, proverà anche a far passare in secondo piano la richiesta di adesione alle Nazioni Unite dello Stato di Palestina presentata il mese scorso. Nena News

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Corrispondenze

Le rivoluzioni arabe hanno fatto sentire il loro respiro anche in Palestina. La possibile dichiarazione di “indipendenza” e la nuova generazione della resistenza palestinese. Dal numero di Guerre&Pace appena pubblicato

Piero Maestri

La primavera delle rivoluzioni arabe è arrivata anche tra le/i palestinesi, sia nei territori occupati nel ’67, che in Israele e nella diaspora, in particolare grazie ad una nuova mobilitazione delle giovani generazioni.
Naturalmente il contesto palestinese è profondamente diverso da quello degli altri paesi della regione, per la presenza dell’occupazione israeliana e la mancanza di uno stato. Quello che invece rende paragonabili la condizione dei giovani palestinesi e degli altri paesi arabi sono la difficile situazione economica e i processi di espropriazione politica da parte delle autocrazie arabe, che nei territori occupati prendono la forma dell’Anp in Cisgiordania e del “governo” di Hamas nella Striscia di Gaza.

IL LAVORO NEGATO
I dati economici e della vita di tutti i giorni sono in progressivo peggioramento.
Una ricerca dell’Unrwa parla di un tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza pari al 46% (il più alto del mondo), mentre il livello degli stipendi è calato del 34,5 percento rispetto ai livelli del 2006; oltre 260mila persone su 1,5 milioni di abitanti, sono senza lavoro e vivono grazie agli aiuti umanitari. Allo stesso tempo dal 2007 il pubblico impiego è aumentato del 20%, beffarda ironia di un embargo che avrebbe voluto “colpire Hamas” (anche se ovviamente nessuno ci crede...), rilevata anche dal portavoce del Unrwa Chris Gunness che sostiene “se l’obiettivo del blocco israeliano era quello di indebolire l’amministrazione di Hamas, l’aumento degli impiegati pubblici suggerisce che quel obiettivo è stato mancato”.
In Cisgiordania la disoccupazione nella seconda metà del 2010 è arrivata al 25%, rispetto al 23.6% dello stesso periodo del 2009 e anche i salari medi sono calati del 2.61%.
Anche in questo caso ci si scontra con la tragica ironia del “boom economico” apparente palestinese, trascinato dall’aumento delle costruzioni e dall’apertura di bar e ristoranti a Ramallah e di una crescita del Pil basata sui fondi donati dall’estero piuttosto che su una crescita reale.
Interessante – perché mette in luce una delle contraddizioni dell’occupazione - il dato sui lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane della West Bank. Secondo l’Ufficio centrale palestinese di statistica, il 14,2% della forza lavoro palestinese è stata impiegata nelle colonie durante il 2010, in aumento rispetto al 13,9% del 2009 – si tratterebbe di 28mila lavoratori, di cui 18mila con permessi speciali, impiegati principalmente nelle zone industriali, mentre altri 10mila sarebbero impiegati senza permesso nelle zone agricole della Valle del Giordano. Da notare che il salario medio giornaliero è pari a 76,9 Nis (circa 15 Euro) in Cisgiordania e 46,2 (10 Euro) a Gaza, mentre un lavoratore palestinese nelle colonie guadagna mediamente 150 Nis al giorno (30 Euro). Differenze enormi esistono però tra il salario dei lavoratori con permesso e quello di chi non lo ha. Secondo i dati dell’associazione israeliana per i diritti dei lavoratori “Kav Laoved”, il salario medio giornaliero dei lavoratori nella Valle del Giordano oscilla tra 60 e 80 Nis, vicina alla media della Cisgiordania, subendo inoltre cattive condizioni di lavoro.
Ancora una volta i palestinesi svolgono il ruolo di manodopera a buon mercato per le colonie israeliane.

NEOLIBERISMO IN SALSA PALESTINESE
Come avviene per tutti gli altri paesi del medioriente e del Nord Africa, anche nei confronti della Palestina aumentano le pressioni di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale affinché sia seguito il sentiero tracciato dal dogma neoliberale. Già nel 1999 il “Council on Foreign Relations” statunitense, insieme a esperti palestinesi, sosteneva che “le riforme per un buon governo, lo stato di diritto e politiche che assicurano un adeguato clima per gli investimenti sono precondizione dell’indipendenza palestinese” (il corsivo è nostro).
Il rapporto del 2011 del Fmi su Cisgiordania e Gaza saluta positivamente la crescita “prevista del 8%” del Pil e le vigorose riforme istituzionali nel settore finanziario e della finanza pubblica. Bontà sua, il Fmi è costretto a riconoscere che questa sarà una crescita vana “senza un’ulteriore riduzione delle restrizioni israeliane”.
Queste raccomandazioni di Fmi e Banca mondiale sono alla base dell’azione politica del “primo ministro” dell’Anp Salam Fayyad, che proviene proprio dagli ambienti finanziari internazionali. La sua strategia è quella di costruire le istituzioni palestinesi – politiche, amministrative, economiche e finanziarie – malgrado l’occupazione israeliana e prima di un contrasto a questa e di farlo in costante rapporto con gli Usa e le istituzioni di Bretton Wood, cercando di garantire ai territori palestinesi un posto nella mondializzazione capitalista come strategia per avere alla fine il riconoscimento di uno stato. Una strategia che finora non ha portato ad alcuna novità sostanziale sul piano internazionale e non ha realmente modificato le condizioni delle/dei palestinesi.
In questo senso è però necessario insistere sulle principali responsabilità israeliane, che mantengono una quasi totale chiusura a Gaza - dove proseguono un vero e proprio embargo e un blocco navale illegale, mentre l’apertura del valico di Rafah (da parte egiziana) al passaggio delle persone è solamente parziale - e un controllo sui commerci della Cisgiordania, dove l’economia palestinese (come la vita) viene quotidianamente colpita dalle continue espropriazioni di terre, dagli attacchi dei coloni ai campi e alle coltivazioni e dal Muro dell’Apartheid, come riconosce Christopher Gunnes, secondo il quale “l’occupazione israeliana e le sue infrastrutture, come le colonie, le strade che violano e dividono la terra palestinese, la violenza dei coloni e il Muro in Cisgiordania hanno lavorato per restringere le possibilità dei palestinesi in generale e dei rifugiati in particolare”.

LA FINZIONE DEI NEGOZIATI
A questo peggioramento delle condizioni economiche della popolazione palestinese, corrisponde sul piano politico internazionale una situazione di stallo. I cosiddetti “negoziati” praticamente non esistono, per volontà esplicita del governo Netanyahu che preferisce proseguire con la politica dei fatti compiuti, trovando ogni volta un motivo nuovo per gettare la responsabilità del blocco... sui palestinesi. L’ultima trovata è quella della aut-aut verso Abu Mazen affinché scelga tra “unità con Hamas o negoziati”, perché Israele non sarebbe disponibile a negoziare con una Autorità palestinese al cui interno ci siano i “terroristi di Hamas”. In realtà Netanyahu non ha mai negoziato nemmeno con l’Anp senza la presenza di Hamas...
Ma il blocco dei negoziati non è la conseguenza di avvenimenti dell’ultimo periodo o a particolari contingenze politiche internazionali. La strategia del governo israeliano è sempre quella di rendere impossibile qualsiasi negoziato e qualsiasi nascita di uno stato palestinese indipendente. Una strategia che passa dalle continue finzioni diplomatiche sul piano internazionale e dall’accelerazione del processo di espropriazione delle terre palestinesi e della loro colonizzazione, così come dall’aumento della costruzione degli insediamenti illegali, della decisa “ebraicizzazione” della politica e della società israeliana e dalla “normale” prassi militare dell’occupazione israeliana..
Molti sono gli esempi di questa politica. Ci limitiamo a due.
Il giorno in cui scriviamo questo articolo due giovani palestinesi sono stati uccisi dalle forze di “sicurezza” israeliane a Qalandya. Le modalità sono sempre le stesse: l’esercito entra nei territori occupati per arrestare giovani palestinesi e di fronte al lancio di pietre risponde con il fuoco. Uno dei due giovani è morto per un colpo alla schiena, come altri feriti.
Sul piano della politica di colonizzazione, la popolazione dei coloni che vivono negli insediamenti illegali (in accordo alle norme di diritto internazionale si intendono qui per illegali tutti gli insediamenti costruiti in Cisgiordania e Gerusalemme est, occupate nel 1967) ha raggiunto ormai la cifra di 500.000. un terzo circa dei nuovi coloni ogni anno è formato da cittadini che provengono dal territorio dello stato di Israele.

OBAMA E I DUE STATI
Nonostante questa situazione - alla quale va aggiunta una maggiore presenza economica internazionale dello stato di Israele, che aumenta il proprio interscambio in particolare nei settori tecnologici e bellici – il governo israeliano non dorme sonni tranquilli e non riesce a dare il colpo definitivo alle speranze palestinesi.
La strategia israeliana si infrange contro la resistenza della popolazione palestinese (e le nuove mobilitazioni non armate) e contro la nuova dinamica politica degli stati arabi.
Il governo israeliano ha mostrato fin dai primi giorni della rivoluzione egiziana una forte preoccupazione per la possibile caduta del regime dell’amico Mubarak e non ha nascosto questa sua preoccupazione. Allo stesso modo non è particolarmente tranquillo per la rivolta siriana, perché anche il regime di Bashar El Asad è fattore di equilibrio regionale e non è chiara quale dinamica possa nascere dalla sua eventuale caduta. Una posizione chiaramente espressa dal solito Barak con tutta la sua carica razzista sul “Corriere della sera” del 17 maggio scorso quando afferma che il risultato delle rivolte arabe sarà “nel futuro immediato, il caos. A lungo termine, forse qualcosa di buono... in molti paesi l'esercito è diventato il pilastro della democrazia, perché la società araba non è pronta a una democrazia: non puoi aspettarti che emerga un Havel o un Walesa. E'emozionante che la gente alzi la testa, fra una generazione s'arriverà a un miglioramento. Ma intanto? Arrivano i Fratelli musulmani. O Stati caotici come il Libano”.
Allo stesso tempo i dirigenti israeliani sono infastiditi e preoccupati dalla crescita nel mondo della campagna di “boicottaggio, sanzioni e disinvestimento”, non tanto per il prezzo economico che per il momento non stanno ancora pagando, ma perché raggiunge sempre nuovi settori e riesce a colpire l’immagine israeliana a livello internazionale. Anche per questo la Knesset ha da poco approvato la “Boycott Bill”, legge grazie alla quale saranno sanzionate tutte le persone e le organizzazioni che inviteranno al boicottaggio di Israele e delle sue colonie nei territori palestinesi occupati. In base alla legge Israele potrà chiedere un risarcimento di 50mila shekel (circa 10mila euro) per i danni finanziari provocati dal boicottaggio economico, culturale e accademico e prevede la revoca delle esenzioni dalle tasse e dei benefici legali e economici a tutti quegli individui, gruppi israeliani e istituzioni accademiche e culturali che sostengono il boicottaggio del proprio stato, così come verranno penalizzate le compagnie e società economiche israeliane che decideranno di mettersi al servizio dell’Anp e che accetteranno di lavorare con compagnie palestinese.
Malgrado questa politica israeliana, il presidente Nobel per la pace ha deciso di venire in aiuto del governo israeliano, stigmatizzando la possibilità che la delegazione palestinese proclami l’indipendenza alla prossima assemblea generale delle Nazioni unite, provando a rassicurare i regimi arabi con una proposta di pace obsoleta e senza alcuna possibilità di essere davvero applicata.
Una proposta che prevederebbe la nascita di uno stato palestinese su confini stabiliti “sulla base” della linea dell’armistizio del 1949 (quindi non è l’applicazione della Risoluzione 242), non prevede la chiusura degli insediamenti illegali e rimanda qualsiasi soluzione sui Gerusalemme e sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
La proposta di Obama è un tentativo di rimettersi al centro della politica mediorientale dopo le rivoluzioni tunisina ed egiziana (e l’intervento militare in Libia e Bahrein), evitando la proclamazione dell’indipendenza palestinese e cercando di tendere la mano ai sauditi e ai “nuovi” governanti egiziani.

QUALE INDIPENDENZA?
Ma è davvero così pericolosa per Israele la “dichiarazione di indipendenza” palestinese?
Dal punto di vista pratico non cambierà nulla sul terreno. L’obiettivo della dirigenza di Fatah è però quella di guadagnare un maggiore sostegno internazionale che spinga per una ripresa dei negoziati e in qualche modo rimetta l’Anp nel gioco mediorientale, grazie in particolare all’appoggio di egiziani e sauditi, che si sono mostrati interessati a questa mossa. Come riporta l’ottima agenzia Nena News “in un editoriale apparso sul ‘Washington Post’, il principe Turki al-Faisal, che fu capo dei servizi segreti sauditi e ambasciatore negli Stati uniti, ha scritto che ‘è giunto il momento che i palestinesi bypassino gli Stati uniti e Israele, e cerchino l’appoggio diretto della comunità internazionale al loro Stato presso le Nazioni unite’... Egli ha anche detto che ‘...il regno saudita potrebbe usare il suo considerevole potere diplomatico per sostenere i palestinesi nella loro ricerca di un riconoscimento internazionale. I leader americani hanno da tempo definito Israele un alleato ‘indispensabile’. Presto impareranno che ci sono altri attori nella regione – non ultima la piazza araba – che sono ugualmente ‘indispensabili’, se non di più’”.
Con questa mossa l’Anp palestinese cerca di riguadagnare la popolarità sempre più in ribasso tra la sua stessa popolazione, facendo appello all’orgoglio palestinese e alla necessità di battere le resistenze israeliane e statunitensi.
Una politica che non va però oltre la solita ambiguità della dirigenza di Fatah e che non potrà nascondere per molto la totale mancanza di una strategia complessiva di liberazione e di resistenza all’occupazione. Limiti che mostra lo stesso Hamas, su altri piani, non interessato alla dichiarazione di indipendenza ma non intenzionato a boicottarla – sia per non contrastare un possibile consenso popolare che per evitare frizioni con i governi arabi.
Il riavvicinamento – per ora incompiuto – tra Fatah e Hamas avviene anche in seguito alle trasformazioni che si sono aperte nel mondo arabo, oltre che per la fondamentale spinta delle/dei giovani palestinesi e del loro movimento di protesta.
Al momento questo processo unitario si scontra con le opposte volontà: da una parte Hamas vuole arrivare a nuove elezioni con un diverso governo, senza Salam Fayyad e spera che si apra una riforma dell’Olp che finalmente faccia entrare il movimento islamico nelle sue fila; dall’altra parte Fatah vuole un maggiore appoggio alla sua strategia internazionale e chiede una fiducia “in bianco”, cercando maggiori appoggi arabi che renderebbero più difficile la vita ad Hamas.
Anche questo processo è segnato da forti ambiguità, perché la necessaria unità – fortemente richiesta dalle piazze palestinesi – potrebbe rivelarsi solamente un accordo di vertice tra le due forze politiche maggioritarie, lasciando fuori di fatto le altre forze palestinesi (in particolare le sinistre) ma anche il movimento giovanile che chiede una decisa svolta nella politica palestinese – e la rifondazione della rappresentanza dell’intero popolo palestinese.

RESISTENZA PALESTINESE
Una svolta necessaria affinché le iniziative palestinesi di resistenza all’occupazione possano avere un quadro “nazionale” e unitario nel quale svilupparsi e possano avere un respiro che renda possibili nuove relazioni tra i diversi settori del popolo palestinese.
Perché in questi mesi diverse sono state le esperienze di una resistenza che sta sempre più assumendo i caratteri dell’iniziativa di massa e non armata – un carattere che rende ancora più preoccupati e feroci i dirigenti israeliani, come dimostra ancora l’intervista di Ehud Barak quando dichiara che “i palestinesi hanno cambiato strategia: basta kamikaze, ora fanno i Gandhi...”..
Questa resistenza è caratterizzata dalla tenace sfida quotidiana degli abitanti di Bi’lin e Ni’lin all’espropriazione e la colonizzazione israeliane sul territorio; dalle manifestazioni delle/dei giovani palestinesi del “movimento 15 marzo”, che spesso sono le/gli stesse/i che danno vita alla campagna Bds e al “Gaza Freedom Movement”; dalle proteste del giorno della Nakba lo scorso maggio, quando migliaia di profughi palestinesi da libano, Giordania e Siria hanno manifestato ai confini dai quali sono stati espulsi nel 1948, così come hanno fatto i rifugiati in Europa e Stati uniti; e ancora il tentativo di “Welcome Palestine” di riportare nei territori palestinesi gli stessi profughi insieme a attivisti della solidarietà internazionale.
Iniziative alle quali Israele ha risposto con fermezza e spesso con stizza – riuscendo a coinvolgere in questa vergognosa risposta (come anche nel caso della Flottilla 2) anche governi europei. Ma questa stessa risposta denota appunto che la vicenda palestinese non è chiusa e che il vento delle rivoluzioni arabe potrà soffiare ancora in Palestina, con il sostegno di una rinnovata solidarietà internazionale.

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Corrispondenze

Con l'occhio rivolto alle presidenziali il presidente Usa è contrario al riconoscimento dello stato di Palestina da parte dell'Onu e lavora per rinviare sine die il voto del Palazzo di vetro

Michele Giorgio
da Nena-news

Gerusalemme, 21 settembre 2011, Nena News – «Libici, il mondo intero è con voi», ha detto ieri Barack Obama concludendo il suo intervento alla riunione al Palazzo di Vetro dedicata alla Libia. Più o meno in quello stesso momento il presidente del Kosovo, la signora Atifete Jahjaga, che ha incontrato Hillary Clinton nei giorni scorsi, ha riferito che il Segretario di Stato ha riaffermato il pieno appoggio degli Stati Uniti alla sovranità e all’integrità territoriale del suo paese. Passano gli anni, le Amministrazioni e i presidenti ma la politica americana non cambia: libertà (a parole) e indipendenza per tutti, anche al Kosovo, ma non ai palestinesi. Sino a quando Israele non darà il suo consenso firmando un accordo, i palestinesi non potranno avere uno Stato, anche minuscolo, sulla loro terra e dovranno rimanere sotto occupazione. Barack Obama confermerà oggi al premier israeliano Netanyahu che gli Usa intendono far abortire subito la richiesta palestinese di adesione, convincendo i paesi membri del Consiglio di Sicurezza a votare contro. Poco importa se Abu Mazen chiede l’ingresso alle Nazione Unite di uno staterello simbolico che difficilmente sarà sovrano quando avrà realizzazione concreta.

Qualche tempo fa in Israele si dibatteva della «tensione» tra Obama e Netanyahu, dello «scontro» sugli insediamenti colonici tra Usa e Israele, e i settler issavano manifesti con l’immagine del presidente Usa con al collo la kefia palestinese. Ora Obama è un alleato di ferro di Tel Aviv. Si avvicinano a grandi passi le presidenziali e l’inquilino della Casa Bianca crede di poter arrestare l’emorragia di consensi con l’aiuto della influente lobby pro-Israele. Ma non è l’unico in casa americana a guardare a quell’appoggio. In questi giorni negli States si fa a gara nel dimostrare sostegno incondizionato a Tel Aviv. Il potenziale candidato repubblicano ed ultraconservatore Mitt Romney ha esortato a tagliare subito finanziamento annuale ai palestinesi (circa 500 milioni di dollari). Non basta, ha anche chiesto la revisione delle relazioni diplomatiche con i paesi che daranno un voto favorevole all’adesione dello Stato palestinese all’Onu superando a destra il suo rivale, il governatore del Texas Rick Perry, che qualche giorno fa aveva legato i finanziamenti all’Anp di Abu Mazen ad un ritorno immediato e senza condizioni dei palestinesi alle trattative con Israele. Quattordici senatori da parte loro hanno esortato Obama ad usare toni categorici, veri e propri ordini, per riportare nei ranghi i palestinesi. L’ex candidato presidenziale Mike Huckabee invece spara siluri contro la Conferenza Durban III sui diritti umani (che l’Italia boicotterà ancora una volta) che considera un vero e proprio attacco a Israele parallelo a quello «lanciato» dai palestinesi alle Nazioni Unite. E non può essere dimenticata neanche la dedizione del parlamentare repubblicano Joe Walsh che lunedì ha presentato alla Camera un testo di risoluzione a favore della annessione a Israele di tutta la Cisgiordania.

Tanti sforzi concentrati contro uno Stato virtuale. E ora gira voce che il voto del Consiglio di Sicurezza verrà rinviato sine die per un tacito accordo raggiunto tra i paesi membri più influenti. Notizie che turbano fino ad un certo punto la popolazione palestinese, che già guarda senza particolari emozioni al progresso dell’iniziativa lanciata dall’Olp. Oggi migliaia di persone, mobilitate dal partito di Abu Mazen, Fatah, si ritroveranno in piazza a Ramallah, per sostenere la richiesta di adesione all’Onu. La stessa piazza dove ieri è stata portata una enorme sedia di legno, simbolo del 194.mo seggio alle Nazioni Unite che vorrebbe occupare la Palestina. E’ prevista una marcia che partirà dalla tomba del presidente scomparso Yasser Arafat e si concluderà davanti al quartier generale dell’Anp. Circa 7.500 agenti israeliani verranno dispiegati nei pressi dei principali posti di blocco.

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A Gaza city, migliaia di persone si sono riversate nelle strade chiedendo la fine delle divisioni fra Fatah e Hamas, ma le forze di sicurezza di Hamas hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici.

Vittorio Arrigoni

Ieri la Striscia di Gaza si era svegliata sotto un sole splendente, segnale di una nuova stagione alle porte. Stagione politica, più che meteorologica. Quando la sera è andata a dormire si è contata le ossa rotte.

A Gaza city, un ghetto martoriato da bombardamenti israeliani un giorno sì e uno no, sovrappopolato come pochi luoghi sul pianeta, è difficile fare una stima di quante migliaia di persone si sono riversate nelle strade della città ballando, urlando e cantando una sola univoca richiesta: la fine delle divisioni fra Fatah e Hamas. I media locali hanno azzardato la cifra di 300 mila persone, proporzionatamente come se in Italia, in piazza, ne fossero scese dodici milioni.

I problemi non hanno tardato a verificarsi.

Nonostante l’accordo sottoscritto da tutte le fazioni politiche di presentarsi all’appuntamento senza alcuna altra bandiera se non quella palestinese, i ragazzi del movimento 15 marzo che lunedì si sono coricati nelle tende in piazza del monumento al Milite Ignoto, in Jundi, nel centro di Gaza city, al risveglio ieri mattina si sono trovati attorniati da migliaia di militanti con bandiere di Hamas inneggianti al governo della Striscia.

Le provocazioni sono continuate per alcune ore, con alcuni scontri, finché il coordinamento del movimento dei giovani palestinesi ha deciso di lasciare la principale piazza di Gaza city ad Hamas per convogliare in massa a Katiba, dinnanzi all’università Al Azhar.

Migliaia di ragazzi si sono recati ordinatamente nel grosso spiazzo di terra battuta adiacente l’università con l’intenzione di accamparsi per la notte, a oltranza, in attesa dell’impegno di Gaza e Ramallah per soddisfare queste loro richieste:

1 – rilascio di tutti i detenuti politici nelle prigioni dell’Autorità Palestinese e di Hamas

2 – fine delle campagne mediatiche contro le altre fazioni

3 – dimissioni dei governi di Haniyeh e Fayyad per dare vita ad un governo palestinese di unità nazionale che sia l'espressione di ogni fazione politica e rappresenti il popolo palestinese tutto

4 – ristrutturazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) in modo da renderla inclusiva di tutti i partiti affinché torni a battersi per lo scopo originario: la liberazione della Palestina

5 –congelamento dei negoziati finché non si raggiunga un accordo tra le varie fazioni su un programma politico comune

6 – la fine di ogni forma di collaborazione con il nemico sionista

7 – l’organizzazione in contemporanea di elezioni presidenziali e parlamentari nei tempi concordati da tutte le fazioni

Per tutta la giornata di festa, dai giovani del 15 marzo non ho udito altre parole se non un forte richiamo all’unità nazionale, e l’ormai famoso inno “il popolo chiede la fine delle divisioni”.

Se l’icona della rivoluzione tunisina è stato Mohamed Bouaziz, giovane disoccupato che si è dato fuoco davanti al palazzo del suo comune, e il simbolo della rivoluzione egiziana è Khaled Said, ucciso dalle forze di polizia di Mubarak, la foto emblema dell’anima del movimento 15 marzo palestinese è quella che ritrae Yasser Arafat, leader e martire di Fatah, che versa del te’ per Ahmed Yassin, il rais paraplegico e martire di Hamas.

Verso le 14 15 e poi verso le 15 locali, di nuovo militanti pro governativi hanno cercato di infiltrarsi fra la folla pacifica di giovani, armati di bastoni e lanciando sassi.

Ne è nato per alcuni minuti un furibondo parapiglia che ha visto alcuni feriti, finché i ragazzi sono riusciti a ricacciare indietro i facinorosi di Hamas dalla manifestazione.

Alle 19 circa, quando ho lasciato Katiba square, la nuova Tahrir palestinese, la situazione era tranquilla: manifestanti e paramedici della mezza luna rossa avevano montato le tende e si preparavano per la notte.

Molte famiglie con bimbi al seguito si susseguivano in visita l'accampamento dei giovani portando cibo, bevande calde e coperte.

Meno di un’ora dopo Hamas decideva di terminare la festa a modo suo: centinaia di poliziotti e agenti in borghese hanno accerchiato l’area, e armati di bastoni hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici,dando alle fiamme le tende e l’ospedale da campo.

Circa 300 i ragazzi feriti, per la maggior parte donne, una decina con fratture. Per tutta la notte di ieri fuori dall'ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza city, poliziotti arrestavano i contusi mano a mano che venivano rilasciati dal pronto soccorso.

Molti gli attacchi ai giornalisti, ai quali sono stati confiscati telecamere e macchine fotografiche. Ad Akram Atallah, giornalista palestinese è stata spezzata una mano. Samah Ahmed, giovane collega di Akram, è stata colpita da un fendente di coltello alle spalle. Asma Al Ghoul, nota blogger della Striscia è stata ripetutamente percossa dagli agenti in borghese mentre cercava di soccorrere l’amica ferita.

Le forze di sicurezza di Hamas hanno convogliato l’attacco nel centro della piazza Katiba, dove si concentrava il presidio delle donne, figlie e madri di una Gaza che hanno conosciuto la gioia della speranza di un cambiamento, per poi risvegliarsi alla cruda realtà dopo un breve sogno.

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Israele si prepara a abbordare la prossima nave dei pacifisti in rotta verso Gaza. Dall'imbarcazione non si fanno intimide e dicono di "essere pronti a affrontare pacificamente i soldati israeliani". Intanto continuano le proteste e le pressioni per la liberazione dei pacifisti arrestati. (in allegato video-diretta dal sit-in a Roma, all'ambasciata israeliana)

Nena News

«La Rachel Corrie sta andando verso Gaza e non si fermerà. Siamo gente normale, molti di noi non sono nemmeno più giovani e certo molti sono spaventati, ma non ci fermeremo. Non portiamo armi, tutti a bordo hanno firmato una dichiarazione che dice che non portano armi con sè. Se (gli israeliani,ndr) arrivano, ci stenderemo sul ponte della nave a mani alzate e ci faremo arrestare». Lo ha dichiarato a CNRmedia Mary Hughes, del coordinamento «FreeGaza».

Israele sostiene che sono due le imbarcazioni pacifiste che si stanno dirigendo verso Gaza e il vice ministro della difesa Matam Vilnai ha ribadito che le forze armate interveranno di nuovo. Stavolta però, spiegano i media israeliani, non verranno attuati blitz armati, come quello dell’altra notte sfociato in una strage, ma verranno usate tecnologia e altri sistemi, non meglio precisati per bloccare le navi.

«Non ci faremo intimidire – ha proclamato Hughes – loro hanno il potere, le armi, gli elicotteri, le navi da guerra, sappiamo che possono fermarci, che possono arrestarci e anche ucciderci, ma ogni volta che lo fanno scopriamo che ci sono sempre più persone che vogliono arrivare a Gaza. Continuiamo a ricevere telefonate di gente che ci chiede quando organizzeremo i prossimi viaggi ». (red) Nena News

Intanto, tornano ad intervenire le Ong italiane che operano nei Territori occupati palestinesi dopo l’uccisione di 9 attivisti internazionali a bordo delle navi della Freedom Flotilla compiuta dalle forze armate israeliane in acque internazionali. Chiedono che il governo italiano assuma una posizione chiara di denuncia del crimine israeliano, affinché le due navi pacifiste ancora in mare possano raggiungere il porto di Gaza.
“Chiediamo inoltre – spiegano in un comunicato - che l’ambasciata italiana a Tel Aviv e il consolato italiano di Gerusalemme annullino i festeggiamenti previsti il 2 e 3 Giugno in rispetto dei morti e dei tre giorni di lutto dichiarati nei Territori occupati palestinesi dove noi Ong lavoriamo”. Le Ong italiane inoltre hanno richiesto un incontro con il viceministro degli esteri Stefania Craxi che sara’ in visita in questi giorni in Cisgiordania.

“L’attacco alla Freedom Flottilla ci riguarda direttamente”, dichiara Martina Iannizzotto, dell’Ong ACS, “riguarda il nostro ruolo ed il nostro lavoro. A bordo della nave ci sarei potuta essere io, ci sono amici. Le navi trasportano materiale umanitario, fondamentale per il nostro lavoro, che a causa del blocco israeliano non entra a Gaza, o solo attraverso i tunnel con l’Egitto”
“La Freedom Flotilla – aggiune Iannizzotto – lanciava al mondo il messaggio che Gaza e’ sotto assedio e l’assedio deve terminare. Le stesso messaggio che ripetono l’Onu e l’Unione Europea. Mentre il governo israeliano dichiara che a Gaza non esiste una crisi umanitaria, le Nazioni Unite affermano che oltre il 60% della popolazione di Gaza e’ a rischio di sicurezza alimentare, come noi che ci lavoriamo sappiamo bene”.

“L’attacco ed il bagno di sangue di civili da parte dell’esercito israeliano è un atto illegale di una gravita’ inaudita – conclude la cooperante italiana - Le ong italiane si sono associate alla giornata di lutto dichiarata nei Territori occupati palestinesi e chiedono alle autorita’ italiane (a Tel Aviv Gerusalemme) di cancellare i festeggiamenti per la festa della repubblica del 2 giugno”. (red) Nena-News

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Niente commercializzazione per prodotti provenienti dalle colonie nei Territori occupati. Non si tratta di ragioni ideologiche, spiega l'azienda ma solo di non chiarezza sul luogo di provenienza. La Campagna Stopagrexco parla di un primo successo e invita a congratularsi con la Coop.

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La notizia è apparla su alcuni tra i maggiori giornali israeliani, Ynet e Haaretz, e costituirebbe un successo per la campagna di solidarietà con il popolo palestinese. La Coop, e la Conad, hanno infatti sospeso la commercializzazione dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati. Quindi, nente più agrumi e datteri «made in colonie israeliane nei territori palestinesi occupati» sugli scaffali di Coop e Noardiconad, il gruppo che fa da centro di acquisto e distribuzione di Conad nel nord Italia. Le due grandi catene italiane di supermercati, Coop e Nordiconad, hanno infatti deciso di sospendere la vendita di merci della Agrexco, principale azienda esportatrice israeliana di prodotti agricoli. La società israeliana commercializza anche ortaggi e frutta coltivati nelle colonie lungo la valle del Giordano nei Territori palestinesi occupati. Il tutto sotto il marchio Carmel, ma senza l’indicazione del luogo di produzione.
Le varie associazioni componenti la campagna «Stop Agrexco Italia» (Donne in nero, Attac, Fiom-Cigl, Forum Palestina, Un Ponte Per, Ebrei contro l'occupazione, Statunitensi per la pace) hanno immediatamente rivendicato la scelta come un successo delle segnalazioni fatte dai propri soci e dagli attivisti della coalizione Italiana contro la Carmel-Agrexco, il più grande esportatore israeliano di prodotti agricoli, che esporta anche il 60-70% dei prodotti dalle colonie.
Dall’inizio dell’anno, infatti, la coalizione «Stop Agrexco Italia» ha organizzato molti incontri in Italia e lanciato una campagna di pressione, con tanto di sit-in nei supermercati Coop e Conad, per cercare di fermare la commercializzazione di prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei Territori occupati.
Diversa la versione fornita dalle catene commerciali che respingono l'ipotesi del boicottaggio. L'assenza di prodotti israeliani dai supermercati Coop, infatti, non dipenderebbe da un'adesione alla campagna ma solo da motivi «commerciali e di tracciabilità delle merci». Lo precisa una nota della stessa centrale cooperativa, sottolineando che «Coop ha deciso di sospendere la vendita delle merci provenienti dai territori occupati da Israele in quanto tale origine è dichiarata solo nelle documentazioni commerciali ma non è presente sul prodotto». Si tratta di «una sospensione in attesa di ricevere maggiori specificazioni circa la provenienza» indicano fonti della stessa Coop. Infatti, «questa modalità di tracciabilità non permette al consumatore finale di esercitare un diritto di acquisto (o non acquisto) consapevole, mancando una reale distinzione fra i prodotti made in Israele e quelli eventualmente provenienti dai territori occupati. Si tratta quindi di salvaguardare un diritto all'informazione corretta sull'origine dei prodotti, importante per garantire la libertà di scelta dei consumatori, e non di una forma di boicottaggio generalizzato, strumento che Coop non usa» si puntualizza.
Resta il dato di fatto del ritiro di quelle merci e di un nuovo colpo all'immagine di Israele dopo la "cacciata" di Noam Chomsky, la rivelazione del Guardian circa il nucleare e le continue frizioni tra il governo di Netanyahu e l'amministrazione Obama.

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Corrispondenze

Da Hebron a Walajah, da Beit Ummar a Bilin e Naalin, è sempre più lungo l'elenco di località nei Territori occupati palestinesi che ospitano manifestazioni settimanali non-violente contro l’occupazione israeliana. Un reportage tratto dal nuovo sito di agenzia del vicino oriente

Elena Hogan
da Nena News

Hebron, 12 maggio 2010 Nena News – Hebron ha aggiunto il suo nome all’elenco sempre più lungo di località attraverso i Territori occupati palestinesi che ospitano manifestazioni settimanali non-violente contro l’occupazione israeliana. La «resistenza popolare» perlopiù spontanea, che vede una partecipazione mista di palestinesi, israeliani e attivisti internazionali, sabato scorso per la terza settimana di seguito ha realizzato una manifestazione non-violenta anche ad Hebron su iniziativa dell’organizzazione hebronita YAS (Youth Against Settlements).

I manifestanti si sono radunati di fronte al checkpoint militare israeliano che segna l’inizio di via Shuhada e della città vecchia di Hebron, la zona «H2», occupata da coloni ebrei tra i più violenti della Cisgiordania. Da un lato della strada posizionati sui tetti alcuni giovani coloni sorvegliavano il corteo di circa 100 persone, fiancheggiati da soldati con M-16 puntati. Dall’altro lato della strada poliziotti israeliani fotografavano i manifestanti dal balcone di una casa palestinese occupata.

Evitando uova e alcuni secchi di acqua calda lanciati dalle finestre dei coloni, il corteo è riuscito ad attraversare la città vecchia, ormai largamente spopolata dopo anni di violenze perpetrate dai coloni e gli estenuanti coprifuochi durante la seconda Intifada. Scandendo in arabo, ebraico ed inglese i loro slogan, i manifestanti hanno chiesto la fine dell’occupazione e della colonizzazione israeliana dei Territori palestinesi, insieme alla riapertura di via Shuhada e la libertà di movimento per gli abitanti di Hebron.

«Consideriamo la nostra lotta speculare a quella di Bil’in, Ni’ilin e di tutti gli altri villaggi», ha affermato un organizzatore dello YAS, «siamo ispirati dalla lotta che stanno portando avanti, e ci auguriamo di dare l’avvio a un movimento diffuso di resistenza non-violenta nella zona di Hebron».

La resistenza non-violenta israelo-palestinese-internazionale all’occupazione si sta lentamente amplificando.

Villaggi come Beit Ummar e Beit Jala, le cui terre agricole che in questi giorni vengono spianate dai bulldozer per permettere la costruzione del muro di separazione israeliano, ospitano manifestazioni settimanali simili a quelle che vanno avanti ormai da anni in villaggi come Bil’in, Ni’ilin, Al Ma’asara e Budrus. Anche il villaggio di Al Walajah ha inaugurato la sua prima manifestazione settimanale venerdì scorso, il giorno dopo che le ruspe militari avevano iniziato a devastare i suoi uliveti.

Allo stesso tempo a Gerusalemme Est occupata, il movimento del quartiere Sheikh Jarrah dallo scorso agosto incarna un altro epicentro simbolico di resistenza, dopo lo sfratto di quattro famiglie palestinesi (più di 50 persone) dalle loro case per sostituirle con coloni fondamentalisti nella politica governativa e comunale israeliana di «ebraizzazione» completa della Città Santa. Altre 24 famiglie del quartiere hanno ricevuto simili ordini di sfratto. Da mesi si svolgono manifestazioni settimanali nel piccolo parco del quartiere organizzate dagli sfrattati insieme ad attivisti israeliani e stranieri con le caratteristiche magliette bianche e nere «Liberate Sheikh Jarrah». Non manca una piccola band musicale israeliana, formatasi apposta, perennemente al seguito dei cortei anche nei villaggi. Il quartiere di Silwan ha cominciato anch’esso ad organizzare eventi simili per opporsi al numero crescente di sfratti emessi per fare posto a presunti scavi archeologici israeliani che, in realtà, sono finalizzati ad espellere centinaia di palestinesi e a demolire decine di abitazioni arabe.

Potrebbe apparire marginale ma questa forma di resistenza popolare riesce a rompere la routine delle confische e delle demolizioni di case da parte dell’occupazione israeliana.

Prima che i bulldozer potessero cominciare i lavori ad Al Walajah, giovedì scorso, i soldati hanno dovuto trascinare via e in parte arrestare un gruppo di circa 50 persone sedutesi davanti ai pesanti automezzi. Prima che si potessero sradicare gli ulivi a Beit Jala il mese scorso, è stato necessario portare via con la forza i manifestanti che si erano incatenati a quegli alberi. Ogni settimana nel sud di Hebron, israeliani e internazionali fanno da scudo per i pastori palestinesi, con cui si coordinano, nei confronti dei coloni di Ma’on e Susiya sostenuti dai soldati, nel tentativo di mettere fine agli arresti arbitrari, alla confisca di pecore e al trasferimento dei pastori.

Lo Stato di Israele continua a reprimere queste iniziative arrestando un numero crescente di manifestanti, dichiarando «zone militari chiuse» le località delle manifestazioni e tramite l’uso abbondante di candelotti lacrimogeni spesso sparati ad altezza d’uomo, di granate assordanti, di proiettili di gomma e persino di «acqua puzzolente». Metodi seguiti dagli arresti degli organizzatori palestinesi ai posti di blocco militari e con raid notturni nei villaggi.

Non sono peraltro immuni da conseguenze gravi gli organizzatori israeliani. Alla fine di marzo, Michael Solsberry, uno degli organizzatori delle manifestazioni di Sheikh Jarrah, è stato arrestato mentre cenava a casa sua, per essere poi rilasciato un paio di ore dopo per mancanza di accuse specifiche. Ma se i manifestanti israeliani vengono rilasciati solitamente dopo diverse ore e gli internazionali arrestati vengono espulsi da Israele, sono gli organizzatori ed i manifestanti palestinesi a pagare il prezzo più alto perché soggetti alla violenza di poliziotti e militari e, spesso, lasciati per giorni, se non settimane o di più, in carcere.

In ogni caso la resistenza popolare israelo-palestinese-internazionale rappresenta un importante ed originale iniziativa in cui minoranze delle società civili israeliani e palestinesi si danno lo scopo di costruire insieme una pace giusta. Sebbene gli obiettivi specifici di questo gruppo misto sicuramente varino, la loro presenza si radica in un terreno comune, come ha spiegato un organizzatore dello YAS che ha chiesto di rimanere anonimo: «Mettere fine all’occupazione non è soltanto un interesse palestinese ma è un interesse anche di molti israeliani – ha detto – perché l’occupazione vuol dire spreco di fondi, la de-umanizzazione dei soldati, l’appoggio all’odio e a tutti i valori più negativi». Le persone coinvolte in queste iniziative – ha concluso – «credono profondamente che vivere in pace siano un interesse comune a tutti».

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Corrispondenze

Ancora scontri tra studenti palestinesi e l'esercito israeliano. La scintilla delle tensioni è scaturita dagli scontri sulla questione dell'accesso ai luoghi sacri della Gerusalemme occupata

da infopal

Centinaia di studenti palestinesi si sono scontrati stamattina con le forze israeliane in Cisgiordania.
Testimoni riportano che gli incidenti sono tuttora in corso, e che sono scoppiati nei pressi di un checkpoint militare allo svincolo di Beita, a sud di Nablus. Non si hanno finora notizie di feriti né di arresti.
Un portavoce militare israeliano ha inoltre riferito che le forze armate stavano impiegando misure anti-sommossa contro 100 dimostranti. Ha poi aggiunto che a Hebron 20 palestinesi stavano lanciando pietre nel villaggio di Anun, a nord della colonia illegale di Kiryat Arba.
La polizia dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha impedito ad alcuni studenti di protestare vicino a Beit Jala nell'evidente tentativo di non far degenerare il clima di violenza, che dura da 48 ore.
La scintilla delle tensioni è scaturita dagli scontri sulla questione dell'accesso ai luoghi sacri della Gerusalemme occupata, che hanno visto il ferimento di decine tra palestinesi e uomini della polizia. Il numero di palestinesi feriti ammonterebbe a 91, e 60 di loro sarebbero sotto arresto, secondo alcune fonti.
Circa 40 palestinesi sono stati raggiunti da proiettili di gomma sparati dalle forze israeliane, e sette di loro sono stati colpiti agli occhi. Un giornalista straniero è stato ferito a Eisawiyyah, quartiere di Gerusalemme est.
Dall'altra parte, un ufficiale di polizia israeliano è stato colpito alla mano da un proiettile ieri sera nella zona nord di Gerusalemme, come riferiscono fonti della polizia stessa. Ammontano a 14 i poliziotti feriti durante gli incidenti, tra cui quattro ricoverati in ospedale.

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Nota quotidiana

La notizia dell’uccisione a Dubai di un esponente di Hamas, Mahmoud Al-Mabhouh, da parte del Mossad israeliano ha dato un immagine di uno Stato che conduce una guerra gangsteristica, mandando all’estero degli squadroni simili a quelli della mafia. Stavolta lo sdegno è forte anche in israele

di Antonio Moscato

La notizia dell’uccisione a Dubai di un esponente di Hamas, Mahmoud Al-Mabhouh, sembrava quasi banale: siamo troppo abituati alla “normalità” degli assassini mirati che il Mossad israeliano compie non solo a Gaza e nei territori occupati, ma in ogni parte del mondo, compresa l’Italia.
È – non a caso – poco noto che numerosi dirigenti palestinesi sono stati uccisi a Roma: ad esempio il responsabile dell’informazione dell’Olp, Abu Sharar (9 ottobre 1981), Ismail Darwish, funzionario dell’Olp (13 dicembre 1984) e, soprattutto, Wael Zwaiter (17 ottobre 1972), un intellettuale e militante che ha lasciato una traccia profonda in tutti coloro che l’hanno conosciuto. Naturalmente tutti dimenticati nelle periodiche rievocazioni del terrorismo in Italia sui grandi quotidiani.
Invece dopo qualche giorno questa esecuzione di Dubai ha cominciato ad apparire un po’ diversa da quelle precedenti. In primo luogo ha provocato un dibattito acceso in Israele. Nessuno ha messo in dubbio che fosse stato il Mossad, ma casomai si commentava che non “era più quello di una volta” perché aveva commesso troppi errori. Ad esempio il commando, composto di ben 26 persone arrivate a Dubai da vari paesi di Europa, tra cui naturalmente l’Italia, aveva ignorato le telecamere collocate davanti l’albergo e nei suoi corridoi. Ma è possibile che fossero così ingenui e maldestri?
Poi si è saputo dalla televisione al Arabiya che i terroristi avevano presentato all’aeroporto e alla reception dell’albergo passaporti britannici, irlandesi, australiani e francesi, e che quasi tutti avevano utilizzato carte di credito rilasciate dallo stesso istituto bancario. I documenti, si è poi saputo, corrispondevano a cittadini israeliani che hanno mantenuto la doppia cittadinanza e quindi il doppio passaporto. Uno di loro ha detto di non saperne nulla e ha dimostrato che la foto sul documento registrato nell’hotel non corrispondeva minimamente al suo aspetto. Gli altri tacciono.
Se si dovevano falsificare dei documenti, perché scegliere quelli di persone realmente esistenti e residenti in Israele? Ed era necessaria una spedizione di ben 26 persone per ucciderne una sola, per giunta disarmata, dopo averla torturata a lungo nella sua stanza di hotel?
È risultato presto che non c’era stata nessuna svista o deficienza tecnica, ma solo una dura provocazione, per costringere i governi europei ad accettare la complicità nel crimine. Non più solo assassini mirati con i droni (che uccidono insieme al bersaglio familiari, amici, passanti…), non più misteriose uccisioni, come quelle di Roma, o della Norvegia o nella riunione dell’Internazionale socialista ad Albufeira, in Portogallo, dove fu assassinato sotto gli occhi di Shimon Peres uno dei dirigenti palestinesi più attenti alla ricerca di una soluzione politica, Issam Sartawi. Azioni non rivendicate, anche se non smentite…
James Petras ha osservato che ormai «la politica apertamente dichiarata di Israele consiste nel violare la sovranità di qualsiasi paese, ostile, neutrale o anche amico, per quelle eliminazioni extragiudiziali di oppositori, che una volta erano la pratica corrente solo della Gestapo nazista, della GPU di Stalin o della DINA di Pinochet (imitate poi dalla CIA e dalle forze speciali USA).»
Così gli stessi servizi segreti non sono più esecutori, ma «nello stesso tempo giudici, procuratori e carnefici, senza controllo o freno da parte di qualsiasi legislazione, sovranità o dovere di uno Stato di proteggere i propri cittadini e i propri ospiti.»
E con rischi che possono ricadere su molti innocenti. Petras si domanda quali conseguenze potrà avere l’uso dei passaporti britannici per entrare a Dubai per uccidere un avversario: «ora ogni uomo d’affari, ogni turista britannico in arrivo nel Medio Oriente potrà essere sospettato di legami con gli squadroni della morte israeliani»… Ma un’eventuale reazione contro innocenti, va benissimo al Mossad, perché aumenterà la forza della sua propaganda e della lotta “contro il terrorismo”…
Se Petras si preoccupa particolarmente delle ripercussioni sui viaggiatori inglesi, Uri Avnery è invece scandalizzato del cinismo con cui il Mossad ha scelto i nomi di persone reali che vivono in Israele. Non era in grado di inventare dei documenti? E perché tra tutti i passaporti possibili ha scelto di falsificare quelli dei paesi più amici e complici di Israele? Potevano essere sicuri che nessuno degli intestatari dei passaporti clonati non fosse in viaggio contemporaneamente e passasse per Londra o Milano o Roma? Ma, osserva, nessuno se ne è preoccupato troppo in Israele: tutti «sono sicuri che britannici o irlandesi saranno obbligati a protestare per salvare la forma, ma che è solo un gesto obbligato», senza conseguenze. Ci sono troppi legami tra il Mossad e i servizi segreti dei paesi coinvolti… Presto tutto sarà dimenticato, ma intanto questa impresa criminale sarà stata messa agli atti come un’ennesima prova dell’onnipotenza di Israele.
Uri Avnery, che è critico verso la politica dei governi di Israele, ma non antisionista, si preoccupa soprattutto che operazioni come questa possano danneggiare Israele «sul piano strategico, che ha come obiettivo principale quello di coinvolgere sempre più gli USA e l’Europa in una difesa di Israele contro la pretesa minaccia di un’ipotetica bomba atomica iraniana». Barack Obama ha tentato di mettere insieme una coalizione mondiale per imporre dure all’Iran, usando «il governo israeliano che gli serve – volentieri – da cane cattivo. Obama dice agli iraniani, attenti agli israeliani, sono pazzi e possono attaccarvi in ogni momento, faccio fatica a trattenerli. Ma se non fate quello che vi dico, allento il guinzaglio e peggio per voi…».
Avnery è scandalizzato: «Dubai, un paese del Golfo proprio di fronte all’Iran, è una componente importante di questa coalizione. È anche un alleato di Israele, come l’Egitto e la Giordania. Ed ecco che lo stesso governo israeliano lo umilia e fa nascere tra le masse arabe il sospetto che Dubai collabori con il Mossad. In passato, noi israeliani abbiamo posto in imbarazzo la Norvegia [allusione a una squadra inviata nel 1973 in Norvegia per uccidere Ali Hassan Salameh, un dirigente dell’OLP, e che assassinò invece a Lillehammer – lasciando molte tracce – un cameriere marocchino che non c’entrava nulla], abbiamo reso furiosa la Giordania [col tentativo fallito di avvelenare il rappresentante di Hamas in esilio Khaled Meshal], e oggi umiliamo Dubai. È sensato?».
Avnery se la prende soprattutto con Meir Dagan, che Netanyahou ha ancora una volta confermato alla testa del Mossad e si preoccupa «per la nostra reputazione nel mondo» (beato lui, che pensa ci sia qualcosa da salvare!). Ma ammette che oggi la situazione è diversa rispetto a un passato in cui era possibile minimizzare, senza preoccuparsi troppo delle proteste dei “gentili”. “Dopo l’operazione “piombo fuso”, il verdetto del giudice Goldstone, gli echi delle buffonate di Avigdor Lieberman, la crescente campagna mondiale per un boicottaggio di Israele, c’è da pensare che non avesse torto Thomas Jefferson quando affermava che «nessuna nazione può permettersi di ignorare l’opinione dell’umanità.» E Avnery conclude: «La vicenda di Dubai rafforza l’immagine di uno Stato d’Israele brutale, di una nazione canaglia che disprezza l’opinione pubblica internazionale, di un paese che conduce una guerra gangsteristica, che manda all’estero degli squadroni simili a quelli della mafia, di una nazione paria che tutte le persone sensate dovrebbero evitare. Era utile?»
http://antoniomoscato.altervista.org/

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