Topic “Obama”

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF
Corrispondenze

Con l'occhio rivolto alle presidenziali il presidente Usa è contrario al riconoscimento dello stato di Palestina da parte dell'Onu e lavora per rinviare sine die il voto del Palazzo di vetro

Michele Giorgio
da Nena-news

Gerusalemme, 21 settembre 2011, Nena News – «Libici, il mondo intero è con voi», ha detto ieri Barack Obama concludendo il suo intervento alla riunione al Palazzo di Vetro dedicata alla Libia. Più o meno in quello stesso momento il presidente del Kosovo, la signora Atifete Jahjaga, che ha incontrato Hillary Clinton nei giorni scorsi, ha riferito che il Segretario di Stato ha riaffermato il pieno appoggio degli Stati Uniti alla sovranità e all’integrità territoriale del suo paese. Passano gli anni, le Amministrazioni e i presidenti ma la politica americana non cambia: libertà (a parole) e indipendenza per tutti, anche al Kosovo, ma non ai palestinesi. Sino a quando Israele non darà il suo consenso firmando un accordo, i palestinesi non potranno avere uno Stato, anche minuscolo, sulla loro terra e dovranno rimanere sotto occupazione. Barack Obama confermerà oggi al premier israeliano Netanyahu che gli Usa intendono far abortire subito la richiesta palestinese di adesione, convincendo i paesi membri del Consiglio di Sicurezza a votare contro. Poco importa se Abu Mazen chiede l’ingresso alle Nazione Unite di uno staterello simbolico che difficilmente sarà sovrano quando avrà realizzazione concreta.

Qualche tempo fa in Israele si dibatteva della «tensione» tra Obama e Netanyahu, dello «scontro» sugli insediamenti colonici tra Usa e Israele, e i settler issavano manifesti con l’immagine del presidente Usa con al collo la kefia palestinese. Ora Obama è un alleato di ferro di Tel Aviv. Si avvicinano a grandi passi le presidenziali e l’inquilino della Casa Bianca crede di poter arrestare l’emorragia di consensi con l’aiuto della influente lobby pro-Israele. Ma non è l’unico in casa americana a guardare a quell’appoggio. In questi giorni negli States si fa a gara nel dimostrare sostegno incondizionato a Tel Aviv. Il potenziale candidato repubblicano ed ultraconservatore Mitt Romney ha esortato a tagliare subito finanziamento annuale ai palestinesi (circa 500 milioni di dollari). Non basta, ha anche chiesto la revisione delle relazioni diplomatiche con i paesi che daranno un voto favorevole all’adesione dello Stato palestinese all’Onu superando a destra il suo rivale, il governatore del Texas Rick Perry, che qualche giorno fa aveva legato i finanziamenti all’Anp di Abu Mazen ad un ritorno immediato e senza condizioni dei palestinesi alle trattative con Israele. Quattordici senatori da parte loro hanno esortato Obama ad usare toni categorici, veri e propri ordini, per riportare nei ranghi i palestinesi. L’ex candidato presidenziale Mike Huckabee invece spara siluri contro la Conferenza Durban III sui diritti umani (che l’Italia boicotterà ancora una volta) che considera un vero e proprio attacco a Israele parallelo a quello «lanciato» dai palestinesi alle Nazioni Unite. E non può essere dimenticata neanche la dedizione del parlamentare repubblicano Joe Walsh che lunedì ha presentato alla Camera un testo di risoluzione a favore della annessione a Israele di tutta la Cisgiordania.

Tanti sforzi concentrati contro uno Stato virtuale. E ora gira voce che il voto del Consiglio di Sicurezza verrà rinviato sine die per un tacito accordo raggiunto tra i paesi membri più influenti. Notizie che turbano fino ad un certo punto la popolazione palestinese, che già guarda senza particolari emozioni al progresso dell’iniziativa lanciata dall’Olp. Oggi migliaia di persone, mobilitate dal partito di Abu Mazen, Fatah, si ritroveranno in piazza a Ramallah, per sostenere la richiesta di adesione all’Onu. La stessa piazza dove ieri è stata portata una enorme sedia di legno, simbolo del 194.mo seggio alle Nazioni Unite che vorrebbe occupare la Palestina. E’ prevista una marcia che partirà dalla tomba del presidente scomparso Yasser Arafat e si concluderà davanti al quartier generale dell’Anp. Circa 7.500 agenti israeliani verranno dispiegati nei pressi dei principali posti di blocco.

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF
Corrispondenze

Mentre vara una finanziaria "lacrime e sangue" per ridurre lo spaventoso debito pubblico, l’amministrazione statunitense approva un bilancio della difesa da record

Antonio Mazzeo

L’amministrazione degli Stati Uniti d’America sfida l’opposizione repubblicana e una parte del Partito democratico e annuncia per il 2012 una manovra finanziaria “lacrime e sangue” per ridure lo spaventoso debito pubblico di oltre 14.000 miliardi di dollari. All’orizzonte si profilano nuove tasse sui consumi e tagli alla spesa sociale e sanitaria per 4.000 miliardi ma il complesso militare industriale e i signori del Pentagono potranno comunque dormire sogni tranquilli. Il Congresso, infatti, con 336 voti favorevoli e 87 contrari, ha varato per il prossimo anno un bilancio della difesa record: 649 miliardi di dollari in nuove armi e missioni di guerra, 8,9 miliardi in meno di quanto aveva richiesto il presidente Obama ma 17 miliardi in più di quanto previsto nel budget 2011. Restano fuori dalla difesa perché computate sotto altre voci del bilancio federale, le spese per la cosiddetta “sicurezza nazionale”, quelle per la ricerca e la sperimentazione di nuovi strumenti bellici e quelle per la realizzazione di installazioni militari nazionali e d’oltremare, per le abitazioni da assegnare al personale o per la produzione degli ordigni nucleari destinati ai cacciabombardieri strategici o ai missili a medio e lungo raggio imbarcati nei sottomarini.

Anche se il Congresso ha confermato in buona sostanza il piano finanziario approntato dal Dipartimento della difesa, sono stati approvati una serie di emendamenti che comportano il trasferimento di risorse da un programma militare all’altro, la cancellazione di alcuni progetti “chiave” del Pentagono e l’acquisizione di sistemi d’arma non richiesti dai militari ma offerti dalle generose e potenti lobby dei fabbricanti. I congressisti hanno decretato un incremento medio dell’1,6% degli stipendi del personale militare e delle spese per l’acquisto di unità navali, aerei da combattimento e velivoli da trasporto C-17, concedendo fondi straordinari per lo sviluppo dei bombardieri B-1 e di un nuovo prototipo di bombardiere strategico dell’US Air Force. Di contro, sono stati tagliati i programmi per alcuni aerei senza pilota, 114 milioni di dollari in meno per l’UAV MQ-9 “Reaper”, protagonista dei sanguinosi raid contro obiettivi civili e militari in Afghanistan e Pakistan e 115 milioni in meno per l’UAV MQ-8B “Fire Scout” della US Navy. Altro rilevante taglio è stato decretato al programma di acquisizione di un nuovo velivolo da guerra terrestre (Ground Combat Vehicle), mentre aumenta di 272 milioni l’importo destinato all’aggiornamento del carro armato M1A2 “Abrams” dell’US Army. Pienamente esaudite invece le richieste del Pentagono di finanziamento dei nuovi cacciabombarideri F-35, di una nuova classe di sottomarini nucleari dotati di missili balistici e dei velivoli per il pattugliamento marittimo P-8 (destinati in parte alla base siciliana di Sigonella).

Un “premio extra” di 335 milioni di dollari è stato concesso inoltre per l’acquisto di due satelliti del Wideband Global System, il sistema di telecomunicazioni satellitari che il Dipartimento della difesa sta sviluppando in cooperazione con le forze armate australiane (complessivamente il sistema assorbirà nel 2012 investimenti per 804 milioni di dollari). Inatteso stop invece al programma trilaterale Stati Uniti-Germania-Italia per la sostituzione dei missili Partiot e Nike Hercules con un nuovo sistema di “difesa anti-aerea e anti-missilili” denominato Medium Extended Air Defense System (MEADS).Il Congresso ha decurtato di 149 milioni di dollari l’apporto USA alla joint venture produttrice con sede ad Orlando (Florida) e composta dal colosso statunitense Lockheed Martin, dalla società tedesca Lenkflugkorpersysteme e da MBDA Missile Systems, consorzio europeo di cui l’italiana Finmeccanica detiene il 25% del capitale. Il programma MEADS, avviato nel maggio 2005, prevede investimenti finanziari per oltre 3,4 miliardi di dollari. Affari d’oro invece per le società impegnate nella realizzazione del sistema missilistico e “anti-aereo” Iron Dome: per il 2012 il Congresso ha infatti approvato una spesa di 205 milioni di dollari a favore del programma di sviluppo che vede insieme Stati Uniti d’America e Israele.

Centosettanta miliardi di dollari vengono destinati infine alle operazioni all’estero delle forze armate USA (4 miliardi in più del 2011), 119 dei quali per le guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Al Pentagono andranno inoltre 11,6 miliardi per l’addestramento delle forze armate afghane, 1,5 miliardi per quello delle forze di sicurezza irachene e 75 milioni di dollari per la formazione e l’equipaggiamento delle forze “anti-terorismo” yemenite. Poco chiaro invece quanto accadrà sul fronte libico. Anche se nessuno degli emendamenti approvati impone all’amministrazione Obama la revisione delle modalità d’intervento a fianco della coalizione dei volenterosi a guida NATO, la maggioranza dei congressisti ha chiesto al Dipartimento della difesa di “non utilizzare fondi per fornire equipaggiamento militare, addestramento o consulenze a favore di gruppi o singoli impegnati in attività all’interno o contro la Libia”. Il 20 aprile scorso, tuttavia, Washington ha concesso ai ribelli del Transitional National Council 25 milioni di dollari in “equipaggiamenti non letali” (apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, impianti radio e molto probabilmente armi leggere) e altri 53 milioni in non meglio specificati “aiuti umanitari” a favore del popolo libico.

Secondo un recente studio pubblicato dall’Eisenhower Research Project della Brown University di Rhode Island, dall’11 settembre 2001 ad oggi le forze armate statunitensi hanno speso 4.400 miliardi di dollari per le operazioni in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Yemen, una cifra di per sé stratosferica ma che non comprende gli interessi sui debiti contratti dalle autorità federali USA con le banche. Secondo il gruppo di ricerca “le guerre sono state finanziate quasi per intero con l’assunzione di prestiti; sino ad oggi sono stati pagati interessi per 185 miliardi di dollari, ma altri 1.000 miliardi potrebbero essere pagati per le spese di guerra da qui all’anno 2020”.

Solo il conflitto iracheno, scoppiato nel 2003, avrebbe comportato una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Secondo quanto annunciato dal presidente Obama, entro la fine del 2011 tutti i 46.000 militari USA impegnati dovrebbero essere ritirati dall’Iraq, ma c’è chi al Pentagono sta già pensando a mantenere nel paese, almeno sino alla fine del 2012, un contingente di 8.500-10.000 uomini per “continuare l’addestramento delle forze armate irachene”, come riporta l’agenzia The Associated Press. “L’estensione della presenza militare USA in Iraq avverrà solo dopo un’eventuale richiesta da parte della autorità di Baghdad e dipenderà dalla prontezza che le forze di sicurezza locali avranno acquisito contro i rinnovati attacchi delle milizie”, spiegano i portavoce della Casa Bianca. “Senza una richiesta formale, solo 200 uomini rimarranno in Iraq a disposizione dell’ambasciata USA in qualità di consulenti militari, un compito comune a quello di tutte le altre missioni diplomatiche all’estero”.

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF
Rassegna dal web

Recensione del libro di Noam Chomsky, raccolta di saggi che analizza quella che è stata la linea governativa nordamericana degli ultimi sessant'anni

Radio sherwood

L'articolo su radio sherwood: http://www.sherwood.it/articolo/315/america-no-we-cant-noam-chomsky

Elezioni presidenziali 2008: l'America e il Mondo intero assistono al “fenomeno Obama” e se ne innamorano. L'elettorato americano, a suon di “Yes, we can”, pare poter decidere le sorti della propria politica. Ma è davvero così? C'è davvero un elemento di rottura con la tradizione governativa precedente o è solo tutta, una grande messa in scena?
Per rispondere a queste domande, e non solo, è appena uscito per la casa editrice Alegre, America, no we can't di Noam Chomsky. Questa raccolta di saggi analizza quella che è stata la linea governativa nordamericana degli ultimi sessant'anni. La riflessione, tuttavia, non si ferma qui. Le relazioni (per lo più poco pacifiche) intraprese per esportare la democrazia sia in America del Sud come in Medio Oriente mettono in luce quello che è il vero motore della società statunitense: la legge del profitto e del guadagno.
Chomsky, attraverso riferimenti precisi e puntuali, evitando la retorica d'opposizione, ci mostra come a partire dalla politica reaganiana in Sud America sino a finire con Obama e la questione palestinese, il modo di fare politica non muti i suoi fondamenti. Per capire quest'assenza di scarto dobbiamo valutare un altro elemento sottolineato dall'autore: la capacità evocativa messa in gioco dalla macchina elettorale americana. Esattamente come fu costruita per Reagan un'immagine semi-divina, trasformandolo in un “sommo sacerdote del libero mercato e dello stato minimo”, così è anche successo anche per Obama: l'uomo della speranza. Ciò che quindi emerge da questa analisi è una continuità storica fra un candidato e l'altro, che testimonia come oramai la politica, da pratica del comune, sia diventata gioco per pochi.
America, no we can't non si propone lo scopo presuntuoso di cambiare il mondo, ma lascia al lettore l'ultima scelta: ricominciare a pensare autonomamente o continuare a guardare lo spettacolo.

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF
Nota quotidiana

Una Casa Bianca ostaggio dei supporter del neoliberismo. L'anticipazione del libro "America, no we can't" pubblicata da "il manifesto"

Noam Chomsky

L'azione più importante di Barack Obama prima di assumere la carica è la scelta dello staff dirigente e dei consiglieri. La prima scelta è stata per la vice-presidenza: Joe Biden, uno dei sostenitori più tenaci dell'invasione in Iraq tra i senatori democratici, da lungo tempo addentro al mondo di Washington, che vota coerentemente come i compagni democratici - sebbene non sempre, come quando ha portato allegria negli istituti finanziari appoggiando un provvedimento per rendere più difficile agli individui cancellare i debiti dichiarando la propria condizione di insolvenza.
Il primo incarico post-elettorale è stata la nomina cruciale del capo di gabinetto: Rahm Emanuel, anch'egli uno dei più strenui sostenitori dell'invasione in Iraq tra i deputati democratici e, come Biden, buon conoscitore di Washington. Emanuel è anche uno dei maggiori beneficiari dei contributi di Wall Street alla campagna elettorale. Il Center for responsive politics riferisce che «è stato il massimo beneficiario, tra i rappresentanti, dei contributi per la campagna del 2008 provenienti da fondi a rischio, società private con capitale di rischio e le maggiori società finanziarie e di assicurazione». Da quando è stato eletto al Congresso nel 2002, «ha ricevuto più soldi da singoli e da comitati di sostegno elettorale nel mondo degli investimenti e delle assicurazioni che da altri settori dell'industria»; che sono anche quelli che hanno dato i contributi più consistenti ad Obama. Il suo compito era quello di controllare il modo in cui Obama affrontava la peggiore crisi finanziaria mai verificatasi dagli anni '30, per la quale i suoi finanziatori e quelli di Obama condividono ampie responsabilità.

La sinistra ai margini
In un'intervista di un editorialista del Wall Street Journal ad Emanuel fu chiesto che cosa avrebbe fatto la nuova amministrazione Obama riguardo alla «leadership democratica al Congresso, piena di baroni di sinistra con il loro proprio programma»; che contempla il taglio delle spese per la difesa e le «manovre per applicare esorbitanti tasse sull'energia per combattere il riscaldamento globale»; per non parlare dei pazzi totali che in Congresso si trastullano con i risarcimenti per la schiavitù e simpatizzano anche con gli europei che vogliono mettere sotto processo l'amministrazione Bush per crimini di guerra. «Barack Obama si opporrà», ha assicurato Emanuel al giornalista. L'amministrazione sarà «pragmatica», schiverà i colpi degli estremisti di sinistra.
L'esperto di diritto del lavoro e giornalista Steve Early ha scritto che «durante la campagna elettorale, Obama ha detto che appoggiava fermamente l'Employee free choice act, una riforma legislativa sul lavoro, a lungo attesa, che dovrebbe essere parte integrante del piano che ha promesso per stimolare l'economia». Tuttavia, quando Obama presentò i suoi massimi consiglieri economici al momento dell'insediamento «e parlò dei passi da fare per dare una "scossa" all'economia (...) la legge di riforma non faceva parte del pacchetto».
Continuando a passare in rassegna le nomine di Obama, il suo Transition board, l'équipe che si occupa di introdurre i nuovi incaricati nel governo, fu guidato da John Podesta, capo di gabinetto di Clinton. Le figure di punta della sua équipe erano Robert Rubin e Lawrence Summers, entrambi entusiasti della deregolamentazione, il principale fattore scatenante della crisi finanziaria attuale. Come segretario del tesoro Rubin ha lavorato duramente per abolire la legge Glass-Steagall, che aveva separato le banche commerciali dagli istituti finanziari esposti ad alto rischio.

Conflitto di interessi nello staff

La stampa economica esaminò i documenti del Transition economic advisory board di Obama, che si riunì il 7 novembre 2008 per definire le linee di intervento sulla crisi finanziaria. L'editorialista di Bloomberg News, Jonathan Weil concluse che «molti di loro dovrebbero ricevere immediatamente una convocazione in tribunale come persone informate sui fatti, non un posto nel circolo ristretto di Obama». Circa metà «ha avuto incarichi fiduciari in società che, in qualche misura, o hanno bruciato i loro bilanci o hanno contribuito a portare il mondo al collasso economico, o entrambe le cose». È plausibile pensare che «non scambieranno i bisogni della nazione per gli interessi dei loro consoci?» Weil ha anche precisato che il Capo di gabinetto Emanuel «era amministratore alla Freddie mac nel 2000 e 2001, mentre la finanziaria commetteva frodi in bilancio».
La preoccupazione primaria dell'amministrazione è stato il tentativo di arrestare la crisi finanziaria e la parallela recessione nell'economia reale. Ma c'è anche un mostro nell'armadio: un sistema sanitario privatizzato notoriamente inefficiente e scarsamente regolato, che minaccia di mettere in difficoltà il bilancio federale se la crisi persiste. La maggioranza della gente è da lungo tempo a favore di un servizio sanitario nazionale, che dovrebbe essere molto meno costoso e più efficace, come prove comparative (e molti studi) dimostrano.
Appena nel 2004, qualunque intervento del governo nel sistema sanitario era descritto sulla stampa come «politicamente impossibile» e «privo di sostegno politico» - che vuol dire: contrastato dalle compagnie di assicurazione, dalle grandi aziende farmaceutiche e da altri che contano, qualunque cosa ne pensi la popolazione, del tutto irrilevante. Nel 2008, tuttavia, prima John Edwards, poi Obama e Hillary Clinton, hanno avanzato proposte che si avvicinavano a quello che la gente ha a lungo desiderato. Queste idee ora hanno un «sostegno politico». Che cosa è cambiato? Non l'opinione pubblica, che resta come era prima. Ma nel 2008 i settori di potere più potenti, in prima fila l'industria, era arrivata a riconoscere che subivano gravi danni dal sistema sanitario privatizzato. Di conseguenza, la volontà popolare comincia ad avere «sostegno politico». Lo spostamento ci dice qualcosa sulle disfunzioni della democrazia e sulle lotte che si prospettano.
Quello che è accaduto dopo dice ancora di più.
Obama ha abbandonato subito l'opzione popolare e sensata dell'assistenza medica da parte di un unico ente, che aveva detto di voler appoggiare. Ha anche raggiunto un accordo segreto con le aziende farmaceutiche secondo il quale il governo non avrebbe «negoziato il prezzo dei medicinali e non avrebbe richiesto rimborsi addizionali» a seguito delle pressioni delle lobby e contro l'opinione di un netto 85 per cento della popolazione. Una «opzione pubblica» - nella sostanza l'opzione di «medicare per tutti» - rimase, ma fu sottoposta ad un intenso attacco in base alla motivazione, interessante, che gli assicuratori privati non sarebbero stati in grado di competere con un piano governativo efficiente (pretesti più sofisticati non erano meno bizzarri). Nel giugno 2009 il 70 per cento della popolazione era a favore del piano, nonostante l'instancabile e spesso isterica opposizione di gran parte del settore assicurativo.
Due mesi dopo, l'articolo di fondo di Business Week era titolato: «Le assicurazioni sulla salute hanno già vinto: come United health e Rival carriers, manovrando dietro le quinte a Washington, hanno modellato la riforma sanitaria a loro beneficio». Il settore assicurativo «è riuscito a ridefinire i termini della discussione sulla riforma in misura tale che non contano i dettagli del voluminoso progetto di legge che il Congresso manderà al presidente Obama l'autunno prossimo, il settore riemergerà ancora più redditizio (...) i manager delle assicurazioni dovrebbero sorridere di piacere».
A metà settembre, quando i progetti di legge stavano arrivando sul tavolo del Congresso, il mondo degli affari manifestò il suo appoggio alla versione della Commissione finanze del senatore Max Baucus, che aveva lavorato «in stretto contatto con i gruppi imprenditoriali», più che con altri, si dice con approvazione. Le proposte della Camera furono respinte perché non sufficientemente a favore dei gruppi affaristici. Il presidente della Business Roundtable definì la proposta della Commissione finanze del Senato «molto in linea» con i suoi principi, specialmente per il fatto che «non richiede la creazione di un piano pubblico».

Una riforma dimezzata
Naturalmente nessuna vittoria basta di per sé. Perciò, mentre la lotta per la riforma del sistema sanitario paralizzò virtualmente il Congresso alla fine del 2009, le lobby affaristiche iniziarono una grande campagna per ottenere ancora di più, e ci riuscirono. L'opzione pubblica fu alla fine «fatta naufragare» insieme con un connesso «medicare buy-in» che avrebbe permesso alle persone di 55 o più anni di avere il servizio sanitario nazionale. A quel punto la gente era a favore dell'opzione pubblica dal 56 al 38 per cento e il Medicare buy-in in percentuale anche maggiore, tra il 64 e 30 per cento. Il sondaggio che mostrava questi risultati fu reso pubblico, ma i fatti furono omessi: il titolo diceva «Sondaggi: la maggioranza non approva le leggi per il servizio sanitario». L'articolo lascia l'impressione che la popolazione si unisca all'attacco della destra contro il coinvolgimento del governo nell'assistenza sanitaria, assalto condotto dagli interessi affaristici, contrari a quello che proprio il sondaggio rivela e che altri sondaggi mostrano da decenni.
E che hanno continuato a mostrare nel 2010. Un sondaggio della Cbs reso pubblico l'11 gennaio ha rilevato che il 60 per cento degli americani non approvava il modo in cui il Congresso stava affrontando il problema del sistema sanitario. Le cifre dettagliate mostrano che, tra quelli che sono contro il modo in cui la proposta regola il rapporto con le compagnie di assicurazione, la grande maggioranza pensa che non si spinga abbastanza avanti (il 43 per cento di «non abbastanza», contro il 27 per cento di «troppo»). L'assistenza sanitaria è stata una questione cruciale nelle elezioni al senato nel Massachusetts nel gennaio 2010, in cui ha vinto il repubblicano Scott Brown. Tra i Democratici che si sono astenuti o hanno votato per Brown, il 60 per cento pensava che il programma sanitario non si spingeva abbastanza avanti (l'85 per cento di quelli che si astennero). Tra gli astenuti e i democratici che hanno votato per Brown, circa l'85 per cento era a favore dell'opzione pubblica.
In breve, l'evidenza mostra che in realtà cresceva la rabbia popolare contro il progetto di legge sulla sanità di Obama, prima di tutto perché era troppo limitato.
Mentre il settore finanziario aveva tutte le ragioni per sentirsi soddisfatto dei risultati ottenuti dopo gli sforzi per far eleggere il suo uomo, Obama, la storia d'amore ha cominciato a volgere alla fine nel gennaio 2010, quando Obama ha deciso di reagire al montare della rabbia popolare contro gli «stipendi d'oro» per i finanzieri, mentre altri erano impantanati in una «triste strada tutta in salita per i lavoratori». Ha dunque adottato una «retorica populista», criticando le enormi gratifiche per chi era stato salvato dall'intervento pubblico, e proponendo anche delle misure per limitare gli eccessi delle grandi banche (inclusa la «regola Volcker», che avrebbe in parte ristabilito la legge Glass-Steagall, impedendo alle banche commerciali con garanzia governativa di usare i depositi per investimenti a rischio). La punizione per la sua deviazione è stata rapida.

In nome del libero mercato
Le grandi banche hanno annunciato con rilievo che avrebbero spostato i finanziamenti verso i repubblicani, se Obama avesse insistito con i discorsi sulla regolazione e la retorica contro i finanzieri.
Obama ha capito il messaggio. In pochi giorni ha informato la stampa economica che i banchieri sono bei «tipi», scegliendo Dimon e il presidente Lloyd Blankfein della Goldman Sachs come persone degne di lode e, per rassicurare il mondo degli affari, ha spiegato: «Io, come la maggior parte del popolo americano, non provo invidia per chi ha successo e ricchezza», nella forma delle enormi gratifiche e profitti che fanno infuriare la gente. «Fanno parte del sistema di libero mercato», ha continuato Obama; e non sbagliava, considerato il modo in cui il «libero mercato» è interpretato nella dottrina del capitalismo di stato.
Osservazioni come queste suggeriscono un interessante esperimento mentale. Che cosa sarebbe il contenuto del «marchio Obama» se la popolazione dovesse diventare «partecipe» piuttosto che semplice «spettatrice dell'azione»? È un esperimento degno di essere tentato, non solo in questo caso, e c'è qualche ragione per supporre che il risultati potrebbero indicare la via per un mondo più sensato e decente.

America, no we can't

Le speranze deluse e le prospettive della politica Usa
di:
Noam Chomsky
Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF
Accade a sinistra

Nella sinistra Usa non sono poche le voci che contestano la validità della riforma sanitaria voluta da Obama. «Non riduce i costi, è una concessione alla destra del partito». Il prestigioso settimanale The Nation la appoggia ma non esita a definirla «sbagliata». E rilancia il suo slogan: "Medicare" per tutti

La riforma «storica» della sanità statunitense, varata dalla presidenza Obama e dal Congresso Usa, è davvero una riforma così profonda sul piano sociale? A guardarla più da vicino, leggendo anche alcuni commenti della sinistra Usa, le cose stanno un po' diversamente da come le leggiamo sui principali quotidiani. Scrive Il Socialist Worker, settimanale di una delle organizzazioni della sinistra Usa l'International socialist organisation, che in realtà si tratta di una «riforma del tutto sbagliata». Infatti nella legge è contenuto «l'obbligo per la gente di comprare le polizze degli assicuratori privati, senza alcuna garanzia di premi accessibili o una copertura adeguata. E soprattutto non c'è alcuna «opzione pubblica» Anzi, la spesa per l'unico programma di assistenza pubblica esistente negli Usa, Medicare - che copre statalmente le persone sopra i 65 anni prive di copertura assicurativa - sarà ridotto. Inoltre ci saranno nuove tasse alle assicurazioni fornite dai datori di lavoro che colpiranno non solo le grandi prestazioni ma anche le assicurazioni decenti».
La "riforma" sostiene quindi il Socialist Worker «è piuttosto il prezzo pagato alla destra del partito, ai cosiddetti Blue Dog che vogliono sempre più concessioni verso destra». Come, del resto, appare la concesssione in extremis fatta al gruppo antiabortista che ha imposto a Obama di negare i fondi presidenziali in cambio del voto favorevole sulla sanità.
Molto netto è anche il settimanale The Nation, prestigiosa voce della sinistra liberal statunitense il quale nel cogliere la vittoria di Obama e il successo realizzato dalla sua presidenza e sostenendo comunque la riforma sostiene anche che «non vi può essere alcun dubbio che è profondamente sbagliata».
The Nation ricorda di aver sempre sostenuto uno slogan semplice ed efficace «Medicare for all», l'assistenza sanitaria per tutti: «Questa legge è molto lontana da questa visione. Esso codifica anche le restrizioni sulla copertura per l'aborto che costituiscono una grande sconfitta per il movimento Pro-choice». «Inoltre, aggiunge The Nation, non è chiaro se le sovvenzioni dei consumatori saranno sufficienti a coprire i costi dei piani offerti che possono includere franchigie alte, co-tasse di assicurazione e oneri di premio. In tale contesto, l'obbligo a comprare l'assicurazione potrebbe creare seri contraccolpi politici».
Il settimanale newyorkese non tralascia gli aspetti positivi del disegno di legge che «prevede protezioni contro gli abusi del settore assicurativo, tra cui l'odiosa pratica di impedire l'accesso ai pazienti con patologie preesistenti, e mette in atto un quadro di ulteriore regolamentazione del settore». Un altro elemento positivo è l'espansione del Medicaid - l'assicurazione pubblica per persone a basso reddito - che porta da 12 a 14 milioni le persone coperte. «E il senatore Bernie Sanders ha introdotto un provvedimento che raddoppia il numero dei Centri di salute, che forniranno assistenza primaria, dentistica e di farmaci a basso costo per ben 16 milioni di nuovi pazienti, stanziando per loro 10 miliardi di dollari di nuovi fondi».
«Per tutte queste ragioni, conclude The Nation, sosteniamo il passaggio del disegno di legge, e allo stesso tempo chiediamo alla comunità progressista di iniziare immediatamente una lotta per correggere i suoi molti difetti e migliorare le sue protezioni». «In definitiva, il nostro messaggio deve essere che una riforma vera e propria ha inizio, e comincia solo, con il passaggio della legislazione vigente. Si conclude con la realizzazione dell'obiettivo che dovrebbe essere il nostro grido di battaglia nuova: Medicare per tutti».

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF
Corrispondenze

Dopo un anno di lavoro del presidente Obama, possiamo dirlo: Nonostante le parole la strategia politica statunitense nel "cortile di casa" - L'America Latina - non ha prodotto nulla di nuovo.

di Fabrizio Lorusso

Una risposta onesta alla domanda del titolo è: niente di nuovo sotto il sole. Infatti la gestione del presidente USA Barack Obama non sembra per ora voler cambiare l'atteggiamento ideologico e le politiche concrete nei riguardi del "cortile di casa" o "patio trasero" (in spagnolo) che è l'America Latina e, in primis, i Caraibi e il Messico. Queste sono storicamente le aree di influenza diretta in cui la potenza americana ha da sempre potuto utilizzare strumenti di hard power (potere duro, militare ed economico) invece di muoversi nell'ambito del solo soft power (potere di influenza ideologica basato sulla creazione del consenso e il convincimento). Amo pensare che i termini hard power e soft power, resi popolari dai testi di geopolitica dello statunitense Joseph Nye, possano nascondere qualche analogia o assonanza con le categorie gramsciane della coercizione e del consenso per la costruzione dell’egemonia, anche se l'ambito di applicazione esula dal tradizionale discorso sulle classi sociali, dirigenti e intellettuali del pensatore italiano per spostarsi verso le relazioni internazionali tra stati, nazioni e blocchi regionali. Credo comunque che la sostanza del discorso non cambi.

Priorità e problemi
Come prevedevano i rapporti pubblicati dalla CIA (Latin America 2020) all'inizio del nuovo millennio riguardanti il futuro dell'America Latina dal peculiare punto di vista delle priorità statunitensi, non sembra che la regione a sud del Rio Bravo, salvo alcune eccezioni che riporterò in seguito, sia diventata un'area particolarmente strategica d'interesse soprattutto se la consideriamo in rapporto all'Europa, alla Cina (o alla "Cindia"), alla Russia o al Medio Oriente. La grave crisi economica di questi ultimi due anni, generata dall'economia USA e dai mutui sub-prime ma anche dal medesimo sistema di vita americano che tanto soft power pareva aver creato nel passato, è la peggiore dopo quella del '29 mentre sul piano interno la riforma del sistema sanitario sta procedendo lentamente anche dopo l'approvazione in Senato e sta consumando una parte dell'enorme capitale politico e delle aspettative riposte dagli americani su Obama.
Quindi sono numerose le questioni di cui si deve occupare il nuovo governo americano e, ancora una volta l'America Latina passa in secondo piano. Ciò non toglie che gli interessi economici e commerciali tradizionali delle multinazionali (non solo americane ma anche europee, giapponesi e cinesi) legate allo sfruttamento delle risorse naturali idriche e del sottosuolo, uniti a quelli dei settori esportatori dell'industria americana in cerca di rivincite nei "suoi mercati" sempre più occupati dalla Cina, dalla Spagna o dallo stesso Brasile, ma soprattutto la corsa per la conquista della biodiversità in Centro e Sudamerica, regioni competitive in questo senso a livello mondiale, siano elementi da tener sott'occhio nel breve e medio periodo.

War games?

Inoltre le due guerre asiatiche ereditate dalla precedente e inquietante amministrazione di George W. Bush hanno spinto Obama tra le braccia di una severa realpolitik: ha dovuto tradire lo spirito di quell'attacco o provocazione di tipo "preventivo" sferrato dall'Accademia Svedese e costituito dall'assegnazione del Premio Nobel per la Pace con l'aumento delle truppe in Afganistan e la stipula del trattato con la Colombia per l'uso decennale di 7 basi dislocate nel paese sudamericano da parte della US Army. Questa decisione del presidente colombiano Alvaro Uribe e del suo omologo nordamericano ha portato negli ultimi mesi a importanti frizioni diplomatiche e ritorsioni del governo venezuelano di Hugo Chavez che si sente direttamente minacciato dall'ingerenza USA e ha recentemente denunciato anche l'Olanda di partecipare ai piani di destabilizzazione di Washington nei suoi confronti attraverso le basi situate sulle isole delle Antille olandesi, Aruba e Curacao, a pochi chilometri dal Venezuela.
Una mossa che era attesa dopo che il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, non aveva più rinnovato la concessione per la base USA di Manta e anche Panama s'era liberata negli ultimi dieci anni delle truppe americane sul suo territorio e nella zona del canale. L'affitto temporaneo o permanente di basi militari da parte delle forze armate statunitensi continua come strategia di controllo territoriale e di minaccia più che come uno strumento di cooperazione per la democrazia e la lotta al narcotraffico, le motivazioni ufficiali sempre propagandate al momento di giustificare questo tipo di accordi. Ecco così che l'enclave di Guantanamo a Cuba compie 103 anni ed è un avamposto inespugnabile e minaccioso di cui ben conosciamo le storie di abusi e violazioni post 11 settembre mentre in Honduras, a Palmerola, è operativa la base Soto Cano che è la sede della "Joint Task force Bravo", una missione finalizzata alla "cooperazione regionale nelle iniziative di sicurezza e sviluppo democratico attraverso operazioni coordinate tra varie agenzie". Stessa missione ha anche la base di El Salvador, presso l'aeroporto internazionale di Comalapa, ed è giudicata da alcuni esperti (per esempio Daniel Eriksson di Dialogo Interamericano) come un'inutile eredità di un passato "anti comunista" e che sarebbe ancora aperta per inerzia ma comunque operativa e funzionante per ogni evenienza.
Vengono invece costantemente smentite le voci e le notizie, per esempio quelle fatte circolare dalla venezuelana Agencia Bolivariana de Noticias (ABN), sulle presunte presenze USA nelle basi di Iquitos e Nanay in Perù, di Liberia in Costa Rica e Estigarribio in Paraguay ma allo stesso tempo non si può negare che esiste una capacità militare che gli Stati Uniti possono impiegare anche in modi diversi rispetto all'obbiettivo della lotta al narcotraffico o al terrorismo.

Sicurezza nazionale
Questi due "gravi problemi di sicurezza nazionale" degli USA sono diventati gli assi del discorso legittimante e interventista dopo la fine della Guerra Fredda, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, e il declino della retorica del "pericolo comunista" nel mondo e in America Latina. Questa minaccia sistemica richiedeva l'intervento della CIA (soprattutto nei paesi grandi e lontani, a sud dei Caraibi) o pure dell'esercito (frequentemente impiegato in America Centrale e nelle isole caraibiche) ed era semplicemente rappresentata da qualunque presidente o governo democratico di carattere riformista, spesso non rivoluzionario, che entrasse in conflitto con la superpotenza o con le classi dirigenti nazionali schierate con i settori reazionari o "esterofili" come successe ad Arbenz in Guatemala nei primi anni '50 o ad Allende in Cile quasi vent'anni dopo. Altri grandi retoriche della storia furono l'esportazione della democrazia, utilizzata anche in Iraq, e la lotta al nazi-fascismo e ai totalitarismi negli anni dell'ascesa egemonica statunitense e della Seconda Guerra Mondiale. Peccato che in seguito alcuni regimi di quel tipo siano stati tollerati e a volte direttamente fabbricati fuori dagli scenari bellici e in particolare nell'emisfero occidentale...

Cuba
Tornando al presente o meglio al passato recente, le dichiarazioni di Obama al Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago nell'aprile 2009 in cui promise relazioni basate sul rispetto reciproco non sembrano venire supportate dalle azioni concrete dato che su più fronti la strategia americana non è cambiata rispetto al passato di incomprensioni e indifferenze di G. W. Bush. Nonostante alcuni timidi segnali di ripresa della distensione verso Cuba, particolarmente nel tema migratorio, il processo di avvicinamento s'è fermato e l'embargo continua a incombere sull'isola senza che vi siano ormai ragioni ideologiche fondate, sempre che ve ne siano state in precedenza, per mantenere le sanzioni e malgrado le ripetute condanne internazionali al riguardo.

Honduras, la Ande e il Brasile

Il governo USA ha inoltre riconosciuto le elezioni del 29 novembre in Honduras, paese interessato da un colpo di Stato manu militari nel giugno 2009 in seguito al quale il presidente in carica Manuel Zelaya è stato deportato in Costa Rica e le violazioni ai diritti umani e alle garanzie individuali sono cresciute esponenzialmente, nonostante una buona parte della comunità internazionale e numerosi paesi latino americani, tranne la Colombia, il Costa Rica, Panama, la Repubblica Dominicana, il Perù e il Messico, abbiano dichiarato l'illegittimità della vittoria del candidato Porfirio Lobo.
Scendendo più a sud verso il Brasile, malgrado le dichiarazioni di stima rivolte da Obama al presidente brasiliano Lula che sarebbe il "suo uomo" e "il politico più popolare della terra", la relazione bilaterale tra i due giganti del nord e del sud non è delle migliori dopo le frizioni sull'Honduras (ricordiamo che Zelaya s'è rifugiato proprio nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa) e sulla questione delle basi americane in Colombia. Quest’ultimo paese è il primo destinatario degli aiuti economici e logistici statunitensi ed è il suo principale alleato nella guerra al narcotraffico nella regione andina così come lo è il Messico in centro e nord America.
Anche in questo caso l’intenzione di favorire politiche di riduzione della domanda interna di stupefacenti non è stata ancora seguita da decisioni effettive in tal senso e quindi si continua con le tipiche misure di repressione e controllo dell’offerta di paesi produttori come la Bolivia, la Colombia, il Messico o il Perù le quali esportano instabilità e violenza verso sud. Un tema molto sensibile per il Messico e il Centro America, ma non solo, è quello dei migranti illegali negli USA il quale è stato trascurato e per ora non vi sono tavoli di negoziazione aperti.
La politica e l’agenda USA per l’America Latina sono ancora guidate dall’inerzia di un moto perenne definito da coordinate già note e volontà residuali lontane anni luce dalla retorica delle promesse. Cosa cambierà?

Haiti, dalla guerra al terrorismo al terremoto
Per concludere solo un commento riguardo alla tragedia che in questi giorni sta vivendo Haiti, paese caraibico di 9 milioni di abitanti confinante con la Repubblica Dominicana, in seguito al devastante terremoto del 12 gennaio scorso che ha provocato decine di migliaia di vittime (forse 200mila) e il collasso fisico e operativo delle sue istituzioni e dei suoi apparati statali. Già da alcuni anni si parlava di Haiti come di un cosiddetto Stato fallito e la presenza stabile dell’ONU e dei caschi blu, la cui missione era comandata dal Brasile fino a pochi giorni fa, era ormai un fatto assodato dopo il tremendo uragano Jeanne e le rivolte popolari del 2004, la cacciata militare dell’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, l’arrivo dei marines e l’elezione nel 2006 dell’attuale mandatario in carica Renè Preval. Come segnala il blog di Selvas.org “il presidente Obama ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per “aiuti” ad Haiti, però non lo ha fatto circondato dai suoi collaboratori in questa materia: aveva al suo lato i più alti dirigenti della difesa La prima cosa da capire è che questi 100 milioni non serviranno per gli “aiuti umanitari” ma per far fronte alle spese di mobilizzazione militare annunciata (10.000 soldati)”. Intanto l’Italia ha annunciato la cancellazione del debito haitiano e la Francia, ex potenza coloniale e madre patria di Haiti, s’appresta a prendere la stessa decisione e a richiederla ai paesi del Club di Parigi per un ammontare di loro pertinenza di quasi 215 milioni di dollari sui totali 1,88 miliardi di debito estero haitiano. Gli aiuti stanno tardando ad arrivare a chi ne ha veramente bisogno e l’opera di coordinamento da realizzare è enorme viste le deficienze o le assenze totali delle istituzioni nazionali per cui sembra che gli USA si stiano incaricando di gestire la situazione e il segretario di Stato Hillary Clinton ha già visitato Porto Principe sabato scorso, il 16 gennaio, ribadendo la sua intenzione di integrare e non soppiantare il governo locale nell’esercizio delle sue funzioni. Di fatto però la polizia e lo Stato quasi non esistono più ad Haiti e sono gli eserciti stranieri, quello americano in primis, a mantenere un ordine minimo e instabile mentre i gruppi di solidarietà formati da civili sono impossibilitati agire. Mentre Stati Uniti (obiettivo 10mila) e ONU (+3.500 unità) decidono di inviare più truppe, centinaia di sciacalli e bande di rapinatori stanno prendendo d'assalto negozi e accampamenti in cerca di cibo.
In questo contesto la Francia e il Brasile, i paesi forse più interessati strategicamente e storicamente a mantenere un controllo e un avamposto sull’isola, hanno già protestato per l’ingerenza statunitense che con la scusa ufficiale degli aiuti umanitari sembra essersi spinto oltre le attese controllando l’aeroporto di Porto Principe (si sono anche verificate alcune frizioni con altri paesi per l’atterraggio di aerei carichi di aiuti) e inviando per ora 2200 marines e 5000 soldati secondo quanto annunciato dal Comando Sud americano con sede a Miami in Florida. Manca ancora un'autorità riconosciuta che gestisca le operazioni di salvataggio, la sicurezza e la distribuziuone razionale degli aiuti umanitari che rischiano di restare bloccati fisicamente o di venire ingurgitati nella spirale burocratica e nelle tasche delle cosiddette "multinazionali della solidarietà". Il presidente venezuelano Hugo Chavez, facendo eco al ministro francese per la cooperazione, Alain Joyandet, ha ribadito che bisogna aiutare Haiti e non occuparla militarmente.

Scenari e sipari calati

Gli scenari che si aprono per Haiti nei prossimi mesi rimandano alla vecchia teoria “dell’imperialismo su invito” che prevede la delega progressiva di funzioni governative e di difesa nazionale, per volontà e necessità, in favore di una potenza straniera occupante o anche di organizzazioni e agenzie ad essa legate. Questa piano piano incomincia a stabilire un protettorato light e a convincere la popolazione locale che non è in grado di autogovernarsi e ha bisogno di un ordine esterno superiore che è il minore dei mali. A quel punto la sovranità è seriamente compromessa e, nonostante eventuali miglioramenti materiali, viene stabilita un’autorità esterna paternalista che controlla il paese per portarlo a nuove elezioni, a una nuova costituzione e, magari, a un referendum sull’annessione o l’associazione, stile Porto Rico, con lo Stato protettore. Resta da valutare la relazione costo – beneficio dell’operazione, i vantaggi strategici e geopolitici per gli USA e i costi nel lungo termine d’una specie di “amministrazione controllata” di un intero paese che, come dimostrano i casi dell’Iraq e dell’Afganistan, non è sempre un’alternativa percorribile e prevedibile oltre al fatto che in questa zona del mondo si potrebbero creare tensioni indebite e sproporzionate con la vecchia potenza francese e l’emergente Brasile. Una parte della popolazione attiva del paese e molti bambini rimasti orfani cercano scampo nell'emigrazione (o nelle adozioni internazionali) tanto nella vicina Repubblica Dominicana come negli USA che hanno fermato il processo di espulsione a carico di 30mila haitiani irregolari. Anche il Senegal ha messo a disposizione terre gratis per questi "figli dell'Africa". Ad ogni modo i Caraibi e la stessa Haiti non sono nuovi a questo tipo di presenza straniera e gli scenari ipotizzati relativi al futuro di Haiti sembrano plausibili in questo momento e potranno definirsi più chiaramente quando l’emergenza sarà rientrata.

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF
Corrispondenze

A un anno dall'elezione del primo presidente nero le principali aspettative sono andate deluse. Piena continuità nella politica militare, energetica e ambientale, pochi passi in quella sociale. La retorica è certo diversa ma la direzione sembra segnata (la versione integrale di questo articolo apparirà sul nuovo numero di Guerre&Pace)

di Piero Maestri

Un anno fa si insediava alla casa Bianca Barack Obama. Per la prima volta un nero assumeva la carica di presidente degli Stati uniti, e anche solamente questo fatto sembrava il simbolo di un vero e sensibile cambiamento in corso in quel paese.
Indubbiamente l’elezione di Obama è stata il segnale di una svolta che la maggioranza dell’elettorato statunitense ha voluto dare dopo gli anni di presidenza Bush. Una svolta che è stata salutata, forse più all’estero che in patria, con fortissime aspettative e speranze, probabilmente più come reazione verso le politiche di Bush.
Aspettative e speranze rilanciate dalla retorica dei discorsi pubblici di Obama – e rafforzata dalla vergognosa concessione del Nobel per la pace.
Scorrendo l’elenco dei principali provvedimenti dell’amministrazione-Obama non pare che le aspettative fossero giustificate; pare invece che il segno della continuità prevalga. Le due guerre di Bush continuano e Obama ha rafforzato la presenza militari in Afghanistan, portando a oltre 100.000 i militari presenti in quel paese di fatto occupato; il ritiro dall’Iraq è caratterizzato da una prospettiva di presenza di basi permanenti che continueranno l’occupazione con altri mezzi; l’ipotesi di chiusura della prigione di Guantanamo è rinviata nel tempo, mentre i responsabili delle torture sono preventivamente assolti; le spese del Pentagono arriveranno nel 2010 fino a 660 miliardi di dollari - un aumento del 4% rispetto all’anno precedente – dei quali oltre 130 miliardi specificamente per le missioni di guerra; in America latina e in Africa continuano le strategie di presenza militare (attraverso nuove basi e con il comando Africom); lo scudo antimissile non viene cancellato anche se Obama ha rinunciato al posizionamento delle basi a terra in Polonia e Repubblica Ceca, mentre sono allo studio nuove destinazioni e il coinvolgimento diretto della Nato nella sua costruzione; in Medio oriente le parole del “Discorso del Cairo” non hanno lasciato nulla dietro di sé, e Israele continua impunemente la sua occupazione e la costruzione di nuovi insediamenti. E così via…
Quello che cambia, oltre ad alcuni aspetti simbolici, che comunque non sono da sottovalutare e alla retorica di fondo, anche questa non ininfluente - perché il discorso politico pubblico conta nella formazione dell’opinione pubblica, è la strategia di fondo del “metodo Obama”.
Per quanto riguarda la politica interna e le relazioni tra i gruppi politici statunitensi, obiettivo dichiarato della presidenza Obama non è quello del radicale cambiamento e della “marginalizzazione” e sconfitta delle istanze repubblicane e della destra – quanto quello di chiudere con l’epoca dello scontro ideologico e politico.
Questo metodo pretende di comporre interessi contrapposti, naturalmente privilegiando quelli delle grandi corporation e di quella finanza che hanno contribuito alla sua campagna elettorale con oltre 80 milioni di dollari (Goldman Sachs è il secondo finanziatore della campagna elettorale di Obama) e che sono state ripagate con il piano di aiuti “anticrisi” del febbraio 2009.
Per quanto riguarda la politica estera, gli anni di Bush hanno lasciato una pesante eredità, non solo in termini di impegno militare e programmi di riarmo e rilancio militarista, quanto nel “prestigio” del governo statunitense nel mondo e nelle relazioni con alleati e altri soggetti internazionali.
Obama e i suoi consiglieri hanno ben presente che l’opzione unilateralista è fallita da diversi anni e che gli Usa possono riaffermare la loro “eccezionalità” e le loro strategie di presenza e controllo planetario solamente in una nuova e diversa dinamica internazionale, che rilanci le istituzioni internazionali, in alcuni casi, e soprattutto si basi sul dialogo e l’accordo tra singoli paesi, volta per volta sulla base degli interessi statunitensi.
Evidente in questo senso la vicenda del vertice di Copenhagen, dove Usa e Cina hanno stabilito preventivamente i termini di un possibile accordo. Questo dialogo difficile con la Cina caratterizzerà i prossimi anni, anche se gli Usa non rinunciano a stabilire tutte le forme di una loro presenza politico-militare anche in funzione di contenimento della Cina (come avviene in Africa).
Gli Stati uniti hanno al contempo bisogno di “socializzare” il peso della ricerca di stabilizzazione internazionale e dell’impegno militare e per questo chiedono il contributo di vecchi e nuovi alleati. Richiesta, come abbiamo visto, piuttosto rude, in molti casi: gli alleati sono messi spesso di fronte al fatto compito e alla loro incapacità di rispondere in maniera diversa. Questo è particolarmente evidente per l’Unione europea e la stessa Nato, che vengono spesso coinvolte a posteriori e non nella discussione dei vari “dossier”.
Forse è ingiusto e prematuro giudicare dopo solamente un anno l’operato e le prospettive della presidenza Obama, ma la direzione sembra segnata. Non solo quindi non sembrano affatto giustificate le aspettative e le aperture di credito di diversi settori della sinistra – anche in Italia, come si legge in molti articoli su “il manifesto” – verso l’operato e i discorsi di Obama, ma serve una maggiore analisi e capacità critica per tenere alta l’opposizione alle politiche imperiali anche se multilateraliste.

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF
Corrispondenze

Nonostante le parole pronunciate "in favore dell'umanità" la presidenza Obama sta seguendo in America latina la stessa politica di sempre. La stessa che hanno applicato anche gli altri presidenti vincitori di un premio Nobel. Articolo tratto da La Jornada

di Noam Chomsky

Barack Obama è il quarto presidente statunitense a ottenere il premio Nobel per la pace e si unisce ad altri in una ampia tradizione di pacificazione che da sempre è servita agli interessi statunitensi.
I quattro presidenti hanno lasciato il segno «al di là della nostra piccola regione che mai ha infastidito nessuno» come definirì l'emisfero (americano, ndt) il ministro della Guerra, Henry L. Stimson, nel 1945. Data la posizione del governo di Obama verso le elezioni in Honduras nello scorso novembre, vale la pena esaminare la storia.

Theodore Roosevelt
Nel suo secondo mandato da presidente, Theodore Roosevelt ha detto che «l'espansione dei popoli europei e "bianchi" nel corso degli ultimi quattro secoli è stata minacciata dai benefici duraturi per i popoli che esistevano già nelle terre in cui questa espansione si è verificata (nonostante quello che possono pensare gli africani nativi americani,i filippini e altri "beneficiati"). Pertanto, era «inevitabile e in gran parte auspicabile per l'umanità in generale che il popolo americano finisse per essere la maggioranza sui messicani» conquistando la metà del Messico oltre al fatto che era fuori da qualsiasi discussioni che quelli (i texani) si sottomettessero alla supremazia di una razza inferiore»
Anche utilizzare la diplomazia delle navi armate per rubare Panama e Colombia e costruire un canale fu un regalo per l'umanità.

Woodrow Wilson
Woodrow Wilson è il più onorato dei presidenti vincitori di un premio Nobel e, forse, il peggiore per l'America latina. La sua invasione di Haiti nel 1915 ha ucciso migliaia di persone, praticamente ripristinato la schiavitù e lasciato gran parte del paese in rovina.
Per dimostrare il suo amore per la democrazia, Wilson ordinò ai suoi marines di distruggere il Parlamento haitiano come rappresaglia per non aver fatto approvare una legge "progressista" che avrebbe permesso alle corporations statunitensi di comprarsi il paese caraibico. Il problema fu risolto solo quando gli haitiani adottarono una Costituzione, dettata dagli Usa e redatta sotto i cannoni dei marines. Uno sforzo che sarebbe risultato «benefico per Haiti» assicurò il Dipartimento di Stato ai suoi prigionieri. Wilson invase anche la Repubblica Dominicana per garantirne il benessere. Questa nazione e Haiti furono poste sotto il comando di violenti guardie civili. Decenni di tortura, violenza e miseria in entrambi i paesi restano l'eredità dell'“idealismo wilsoniano”, che è diventato un principio della politica estera degli Stati Uniti.

Jimmy Carter
Per il Presidente Jimmy Carter, i diritti umani sono stati «l'anima della nostra politica estera”." Robert Pastor, consigliere per la sicurezza nazionale per gli affari latino-americani, ha spiegato che ci sono stati importanti distinzioni tra diritti e politica: purtroppo, l'amministrazione ha dovuto sostenere il regime nicaraguense del dittatore Anastasio Somoza, e quando questo è risultato impossibile, si è appoggiata nel paese a una Guardia nazionale addestrata negli Stati Uniti, anche dopo i massacri perpetrati contro il popolo «di una brutalità che in genere le nazioni riservano ai propri nemici» come segnalò lo stesso funzionario, massacri nei quali morirono circa quarantamila persone.
Per Pastor, il motivo è elementare: «L'America non voleva il controllo del Nicaragua o di qualsiasi altro paese della regione, ma nemmeno che gli eventi sfuggissero al suo controllo. Preferivano che i nicaraguensi potessero agire autonomamente, tranne quando questo avrebbe potuto pregiudicare gli interessi degi Gli Stati Uniti».

Barack Obama
Il presidente Barack Obama si è differenziato da quasi tutta l'America Latina e l'Europa nell'accettare il colpo di stato militare che rovesciò la democrazia in Honduras nel mese di giugno.
Il colpo di stato riflettè «abissali e crescenti divisioni politiche e socio-economiche», secondo il New York Times. Per «la ristretta alta classe sociale» il presidente honduregno Manuel Zelaya era diventato una minaccia per ciò che questa classe chiama “democrazia" e che, in realtà, non è altro che il governo delle forze imprenditoriali e politiche più forti del paese.
Zelaya adottò misure molto pericolose come l'aumento del salario minimo in un paese dove il 60 per cento della popolazione vive in povertà. Doveva andarsene.
Praticamente da soli, gli Stati Uniti hanno riconosciuto le elezioni di novembre (nelle quali è risultato vincente, Pepe Lobo), quelle che si sono svolte sotto un governo militare e che sono state «una grande festa della democrazia» secondo l'ambasciatore di Obama in Honduras Hugo Llorens.
Il sostegno alle elezioni ha garantito agli Stati Uniti anche l'impiego della base aerea di Palmerola, in Honduras, il cui valore per l'esercito americano è accresciuto da quando viene espulso dalla maggior parte dell'America Latina.
Dopo le elezioni Lewis Anselem, rappresentante di Obama presso l'Organizzazione degli Stati Americani, consigliò il resto dei latinoamericani di accettare il golpe militare e assecondare gli Stati Uniti “nel mondo reale e no nel mondo del realismo magico».
Obama ha aperto una breccia sostenendo un colpo di stato militare. Il governo statunitense finanzia l'International Republican Institute (IRI, dalla sua sigla in inglese) e il National Democratic Institute (NDI) che, si suppone, promuovono la democrazia.
L'IRI ha regolarmente sostenuto colpi di stato militari per rovesciare i governi eletti come è avvenuto in Venezuela nel 2002 e ad Haiti nel 2004. L'NDI si è invece contenuta. In Honduras, per la prima volta, questo istituto ha deciso di osservare le elezioni di fatto sotto il governo militare, a differenza dell'OSA e le Nazioni Unite, ancora in giro nel mondo del realismo magico.
A causa della stretta relazione tra il Pentagono e l'esercito dell'Honduras, ma anche per l'enorme influenza economica statunitense nel paese centro-americano sarebbe stato molto facile per Obama unirsi agli sforzi latinoamericani ed europei per difendere la democrazia in Honduras.
Ma Barack Obama ha optato per la politica tradizionale.
Nella sua storia delle relazioni emisferiche, lo studioso britannico Connell Gordon-Smith scrive: "Mentre parlano a parole a favore di una democrazia rappresentativa per l'America Latina, gli Stati Uniti hanno interessi importanti che vanno esattamente nella direzione opposta", e che hanno bisogno della "democrazia come un semplice procedimento, soprattutto quando si svolgono elezioni che, molto frequentemente, si rivelano essere una farsa".
Una democrazia funzionale può rispondere alle preoccupazioni del popolo, mentre «l'America è più interessata ad assicurare le condizioni più favorevoli ai suoi investimenti privati all'estero».
Si richiede una buona dose di ciò che possiamo chiamare "l'ignoranza intenzionale" per non vedere questi fatti.
Una tale cecità deve essere gelosamente custodita, se si vuole che la violenza di Stato segua il suo corso e continui a svolgere la sua funzione. Sempre in favore dell'umanità, come ci ha ricordato ancora una volta Obama nel discorso con cui ha ricevuto il premio Nobel.

Condividi contenuti

gli ultimi arrivi

Leena Ben Mhenni
Quella tunisina è stata la prima rivoluzione della storia con un ruolo rilevante della controinformazione diffusa attraverso la rete, i blog, i social network.
Damien Millet
Il mondo vive la più grave crisi economica e finanziaria dal 1929. Con l'esplosione della crisi dei titoli tossici e il conseguente salvataggio delle banche, gli Stati dei paesi più industrializzati hanno accresciuto a dismisura il proprio debito e cominciato ad...
AA. VV.
Nel 1936, la 205esima squadriglia della Regia aeronautica adottò come stemma tre sorci verdi. Da lì "Ti faccio vedere i sorci verdi" significa dare filo da torcere, sconfiggere, umiliare. Negli ultimi venti anni la Lega Nord ha certamente fatto vedere “i sorci verdi”...

la nuova Letteraria

la rivista ERRE