Topic “no tav”

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Accade a sinistra

Polemiche nel movimento No Tav dopo l'intervista di Ferrentino, coordinatore di Sel ed ex Presidente della Comunità Montana Bassa Valle Susa, che sulla Stampa invita a non andare alla marcia NoTav del 30 luglio

Da NoTav.info

Ieri Antonio Ferrentino, ex presidente della Comunità Montana Bassa Valle Susa, ha voluto rilasciare un’intervista a Massimo Numa de LA STAMPA. Tra le altre cose spiccano la sua pronta solodarietà a Lazzaro (ITALCOGE) impegnato nella costruzione del ”fortino” della Maddalena e l’appello ai Valsusini di non partecipare alla marcia No Tav prevista per sabato 30 luglio.

CHI E’ Antonio Ferrentino: ex PCI, PDS, PD, SD, oggi coordinatore regionale di Sel, consigliere Provinciale, Sindaco Sant’Antonino, nel periodo della battaglia di Venaus era parte del movimento notav in qualità di raprresentante dei sindaci della Val di Susa. Convinto nella lotta fino a quando non comparve l’osservatorio tecnico di Mario Virano, con il quale inzio un flirt che lo portò a remare contro le istanze del movimento notav, divenatndo di fatto l’interlocitore privilegiato del presidente dell’osservatorio, con il quale fece molti dibattiti pubblici. Insieme all’allora tecnico della Comunità Montana Andrea Debernardi ideò la proposta del F.A.R.E., ovvero una possibilità tecnica alla realizzazione della Torino Lione a fasi, che oggi è ricalcata dal “Tav low cost” della lobby del tav. Negli ultimi mesi il salto della barricata è veramente palese, dimostrandosi sempre pronto a rilasciare, senza alcun titolo, dichiarazioni ad ogni giornale forcaiolo e minare l’unità dei sindaci della bassa Valle di Susa. Si è spinto oltre di recente, chiedendo di denunciare pubblicamente alcuni esponenti del movimento notav e poi esprimendo solidarietà alle ditte incaricate di realizzare la recinzione del non cantiere della Maddalena.

Isolato dal resto della comunità del suo stesso paese, scalpita ogni qualcvolta si trova di nuovo davanti ai mirononi o ai taccuini dei giornalisti, da quando ha perso la carica di Presidente della Comunità Montana, lavora palesemente contro il programma del presidente eletto Sandro Plano, non risparmiando critiche e dichiarazioni velenose, al pari dei tifose del Tav che non riconoscono la figura del Presidente, democraticament eletto.

Con le dichiarazioni di oggi, perde anche la credibilità, falsificando il passato per guadagnare ancora un briciolo di notorietà.

COMUNICATO STAMPA LISTE CIVICHE

Su La Stampa del 27/07/2011, Antonio Ferrentino accusa gli Amministratori delle Liste civiche di rimanere il silenzio e di non schierarsi contro la violenza. Accusa anche il Presidente della Comunità Montana di fare come Ponzio Pilato senza assumersi le responsabilità delle derive violente e dice che nel 2005 (quando lui era alla guida della Comunità Montana bassa valle di Susa) nulla di tutto ciò accadeva. Premesso che la situazione è radicalmente diversa e che il confronto/analisi dei due momenti storici (2005 e 2011) richiederebbe ampio spazio che non può essere oggetto della presente, ci permettiamo solo di ricordare, al nostro, che l’8 dicembre 2005 (quando lui, con altri, era alla testa del corteo “pacifico” furono abbattute tutte le recinzioni del cantiere di Venaus e furono irreparabilmente danneggiati alcuni camper all’interno del recinto. Pressoché tutti gli amministratori (ma anche la quasi totalità dei manifestanti) condannarono il danneggiamento ai camper ma invasero le aree e si compiacquero delle recinzioni abbattute. Oggi noi continuiamo a dire che quel cantiere era illegittimo, come lo è il fortino che recinta il museo della Maddalena (non esiste il cantiere del cunicolo), ma che questo non giustifica la violenza. Abbiamo stigmatizzato (e continuiamo a farlo) ogni forma di violenza che va dal lancio di pietre al lancio dei lacrimogeni -in particolare quelli sparati ad altezza d’uomo-, dall’incendio del camper no tav a quello dei mezzi meccanici delle imprese, ma anche all’incendio dei presidi o al danneggiamento a tappeto di tutte le tende presenti nei giorni dello sgombero. Tutte le volte che ci è stato possibile siamo stati fisicamente presenti, così come i legali ed i medici, per dare il nostro contributo affinché le manifestazioni e le proteste si svolgessero in forma non violenta, anche se determinata. Le diverse fiaccolate, la manifestazione del 3-7 con oltre 70.000 persone ne sono la testimonianza. In altri casi non ci siamo riusciti, o non eravamo presenti, ma vogliamo qui denunciare, pubblicamente, l’informazione distorta confezionata in questi ultimi mesi dalla quasi totalità degli operatori televisivi e dai quotidiani torinesi e non. Informazione distorta assecondata senza verifiche e senza riscontri da continue ed esagerate dichiarazioni dei politici torinesi, dei rappresentanti del Comune di Torino, della Provincia e della Regione oltreché del Governo. Crediamo quindi che, in una situazione di preponderante disparità di forze e di mezzi, la responsabilità dell’accentuazione dei momenti di tensione (che preoccupano grandemente anche noi) ricada sul Governo e sui politici e rappresentanti precitati che hanno voluto trasformare tutta la questione TAV in valle in una mera questione di ordine pubblico. Non è una questione di ordine pubblico e le ragioni di chi è contrario all’opera sono ampie e motivate e mirano a tutelare la valle ma anche l’economia italiana ed i servizi al cittadino. Per questo motivo crediamo giusto continuare nella nostro lavoro di amministratori delle liste civiche (quindi al di fuori della “casta” ) mettendo in atto ogni iniziativa amministrativa e legale per contrastare quest’opera inutile e dannosa ed anche partecipando (con lo spirito e gli intenti precitati) a manifestazioni non organizzate da noi.

Coordinamento liste civiche 27-7-2011

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In movimento

Una volta esaurito il trito e ritrito ritornello dei “black block”, La Repubblica punta sui trascorsi giudiziari di alcuni militanti NoTav, nella disperata ricerca di denigrare la lotta popolare in corso.

Comitato NoTav - Bussoleno

Da alcuni giorni diversi esponenti del movimento notav sono oggetto di un’aggressione mediatica condotta da diversi quotidiani, culminata nell’articolo “Gli ex terroristi arruolati tra i ribelli della Val Susa” comparso su La Repubblica di oggi, 26 luglio. In particolare, uno dei fondatori del Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno, Stefano Milanesi, è attaccato per i suoi trascorsi giudiziari e ritratto in diverse fotografie. Ciò che stupisce, anzitutto, è che ci si stupisca: Stefano, come altri ex militanti degli anni Settanta, è da sempre (cioè da ben prima del 2005, come erroneamente afferma La Repubblica) tra i più appassionati e intelligenti animatori del movimento e delle sue iniziative; è conosciuto da tutti ed è rispettato nel movimento e in Valle per il suo impegno e la sua generosità umana e politica. Lo stesso vale per Marco Fagiano e per molti altri valsusini che vengono in questi giorni messi alla pubblica gogna della carta stampata per vicende passate, che nulla hanno a che fare con l’opposizione al TAV. Questo improvviso interesse per i trascorsi politici degli attivisti notav è espressione della totale mancanza di argomenti dei propagandisti dei quotidiani pro-tav che, una volta esaurito il trito e ritrito ritornello dei “black block” (prontamente rispedito al mittente dal movimento, che ha rivendicato la resistenza popolare del 3 luglio) deve trovare nuovi pretesti per additare i notav come nemici pubblici. I giornalisti e le testate che animano queste campagne stanno scrivendo una delle pagine peggiori dell’informazione nel nostro paese. Gli spazi e le colonne che dovrebbero ospitare la cronaca, l’inchiesta o l’approfondimento sono occupati da invenzioni pure e semplici sulla dinamica dei fatti (per lo più diretto frutto dele menzogne della questura, di cui non è mai ritenuta necessaria una verifica) e da pretesi “scoop” su no global “violenti” ed ex “terroristi”, che affogano la libertà d’informazione nella propaganda in favore del potere. Qui si colloca, in effetti, è uno dei nodi più delicati dell’attuale condizione italiana: anziché utilizzare le proprie penne e i propri cervelli per rivelare le trame politiche che stanno affossando il nostro paese, i giornalisti si scagliano contro chi le denuncia. È certo più comodo scegliere come proprio nemico chi non ha potere e denaro dalla sua parte, ma non è decente, né dignitoso; sottrarsi ai diktat dei potentati che fanno dell’informazione italiana una delle meno libere del mondo è scelta troppo scomoda, a quanto pare. Stavolta, però, anche la denigrazione pianificata potrà produrre dei grattacapi. Dobbiamo infatti rilevare che Silvano Pellissero non è il titolare del ristorante La Credenza di Bussoleno, né è coinvolto ad alcun livello nella gestione del locale. Ci impegneremo in una causa legale contro La Repubblica per questa opera di disinformazione interessata, e devolveremo una parte dell’eventuale ricavato economico al riacquisto del camper notav incendiato alcune settimane fa da ignoti, all’interno dell’area presidiata dalle forze dell’ordine.

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Nota quotidiana

Guardando ciò che in rete è accessibile a tutti si scopre che nella Valle è andata in onda una resistenza popolare come non si vedeva da tempo. Ma l'assalto mediatico e ideologica mostra un'unità nazionale di fatto tra centrodestra e centrosinistra

imq

Cos'è successo in Val di Susa? Alcuni siti, informazioni disponibili a tutti e tutte (ad es.qui, qui, qui, qui o qui) lo possono rivelare. E guardando quello che è accessibile a tutti si scopre che nella Vale, domenica 3 luglio, è andata in onda una resistenza popolare come non si vedeva da tempo. Frutto di uno dei movimenti popolari più organizzati e duraturi dell0ultimo decennio. Purtroppo, l'informazione, come dire?, "mainstream"?, uniformata, cieca e monodirezionale, preferisce giocare la solita divisione dei "cattivi" che ostacolano i "buoni", dei "violenti" - addirittiura responsabili di "omicidio", come dice oggi Maroni - che fanno ombra ai "pacifici". E tutti a far finta di non vedere l'evidenza: la Tav la Valle non la vuole e se a qualcuno è sfuggita un po' la mano, nessuno può far finta di non vedere l'esercito schierato a protezione di un cantiere, i lacrimogeni sparati ad altezza uomo, i manganelli che roteano per permettere a una classe politica che rappresenta sempre meno di poter portare in bocca ai propri padroni i denari del finanziamento europeo e dei mega-appalti che dovranno sventrare un territorio e rimpinguare profitti già grassi.
Tutto questo Napolitano lo sa ma fa finta che non sia successo. Il problema è che lo sanno bene quelle decine di migliaia di persone che ieri sono scese in strada e che lo faranno ancora, e che i black bloc non li hanno mai visti e non se ne preoccupano più di tanto come spiegano oggi in conferenza stampa i comitati.
La Tav è un'altra metafora del Paese, disegna plasticamente lo scollamento tra "l'alto" e il "basso", tra rappresentanti e rappresentanti e non è un caso che, suo malgrado, sia stato Beppe Grillo a finire stavolta nel frullatore delle polemiche.
L'assalto mediatico e ideologico è già partito e, ancora una volta, si dimostra che sulle cose serie - i conti con l'Europa, le Grandi opere, gli accordi sociali, etc - "l'unità nazionale" esiste di fatto e non a caso è benedetta dal Capo dello Stato. E davvero non si capisce dove vogliano andare a parare quei partiti della sinistra che si immaginano coalizioni vittoriose con quel Pd che oggi richiama il movimento all'ordine e minaccia interventi polizieschi.
L'unica speranza, ancora una volta, è quel movimento: la sua unità, tenuta e determinazione. Al di là degli "eroi", è il movimento che potrà fare la differenza e sconfiggere le cornacchie di regime.

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Nota quotidiana

Stavolta non sono solo i media berlusconiani a capovolgere la realtà di ciò che è successo in Val di Susa, ma anche Repubblica e il Capo dello Stato.

Giuseppe Genna

Se lo dicono Pierferdinando Casini e Pierluigi Bersani e se ha l'avvallo di un ex comunista che ebbe i permessi Cia per andarsene negli States in anni impossibili, allora è vero. E' tutto vero: è gravissimo quanto è accaduto oggi in Val di Susa. Deve essere vero, perché lo dicono a destra e sinistra non si sa più di che cosa. Deve essere vero se lo afferma "la Repubblica" insieme al "Corriere della Sera". E, di fatto, è vero. Però non è vero al modo in cui lo intendono questi spettri che deambulano nella storia universale delle meschinerie. Se 70mila persone si mobilitano e vanno a formare una massa che confligge con apparati polizieschi di Stato, significa che è stato abbattuto un filtro decisivo e che si va a compiere quanto è iniziato a slittare dalla tragedia del G8 di Genova: l'Italia è uscita definitivamente da ciò che cominciò nei primi Ottanta. Cambia tutto. Oggi abbiamo assistito a una guerra e siamo attualmente sommersi da un rovinoso tentativo di mistificazione e di disinformazione.

Secondo le autorità - non si sa oramai nemmeno loro autorità di cosa e rispetto a chi - i manifestanti erano 6-7mila. Erano invece circa 70mila. Ciò è comprovabile. La giornata è controllabile da qualunque prospettiva, da ovunque, è già compattata in migliaia di archivi digitali, resi disponibili e reperibili on line. Spezzettata e frammentata in un organismo vivente di immagini, suoni, voci. Twitter soprattutto e Facebook in parte hanno canalizzato un'informazione capillare e incontrovertibile da parte di qualunque tentativo di falsificazione. Basta informarsi qui, qui, qui o qui e si potrebbe andare avanti all'indefinito.
Eppure il Presidente della Repubblica, questo sir bisnonno d'Italia che tiene tantissimo al 150° compleanno non si sa di chi o di cosa e se proprio o altrui, questo finissimo conoscitore dell'inglese e delle intelligence di mezzo mondo, questo portavoce delle più raffinate ordinanze antisociali e mercantiliste dell'Europa che sarebbe unita non si sa in nome di cosa o di chi - costui ha dunque preso la parola e condannato informando tutti i cittadini della verità che è smentita praticamente da tutta la Rete italiana: "Quel che è accaduto in Val di Susa - sostiene l'anziano migliorista -, per responsabilità di gruppi addestrati a pratiche di violenza eversiva, sollecita tutte le isituzioni e le componenti politiche democratiche a ribadire la più netta condanna, e le forze dello Stato a vigilare e intervenire ancora con la massima fermezza. Non si può tollerare che a legittime manifestazioni di dissenso cui partecipino pacificamente cittadini e famiglie si sovrappongano, provenienti dal di fuori, squadre militarizzate per condurre inaudite azioni aggressive contro i reparti di polizia chiamati a far rispettare la legge". Parole del Capo dello Stato di Cose.
Ecco, non c'è più lo Stato di Cose. Il Presidente è fuori dalla Storia come tutti i Presidenti, così come anche tutti i sodali di un Parlamento che appare oggi, e drammaticamente, distantissimo dal sentire comune. E' significativo che si manifesti come dominatrice neomediatica l'intollerabile verve populista di Beppe Grillo, con il suo giustizialismo antropologicamente autoritario, col suo antipoliziottismo poliziesco, con la sua ribadita assenza di spiegazioni circa la questione dei suoi sostenitori bancarii. E' significativo perché c'è il Comico contro il Re, a vederla da fuori. Il frame da indurre nelle menti beote sarebbe: le parole di Beppe Grillo vs le parole della Politica e dello Stato di Cose. Frame errato, ovviamente. Poiché oggi sono in convergenza molteplici frame in Val di Susa, luogo che rischia davvero di diventare, magari anche soltanto emblematicamente, il Vietnam di questa classe dirigente. Senza neppure desiderare di entrare nella questione di merito circa il progetto TAV, è evidente che siamo di fronte al crollo del paradigma fintopacifista ed ex borghese, alla saldatura trasversale di classi anagrafiche che fa crollare il tentativo statuale di imporre al Paese come modello unico la lotta tra generazioni, all'ipocrisia di un'Europa che dovrebbe essere unita soltanto nelle lordure e non nelle proteste (non si capisce perché dovrebbero protestare soltanto gli italiani e non contestatori francesi o inglesi o tedeschi, visto che peraltro si dice di volere il cantiere TAV per rimanere agganciati all'Europa...).
Migliaia, decine di migliaia di persone che vanno tra alberi e coste a bosco, vecchi bambini donne giovani maschi e sindaci e parenti e serpenti e chiunque abbia desiderato manifestare - che popolo è? Sono gli inquietanti black-block? Sono gli scalmanati sbarazzini di un tempo? Sono i violenti mestatori che fecero e fanno e faranno scendere la notte sulla Repubblica? E che dire del bouncing che l'informazione degli old media ha subìto e sta tuttora sperimentando di fronte agli scotimenti della testa di mezzo mondo, che risponde su Twitter al monologo sempreguale del potere italiano e delle sue leggi d'emergenza eternamente in vigore? Non si parla qui soltanto dei telegiornali berlsuconiani, e cioè tutti tranne il tg3, che sarà sicuramente un telegiornale napolitano. A vedersi escluso dalla storia è il generale atteggiamento di un'intera classe, politica e giornalistica e opinionistica e preoccupata e meditabonda. Non vale affatto il rovesciamento pasoliniano tra borghesi rivoluzionari e poliziotti proletari. I proletari che furono tali, in Italia, secondo l'Istat, sono oggi ben felici del padronato. Però qualcosa sfugge allo schema. Qui e ora si è al di là dell'operaiato fordista e postfordista e di tutte le categorie che hanno retto trent'anni di vicariato della politica in Italia. Senza aderire minimamente alle analisi da Toni Negri dei poveri spiriti, la manifestazione diffusa della violenza e della mobilitazione in un contesto non urbano, anzi naturale, ma con la visuale perenne della connessione, lascia intendere fino a quale profondità sia giunta la frattura tra lo Stato di Cose e le persone che costituirebbero il popolo che si riunirebbe teoricamente nello Stato stesso. Il quale Stato si fotte bellamente dello stato di cose non napolitano, ma napoletano. Il quale Stato effettua una manovra economica doppia rispetto alla greca, però tra un anno, a ribadire l'urgenza che c'è di vararla e che impoverirà ingiustamente, in nome della finanziarizzazione dell'esistenza, milioni di italiani.
Il crollo delle maschere e la diffusione transnazionale delle notizie stanno testimoniando che si compie una facile profezia in Italia, al di là di ingiustificati entusiasmi primaverili: la gente si è rotta i coglioni e, se si rompe i coglioni, non è che si confronta con il televisore - va direttamente dall'unico possibile rappresentante che lo Stato di Cose può schierare di fronte ai cittadini oggi, cioè il Poliziotto. Questo atto è testimoniato. Inizia di un totale inizio una lunghissima battaglia, che è in realtà una guerra, anzi: più guerre. Si incendiano zone sovrapposte del vivere civile: le lotte per l'ambiente, per la dignità della vita, per i diritti inalienabili di un'etica universale, per l'uguaglianza, per l'abbattimento dei filtri all'informazione diffusa.
Ogni inizio segna una fine. Oggi terminano in Italia gli anni Ottanta e Novanta e Zero Zero - compiendo quella trasformazione che ha in piazza Alimonda a Genova il cominciamento autentico e sanguinario di questo inizio.

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In movimento

La polizia manganella furiosamente e spedisce un ragazzo e una signora all'ospedale. Ma la mobilitazione non si ferma. «Pensano di piegarci ma noi andiamo avanti». Oggi conferenza stampa e domani fiaccolata

di Emiliano Viti

Il Governo vuole risolvere la questione Torino-Lione a suon di manganellate. Il cambio di registro si è visto ieri notte quando le forze dell'ordine hanno caricato a freddo. Già il giorno prima, a Coldimosso, i no Tav avevano contestato il posizionamento di una nuova trivella. Ma nel tardo pomeriggio del 17 Febbraio, dai presidi di S.Antonino e Susa sono partite decine di manifestanti verso Coldimosso, tra Bussoleno e Susa, dove sono all'opera le ruspe per il sondaggio S72.
Come già visto per il posizionamento delle altre trivelle, lo spiegamento di forze dell'ordine è imponente. I No Tav riescono ad aggirare il blocco sulla statale passando per le vie dei boschi, arrivando così in pochi minuti a 10 metri dal cantiere. Dopo qualche slogan e il lancio di qualche palla di neve, il vicequestore Spartaco Mortola, tristemente noto per i fatti del G8 di Genova, ordina ai suoi uomini di caricare. La determinazione dei manifestanti mantiene il presidio davanti al cantiere.
Intanto, le forze dell'ordine chiudono completamente la SS24 e l’autostrada con più blocchi per impedire ad altri manifestanti di raggiungere il luogo della trivella. Le cariche si fanno man mano più pesanti con veri e propri inseguimenti. Due sono i feriti gravi trasportati all'ospedale le Molinette: un corrispondente di RadioBlackOut, in prognosi riservata, e una signora che forse rischia di essere operata, per un forte colpo al basso ventre. Nella conferenza stampa di stamattina, 18 Febbraio, i No Tav hanno dichiarato: ”Ciò che è successo si commenta da solo. Questo è un Governo che non cerca affatto il dialogo con le istituzioni locali ma impone con la forza le proprie decisioni!”. “Il Governo comincia ad essere particolarmente nervoso.” - spiega Lele dei No Tav - “Pensavano di prendere per stanchezza il movimento, invece in Val di Susa la resistenza prosegue e per ogni trivella posizionata continua la mobilitazione popolare. Ad oggi su 91 sondaggi, solo 13 sono iniziati. Lo ribadiamo, sono solo sondaggi mediatici”. Fu il Governo a dichiarare che i "sondaggi saranno fatti di giorno con il consenso della popolazione". Tutto il contrario.

La mobilitazione in Valle dunque prosegue, per domani è indetta una fiaccolata alle ore 18:00 da Coldimosso fino a Bussoleno. Come dicevano le manifestazioni NoTav: "Sarà Dura". Lo sarà soprattuto per chi vuole chiudere la partita Torino-Lione come se fosse un problema di ordine pubblico. 


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In movimento

Notte movimentata in Val di Susa dove alcune centinaia di manifestanti hanno bloccato i sondaggi che preludono alla costruzione della nuova ferrovia di Alta Velocità. Una mobilitazione spontanea, anche caricata dalla polizia, ma che si è conclusa senza feriti

Notte pesante alla periferia di Susa (Torino) dove intorno alla mezzanotte è stato avviato un nuovo sito per i sondaggi preliminari alla realizzazione dell'alta velocità Torino-Lione. L'arrivo della nuova trivella è stato accolto dall'ennesima protesta con chiodi sparsi sull'autostrada e lanci di oggetti vari. Una ventina di minuti dopo l'arrivo della trivella circa 200 manifestanti sono arrivati in prossimità del sito in allestimento. Alcuni di loro si sono posizionati sul cavalcavia della statale 24, che passa al di sopra del sito del sondaggio, e hanno iniziato a lanciare pietre. Questo il racconto del Comitato no Tav, "Spinta dal Bass: "L'allarme è partito in anticipo e già alle 23.30 il popolo valsusino si è mobilitato. Il luogo è Coldimosso, tra Bussoleno e Susa, il sondaggio è l’S72. Dai presidi di S.Antonino e Susa sono partite decine di macchine che sono arrivate sul luogo. Le forze dell’ordine sono state prese alla sprovvista, il primo posto di blocco sulla statale viene aggirato facilmente passando per i prati ghiacciati. Un attimo e un centinaio di persone si ritrovano con la trivella a meno di 10 metri e un unico cordone di poliziotti".
Qui una sorpresa, certamente non gradita: a capitanare le forze di polizia è il vicequestore Spartaco Mortola, il capo della Digos a Genova nel 2001, che “a freddo” ordina ai suoi uomini di caricare. "Per fortuna - dicono ancora i No Tav - solo qualche contuso e tanta rabbia. Ma serve a poco, la gente non si sposta, rimane a far pressione e a vagare intorno al cantiere, mettendo in continua apprensione le forze dell’ordine".
"Vista la situazione difficile è stata chiusa sia la SS24 che l’autostrada con più blocchi sia per le auto sia per chi arriva a piedi, impedendo così a molte persone di raggiungere il luogo della trivella. Partono presidi volanti davanti ai posti di blocco. I loro rinforzi invece arrivano e sono come sempre in numero spropositato. Ma, nonostante questo, per potersi garantire una via di fuga a loro e alla trivella, non possono far altro che tagliare con il cannello il guard-rail dell’autostrada e con la ruspa costruire sul momento uno svincolo “volante” contiguo al cantiere appena installato".
I manifestanti hanno lasciato l'area intorno alle 5 e alcuni di loro, secondo quanto riferito dalle forze dell'ordine, hanno gettato dei chiodi sul manto autostradale tanto che quel tratto di autostrada è rimasto chiuso per permetterne la bonifica ed è poi stato riaperto in mattinata.

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