Topic “movimento”

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Nota quotidiana

Come si può costruire un movimento, ottenere vittorie, creare organizzazione, garantirsi democrazia? La rabbia è solo forma oppure diventa politica? Non esistono risposte facili ma è importante iniziare a discuterne

Salvatore Cannavò

L'esito della manifestazione del 15 ottobre occuperà per molto tempo il dibattito nei movimenti e tra di loro. Già in questi giorni sono visibili polemiche, accuse e contro accuse, utilizzo strumentale dei media per attacchi indiretti a questo o quel settore. Eppure la portata di quanto accaduto consiglierebbe una riflessione più accurata, di fondo, sulle dinamiche dei movimenti di massa degli ultimi anni, sulle parole, gli slogan, gli immaginari accesi per capire davvero cosa sono, cosa devono essere i movimenti e quali obiettivi credibili e anche meno immediati darsi. In questo senso può essere utile interrogarsi su quale sia davvero l'efficacia dei movimenti e quindi a cosa puntare quando ci si organizza, si scende in piazza magari per non tornare a casa.

Gli scontri del 15 ottobre, a leggere in rete i commenti di chi li ha "apprezzati" o magari li ha anche fatti, costituiscono l'espressione di una "rabbia" diffusa, dura, corposa che prima o poi, si legge, doveva manifestarsi in qualche modo. Un “moderato” della sinistra come Valentino Parlato, ha anche scritto che è bene che sia accaduto (vedi qui).
Siamo tra coloro che pur non condividendo in nulla quegli episodi e ritenendo che siano serviti a sequestrare il movimento, determinandolo dall’esterno, vogliono però capire. Le immagini di quel ragazzo della provincia romana, detto "Er Pelliccia" arrestato per il lancio dell'estintore, ad esempio, possono essere utili nel loro duplice messaggio. Da un lato, infatti, raccontano della "banalità" della protesta, agita da ragazzi qualunque, non per forza inquadrati in chissà quali mitiche falangi. Dall'altro mostrano, però, il vicolo cieco della rabbia, manifestata con violenza e arroganza nella piazza di sabato e poi smentita, quasi rinnegata, il lunedì in presenza dei carabinieri alla porta. Che efficacia sociale e politica può avere una simile solitudine disperata che si fa forza del “teatro dello scontro” e poi appassisce una volta spenti i riflettori? Se ci sono soggetti che possono dire di aver ottenuto una vittoria politica nella giornata di sabato – e ci sono, soprattutto in relazione agli altri settori del movimento - quella “vittoria” non può però essere incassata da soggetti sociali concreti. Fa bene il coordinamento dei migranti di Bologna a dire che quella non era una piazza per migranti (vedi qui). Così come non lo era per studenti o per operai. Quella piazza ricorda lo stadio, quando alla partita si muove una massa incontrollabile e fortissima e il giorno dopo la rappresentazione ognuno se ne ritorna a casa. Da solo. La logica di quello scontro è questa. Chi ha innescato quella dinamica può anche bearsi della grande visibilità ottenuta ma il "potere" se ne infischia di quella rappresentazione, anzi si appresta felice a reprimerla per reprimere tutto il resto.

Sia chiaro, nel conflitto gli scontri ci sono sempre stati e ci saranno sempre. E a volte sono inevitabili e addirittura necessari. Ma solo se riepilogano forma e contenuto, mezzo e fine, altrimenti diventano un'etichetta che si può anche esibire con fierezza forgiando un'identità ribelle ma che non ha efficacia sociale. La crisi è lì e guarda con disinteresse.
Ma ci sono anche altri "miti" da sfatare, altre astrazioni che purtroppo hanno tenuto banco nella costruzione del 15 ottobre. "Il corteo classico è necessario" dicevano alcuni; "No, il corteo classico è una sfilata inutile" hanno risposto altri. Abbiamo fatto centinaia di cortei classici e ne faremo ancora, non per questo andranno sempre bene o smetteranno di andare bene in una crisi epocale. Però in Egitto Mubarak è stato cacciato occupando una piazza, pratica che alcuni hanno visto come fumo negli occhi sabato scorso. Le forme che si utilizzano dipendono dall'obiettivo che si danno: se un corteo serve solo a offrire visibilità ai vari dirigenti politici, allora non servono a niente. Se, ad esempio, servono a ristabilire il diritto a manifestare, come sembra debba accadere, allora sono fondamentali. Sul 15 ottobre ha aleggiato anche la parola d'ordine de "l'assalto ai palazzi del potere" che avrebbe dovuto essere risolutiva e offrire uno sbocco adeguato alla protesta. Anche in questo caso restiamo nel campo dell'astrazione. Quale assalto, a quali palazzi, per fare cosa? I "palazzi del potere" sono lì e manifestarci intorno può avere un senso ma anche non averlo. Il 14 dicembre quel senso esisteva e gli studenti hanno fatto bene a manifestare contro chi legiferava sulla loro testa ma hanno fatto altrettanto bene il 22 dicembre a sfilare sulla tangenziale di Roma. Due contesti diversi, due modalità diverse.
Se tutto invece si gonfia di significati impropri e tutto si simbolizza è chiaro che il simbolo più dirompente ha la meglio su tutti gli altri. L'auto in fiamme è un simbolo inimitabile, benché non serva a niente.
Il rischio, ora, è di piombare dentro una farsa della storia, dentro anni 70 in sedicesimo. Non funziona, c'è qualcosa che non va.
In questo senso è stimolante la riflessione che fa Wu Ming (vedi qui) quando invita a interrogarsi sulla funzionalità del corteo come grande evento. Il “grande evento” non è sempre la strada più utile per costruire un movimento. Anche per questo ci sembrava utile l'idea dell'accampamento in piazza: non per imitare la Spagna ma per darsi una possibilità di continuare e finalmente di discutere, incontrarsi, costruire un progetto minimo.
Ma la domanda più esigente è ancora un’altra: cosa aiuta i movimenti a crescere e a ottenere vittorie? Perché da Genova in avanti, e anche da prima, il vero problema dei movimenti sociali è che non vincono più.
La discussione può solo essere abbozzata perché implica una riflessione molto profonda - sull'analisi delle forze in campo, la traiettoria della crisi, la natura dei soggetti che la subiscono, la dimensione internazionale - ma alcuni punti possono aiutare a farla.
1. Cominciamo con chiederci che fine ha fatto lo "sciopero generale e generalizzato"? Sembrava la nuova frontiera della mobilitazione permanente e ora sembra scomparso. Qui occorre invece ragionare un po' più seriamente dell'efficacia e utilità dello sciopero e dello sciopero generale che resta una delle armi più importanti che lavoratori, precari di vario tipo oppure studenti e migranti hanno ancora a disposizione. Il problema è che gli scioperi degli ultimi anni hanno spuntato l'arma delegittimandola. Ma, soprattutto in una crisi di questa dimensione, c'è qualcosa di più efficace che bloccare la produzione di plusvalore per ottenere dei risultati? Se è così, e a noi sembra ancora così, la discussione su come arrivare a uno sciopero che sia "davvero" generale e "davvero" generalizzato è ancora tutta da fare e non è mai stata fatta. Spesso ha prevalso l'estetica, l'immaginario piuttosto che la sostanza. Però da qui bisogna ripartire.
2. Ha grande fascino l'idea che occorra "sanzionare" i soggetti responsabili della crisi, a partire dalle banche. Ma davvero rompere una vetrina o un bancomat ha qualche minimo effetto sui meccanismi di funzionamento della finanza? Bruciare una pompa di benzina blocca le majors del petrolio? Rubacchiare in un supermercato fa scendere i prezzi? Non farebbe molto più male l'abolizione del segreto bancario, l'ottenimento di moratorie sul debito, una diversa tassazione, la trasparenza bancaria? O magari il boicottaggio di questa o quella banca come ha cercato di fare la campagna "Banchearmate" (vedi qui)?
3. La crisi è globale i movimenti sono ancora rigidamente nazionali. Certo, esistono le reti internazionali, i Forum, gli incontri, le manifestazioni comuni. Ma sono ancora, dopo 12 anni da Seattle, composti dai settori militanti delle organizzazioni. Non c'è mai stato un reale superamento dei confini. Si pensi alla Fiom, che di fronte all'assalto di Marchionne, non riesce a fare fronte comune con i metalmeccanici dell'Uaw e nemmeno a fare un coordinamento europeo dei lavoratori dell’auto; si pensi ai migranti, ai precari, agli studenti. La dimensione europea non ce l’hanno i governi e nemmeno i movimenti. Ce l’hanno solo le banche. E in questa mancata dimensione internazionale affonda gran parte di questa inefficacia. E dentro l'inefficacia, ovviamente, ha la meglio la "rabbia" disperata o lo scontro fine a sé stesso.
4. Il coordinamento dei movimenti è finora stato appannaggio dei gruppi dirigenti delle organizzazioni politiche, sociali o sindacali. Ma i movimenti in quanto tale difficilmente si coordinano. Gli studenti con i precari, i comitati dei beni comuni con quelli per l'acqua pubblica, i migranti che hanno condotto lotte rilevanti con gli operai, etc. Certo, appuntamenti comuni ci sono stati ma non hanno prodotto salti di qualità consistenti. Anche la stagione dei "social forum" ha visto il protagonismo delle organizzazioni, a vario titolo, e quasi mai dei movimenti sociali in prima persona. Se nascessero davvero alleanze di questo tipo anche l'efficacia delle mobilitazioni acquisirebbe nuova forza.
5. Un movimento non è una mobilitazione o una manifestazione. Un movimento è una dimensione corposa della riscossa sociale, è partecipazione, consapevolezza dilagante, discussione e approfondimento, forme di lotta che seguono la dinamica delle iniziative. Soprattutto, è democrazia diretta, (o anche delegata, se si sceglie una forma mediata) punto quanto mai debole in un paese come l'Italia che ha sempre visto in azione burocrazie di partito o di sindacato o avanguardismi esasperati. La nascita, crescita e cura di un movimento di massa è anch'esso un lavoro essenziale ai fini dell'efficacia politica. E non è detto che per fare un movimento serva l'evento. La realtà degli ultimi dieci anni ci dimostra, anzi, il contrario. L'evento di Genova non ha prodotto alcun movimento duraturo e efficace socialmente visto che su salari, diritti, ambiente, beni comuni, finanza, etica, e tutto quello che vogliamo aggiungere, c'è stato un vistoso arretramento.
Dall'angolo mortifero in cui il 15 ottobre ha spinto le realtà sociali in Italia - strette tra repressione crescente, avanguardismo militante, fibrillazione tra stutture - si riesce a uscire forse - stavolta non esistono ricette facili - con una riflessione cruda su quanto avvenuto almeno negli ultimi dieci anni con critiche e autocritiche e con la possibilità di rimettere al centro delle preoccupazioni reali l'efficacia dell'azione politica. La possibilità di ottenere vittorie. Senza questo passaggio, nemmeno la presa di distanza dalle violenze potrà bastare.
E per fare questo andrebbero individuate delle sedi in cui, appunto, discutere. Probabilmente saranno i movimenti stessi a indicare l'ora, il luogo e le modalità.

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Nota quotidiana

DA REPUBBLICA. Nell'opposizione il 25% per una mobilitazione continua. In campo un movimento più vasto di quanto furono i girotondi. Quasi quattro italiani su dieci sostengono le ragioni della protesta

Roberto Biorcio
e Fabio Bordignon

Da La Repubblica

Anche in Italia come in Egitto? Berlusconi come Mubarak? Il solo accostamento appare ardito, quantomeno improprio. Ma una componente non trascurabile del fronte anti-berlusconiano non esclude, esplicitamente, una soluzione "all'egiziana". La nuova ondata di protesta contro il Governo e contro il premier sta assumendo proporzioni ogni giorno più rilevanti: coinvolge una costellazione di soggetti diversi, sul piano sociale; attraversa le forze di opposizione e in particolare il centro-sinistra. Soprattutto, taglia a metà il Pd, il cui elettorato si presenta diviso sulla strategia per "battere" Berlusconi.

Quasi quattro italiani su dieci ne sostengono le ragioni (38%), uno su quattro si dice pronto a manifestare (e circa il 4% dice di averlo già fatto). Sono queste le misure dell'Onda 2011, raccolte dall'Atlante Politico di Demos. Il profilo sociale e culturale della protesta ricorda quello di altre mobilitazioni, in particolare i girotondi del 2002. Con due importanti novità: le dimensioni del fenomeno, testimoniate dalla vasta partecipazione alle iniziative e dal consenso raccolto presso l'opinione pubblica; il ruolo assunto dai giovani e dalle donne. In particolare, la partecipazione femminile, nelle generazioni sotto i 45 anni, ha superato nettamente quella maschile, rovesciando luoghi comuni e tendenze tradizionali. E l'ampia manifestazione di ieri ha sicuramente accentuato questo carattere.

Come già avvenuto in passato, l'onda di protesta nasce da un deficit di rappresentanza dei partiti di opposizione,
ma il suo perimetro appare oggi meno sovrapponibile a quello del centro-sinistra. L'accordo con i manifestanti è massimo tra gli elettori di Sel (84%) e dell'IdV (77%), ma rimane maggioritario anche tra quelli del Pd (71%) e del movimento 5 Stelle (53%). Anche nell'area delle formazioni centriste, come Fli e Udc, tradizionalmente critiche verso il protagonismo della "piazza", più di un terzo degli intervistati simpatizza con la protesta. Se consideriamo, poi, la disponibilità ad attivarsi, essa coinvolge circa i due terzi di chi sceglie i partiti di Vendola e Di Pietro, mentre democratici e grillini si fermano poco sotto la soglia del 50%.

Questa articolazione interna alle diverse anime dell'opposizione richiama, in ampia misura, le divisioni su come contrastare il governo e togliere il potere a Berlusconi. In questa porzione di elettorato prevale l'idea di ricorrere al voto (47%), ma in molti ritengono più efficace il sostegno alla magistratura (30%) o il ricorso alla piazza (19%). Quasi una persona su quattro, inoltre, si dice favorevole a una mobilitazione ampia e continuativa, che costringa il premier alle dimissioni, così come è avvenuto in Egitto per Mubarak. Un dato interessante, e in parte sorprendente, che emerge dalla componente più radicale del fronte anti-berlusconiano, attenta (anche in prospettiva interna) al fermento politico che investe il Mediterraneo. L'elettorato del Pd appare in bilico tra queste diverse prospettive. Una divaricazione che aiuta a spiegare le esitazioni del partito di Bersani nella costruzione delle alleanze (ma anche, probabilmente, le difficoltà nell'intercettare il malcontento verso il governo).

(14 febbraio 2011)

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Cronache dalla crisi

Con il varo del piano di salvataggio europeo si annunciano maxi-stangate in tutta la Ue. A Spagna e Portogallo già vengono richieste correzioni di bilancio molto pesanti. E presto l'austerity si estenderà all'Italia. Sinistra Critica fa appello alla sinistra politica, sociale e sindacale per una mobilitazione unitaria

La crisi greca si sta traducendo, dopo l'approvazione del piano di risanamento del governo socialista di Papandreu, in un attacco senza precedenti alle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici di quel paese. Riduzione dei salari, dei diritti, delle pensioni, tagli al pubblico impiego e ai servizi sociali, aumento indiscriminato delle tariffe, senza nessun intervento sui profitti e sulle rendite, costituiscono l'unica ipotesi messa in campo per arginare il buco dei conti pubblici alimentato da corruzione, parassitismo e corsa al profitto.
Contro questa ricetta sindacati e lavoratori hanno iniziato una risposta cui vogliamo dare il nostro pieno sostegno come abbiamo già fatto con l'appello firmato da circa quaranta organizzazioni della Sinistra anticapitalista europea tra cui Sinistra Critica.
Ma i piani di austerity stanno per abbattersi sull'intera Europa e non solo sulla Grecia. Gli accordi siglati la scorsa notte per costituire un Fondo europeo di garanzia da 600 miliardi di euro significano semplicemente che ciascun bilancio nazionale sarà d'ora in poi monitorato e scandagliato dai tecnocrati europei i quali detteranno le prossime manovre finanziarie ai governi in nome del rigore monetario. E' quanto sta per avvenire con la Spagna e il Portogallo ed è quanto avverrà anche in Italia dove si parla già di una manovra correttiva di 25 miliardi di euro, di allungamento ulteriore dell'età pensionistica, di tagli alla spesa sociale e così via. E dove la crisi viene fatta pagare anche sotto forma di riduzione dei diritti come dimostra l'ipotesi di cancellare lo Statuto dei lavoratori o il Collegato lavoro discusso in Parlamento senza una vera opposizione.
Anche il ritorno in auge di prospettive di "unità nazionale" e di governi "di salute pubblica" sta a indicare la possibilità di un nuovo massacro sociale che colpirà i soliti noti.
Pensiamo che contro le ricadute sociali della crisi sia indispensabile mobilitarsi e non farsi trovare impreparati. Le conclusioni del congresso Cgil non aiutano in questa direzione. Le forze politiche, sociali, sindacali che non vogliono abbandonare una visione di classe e un'intransingente difesa dei diritti, delle condizioni e delle prospettive di lavoratori, lavoratrici, giovani, precari e precarie devono e possono trovare una convergenza unitaria per organizzare la più ampia mobilitazione.
Per questo facciamo appello a tali forze per realizzare in tempi rapidi un incontro nazionale per costituire, nel rispetto delle diverse autonomie e dei diversi ruoli, una iniziativa realmente unitaria, efficace, fuori dal coro dell'unanimità liberista - che caratterizza anche il Pd e il centrosinistra - e in grado di dire che le nostre vite valgono più dei loro profitti.
Esecutivo nazionale di Sinistra Critica

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Tempi moderni

Ritirata la querela al giornale che indennizza con 15mila euro. Il quotidiano, allora diretto da Feltri, aveva definito il collettivo veronese «un calderone di lesbiche, gay, transessuali ma anche circolo con un occhio di riguardo ai pedofili». Neanche fosse in Vaticano...

È finalmente giunto a conclusione il procedimento, che ha visto imputati la giornalista Cristiana Lodi e l’ex direttore responsabile del quotidiano “Libero”, Alessandro Sallusti, denunciati dal Circolo Pink, a seguito di un articolo offensivo e diffamatorio pubblicato da “Libero” nell’agosto del 2003.
Nei giorni scorsi si è arrivati, con la mediazione dei legali (per il Circolo l’avvocato Stefano Zanini di Verona e Mirko Mazzali di Milano), ad un accordo, secondo il quale il quotidiano avrebbe versato 15.000 euro all’associazione veronese, la quale dal canto suo avrebbe ritirato la querela. All’accordo sono seguiti i fatti.
Un risultato che il Circolo Pink, impegnato da venticinque anni sul territorio sia in attività di prevenzione, accoglienza e sostegno che in progetti culturali antidiscriminatori per l’accesso ai diritti di cittadinanza, ritiene importante dal punto di vista economico - per la sopravvivenza dell’associazione, che è autofinanziata - ma soprattutto dal punto di vista simbolico e politico. Nessuno potrà più permettersi di accostare impunemente le associazioni o le persone glbt all’odioso comportamento, che è anche un reato, denominato pedofilia.

La storia
La vicenda risale all’agosto del 2003, quando a Verona viene annunciata la visita del presidente Silvio Berlusconi, che avrebbe dovuto (tra l’altro) presenziare ad una rappresentazione areniana.
Le manifestazioni di dissenso vennero organizzate e pubblicizzate per tempo, tanto che il presidente rinunciò all’opera in Arena, per timore del popolo dei fischietti. Venne comunque il giorno successivo, ad incontrare il cancelliere tedesco Schröeder e girò per la città, circondato da una folla di giornalisti e cineoperatori.
In quell’occasione il presidente del Circolo Pink Gianni Zardini ricevette una telefonata da una giornalista, che si presentò come Anna Benedini de “La Voce di Mantova”. La giornalista chiese un’intervista, che le fu concessa, sulle iniziative di protesta per l’arrivo di Berlusconi, visto che il Circolo Pink figurava tra i promotori.
Il giorno successivo, 22 agosto 2003 esce, sul quotidiano “Libero”, un lungo articolo a firma di Cristiana Lodi, in cui il Circolo Pink viene definito “calderone di lesbiche, gay, transessuali ma anche circolo con un occhio di riguardo ai pedofili. La scritta all’ingresso di via Scrimiari numero 7 (fatta con il pennarello nera, proprio a cento metri da un asilo infantile) lo spiega bene: ‘I gay, gli omosessuali, i pedofili, le lesbiche sanno arrangiarsi. Evviva’”. La scritta, riportata tra l’altro in maniera inesatta, realizzata con un pennarello nero su uno degli scalini che portano all’entrata della sede del Circolo, era ed è rimasta di mano ignota.
Poiché risultava e risulta evidente, come del resto hanno sottolineato più volte i magistrati del tribunale di Monza che hanno seguito il procedimento, che l’articolo intendeva non solo offendere i soci e le socie del Circolo ma “in generare – la citazione è ricavata dalla richiesta di rinvio a giudizio – nel lettore, attraverso le predette frasi e le modalità con cui è stato redatto l’articolo, la convinzione che il Circolo Pink abbia inclinazioni pedofile ed “un occhio di riguardo” verso i pedofili stessi”, il Circolo sporse querela per diffamazione verso la giornalista e l’allora direttore di “Libero”. Il rinvio a giudizio dei due imputati, in data 9 aprile 2008, diede inizio ad una serie di udienze, culminate con l’accordo di cui sopra, il ritiro della querela e il versamento della somma fissata a titolo di risarcimento.
Dal canto suo, il direttore del quotidiano di Mantova, contattato per avere notizie sulla giornalista Anna Benedini, negava che vi fosse alcuna Anna Benedini fra i propri cronisti. Conosceva invece la sig.ra Lodi come una collaboratrice occasionale del quotidiano, peraltro non inviata a Verona poiché “La Voce di Mantova” non si occupa di fatti al di fuori della provincia.

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In movimento

Appena concluso il contro-vertice studentesco di Vienna, nei collettivi già si parla di Madrid, di Bochum, di Bruxelles: altri vertici fra i ministri dell'istruzione, altre lotte da costruire, una risposta sempre più coordinata alle riforme dell'istruzione che in tutta Europa governi socialdemocratici o nazional-liberisti stanno portando avanti

Luciano Governali

Appena concluso il contro-vertice studentesco di Vienna, nei collettivi già si parla di Madrid, di Bochum, di Bruxelles: altri vertici fra i ministri dell'istruzione, altri passi in avanti per le riforme scaturite dal Processo di Bologna, altre lotte da costruire per decine di migliaia di studenti e studentesse in tutta Europa. Quello che sta lentamente prendendo corpo dopo il successo della tre giorni di manifestazioni, blocchi, assemblee e workshop che si è appena conclusa a Vienna è proprio questo: una risposta sempre più coordinata e omogenea alle riforme dell'istruzione che in tutta Europa governi socialdemocratici o nazional-liberisti stanno portando avanti.

Basterebbe già questo per considerare un successo l'evento viennese, che in realtà ha mostrato molto altro. Erano anni (l'ultimo incontro nel 2006 ad Atene, quasi a segnare la fine dell'epoca dei social forum) che a livello internazionale migliaia di giovani non si incontravano per discutere, confrontarsi e ragionare insieme, quali prospettive avere, che strategie adottare e che analisi elaborare di fronte a progetti, come quelli sull'istruzione pubblica, che stanno assumendo caratteri sempre più globali.
Quasi per combinazione mentre in Europa collettivi e assemblee studentesche organizzavano le giornate di lotta a Vienna, dall'altra parte dell'oceano si riaccendeva una miccia che sembrava ormai spenta definitivamente. Negli Stati Uniti il processo di dequalificazione dell'istruzione ed il costante aumento delle tasse impediscono di fatto l'accesso ai sempre più esclusivi poli d'eccellenza di trasmissione dei saperi. Un modello che gli studenti europei conoscono molto bene, visto che da anni si parla dei sistemi anglosassoni come riferimento cui tendere per migliorare il sistema formativo in Europa. Contro quei modelli si stanno ribellando gli studenti statunitensi, e le loro richieste, i loro linguaggi non sono affatto diversi da quelli sentiti dentro le aule del campus universitario di Vienna.
Una rivolta che pare essere finalmente la stessa, dalle assolate università californiane, ai freddi prati austriaci. Una rivolta che comincia a darsi tempi e modalità condivise.
Insieme con l'avanzare delle riforme in ogni paese, aumenta fra gli studenti la consapevolezza che la risposta, l'analisi, le lotte devono avere le stesse basi. Dal Processo di Bologna del '99 in Europa le riforme hanno cominciato a uniformare il sistema formativo, e più precisamente quello universitario, alle esigenze di un mercato in cui lo studente deve assumere le forme e i tempi della precarietà già nella fase dell'apprendimento. I saperi che vengono trasmessi non possono che essere precari anch'essi, deperibili, nozionistici...fondamentalmente inutili!

Riqualificare la formazione, restituire alla trasmissione dei saperi i tempi e le modalità appropriate alla crescita individuale e collettiva del soggetto studentesco (e della società tutta), costruire autorganizzazione e creare percorsi collettivi di coordinamento e lotta fra gli studenti. Queste sono solo alcune delle linee uscite dai workshop e dalle assemblee di Vienna.
La consapevolezza che le lotte universitarie non bastano a loro stesse, specialmente in questo periodo di crisi e devastazione sociale, è un altro degli elementi che parecchi collettivi hanno portato con determinazione nelle discussioni di Vienna. Risultava evidente già leggendo il programma della due giorni - ricco di appuntamenti e discussioni su genere, razzismo, lavoro, precarietà - la volontà di legare il conflitto all'università con altre tematiche, altre lotte, altre contraddizioni di un sistema economico e sociale in crisi. Le questioni ambientali, come quelle di genere, la gestione di un società sempre più multietnica e le evoluzioni nel mondo del lavoro stanno assumendo una centralità nuova nei dibattiti studenteschi, e non potrebbe essere altrimenti. Storicamente è dalle università che per decenni si sono sviluppate analisi e sperimentate le forme in cui organizzare i conflitti da condurre in questo sistema.

Gli studenti e le studentesse di oggi, anche a Vienna, hanno dimostrato che non intendono adattarsi alla marginalità in cui le riforme stanno relegando l'università e il mondo della formazione più in generale. Se da Bologna in poi l'obbiettivo per i governi è quello di limitare i tempi di apprendimento, di riflessione e quindi la capacità di elaborare una visione critica e alternativa della società, l'obbiettivo dichiarato per i movimenti studenteschi è quello di riprendersi questi tempi, riportare l'università e i suoi protagonisti (studenti, ricercatori e insegnanti) al centro della società, combattendo così la miseria sociale e culturale che le politiche neo liberiste degli ultimi anni hanno creato in Europa e nel mondo.

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Cronache dalla crisi

«Abbiamo un ambizioso piano». L'amministratore delegato del Lingotto ha così definito il progetto di «conciliare i costi industriali con la responsabilità sociale». In piazza la manifestazione operaia, indetta dai sindacati di base: «Pronti a difendere gli stabilmenti»

di Daniele Nalbone

Termini Imerese chiuderà alla fine del 2011. E’ questa la peggiore notizia che arriva dall’incontro sulla Fiat ancora in corso a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati. L’amministratore delegato della casa automobilistica, Sergio Marchionne, non ha lasciato molte speranze ai lavoratori siciliani e ha gettato ancor più nello sconforto quelli di Pomigliano d’Arco e Arese. «Abbiamo un piano ambizioso per la Fiat». Così ha esordito il supermanager della Fiat, presentato all’illustre platea da una battuta (fuori luogo, visto il momento drammatico per migliaia di lavoratori) dal sottosegretario Gianni Letta: «Parlerà in americano o in italiano»? Ha parlato in italiano, ed è stato più chiaro che mai: l’ambizioso piano altro non significa per Sergio “l’americano” che «conciliare i costi industriali con la responsabilità sociale». Ad ascoltarlo erano presenti i ministri Scajola (Sviluppo Economico), Sacconi (Lavoro), Fitto (Affari Regionali) e Prestigiacomo (Ambiente) e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Bonanni e Angeletti. L’ambizioso piano di Fiat significa consolidamento dell’accordo con Chrysler e investimenti, in Italia, di 8 miliardi in due anni, undici nuovi modelli auto ma, soprattutto, tagli. Di lavoratori. Di stabilimenti. Per motivare la chiusura di Termini Imerese, «stabilimento in perdita che non possiamo più permetterci», Marchionne ha preso ad esempio la produzione in due paesi “sui generis” come Brasile e Polonia: «in Italia ci sono 5 stabilimenti e 22mila occupati per 650mila vetture; in Polonia 1 stabilimento e 6mila occupati per 600mila vetture; in Brasile 1 stabilimento e 9400 occupati per 730mila vetture». «Potremmo trasferirci tutti a Rio De Janeiro» scherza un lavoratore di Pomigliano d’Arco in presidio sotto la pioggia battente fuori da palazzo Chigi, «ma col culo che abbiamo noi operai Fiat, finiremmo alla periferia di Varsavia». Non proprio la stessa cosa… Il problema, quindi, per Fiat è la forte disparità dei livelli di utilizzo della manodopera tra gli stabilimenti italiani ed esteri. Perciò «dobbiamo affrontare il problema di petto» ha aggiunto Marchionne. «Se non lo facessimo, sarebbe la rovina». Decisioni giudicate «inaccettabili» dal segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio Cremaschi, che dal sit-in di piazza Montecitorio ha spiegato che «su queste basi non è possibile nessun accordo. Non tratteremo mai per la chiusura degli stabilimenti e il governo deve battersi per imporre la non chiusura di Termini Imerese». Sulla stessa linea il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani: «se si perde un centro produttivo nel Mezzogiorno difficilmente lo si può sostituire». Anche la Cisl, tramite il segretario Raffaele Bonanni, ha sottolineato la necessità di salvare Termini Imerese, «una realtà che non può essere abbandonata a se stessa e per la quale ci vuole un tavolo immediato». In tutto questo il governo è apparso finora come spettatore non pagante. Poche parole e confuse in attesa di un tavolo che il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, si è impegnato a convocare «al più presto» tra la Fiat e i sindacati per approfondire il piano industriale in relazione al futuro (o meglio, al non futuro) dello stabilimento di Termini Imerese. Delusi, sempre più arrabbiati, ora “ufficialmente” spaventati per un futuro sempre più nero, alla fine dell’incontro i 400 lavoratori Fiat di Termini Imerese si sono spostati verso Termini (stazione) per fare rientro in Sicilia con un treno speciale. Per molti “lavoratori qualsiasi” sarebbe già bastata un’intera notte in treno di Roma. I più forti sarebbero vacillati sotto l’acqua che sta bagnando, dalla mattina, la capitale. Ma per fiaccare le resistenze dei circa mille operai della Fiat che dalle 16 hanno presidiato Palazzo Chigi per tutta la durata dell’incontro tra i vertici del Lingotto, del governo e dei sindacati ci vuole ben altro. Sono arrivati questa mattina da Termini Imerese, Pomigliano D’Arco e Arese mentre i loro colleghi rimanevano in presidio nelle fabbriche o, come accaduto nel napoletano e nel palermitano, riempiendo le sale consiliari dei comuni. Stamattina a Temini Imerese, in un Consiglio comunale straordinario, si è affrontata proprio la situazione dello stabilimento siciliano. Anche stanotte, invece, alcuni operai di Pomigliano d’Arco hanno dormito nell’aula consiliare del Comune e, per l’occasione hanno calato uno striscione dalle finestre, “Il futuro della Fiat di Pomigliano passa attraverso la riconferma dei 93 contratti atipici” accompagnato dallo slogan “Adda passà a’ nuttata”. Nel primo pomeriggio una delegazione di questi operai provenienti dalla ex Dhl Automotive, i cui contratti sono in scadenza tra il prossimo 31 dicembre (per 42 operai) e il 31 marzo 2010 (per gli altri 51), accompagnata dal consigliere regionale Michele Caiazzo (Pd) e dal segretario campano della Cgil, Federico Libertino, è stata ricevuta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «abbiamo spiegato al Presidente la difficile situazione delle famiglie “Fiat” di Pomigliano e gli operai hanno chiesto a Napolitano di farsi loro portavoce presso la Fiat e il Governo in difesa del posto di lavoro». Come detto, il clima di Roma che ha accolto i lavoratori Fiat non era dei migliori, e non solo per la pioggia battente. Nulla di buono era previsto dall’incontro e, alla fine, nulla di buono è uscito da Palazzo Chigi, soprattutto per gli operai di Termini Imerese che dalla piazza ora avvertono: «faranno i conti con noi. Sarà un natale di lotta».

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Nota quotidiana

Luca Tornatore non è solo un amico fraterno di chi scrive questo appello.
Luca è un assegnista di ricerca al Dipartimento di fisica dell’Università di Trieste. E’ uno scienziato, uno di quelli che alla passione e alla voglia di cambiare il mondo uniscono, dunque, una riconosciuta competenza

Luca Tornatore non è solo un amico fraterno di chi scrive questo appello.
Luca è un assegnista di ricerca al Dipartimento di fisica dell’Università di Trieste. E’ uno scienziato, uno di quelli che alla passione e alla voglia di cambiare il mondo uniscono, dunque, una riconosciuta competenza.
Questi sono gli ingredienti che lo hanno spinto, assieme a centina di attivisti ambientalisti italiani, a recarsi a Copenhagen. Luca è nella capitale danese per pretendere giustizia climatica, per confrontarsi all’interno del Climate Forum, per capire e per intrecciare relazioni con chi (come noi e lui) pensa che l’emergenza ambientale debba essere affrontata a partire da una democratizzazione delle decisioni e non attraverso la delega a chi l’ha provocata o a chi la sta peggiorando (siano essi vecchi o nuovi attori di rilievo del panorama geo-politico).
Luca Tornatore si trova oggi in stato di arresto, fermato assieme ad altre decine persone dopo aver partecipato ad un dibattito!! Luca, come centinaia di altri, non ha commesso alcun reato. Il suo fermo è stato confermato non sulla base di prove, ma proprio per punire il suo impegno, la sua visibilità pubblica e la sua competenza.
Ci sarebbe da ridere, ma quello che sta succedendo a Copenhagen non ha precedenti. Il solo fatto di trovarsi per strada rende passibile di fermo, l’arresto preventivo (già di per sé strumento mostruoso dello stato d’eccezione) è stato abusato senza vergogna. Sono stati calcolati più di millecinquecento fermi di polizia, praticamente tutti ingiustificati. La capitale Danese, ormai un ex simbolo della socialdemocrazia, si è trasformata in una vera e propria città di polizia.
Noi pretendiamo il rilascio immediato del Dott. Luca Tornatore, prima di tutto perché totalmente innocente, poi perché la sospensione dello stato di diritto, le provocazioni e le menzogne rendono la mancanza di Luca insopportabile per tutti noi e per tutti quelli che condividono, con serietà, le sue preoccupazioni per il futuro del nostro pianeta.

Adesioni: giuseppe.caccia@unito.it

SCRIVIAMO A LUCA: indirizzo per inviare lettere, telegrammi, cartoline
Luca Tornatore 211275 ABBM- Vestre Faengsel- Vigerslev allè 1D - 2450 Kbh Svolta - Copenhagen - Danmarkt

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in movimento

Nella giornata dello sciopero Cgil che ha concluso il corteo in piazza del Popolo con il comizio di Epifani, il corteo studentesco della Sapienza, e quello dei lavoratori precari, viola l'ordinanza del Prefetto. Cariche ma anche libertà di manifestare

Fabiola Correale

La si leggeva nei volti, gia da questa mattina a piazzale Aldo Moro, la determinazione degli studenti e delle studentesse, molti giunti da altre città, che pian piano si riunivano con i precari della scuola per affrontare una grande mobilitazione nella giornata dello sciopero dei lavoratori di scuola, università e funzione pubblica.
Solo a due giorni dal corteo il percorso che portava al ministero, precedentemente autorizzato viene negato dalla questura di Roma, utilizzando come pretesto un protocollo firmato dal Comune di Roma e Ugl – senza alcuna levata di scudi dell’opposizione – che definisce percorsi prestabiliti per le manifestazioni nella città di Roma. Evidentemente pochi e insufficienti. Sembra una storia già vista l’anno scorso, cambiano i protagonisti, ma quel che non cambia è il risultato. Al di là del fatto che questo protocollo dovrebbe vincolare solo le parti che lo firmano ed è quindi da ritenersi non valido per chi è al di fuori di queste, l’ulteriore beffa portata avanti dalla Questura sotto l’evidente spinta del Comune di Roma, è che il protocollo sarebbe dovuto entrare in vigore il 12 dicembre, giorno successivo al corteo.
Comunque, al di là della volontà della questura, questo protocollo non determina uno scoraggiamento per il corteo autorganizzato che parte dalla sapienza verso le 10.00 del mattino, determinato ad arrivare al Ministero della Pubblica Istruzione, con la voglia e l’intenzione di non avallare alcun divieto.
Intanto a Piazza della Repubblica parte il corteo della Cgil Flc e funzione pubblica che terminerà a Piazza del Popolo con comizio finale di Epifani. Anche su questa decisione della Cgil occorrerebbe una riflessione. I lavoratori della scuola avevano già da tempo chiesto esplicitamente al sindacato di concludere insieme il corteo al ministero della pubblica istruzione – decisione sensata – e se al principio sembrava che ciò fosse possibile, la decisione è cambiata radicalmente nel momento in cui ha aderito allo sciopero anche la funzione pubblica
È anche per questo motivo che gli insegnanti precari della scuola hanno infine scelto di partire da piazzale Aldo Moro ed arrivare insieme al ministero per “assediare” e portare ancora una volta sotto quel palazzo la voce di dissenso per ciò che sta accadendo nella scuola e nell’ università, oltre che per chiedere le dimissioni della ministra della “distruzione” Gelmini ( così rinominata), la quale dal suo insediamento nulla ha prodotto se non una sequenza di provvedimenti dannosi per scuola università e ricerca: riforma Gelmini sulla scuola, legge Aprea, e il nuovo ddl Gelmini sull’università presto in discussione al Parlamento.
Nel corteo vengono scandite rivendicazioni chiare sul diritto allo studio, sull'assenza di un futuro garantito, per l’istruzione pubblica e contro l’entrata dei privati nelle università e nelle scuole, così come la contrarietà alle politiche di tagli e licenziamenti. Un corteo determinato e cosciente che solo attraverso l'unità – rivendicativa e di piazza – di tutti i soggetti della formazione, è pensabile costruire una mobilitazione più matura, all’altezza della sfida posta dalle aule parlamentari, unite ( loro si!) nel proporre le ultime riforme.
Il corteo giunto a piazza della repubblica si trova la strada bloccata con schieramenti ingenti di polizia e carabinieri in tenuta antisommossa con camionette annesse.
Più volte il corteo chiede di passare, cercando di avanzare a mani alzate, rivendicando il diritto a manifestare liberamente per poter giungere al Ministero dell’Istruzione. Ma non c’è nulla da fare, la strada rimane bloccata, è evidente che la questura ha ordini precisi: non far passare gli studenti.
Di li a poco partono due cariche che colpiscono alcuni studenti e studentesse, ma il corteo non arretra. Si rimane lì nella piazza, insieme. La piazza non si lascia. Nessun@ torna indietro. Anzi è proprio in quei momenti che escono fuori quell’inventiva e quella imprevedibilità che fanno ripensare all’Onda, che parlano del protagonismo di questa generazione di studenti; certo, i numeri dello scorso anno sono lontani, ma si respira nell’aria la volontà di non rassegnarsi e di riprendersi la città a piedi e in corteo, di comunicare e di risvegliare la cittadinanza che affacciata alle finestre si domanda cosa succede.
C’è molto da comunicare e quasi non si ha il tempo in un paese dove le leggi vengono approvate velocemente e senza uno straccio di dibattito pubblico; a qualcun@ spetta proprio questo duro e difficile lavoro, senza delegare neanche una virgola, sul disegno distruttivo su scuola e università che questo governo senza vergogna porta avanti.
Proprio con questa voglia di andare avanti il corteo degli studenti/esse si svincola dai cordoni, cambiando direzione, girando intorno a piazza della repubblica giunge fino al ministero dell’economia. Questo palazzo è il luogo simbolico – ma non troppo – della gestione economica di questo paese, delle finanziarie dei tagli, delle politiche di finanziamento alle banche e alle grandi imprese in fallimento. Niente a scuola e università, niente ai lavoratori e alle lavoratrici di questo paese. Quella del 2010 sarà una finanziaria a costo zero, che significa nessuna spesa pubblica, già preannunciata dal dpef..
Il corteo si ferma per un po’ per ricordare che, per un istruzione di qualità servono investimenti e non tagli e licenziamenti. Musica e interventi si susseguono, per poi ripartire, questa volta per tornare alla Sapienza. Il corteo si dispiega ora in modo più rilassato nelle strade che percorre sotto il sole; un senso di vittoria, seppur minima, serpeggia tra gli studenti; non importa che questa sia ristretta alla rottura di un assurdo divieto voluto dal Sindaco Alemanno. Gli interventi dai camioncini fanno intendere che questo è solo l’inizio.. ci sarà lo spazio per un’altra rivolta?

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Nota quotidiana

di Checchino Antonini
Un grande corteo sfila per Roma nel "NoBDay". Qualche centinaaio di migliaia di persone all'insegna di un antiberlusconismo radicale privo però di contenuti sociali. Resta il problema di come continuare l'opposizione al governo. Intanto ci si prepara all'11 dicembre

Un milione di persone, è stato detto dal palco di Piazza S.Giovanni dove hanno parlato anche Dario Fo e Franca Rame, Ulderico Pesce e Ascanio Celestini, Moni Ovadia e Domenico Gallo, i No Ponte, i lavoratori Eutelia, i precari della scuola e i ragazzi antimafia di Corleone.
Ovviamente sono stati molti di meno, come sempre accade in questi casi, ma si è trattato comunque di un corteo che è sfilato per tre ore, continuo e fittissimo. Non si sa quanto durerà ma lo si può chiamare “popolo viola”. Rosso e viola, dove il primo è la relativa novità di una contestazione cresciuta prima sul web, nei social network e poi nella piazza. Età media più bassa del solito e con un po’ di diffidenza per le forme organizzate preesistenti. Ossia il rosso. C’era Rifondazione che, poco prima del corteo, aveva varato con il Pdci la Federazione della sinistra in un Brancaccio molto pieno. Presenza notevole dell’Idv, delle “agende rosse”, qualche grillino e, via via degli altri soggetti della sinistra radicale: verdi in tuta antinucleare,un po' di SeL, Sinistra Critica con il suo striscione sulle nostre vite che "valgono più dei loro profitti" a parlare della crisi, fino alla macchia bianca della delegazione ufficiale del Pd, spedita in extremis dopo le polemiche degli ultimi giorni.
E’ il giornale di Padellaro e Travaglio l’organo cartaceo di questa piazza in gran parte caratterizzata da parole d’ordine scarne. “Basta” e “Vergogna” le parole ricorrenti nei cartelli e negli striscioni quasi tutti dedicati al “Nano” e ai suoi problemi con la mafia e con la magistratura. Bisognerà aspettare gli spezzoni organizzati dei partiti di sinistra per trovare un accenno alla battaglia contro la precarizzazione. E i camion dei centri sociali per trovare “pezzi” di questione sociale. Tra gli spezzoni tematici è stato grosso quello No Ponte, più piccoli i richiami alle battaglie di Chiaiano e contro la Tav. Anche gli organizzatori puntano sulla questione morale più che su altri livelli di conflitto. Vengono in mente i girotondi del 2003: «Siamo un’altra cosa rispetto ai girotondi. Lì decidevano in venti per tutti. Poi quando Moretti ha tirato i remi in barca sono morti. Qui c’è un’intelligenza collettiva, un collegamento tra nodi sul modello della rete: se si sconnette un nodo gli altri restano collegati». Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori, blogger noto per 15 anni di Bo.Bi (Boicotta il biscione) annuncia al Megafonoquotidiano che da domani spunteranno ovunque bandiere viola. «Come fece il movimento per la pace». Proprio con quella stagione il paragone più diretto per quanto riguarda la partecipazione. Anche stavolta è molecolare, di vicinato. Grandi striscioni viola segnalavano gli spezzoni cittadini. In mezzo alla gente, l’inedito colpo d’occhio di Gianni Rinaldini, leader della Fiom, che marcia senza essere riconosciuto dal “popolo viola”: «In questa piazza non è prioritaria la questione sociale - ci spiega - è rilevante come sia stata organizzata ma rimane irrisolto il problema della convergenza tra le questioni dell’informazione, della giustizia e quelle della democrazia dei lavoratori. Il problema dell’attacco al contratto viene percepito come un affare interno ai sindacati e, invece, non è ininfluente rispetto alla torsione autoritaria in atto». Prossima stazione, almeno per chi colga il nesso tra Berlusconi e il berlusconismo, lo sciopero di scuola e pubblico impiego dell’11 dicembre.

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