Sono nove milioni i metri cubi di edifici costruiti abusivamente in Italia, specchio amaro del declino italiano. In nessun altro paese occidentale si conosce l'abusivismo
I calcoli più prudenti dicono che nell'ultimo decennio sono stati realizzati almeno 30 mila alloggi abusivi ogni anno. Nove milioni di metri cubi di cemento che distruggono l'ambiente, le città e i territori. Che sfuggono alla legalità, non pagano un euro di imposte, maestranze impiegate al nero, cantieri senza sicurezza.
Quei nove milioni sono lo specchio amaro del declino italiano. Sono la denuncia della distanza che ci separa dal mondo civile. In nessun altro paese occidentale si conosce l'abusivismo. Esiste lo Stato che fa rispettare le regole e tutela gli interessi dei cittadini onesti. Da noi ha trionfato l'Italia fai da te. In queste ore, tutte le giustificazioni con cui tentano di approvare il quarto condono edilizio sono state demolite una dopo l'altra dai migliori osservatori della realtà italiana. Eppure vanno avanti lo stesso.
«Con il condono edilizio si incassano preziose risorse». Ieri sul Corriere della Sera, Gian Antonio Stella dimostrava il carattere truffaldino di questa affermazione. I condoni servono spesso per ottenere una legittimazione formale. Si paga la prima rata e poi si rientra nell'illegalità. Di legalità avremmo invece un bisogno estremo. Enrico Fontana nei preziosi volumi Ecomafia di Legambiente ha dimostrato che gran parte degli abusi edilizi commessi negli ultimi decenni servono alla criminalità organizzata per riciclare denaro. Possibile che non lo sappiano ministri e dirigenti del Pdl? No, non è possibile, lo sanno eccome. La questione non è evidentemente giudicata importante.
«Con il condono almeno si incassa qualche risorsa, tanto nessuno demolirebbe nulla». E chi l'ha detto? Se è vero che la filiera dell'abusivismo è in mano alle organizzazioni criminali è giunto il momento di far vedere che esiste un paese che vuole la legalità. Approvi dunque il Parlamento non il quarto condono, ma un provvedimento che affida ai Prefetti e alla Magistratura il compito di eseguire le demolizioni. E se la maggioranza ha già dimostrato come la pensa, sospendendo le demolizioni che dovevano essere eseguite in Campania, perché l'opposizione non delinea con chiarezza che c'è un'alternativa al baratro che ci sta inghiottendo?
Perché la posta in gioco è proprio il futuro dell'Italia. Dopo tre condoni edilizi, se arrivasse anche il quarto nessuno potrebbe più parlare di regole, di legalità, di sviluppo ordinato del territorio, di rispetto dell'ambiente. Saremmo un paese che dichiara fallimento e ciascuno si sentirà in diritto di fare ciò che vuole: costruire dovunque, inquinare le acque, cancellare il paesaggio.
Battere i malfattori del cemento e i loro protettori politici è dunque l'ultima occasione per tentare di rilanciare il paese. La Comunità europea afferma che nel 2020 l'80 per cento della popolazione dei paesi membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica e per il futuro delle nuove generazioni passa nel saper adeguare le città alle sfide di un futuro di innovazione tecnologica, di risparmio energetico, di qualità dell'aria.
Gli altri paesi europei stanno investendo sistematicamente in questo orizzonte. Le loro città vengono dotate di reti tecnologiche; demoliscono autostrade urbane per costruire reti di trasporto su ferro; avviano processi di riconversione ecologica. In Italia, di fronte alle periferie più brutte e disordinate d'Europa, vogliono approvare il quarto condono edilizio! Non saremo più competitivi e perderemo investimenti preziosi.
Se il governo venisse sconfitto da una battaglia limpida su una questione così importante, l'opposizione dimostrerebbe di saper interpretare le diffuse energie che in questi giorni si esprimono contro il condono. Sarà difficile: Sesto San Giovanni è infatti l'altra faccia dell'abusivismo: Anche lì attraverso l'urbanistica contrattata si cambiavano regole e si aumentavano a piacere le volumetrie da realizzare. Molti hanno fatto credere in questi anni che cancellando regole ne avremmo giovato tutti. La crisi in atto dimostra il contrario. E' ora di prendere atto dell'errore. E' ora di chiudere la fase dell'illegalità: basta con i condoni e con la truffa dell'urbanistica contrattata. Solo le regole potranno salvarci dal declino.
Dal sito Dagospia.com un'anticipazione del libro che uscirà per Edizioni Alegre il prossimo 8 giugno "Le mani sulla città" di Daniele Nalbone e Paolo Berdini, un'analisi della Roma "transitata" da Veltroni e Alemanno, tra speculazioni e rapporti con l'estremismo di destra
1- DAGOREPORT: "LE MANI SULLA CITTÀ"
Edito da Edizioni Alegre e scritto da Daniele Nalbone, giornalista di Liberazione, e Paolo Berdini, Il libro "Le mani sulla città" (nelle librerie a partire dal prossimo 8 giugno) è un'analisi della Roma "transitata" da Veltroni e Alemanno e in piena corsa per le Olimpiadi del 2020.
Cosa c'è dietro l'abbattimento di Tor Bella Monaca? Chi guadagnerà dalle speculazioni dell'Eur? Chi sta spingendo per raddoppiare l'aeroporto Leonardo Da Vinci e costruire i porti di Fiumicino e Ostia?
In poche parole, qual è il modello di governance messo in piedi dall'amministrazione Alemanno? Un'amministrazione caratterizzata da legami a doppio filo non solo con i poteri forti, ma addirittura con l'estremismo di destra - dal quale proviene lo stesso Alemanno e uomini importanti della sua squadra.
Ecco alcuni stralci di ciò che sarà contenuto nel capitolo "Forchettoni Neri - la fascistopoli romana nell'epoca del camerata sindaco", curato da tal Caio Gregorio, nome evidentemente di fantasia di chi preferisce rimanere nell'anonimato.
2- "FORCHETTONI NERI - LA FASCISTOPOLI ROMANA NELL'EPOCA DEL CAMERATA SINDACO"
(...) Molto si è parlato di Stefano Andrini: condannato a suo tempo per il tentato omicidio di due giovani di sinistra picchiati selvaggiamente (era il 1989) insieme a una squadraccia di naziskin, viene arrestato nuovamente (1994) nel corso di scontri con militanti di sinistra dopo essersi avvicinato all'ex leader di Avanguardia Nazionale Stefano delle Chiaie, noto come "er caccola" per la non imponente statura.
Il cursus honorum di Delle Chiaie comprende la partecipazione alla fondazione di Ordine Nuovo e un discreto curriculum vitae al servizio di Pinochet e altri dittatori latinoamericani degli anni 70 e 80. Da Wikipedia: "(Delle Chiaie) ebbe coinvolgimenti con il regime di Augusto Pinochet in Cile partecipando alla Guerra Sporca e all'Operazione Condor per l'azzeramento dei dissidenti. Sempre in Sud America aiutò il dittatore Luis Garcia Meza Tejada a prendere il potere in Bolivia con un colpo di stato (1980).
Il gruppo paramilitare che lì dirigeva assieme al neofascista Pierluigi Pagliai e al criminale nazista Klaus Barbie si autodefinì 'i fidanzati della morte' e fu responsabile di numerosi omicidi e torture contro esponenti politici e cittadini".
(...) L'amico dei vecchi 'fidanzati della morte' viene insediato nel 2009 sulla poltrona di amministratore delegato di Ama Servizi Ambientali nonostante le proteste dell'opposizione di cui Alemanno non si cura e che, comunque, finiscono presto. Andrini, infatti, sarà costretto a dimettersi non a causa del suo torbido passato ma per il suo coinvolgimento nella falsa candidatura di Nicola Di Girolamo, senatore "di proprietà" di Gennaro Mokbel e delle famiglie della ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto. E il nome di Mokbel ricorre spesso quando si parla del sistema di potere romano impostosi dopo l'elezione del sindaco con la celtica al collo.
(...) Giuseppe Dimitri, detto Peppe, classe 1956 (...) il 15 marzo del 1979 Dimitri partecipa con camerati come Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Alessandro Alibrandi e Livio Lai alla rapina di un'armeria, impresa che verrà rivendicata dai NAR. Il 27 novembre dello stesso anno, il camerata Peppe organizza e mette in atto un'altra rapina, questa volta ai danni della filiale della Chase Manhattan Bank del suo quartiere, l'Eur.
Il bottino verrà affidato per il riciclaggio a Franco Giuseppucci, detto Er Fornaretto o Er Negro - Il Libanese della fiction Romanzo Criminale - uno di fondatori della Banda della Magliana, con cui Peppe è in ottimi rapporti. (...) Sbolliti i furori antisistema, nel 1994 il camerata Peppe si risciacqua a Fiuggi, aderisce ad Alleanza Nazionale e nel 2001 il suo vecchio amico Alemanno, diventato intanto ministro per le Politiche Agricole del secondo governo Berlusconi, nonostante il passato di terrorista e le aderenze con la Banda della Magliana, arruola Dimitri come consulente al suo Ministero, carica che ricoprirà fino al 2006 quando un banale incidente stradale metterà improvvisamente fine alla sua vita movimentata.
Altri nomi "caldi" che stanno mettendo in difficoltà il sindaco con la celtica al collo sono quelli di Antonio Lucarelli, ex portavoce di Forza Nuova e oggi capogabinetto di Alemanno, protagonista di strani giri d'affari "marca" Mokbel; Fabrizio Mottironi, ex leader di Terza Posizione e messo da Alemanno nel 2003 (quando allora era ministro delle Politiche Agricole) a capo di Buonitalia Spa; Riccardo Mancini, ingegnere honoris causa, "vicino" a Peppe Dimitri, Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, messo da Alemanno a capo di Eur Spa, il "centro" delle speculazioni in vista di Roma 2020.
Presentato a Roma "I mondiali della Vergogna" libro sui desaparecidos e il mondiale in Argentina nel '78. Tutto completo nella sala Mons. Di Liegro della Provincia di Roma. I saluti dell'ambasciata di Argentina e poi, tra il pubblico, l'ex console italiano Enrico Calamai e, a sorpresa, il presidente dell'Inter che non rilascia dichiarazioni e si appassiona alla storia raccontata dal libro
ROMA - Per qualcuno sarà la conferma di una sua ben nota attenzione ai temi sociali. Per altri, motivo per fare battute e dietrologie. Massimo Moratti, che quattro giorni fa era a Madrid con la Coppa dei Campioni tra le mani, questo pomeriggio era a Roma, alla presentazione del libro "I Mondiali della Vergogna" (edito da Edizioni Alegre, una casa editrice vicina a Sinistra Critica). Al tavolo dei relatori un altro ospite di eccezione, in quanto autore della prefazione del libro: il pm di Calciopoli Giuseppe Narducci.
Il libro, scritto dal giornalista argentino Pablo Llonto, parla della dittatura dei generali in Argentina e del mondiale vinto in casa nel '78 dalla Selección, in quella che fu una autentica prova di forza e di legittimazione per il regime.
Ma l'arrivo del presidente dell'Inter ha colto tutti di sorpresa, compreso l'ex deputato di Rifondazione Salvatore Cannavò, direttore editoriale di Alegre: "Non ci aspettavamo di vederlo, non conoscendolo personalmente non l'ho certo invitato. Anche se conosco la sua simpatia per movimenti come l'Ezln del subcomandante Marcos...". A fine presentazione saluti calorosi tra Moratti e Narducci, poi via insieme in ascensore e nulla di più. Ai giornalisti increduli di vederlo lì ha solo detto: "Oggi sono in ferie, per favore lasciatemi in pace".
Moratti non è stato il solo interista a interessarsi di Argentina e dittatura militare: il capitano Javier Zanetti ne aveva discusso intervistato proprio dal pm napoletano. Zanetti aveva cinque anni, quando l'Argentina dei generali vinse: "Non è facile dimenticare quello che è successo. Crescendo i miei genitori mi hanno raccontato di quello che stava succedendo allora, io ricordavo solo i festeggiamenti. Quel mondiale riuscì a nascondere quello che stava accadendo davvero nel paese". Per concludere: "La vicenda dei desaparecidos pesa ancora sulla nostra società, se c'è qualcuno che non conosce la verità su quanto è successo adesso ha gli strumenti per capire".
"I Mondiali della Vergogna" è un libro a metà tra sport e politica, che racconta la contraddizione di un paese tra i festeggiamenti per le vittorie e il dramma della repressione e delle migliaia di desaparecidos. Ma il calcio era anche consenso, il binomio tra vittoria e propaganda era occasione troppo ghiotta per lasciarsela scappare, con tutti i sospetti che sin ancora non sono stati fugati: dalla vittoria sospetta per 6 a 0 sul Perù, giusto lo scarto che serviva per la qualificazione alle voci sul doping dei padroni di casa. Fino all'incredibile omaggio al regime del presidente Fifa Joao Havelange che invece di consegnare la Coppa del Mondo ai vincitori lascia la vetrina ai tre generali Videla, Massera ed Agosti.
Infine, una curiosità. Zanetti ha confermato la sua simpatia, e quella del presidente interista Massimo Moratti, per il subcomandante Marcos e l'esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), i guerriglieri del Chiapas. "Ne abbiamo parlato, su come possiamo aiutare gli zapatisti e quella zona del Messico. Abbiamo capito che bisogna aiutarli, e lo faremo, magari anche attraverso una partita che sia una festa: l'Inter contro gli esclusi del mondo". (27 maggio 2010)
(Dal Venerdì di Repubblica in edicola oggi)
Argentina 78 che coprì gli orrori della dittatura, ma anche l'ordinaria corruzione emersa dalle ultime inchieste. Parla Giuseppe Narducci, Pm di calciopoli, autore della prefazione al libro di Pablo Llonto I Mondiali della vergogna. I campionati di Argentina 78 e la dittatura (Edizioni Alegre) in libreria dal 26 maggio
«Diceva Edoardo Galeano che il calcio è patria, popolo, potere. Ebbene, Calciopoli è stata la rappresentazione moderna di quello che scriveva il grande autore uruguaiano: questo sport arriva dove molto spesso neppure la politica e l’economia, da sole, riescono. Ma il tifoso guarda con occhi appassionati, dunque miopi, e questo contribuisce a rendere lontane e sfocate le immagini delle ignominie che pure si consumano nel nome del pallone». L’ultima udienza del processo di Napoli si è conclusa da qualche ora. Giuseppe Narducci, il pm che ha condotto l’inchiesta sullo scandalo più grave della storia del calcio italiano, sta per andare a Roma, dove lo aspetta una delicata riunione di lavoro. Sulla scrivania, in mezzo ai fascicoli, un libro dell’avvocato e giornalista argentino Pablo Llonto. È intitolato I Mondiali della vergogna e racconta il campionato del mondo disputato nel 1978 nell’Argentina dove imperversava la dittatura militare. A questa storia Giuseppe Narducci si è dedicato con l’ostinazione tipica del pubblico ministero. Si è procurato in Argentina una copia del libro. L’ha fatto tradurre in italiano e ha curato la prefazione all’edizione pubblicata da Alegre che uscirà il 27 maggio. E, attraverso la rilettura di quell’evento dimenticato troppo in fretta, analizza fatti vecchi e nuovi dell’inchiesta di calciopoli mentre un altro mondiale si avvicina.
Cosa c’entra quel torneo di 32 anni fa con il terremoto che tuttora agita il pallone di casa nostra?
«A prima vista nulla, naturalmente. Ma il calcio professionistico non è solo il tassello di un grande meccanismo finanziario, bensì l’espressione più visibile del potere. Era così nel 1978, in Argentina, dove il generale Videla sfruttò al massimo quella occasione, come Llonto racconta nel suo straordinario libro. Mentre la squadra di Kempes e Passarella giocava, tanti ragazzi sparivano e venivano torturati. Persino un dittatore come il cileno Augusto Pinochet, che aveva potere di vita e di morte su un’intera nazione, volle farsi presidente di una squadra di calcio, il Colo Colo. Ancora oggi, in Italia come in tutto il mondo, il potere di attrazione del calcio è superiore a qualsiasi altra cosa. C’è una corsa spasmodica a farsi accreditare per salire su questa giostra. È quello che vediamo ogni settimana in televisione, sulle tribune degli stadi e nei bar. Eppure tutti dovrebbero desiderare un calcio veramente pulito.
Calciopoli dunque non ha cambiato nulla?
«L’indagine, al di là di quelle che saranno le valutazioni dei giudici, ha prodotto degli effetti positivi. Non penso proprio che oggi si ripetano i comportamenti evidenziati dall’inchiesta. Ma non si può dire che il calcio, in questi quattro anni, sia diventata un’altra cosa rispetto ad allora. Questo non è vero».
Non sarà perché, come viene sostenuto oggi dai difensori di alcuni dei principali imputati del processo, l’inchiesta ha colpito solo Luciano Moggi e la Juventus?
«È un’obiezione che ho già sentito, ma che non posso accettare. L’indagine è stata condotta con scrupolo, obiettività, senza trascurare alcunché e rispettando le garanzie della difesa. Ora si sta celebrando il processo ed è giusto lasciare al Tribunale il compito di pronunciarsi sulle posizioni dei singoli imputati. Un punto fermo però c’è già: la sentenza del rito abbreviato che riconosce l’ipotesi di associazione per delinquere».
Intanto sulla base delle intercettazioni segnalate dalla difesa, la Juventus ha chiesto la revoca dello scudetto 2006 assegnato a tavolino all’Inter.
«Questo è un argomento che non può interessarmi. Sono dinamiche di giustizia sportiva, il processo penale prende in esame altri profili».
Qual è la malattia del calcio italiano secondo lei?
«Il difetto principale è l’ipocrisia. Si ascoltano quasi esclusivamente banalità anche quando si affrontano argomenti importanti. La realtà viene costantemente nascosta e sono pochi quelli che hanno il coraggio di chiamare le cose con il loro vero nome. Chi trova questa forza, viene letteralmente espulso dall’ambiente».
Ad esempio?
«Penso a Carlo Petrini. Uno che ha giocato in serie A e si è macchiato, naturalmente da solo, di gravi nefandezze che hanno lasciato il segno anche nel suo fisico. Poi però ha scelto di raccontarle. Ed è stato messo all’indice ormai da anni. Ma accade lo stesso altrove. In Argentina si parla il meno possibile dei fatti che segnarono i Mondiali del ’78 e pochi hanno voglia di ricordare la vittoria per 6-0 contro il Perù che spianò alla squadra di casa la strada verso la finale e fu certamente oggetto do una combine. Prima di partire per quella spedizione nessun atleta, salvo pochissime eccezioni, trovò anche una sola parola per dissociarsi da una manifestazione che si svolgeva in una terra oppressa dal regime».
Un magistrato che da quattro anni si occupa del sospetto di partite truccate, arbitraggi pilotati e ammonizioni mirate con quale spirito si prepara a questo mondiale sudafricano?
«Da un po’ di tempo a questa parte osservo il calcio con disincanto. Sarà così anche per i Mondiali. Guarderò le partite, come ho sempre fatto. E seguirò con simpatia proprio l’Argentina».
A sentire le sue parole sembra che ci sia molto poco da salvare, nel calcio attuale.
«Non è così. Sicuramente il calcio recupera la sua dimensione di veicolo per la liberazione dei popoli solo quando è lontano dai riflettori: come nei tornei dei “semterra” brasiliani dove le partite assumono un significato che è vicino all’essenza di questo sport. Ciò nonostante, anche dopo Calciopoli, rimango convinto che in questo sport esistano tante forze sano anche a livello professionistico: tra i dirigenti, gli atleti, i giornalisti, gli appassionati. Solo che sono ancora troppo isolate».
Dunque sognare un calcio pulito è ancora possibile?
«Questo sport era e resta prevalentemente maschile. Però mi vengono in mente le Madri Argentine. Quelle donne che durante quel Mondiale del 1978 applicarono l’unico atto di disobbedienza possibile: tifare contro la squadra del loro Paese mentre i loro uomini si lasciavano avvolgere dall’ubriacatura del torneo sportivo per non pensare alle violenze del regime. Ecco, forse il calcio può essere cambiato in un solo modo: accogliendo al suo interno, finalmente, anche il punto di vista delle donne».
Prima la trasmissione La storia siamo noi, poi Repubblica, L'Unità e la prima pagina di Liberazione. Il libro Potere assoluto è diventato un piccolo caso editoriale che può aiutare una grande battaglia contro la privatizzazione della Protezione civile. Oggi nuova presentazione a L’Aquila.
Il Dipartimento dei Vigili del Fuoco presso il Ministero degli Interni ha cercato di non infastidire il capo della Protezione civile, e ha negato la sala della sede nazionale per la presentazione organizzata dai Vigili del fuoco delle Rdb. Ma il fastidio è arrivato lo stesso. Giovedì, dopo la presentazione che si è tenuta comunque a Roma al Centro congressi Cavour e alcune agenzie come quella di Leoluca Orlando (Idv) che annunciava un'ispezione sulla Protezione civile proprio a partire dai contenuti del libro, Bertolaso ha sbottato: «sono orgoglioso, lieto e onorato per tutta questa attenzione al nostro movimento e per questa voglia di fare i conti in tasca e con il microscopio alla Protezione Civile».
A volte anche un piccolo libro, persino di una piccola casa editrice come la nostra e di un autore nemmeno trentenne come Manuele Bonaccorsi, può dare molto fastidio a chi detiene un "potere assoluto".
E' quello che sta accadendo in questi giorni con il libro Potere assoluto. La protezione civile al tempo di Bertolaso.
Mentre Bertolaso viene osannato dai media come grande salvatore che in modo apparentemente inattaccabile interviene solo con il mero compito di soccorso in caso di calamità naturali, qualcuno è andato a vedere come opera realmente la Protezione civile.
Senza il libro la trasmissione di lunedì sera di Minoli - La storia siamo noi - sarebbe stata una semplice agiografia dell'uomo dalla polo blu, così come è stato il libro a dare gli strumenti a vari giornali in questi giorni - soprattutto Repubblica - per analizzare gli interessi che spingono il Governo a trasformare la Protezione civile in una Spa.
Pochi sanno infatti che l'ordinanza di protezione civile permette di agire in deroga all'intera legislazione italiana, gestendo così senza alcun controllo, e a volte con la secretazione, appalti per centinaia di milioni di euro. E ancora meno sanno che tale ordinanza non viene utilizzata solo nei casi di calamità naturali ma anche per gestire eventi sportivi, religosi, addirittura il problema del traffico in alcune città. Un business enorme che la trasformazione in Spa può solo aumentare. Non a caso l'imprenditore Tarantini - famoso per il caso delle escort - aveva chiesto un solo favore a Berlusconi: "Fammi conoscere Bertolaso".
Il tutto in barba alle migliaia di volontari che si impegnano gratuitamente per la Protezione civile, e a quei lavoratori - come appunto i vigili del fuoco - che rischiano realmente la vita nelle emergenze. Ma soprattutto a danno delle popolazioni che subiscono le calamità naturali, perchè pochissimo viene speso per la prevenzione.
Il piccolo libro di Bonaccorsi è stata la prima voce precisa e documentata a denunciare questo funzionamento e l'attenzione che sta sucitando nella stampa in questi giorni, fino alla prima pagina di Liberazione di venerdì, può aiutare la nascita di una grande battaglia che coinvolga le popolazioni che subiscono tali processi e chi con la privatizzazione perderà ulteriori diritti.
Oggi, per la seconda volta in poche settimane, il libro viene presentato a L'Aquila dal Comitato 3 e 32. Bertolaso è infastidito da noi, ma è dai lavoratori e dalla popolazione di una città che rischia di sparire che può arrivare il fastidio vero. La forza per bloccare la privatizzazione e ridare priorità ai bisogni e ai diritti dei cittadini.
Lunga puntata della "Storia siamo noi" di Raieducational, diretta da Giovanni Minoli, dedicata alla consacrazione di Guido Bertolaso. Unica voce critica il nostro Manuele Bonaccorsi e il suo libro Potere assoluto.Leggi oggi l'inchiesta di Repubblica sul capo della protezione civile basata, in parte, sul libro edito da Alegre
Raramente capita che un bel programma come La Storia siamo noi si trasformi in agiografia. Non è capitato nemmeno con la messa in onda dello speciale su Bettino Craxi: sebbene il craxiano Minoli non sia riuscito a essere completamente equidistante, sebbene si possa sollevare il legittimo dubbio sulla necessità di procedere a riscritture storiche in televisione, la puntata era comunque una buona ricostruzione.
E’ capitato, però, ieri sera, nella puntata del 18 gennaio interamente dedicata alla Protezione Civile, di assistere a un enorme spot del Dipartimento Nazionale. In maniera un po’ acritica, si racconta la storia della Protezione Civile in Italia, attraverso la figura dell’On. Zamberletti che gestì l’emergenza in Friuli e in Irpinia ispirando la nascita della P.C. stessa; si sorvola sulle ombre della gestione dell’emergenza rifiuti in Campania e finalmente si arriva al dramma del terremoto del 6 aprile in Abruzzo. Il tutto, con parti che mescolano il documento alla fiction e alle testimonianze in maniera un po’ troppo drammaticizzata.
Sul terremoto, i connotati della documentazione assumono toni quasi trionfalistici: pare che tutto sia andato alla perfezione. Certo, l’altra campana, il contraddittorio, c’è: è rappresentato da Manuele Bonaccorsi, giornalista di Left e autore di Potere Assoluto: La Protezione Civile al tempo di Bertolaso. Ma il montaggio è costruito in modo da rendere i suoi interventi sempre facilmente smontabili. Anche qui, non vengono mai rilevati i problemi che sono sorti e che riguardano proprio questa Protezione Civile: la mancata prevenzione - culminata con una riunione della Commissione Grandi Rischi che rassicura la popolazione aquilana il 30 marzo, dicendo che non c’è emergenza, ma frutto di anni di assenza della messa in sicurezza del territorio - e la gestione autoritaria del post-terremoto, senza alcun controllo dall’alto, come voluto dalle recenti modificazioni. Nulla di tutto ciò viene rilevato. Ancora una volta, all’Aquila è tutto a posto, per la televisione.
Il Dipartimento dei Vigili del fuoco nega la sala per la presentazione di "Potere assoluto" di Manuele Bonaccorsi e edito da Alegre considerato «dai contenuti forti». La denuncia delle Rdb che danno appuntamento per giovedì 21 (ore 10,30) presso il Centro Congressi Cavour di Roma
Il Dipartimento dei Vigili del Fuoco presso il Ministero degli Interni, facendo riferimento ad una circolare (la n.3 del 16 settembre 2009) mai fatta pervenire alle organizzazioni sindacali, ha negato la disponibilità dei locali di via Genova 3/A, sede del Comando Provinciale VV.F di Roma, per la presentazione del libro “Potere assoluto - la Protezione civile ai tempi di Bertolaso”, del giornalista Manuele Bonaccorsi, organizzata dalla RdB Pubblico Impiego.
A fronte della richiesta di chiarimenti da parte della RdB, il Dipartimento ha espresso la propria difficoltà ad ospitare nei locali dei Vigili del Fuoco la presentazione di un libro “dai contenuti forti”, che avrebbe potuto suscitare la contrarietà del capo della Protezione Civile Bertolaso.
La RdB conferma comunque l’iniziativa, intesa come momento di dibattito sulla natura e sul futuro della Protezione Civile, sulla sua trasformazione in S.p.A. e sul ruolo reso sempre più marginale dei Vigili del Fuoco. La presentazione si terrà sempre giovedì 21 gennaio a Roma, alle ore 10.30, e si trasferisce presso il Centro Congressi Cavour, in via Cavour 50/A.
L'intervista, tratta dal blog della Stampa "Rotta a Sud Ovest" a Fabrizio Lorusso, traduttore per Edizioni Alegre del libro Corte de Caja, intervista al Subcomandante Marcos, pubblicato dalla nostra casa editrice con il titolo Punto e a capo.
Un anno e mezzo dopo l'uscita sul mercato ispanico, è arrivato anche in Italia Corte de caja. Entrevista al Subcomandante Marcos, una lunga intervista della giornalista messicana Laura Castellanos al volto più mediatico dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). E' un libro che aiuta a tracciare un bilancio dell'esperimento autonomo delle Juntas de Buen Gobierno, iniziato 7 anni a, e dell'iniziativa politica della Otra Campaña, alternativa dal basso al sistema politico fondato sulla rappresentanza dei partiti tradizionali, lanciata 4 anni a. Il titolo italiano del libro è Punto a capo. Presente, passato e futuro del movimento zapatista (ed. Alegre,13 €, on-line su lafeltrinelli.it e ndanet.it), il ricavato delle vendite servirà a sostenere il movimento zapatista; la traduzione è a cura di Fabrizio Lorusso, blogger di lamericalatina.net e latinoamericaexpress.blog.unita.it, da otto anni a Città del Messico, che ha accettato di rispondere via email ad alcune domande di Rotta a Sud Ovest. Ecco le sue risposte
Come è stato tradurre questo libro in italiano?
Da un punto di vista personale è stata un'avventura piacevole ed entusiasmante dato che da anni mi occupo di temi politici e sociali latino americani, quindi i movimenti sociali e l'esperimento zapatista in Chiapas mi hanno sempre appassionato. Dal punto di vista "tecnico" il lavoro di trasposizione linguistica e soprattutto culturale dell'idiosincrasia della varietà messicana dello spagnolo è stata la sfida più interessante. Spesso tradurre un "¡Orale pues!" messicano con un semplice "Dai va!" italiano è limitante, però ho cercato di fare del mio meglio in tutti i casi simili!
Per buona parte dello scorso decennio il subcomandante Marcos è stato uno dei volti più carismatici del movimento anti-globalizzazione. Poi i riflettori, almeno quelli internazionali, si sono spenti. Cosa è successo?
Nel libro Marcos spiega la progressiva ritirata mediatica del movimento. Un primo silenzio inizia dopo la Marcia del Colore della Terra nel 2001, con cui gli zapatisti hanno "conquistato" Città del Messico e la sua gente con tre obiettivi strategici: liberare il Chiapas dalla militarizzazione, chiedere la libertà dei detenuti politici del movimento e, la più importante, dare rango costituzionale agli accordi di San Andres, negoziati e rimasti lettera morta nel 1996. Il "tradimento" dei partiti politici in parlamento porta al ripiego e alla riflessione sul futuro del movimento, che nel 2005-2006 lancia la Otra Campaña, come reazione al sistema dei partiti e della politica messicani. A partire dal 2006 e dalle discusse elezioni presidenziali, l'EZLN si propone come elemento di unificazione di diverse anime della protesta sociale nazionale ed estende la sua presenza, e, parallelamente, Marcos comincia a ridurre la presenza negli spazi mediatici sempre più rari concessi dai media. La prassi politica dei caracoles comincia a rappresentare un'alternativa rilevante, mentre l'aspetto militare della lotta passa in secondo piano. I riflettori si sono relativamente spenti, quindi, per molti motivi diversi: perché l'EZ sembra "passato di moda", perché ha mollato i partiti tradizionali e ha favorito una politica "subalterna" e di base o forse perché vengono trascurate le notizie dal Chiapas dove quotidianamente si registrano nuovi soprusi, detenzioni e violazioni dei diritti umani.
Vivi in Messico e quindi hai contatto diretto con la sua realtà: cosa è oggi del movimento zapatista? Continua ad avere una sua presenza o Marcos non fa più "paura" all'establishment come quando portò migliaia di persone nello Zocalo? Dall'estero si ha come l'impressione che violenza e narcotraffico abbiano messo un po' da parte le cause degli indigenas nelle preoccupazioni della società messicana.
Sì, come dicevo poco fa, l'EZLN ha deciso di riconvertirsi alla politica del buon governo, della trasparenza e dell'autonomia, che sta dando buoni risultati anche se limitati dai problemi secolari e strutturali e dall'ostilità delle istituzioni statali nella regione. Non credo sia corretto parlare di "paura" generata dall'EZLN nell'élite, anche se è vero che nella classica lista delle preoccupazioni della popolazione, il narcotraffico, l'insicurezza nelle città, i sequestri, scalano le classifiche dei temi caldi. Un esperimento sociale e politico come quello dei caracoles attira più l'attenzione di altri paesi, mentre viene ignorato in Messico o nella nostra Italia, arenata su stessa e sul suo immobilismo gerontocratico.
Nelle anticipazioni uscite un paio di anni fa, ai tempi dell'uscita del libro nel mercato latinoamericano, Marcos esprimeva giudizi taglienti anche su leaders che sarebbero a lui vicini come Chavez, che non esita a considerare a rischio caudillo, Cristina Fernandez o Evo. Gli unici che sembrano avere la sua stima sono Fidel e il Che. Dove collochiamo, allora, il movimento zapatista nello scacchiere latinoamericano?
Una tendenza un po' semplicista lo colloca in un pentolone unico, magari con il ruolo di precursore, insieme a tanti altri movimenti identificati per la loro opposizione a una o più tendenza della globalizzazione o al neoliberismo. Non credo molto in queste etichette e preferisco avvicinarmi alle peculiarità di ogni movimento sociale e alle sue rivendicazioni. Credo che il Sub e l'EZ guardino con interesse e simpatia alle esperienze politiche delle "nuove sinistre progressiste" venezuelane, argentine e boliviane o, in generale, latino americane che, anche loro, mostrano vari livelli e forme d'antiamericanismo e d'opposizione alla globalización neoliberal.
La definizione che dà del Che è a suo modo poetica: appartiene a una generazione che non è ancora nata. La condividi? nascerà mai la generazione del Che? E, soprattutto, l'America Latina ne ha bisogno?
Probabilmente il Che e Fidel sono i personaggi, i volti e i miti che più hanno contraddistinto l'America Latina a livello internazionale dagli anni 60 in poi e hanno forgiato l'identità regionale militante, insieme a altri grandi come Simon Bolivar, il General San Martin, Benito Juarez, Garcia Marquez, Mario Benedetti, Ruben Dario, Villa, Zapata, i fratelli Flores Magon, Mariategui, Josè Martì, Salvador Allende, eccetera (e davvero chiedo scusa se solo ne nomino alcuni qui a titolo d'esempio). L'appropriazione delle lotte sociali e culturali di questi personaggi varia però da paese a paese e tra i diversi gruppi, partiti e movimenti, decennio dopo decennio. Penso che l'America Latina abbia bisogno della sua storia ma soprattutto di un rinnovamento ideologico e culturale, non tanto di figure forti e carismatiche, che possono avere un impatto importante, ma non fanno la differenza se prese così da sole.
Nel libro Marcos fa sfoggio di umorismo, di ironia e di autoironia (ricordo che Angelina Jolie suo amore impossibile finì anche sui giornali italiani), quali sono le pagine in cui l'hai più apprezzato per questo?
Un po' in tutto il testo Marcos fa dell'ironia e del sarcasmo su sé stesso, sui mass media e anche sui momenti difficili della sua storia come personaggio pubblico e privato. Scherza amaramente sull'amore clandestino e sulla donne, forse mostrando un po' di quel maschilismo che gli viene spesso rimproverato e che costituisce un'altra importante sfida culturale in evoluzione che devono affrontare le comunità autonome e la società per democratizzare effettivamente i loro sistemi di governo.
Una delle cose che dice e che mi hanno colpito, sempre dalle anticipazioni, è che se tornasse indietro cercherebbe di apparire meno sui media. Perché? In fondo hanno dato visibilità (e dunque potere) alla sua causa...
Sicuramente l'EZLN e Marcos sono stati uno dei primi movimenti globali, che hanno convogliato un'attenzione mediatica senza precedenti, anche grazie a Internet e all'interesse che ha risvegliato in tutto il mondo. Simultaneamente è nato un movimento no global articolato in decine, anzi centinaia di anime postmoderne accomunate da uno spirito di ribellione e protesta. Quindi le casse di risonanza e il potere che ne poteva derivare sono state molte e potenti. D'altro canto anche le possibili distorsioni della realtà e delle strutture del neozapatismo sono state pregiudicate, dato che la creazione di un leader non era prevista, anzi, indeboliva il movimento, scaricando tutte le responsabilità, i successi e le inquietudini su una sola persona, che poteva essere colpita più facilmente per screditare il lavoro di tutti. C'è quindi un trade off difficile da controllare e da gestire per i movimenti sociali che possono passare dal silenzio alla iper-presenza mediatica in pochi mesi, senza comunque aver potuto trasmettere integralmente le ragioni della loro lotta.
Un tuo bilancio della parabola di Marcos, dopo aver tradotto questo libro in italiano? Come è cambiata, se è cambiata, la tua opinione su di lui?
Il libro ha chiarito alcuni punti oscuri della storia dell'EZLN e di Marcos. Sia che lo vediamo come un illuso o un sognatore che come pensatore politico, scrittore o sperimentatore autonomista e democratico, resta chiaro che il lavoro che viene svolto nei caracoles e nelle Juntas de Buen Gobierno trascende i confini del Chiapas e del Messico. Marcos chiarisce inoltre la sua relazione con gli altri gruppi armati del Messico come l'EPR ed evidenzia il carattere pacifista in questa fase dell'EZLN. L'opinione su Marcos diventa quindi un giudizio sul suo percorso, sugli errori del movimento e i suoi risultati, che si è arricchito durante la lettura e la traduzione di questa lunga intervista, ma vorrei lasciare aperta la risposta per invitare i lettori alla riflessione e al dibattito su Punto e a capo.